LA CITTA' COPERTA

 

Una città rigidamente coperta dagli interessi dei ceti salottieri riuniti in logge, che hanno tessuto le loro sporcizie invertendo i principi costitutivi della società civile, attraverso l'illegalità che negli anni si è eretta a ordine costituito

Agli albori della massomafia

Nel 1991 incontrai sul mio cammino un uomo che mi avrebbe aperto la mente: il professor Giuseppe D'Urso. Era un ingegnere urbanista, docente all'Università di Catania in Pianificazione urbanistica. Il prof era il figlio di Domenico D'Urso, vicesindaco di Catania nel dopoguerra, alla fine degli anni quaranta. Per intenderci, Domenico D'Urso, apparteneva alla corrente sturziana della Dc, corrente che morirà prestissimo, poiché verrà annientata dal rullo compressore dei fanfaniani di Iniziativa democratica già dal '53, transfugando poi nella corrente dorotea agli inizi degli anni sessanta.

Ma Domenico D'Urso fu quello che si oppose alla gestione dello sventramento del quartiere di San Berillo, che i poteri forti dell'epoca misero nelle mani dell'Istica, un istituto immobiliare del Vaticano. D'Urso, da vaticanista, ma anche da uomo la cui mission era la salvaguardia del bene pubblico, aveva combattuto invano affinché l'operazione venisse gestita dal nuovo ente pubblico che nasceva in tutta Italia proprio in quel periodo: l'Istituto Autonomo Case Popolari.

Domenico D'Urso uscì di scena e la storia di San Berillo diventerà uno dei più vergognosi scandali dell'Europa occidentale, che vide vent'anni di speculazioni edilizie, con una deportazione interna, in un altra zona della città, di migliaia di famiglie, in aggiunta all'annientamento delle attività artigianali tramandate da generazione in generazione.

Così, il professor Giuseppe D'Urso, che da bambino e poi da ragazzo e ancora da adulto era stato dentro il sistema di potere locale, lo aveva vissuto in prima persona ma anche subito, ad un certo punto della sua vita smise di fare l'imprenditore per indirizzarsi alla docenza.

Dopo una fase in cui si legò al partito socialista, alla fine degli anni sessanta, dieci anni dopo inizierà a "dare di matto", denunciando tutte le porcherie del sistema di potere locale, smascherandole. Collaborò con I Siciliani di Pippo Fava, all'interno del quale analizzo le trame storiche della città coniando il cincetto di "massomafia".

In pratica mi ritrovai a scrivere le sue memorie, che poi non erano le sue memorie ma quelle della città, che lui definiva "Città coperta". Memorie, è bene ricordarlo, che spesso lo avevano visto dentro queste storie, direttamente o indirettamente.

Quando lo conobbi lui era malato da qualche tempo. Una malattia degenerativa, per cui doveva restare a letto dietro cure mediche continue. La prima volta che lo vidi era proprio nella stanza di una clinica privata. Incredibile che ricordo: sulla sua destra c'era un fax ed una piccola fotocopiatrice, sulla sua sinistra le ceste con i progetti dei suoi studenti laureandi. Davanti poi c'era una sorta di archivio con documenti vari. Più che una stanza sembrava un ufficio. E infatti quest'uomo condannato a stare a letto sembrava un leone. Contemporaneamente seguiva i suoi studenti, insieme agli assistenti, e nel frattempo costruiva la sede catanese della nascitura Rete, l'organizzazione politica di Leoluca Orlando, che in quella fase vide protagonista Claudio Fava.

Un altro modello narrativo

Nei momenti di relax mi dettava queste memorie. Racconti sugli intrighi della Città coperta, a partire dal 1943, quando un ufficiale inglese arrivò in casa sua a cercare il professore. Il professore in questo caso era Domenico D'Urso suo padre, un insegnante di Italiano. Un incontro che quell'ufficiale inglese, capo delle forze alleata distanza a Catania, fece anche con altri personaggi cittadini: i vaticanisti, come il professore Domenico D'Urso e i massoni, iscritti al rito scozzese. A questi uomini fu chiesto di partecipare alla ricostruzione del sistema politico locale... Memorabile fu il caso del Marchese Paternò Castello di San Giuliano, appartenente alla più antica famiglia massonica, che aveva sfornato generazioni di sindaci dall'unità al fascismo. Infatti egli era stato podestà fascista prima e sindaco per nomina degli alleati della città liberata dopo...

E questo incontro cercai di descriverlo nei minimi particolari, e quando elaborai il testo lo romanzai al punto giusto, senza esagerare. A lui piacque, anche se a qualche collega gornalista, a cui l'aveva fatto leggere, era parso troppo narrativo.

In quel senso io mi ispiravo allo stile dei libri di Bob Woodward, il cronista dello scandalo Watergate, mio mito giovanile. In quel periodo lavoravo anche alla tesi di laurea sulla trattazione televisiva della guerra del golfo, e m'imbattei nel libro di Woodward, che raccontava il dietro le quinte dello scoppio della guerra. Uno stile asciutto ma che si lasciava andare al racconto. La descrizione dei fatti incorniciati nei particolari, come si fa nei romanzi... Mi piacque quello stile e cercai di sperimentarlo, usando la storia del prof come luogo di elaborazione.

Accumulai in un periodo di credo quattro o cinque mesi, ma forse anche di più, incredibilmente non ho memoria certa, un centinaio di fogli dattilo scritti in forma di appunti ripuliti. Poi le condizioni del professore peggiorarono al punto tale, che non ebbi neanche modo di salutarlo. Mancò nel 1996.

Quello strano reticolo di appartenenze e affiliazioni

"Catania e i suoi governi, i suoi affari sommersi, i legami parentali e occulti che si sono tramandati di generazione in generazione e che hanno costrituito un reticolo intrinsecamente legato al territorio. Una città rigidamente coperta dagli interessi dei ceti salottieri riuniti in logge, che hanno tessuto le loro sporrcizie invertendo i principi costitutivi della società civile, attraverso l'illegalità che negli anni si è eretta a ordine costituito."

E' questo uno straordinario affresco della Città Coperta, trateggiato dal prof. Giuseppe D'Urso, lucido intellettuale catanese, che ha spiegato come il sistema di potere etneo sia stato edificato su leggi occulte proprie alla tradizione massonica.

Legami, appartenenze, fratellanze sono gli elementi su cui si è tramandato il potere, per questo diventato dominio. E' la storia di una città martoriata, dove il Bene collettivo è stato avvilito da gruppi di famiglie, e questo con metodicità gattopardesca.

Vere e proprie affiliazioni parentali prima che alleanze trasversali hanno fatto da substrato alla tragedia sociale che ha accompagnato questa città. Catania come laboratorio politico, perché se ha potuto essere Città Coperta lo si deve a tutta una serie di eventi che l'hanno trasformata proprio in laboratorio di sperimentazione istituzionale.

D'Urso: "La Catania di oggi è diventata tale per il modo in cui si fondò la ricostruzione politica, economica e sociale nel secondo dopoguerra, quando le truppe alleate delinearono gli assetti della città. Da quel momento Catania sarà sempre il laboratorio di tutte le politiche che hanno come ispirazione l'ideologia massomafiosa."

Catania fu il più grosso centro urbano liberato dagli alleati, con ancora in corso il secondo conflitto mondiale. La Sicilia, come tutti sanno, fu suddivisa in due grandi aree di competenza. La direttrice palermitana, lungo il quale si spinse il generale Patton, era in mano agli americani, il cui comandante si chiamava Charles Poletti, capo dell'Amgot e amico di Lucky Luciano...

L'aera etnea, cioe la parte orientale della Sicilia, percorsa dagli anglosassoni, in una gara contro il tempo, per arrivare a Palermo, prima degli americani, era controllata dagli inglesi, appunto. L'ufficio politico dell'Alto comando militare faceva riferimento proprio al "Rito scozzese" della massoneria anglossassone, comandata dal famigerato colonnello French.

Il progetto di ricostruzione iniziava proprio con la sindacatura a nomina inglese d'un vecchiio massone, un cosiddetto "33", cioè un Gran Maestro. Era il marchese Antonino Paternò Carcaci Castello di San Giuliano. Cosa strana, il marchese era stato l'ultimo podestà fascista, nomina naturalmente anche questa di matrice massonica: primo cittadino dentro un regime che aveva represso la massoneria, ma che però...

"Il marchese – aggiunge il prof. D'Urso – fu nominato quindici giorni prima del fatidico 5 agosto del 1943, quando le truppe inglesi entrarono in città. Il fatto che il marchese fosse stato anche l'ultimo podestà fascista non deve stupire perché fu proprio la massoneria a metterlo in quella carica, ricordiamo che il nobiluomo non rientrava affatto nelle gerarchie del regime. Stiamo parlando della stessa massoneria che decretò la fine di Mussolini al Gran Consiglio del fascismo".

Il marchese apparteneva ad una delle più antiche famiglie nobiliari e massoniche della città. Generazione di defunti dei Paternò Castello si trovano sepolti nella chiesa della Madonna del Carmine, tradizionale sede della loggia dei "Muratori, a quanto ci segnala il professor D'Urso".

"Una chiesa che in realtà ha tutte le sembianze di una sorta di città franca nella quale potè trascorrere serenamente la sua esistenza un omicida condannato all'ergastolo, fattosi prelato al fine di sfuggire alla condanna. Come prestigiosi parrocchiani, c'è la famiglia del Cavalire dell'apocalisse mafiosa Carmelo Costanzo: proprio lì si svolsero i suoi funerali".

Nel settembre del 1944 veniva innaugurata a Catania dal colonnello French il Palazzo della Borsa. Al suo fianco, in rappresentanza della città non c'era il sindaco San Giuliano, ma l'editore del Corriere di Sicilia Carlo Ardizzoni, massone antifascista. Cosa questa che può essere spiegata l'anno dopo, quando French lo insedierà nella carica di primo cittadino.

La sindacatura Ardizzoni assume una importanza fondamentale nel progetto di riorganizzazione del sistema di potere cittadino. Con lui fu nominata una giunta composta dai rappresentanti del CLN che esprimevano tutte le obbedienze massoniche che avevano fatto l'antifascismo.

Gli unici esclusi furono gli indipendentisti. Questi impugnando l'ordinanza del governo Badoglio per il reclutamento delle classi '25 e '26, da mandare a combattere contro i nazifascisti della repubblica sociale, organizzarono una rivolta popolare contro il potere locale. Fu così che il Palazzo del Municipio fu dato alle fiamme dai dimostranti. Sei anni più tardi, un indipendentista, della dinastia dei Gallo Poggi, diventerà sindaco della Città Coperta.

L'organigramma del nascituro sistema di potere si stava insomma delineando su due direttrici. Da un lato quella dei "massolaici", gravitanti attorno ai "demolaburisti", i cui principali esponenti erano Nicolò Pitteri e Giovanni Perni. Furono loro i due sindaci che gestirono la ricostruzione dal '47 al '50.

Poi c'erano i "vaticanisti", cioè gli sturziani del vecchio partito popolare, che avevano i loro leader in Domenico D'Urso, padre del nostro prof con cui stiamo interloquendo, e Luigi La Ferlita. D'Urso stette ai vertici del potere locale per tutti gli anni quaranta, inizio anni cinquanta, prima come vicesindaco e poi come presidente del nascituro "Istituto Autonomo Case Popolari" (IACP).

La Ferlita, invece sarà colui che traghetterà il potere locale, insieme alla Democrazia cristiana, dalla tradizione sturziana al nuovo che avanza. Fu sindaco per tutti gli anni cinquanta, a partire dal '53. Fu quello sotto cui, il gruppo di potere dominante degli anni sessanta, i "giovani turchi", muoverà i primi passi con uno dei più grandi saccheggi della storia europea: lo sventramento di San Berillo.

Quartiere antico, dalle straordinarie vocazioni artigianali, subì la più grande deportazione di massa da una zona della città ad un'altra. Per questo scandalo La Ferlita fu l'unico che subì un processo e una condanna, a morte sopraggiunta.

Al tempo dell'occupazione alleata era in voga in città, tra il costituendo establishment locale, l'usanza di svolgere le riunioni politiche a villa Carcaci, l'antica residenza del Podestà-Sindaco. In quella sede, gli organismi di intelligence guidati dal colonnello French, pianificavano la costruzione dell'apparato burocratico.

"Villa Carcaci, - sostiene D'Urso – venne regalata dai marchesi all'imprenditore Carmelo Costanzo, il quale anni dopo la fece demolire, e per questo inquisito nel famoso processo Succi" (a sfondo urbanistico ndr).

E' dall'alleanza tra i vaticanisti sturziani e i demolaburisti che prende avvio il primo processo di ricostruzione del sistema istituzionale della Città Coperta. Ed è da quel momento che l'uso spregiudicato degli strumenti urbanistici saranno l'inesauribile fonte di ricchezza e potere di una oligarchia che consolida il potere di controllo sul territorio.

"Con la sindacatura Pittari – osserva il prof. Giuseppe D'Urso – entra di scena nel gruppo degli sturziani un uomo il cui ruolo sarà centrale per gli accadimenti futuri. E' Domenico Magrì, iscritto al partito nazionale fascista, sponsorizzato dalla famiglia Segni, cosa che gli permetterà d'impadronirsi del partito nel giro di due anni".

Dapprima si lega al carro del vicesindaco Domenico D'Urso, per iniziare la sua scalata breve quanto efficace. Con Pittari è subito assessore ai Lavori Pubblici. Due anni dopo con Perni è già burattinaio.

Aprile 1949. Perni nomina la Commissione di aggiornamento del piano regolatore. All'ordine del giorno c'è il risanamento del quartiere di San Berillo. Magrì spinge affinché l'appalto sia affidato alla Società Generale Immobiliare Vaticana. Sull'operazione c'è uno strano consenso generale, anche da parte dei comunisti... L'unico ad opporsi è Domenico D'Urso, Presidente dell'IACP. Egli preme affinché ad occuparsi di San Berillo sia la struttura pubblica da lui guidata e non un ente privato... Magrì la spunta, redarguendo il vecchio maestro in una drammatica riunione di Giunta svoltasi in casa D'Urso.

Nel novembre del '50, dalla Immobiliare Vaticana nasceva l'Istica, Istituto Immobiliare catanese, per gestire l'appalto di San Berillo. A presiederlo è l'onorevole Claudio Maiorana, mentre Carlo D'Amico, presidente della provincia era un importante sponsor dell'operazione. Poi c'erano il Banco di Sicilia, la Cassa di Risparmio e la Camera di commercio.

Con gli anni cinquanta inizia la fase di assestamento dentro il sistema di potere cittadino. Magrì, leader indiscusso del partito ha lasciato la sindacatura ad uno dei maestri sturziani: La Ferlita. Ma egli sa ben poco di strumenti urbanistici, così fa entrare all'interno della sindacatura il giovane e macchiavellico ingegnere Nino Drago, che con i suoi "giovani turchi", un gruppo di colleghi dell'università, si accingevano a pianificare lo sfruttamento delle risorse fondiarie.

Un gruppo di vitelloni, compagni di classe della 3 C del liceo Cutelli, anno 1941. Figli della ricca borghesia cittadina, frequentatori di bordelli, in pochi anni s'impadronirono del partito con l'operazione, oggi studiata nei testi di scienza della politica, di compravendita delle tessere. Il capitale, per questa operazione, sarà offerto dagli imprenditori Mario Rendo e Carmelo Costanzo. Saranno loro tra i protagonisti di quella che poi un decennio dopo diventerà il mito della "Milano del sud". Quell'operosità presto si sarebbe capito che era speculazione edilizia allo stato puro. La truffa della Milano del sud si trasformerà nei decenni successivi in tragedia...

Quando tutto ebbe inizio

La città s’era appena svegliata quella mattina di fine agosto. L’estate stanca si accingeva a raggiungere il traguardo finale. L’aria calda appesantiva i movimenti dei primi passanti, rito che del resto in quella stagione si ripete ogni anno giù in Sicilia. Le strade della città antica tornavano ad essere protagoniste, dopo l’irriverente solitudine della notte, ancora traumatizzata dai disastri della guerra. Una città soffocata dalla speranza d’una veloce ricostruzione, non ancora avviata poiché nel paese si continuava a combattere.
 
Una città confusa, dove legittimato a ristabilire l’ordine e la normalità era un esercito straniero. Gli alleati avevano suddiviso la Sicilia in due aree d’influenza: la parte occidentale, il cui centro operativo era Palermo, fu gestita dall'esercito americano,mentre la parte orientale, il cui centro operativo era Catania fu affidata agli inglesi, con a capo il famigerato Tenente Colonnello French.
 
L’ufficio politico dell’alto comando alleato faceva riferimento al rito scozzese della massoneria anglosassone. Infatti il progetto di ricostruzione del sistema politico comunale, appena la città venne liberata, iniziava proprio con la nomina a sindaco, da parte dell’alto comando alleato di un vecchio aristocratico massone, un cosiddetto “33”, cioè un gran maestro.  Ma che fosse un massone ad essere nominato dagli inglesi sindaco della città liberata non c’era nulla di strano, anche perché l'aristocrazia massonica governava la città dalla fine del secolo passato. Il marchese nominato sindaco però, cosa alquanto bizzarra, era stato non di meno l’ultimo podestà fascista… Il primo cittadino del regime sconfitto diventava cioè primo cittadino del regime vincitore. Pratica questa adottata in molte altre città del sud via via liberate.

Quella mattina di fine agosto del 1943, in via Carità, una di quelle strade appese tra l’antico splendore del barocco settecentesco e la tipicità morfologica d'un altrettanto antico assetto viario, si fermò una grande e scura automobile. Una di quelle vetture dell’alto comando alleato, un po’ in contrasto con quel territorio urbano ferito dai bombardamenti. Da uno degli sportelli posteriori scese un ufficiale dell’esercito inglese. Indossava la divisa d’ordinanza, e tra le mani stringeva il solito frustino che ogni tanto faceva schioccare: era il colonnello French che insieme ad un paio d’intendenti entrava dentro un portone. Uno dei due assistenti si avvicinò al vecchio portiere chiedendo in un italiano spezzato a che piano abitava il professore Carmelo D'Arrigo. L’interpellato accennò un tenue sorriso, divertito dalla pronuncia del ragazzotto anglosassone: “O secunnu sta u pruussuri!” E per meglio farsi comprendere fece un cenno con le dita.

Il professore D'Arrigo era un insegnante di matematica. Un uomo serio, rigido, a cui i figli dovevano baciare la mano quando rientrava in casa. S’era diplomato negli anni venti all’antico liceo fisico-matematico, quello che poi diventerà il liceo scientifico, e già allora aveva iniziato la carriera di insegnante privato. Nel ’23 il giovane D’Arrigo divenne presidente dell’Azione Cattolica, dove conobbe Luigi Sturzo, a cui ideologicamente rimarrà legato per tutta la vita.
La sua militanza durò poco poiché i fascisti misero fine all’attività dell’organizzazione assaltando la sede, malmenando il suo presidente, facendogli bere il solito olio di ricino.
 
Da quel momento il professore divenne ufficialmente antifascista, e decise di non laurearsi, poiché durante l’esame di laurea era obbligatorio indossare la camicia nera. Continuò la sua attività di docente privato, fin quando fu denunciato e quindi costretto a formalizzare la propria posizione accademica. Durante la seduta di laurea anziché indossare la tradizionale casacca del regime, mise un panno nero che la moglie utilizzava per stirare i panni. Fece un grande foro e se lo infilò come se fosse un poncho messicano. Al ritorno preso da uno scatto d’ira, si tolse il tessuto e prendendolo a morsi lo ridusse a brandelli.

La delegazione inglese bussò alla porta, fu lo stesso professore ad aprire, visto che la moglie era intenta ad accudire i loro cinque figli. “Buon giorno professore – esclamò il militare in un discreto italiano – sono il colonnello French, e a nome dell’esercito inglese le porgo i saluti”. Il professore restò decisamente perplesso, ma anche un po’ imbarazzato, poiché l’appartamento era in disordine. I bambini giocavano facendo un fracasso infernale. Per di più nessun salotto da ricevimento era appropriato per accogliere il capo dell’alto comando alleato, poiché alcune stanze erano state lesionate dalle bombe cadute attorno all’abitazione.

In effetti quella casa aveva una storia tutta particolare. Era una residenza enorme. Un lungo corridoio di quaranta metri, che praticamente univa due appartamenti, faceva da passaggio a tre immensi saloni e a diverse camere da letto, a cui si aggiungevano due complessi cucine poste agli estremi. Durante i bombardamenti degli alleati i saloni vennero tutti distrutti. Bombardamenti che in teoria non avrebbero dovuto effettuarsi, poiché davanti al palazzo vi era l’ospizio di beneficenza Asilo Sant’Agata, tutelato dal Vaticano. Per tal motivo doveva essere in vigore il divieto di scaricare ordigni attorno a quell’area. Infatti i tetti dell’ospizio erano ricoperti da bande bianche e gialle, i colori del Vaticano appunto. Ma da informazioni dell’intelligence gli americani sapevano che dietro quei simboli si nascondeva un comando nazista. Così fecero fuoco coinvolgendo i palazzi adiacenti.

Il professore chiamò la moglie e la presentò all’ufficiale. “Deve scusarci caro colonnello – disse la consorte – ma sa questa è l’unica sta che le bombe ci hanno risparmiato”. Era il salottino piccolo, in stile Luigi XV. Una grande libreria a muro sovrastava il divano in noce scolpito mano e coperto da un panno rosso in fustagno. French si avvicinò alla biblioteca soffermandosi innanzi a dei testi di Proust. Uno in particolare destò la sua attenzione, e col proverbiale snobbismo inglese esclamò: “Vedo che lei possiede la Bibbia d’Amiens… Se mi permette l’appunto, caro professore, questo libro è stato semplicemente tradotto da Proust ma appartiene al nostro John Ruskin… Mi chiedo come mai lo ha inserito tra i testi francesi?” “Colonnello – rispose D’Arrigo –quel testo è stato tradotto dall’autore di Alla ricerca del tempo perduto. Lei crede davvero che altrimenti il suo Ruskin sarebbe oggi conosciuto?” il colonnello tacque, del resto aveva voluto sfidare un intellettuale sul suo terreno.
 
“Prego, si accomodi – sdrammatizzò la padrona di casa – si sieda su divano vicino ai suoi uomini”.
“La sua gentilezza mi onora” rispose French.
“Posso offrirle qualcosa signor colonnello?”
“Grazie signora non si scomodi”.
“Forse i suoi uomini non hanno mai bevuto il nostro latte di mandorla… e lei signor colonnello lo ha mai assaggiato?
“No signora, ma mi hanno detto che è una delle cose più buone della vostra terra”.
“Allora deve per forza assaggiarne un po’”.

La tensione calò immediatamente grazie all’intervento della padrona di casa. Il professore guardò il gentiluomo inglese e non poté fare a meno d’interrogarlo.
“Mi perdoni signor colonnello, ma lei come mi conosce?”
“Ha ragione professore, forse avrei dovuto presentarmi in modo diverso. Io sono a capo dell’alto comando alleato distanza in città. Il nostro compito è quello di ricostruire il sistema istituzionale. Di lei sappiamo tutto. Sappiamo che è stato un autentico antifascista, sappiamo che ha diretto l’Azione Cattolica, sappiamo che è accreditato in Vaticano…”
Un certo stupore coprì il volto di D’Arrigo che nel frattempo era stato raggiunto dalla moglie che teneva un vassoio d’argento tra le mani, in cui erano adagiati dei bicchieri colmi di latte di mandorla.

“Le proponiamo, caro professore D’Arrigo, di entrare a far parte del CLN, come esponente delle forze cattoliche.”
“E perché proprio io?”
“Ma professore lei è uno dei personaggi più rappresentativi di questa città. Lei è un intellettuale che ha avuto un ruolo attivo nella crescita di questo territorio. Per noi lei è un personaggio affidabile…”
“Potrei sapere quali sono i vostri piani?”
“Come lei saprà abbiamo già nominato il nuovo sindaco, il marchese di San Germano, persona rispettabilissima che appartiene ad una famiglia di antiche tradizioni istituzionali… La cosa per noi importante che a uomini come lei sia affidato il compito di far rinascere questa città…”
“Ma io non ho nulla a che fare col marchese di San Germano...”
“Sappiamo che la sua è un'altra estrazione, ma il suo impegno nelle forze cattoliche di questo paese è per noi una garanzia di affidabilità. In questo momento è assolutamente fondamentale l'affidabilità istituzionale, al contrario di certi indipendentisti di cui non abbiamo fiducia...”