Il progetto No Borders News si è sviluppato tra il 2016 e il 2017, presso il Centro Interculturale Zonarelli di Bologna.

Tra cronache e racconto

E’ stato un progetto sperimentale che ha voluto misurare le potenzialità di persone e gruppi, dentro il Centro stesso, relativamente alla possibilità di professionalizzare il racconto e le cronache sulle comunità stesse e sui loro paesi d’origine. Si sono individuate alcune realtà, come quelle delle comunità eritrea, peruviana, etiope, attraverso cui si sono sperimentate forme di racconto incrociando storie e cronaca.

Realtà queste che troppo spesso vengono raccontate dai media di massa italiani in modo parziale, determinando incomprensione, razzismo e xenofobia. Il focus è legato al racconto di chi vive sul territorio bolognese, ripartendo però dai paesi d’origine, poiché difficilmente può esserci consapevolezza di chi siano i cosiddetti “nuovi cittadini” e i migranti in generale se non si conosce cosa succede nei paesi da cui provengono.

Una Community Media per riappropriarsi del senso

La necessità  che i “produttori di giornalismo siano i migranti/rifugiati” è oggi un bisogno sempre più impellente nel quadro dei processi di manipolazione della realtà operati dai media mainstream. In tal senso, lo sviluppo delle tecnologie informatiche insieme alla nascita dei social networks ha consentito la ridefinizione del sistema di produzione delle informazioni, avvicinandosi sempre di più al significato originario: il valore pubblico delle notizie.

La possibilità che siano i cittadini migranti stessi a ridare al giornalismo il suo contenuto di senso originario può permettere la nascita di Community Media che agiscono sul territorio, trasformando il giornalista in volontario della comunicazione. L’informazione diventa azione, proponendosi con differenti forme di coinvolgimento e partecipazione collettiva. Il piano di produzione delle notizie, che abbiano valore pubblico, si può incrociare con quello della partecipazione.

Il giornalismo di cittadinanza

Ma c’è anche un discorso identitario su cui fa leva il giornalismo di cittadinanza, relativamente alla dialettica fra sé e l’altro da sé. Nella dimensione dell’altro si gioca la rappresentazione dell’alterità culturale e politica, intesa nel senso ampio del termine, laddove l’alterità, dai media maintream, viene rappresentata come qualcosa di estraneo da sé, di cui diffidare.

Nella realtà sappiamo che invece le “differenze etniche” stanno arricchendo i paesi europei sia in termini demografici che culturali che anche rispetto ai processi produttivi. In tal senso il valore pubblico delle notizie viene disatteso dai media commerciali.

La necessità insomma di raccontare la realtà attraverso altre rappresentazioni sociali, altri ordini del giorno, in termini giornalistici altre gerarchie delle notizie, consente di raccontare la realtà vera dei nostri territori, traghettando il consumo di informazioni verso esperienze su cui queste si possono canalizzare.

 

La testata diventa attore sociale

Siamo di fronte ormai a nuove pratiche produttive, che possono e devono essere implementate, a garanzia di una società pienamente democratica, proprio attraverso le nuove generazioni di migranti e rifugiati. Anche perché questo processo, ormai in essere attraverso internet e i social media, produce il dissolvimento del confine tra produzione e consumo di notizie e consente a quest’ultimo di proporsi come pratica sociale nella produzione di senso.

Ma l’elemento ancora più decisivo di questa trasformazione dei significati, attraverso altre rappresentazioni, è spendibile soprattutto nell’integrazione tra le differenze culturali, etniche, sociali ecc…

Se il trattamento delle notizie, con forte connotazione della loro natura pubblica, consente al sensazionalismo di essere sostituito dalla sobrietà e alla manipolazione dall’indipendenza, c’è anche da dire che questo implica il ricorso a fonti dirette, fonti che provengono dal basso. Queste diventano il grimaldello per scardinare appunto sensazionalismo e manipolazione, ricodificando la mappa sociale della comunicazione giornalistica, trasformando la testata in attore sociale. Sensibilizzazione dell’opinione pubblica e partecipazione seguiranno quasi meccanicamente, costituendo il senso del discorso pubblico.

 

https://nobordersnewsproject.wordpress.com/

Sulla comunità eritrea

La denuncia dei giovani democratici eritrei di Bologna e’ forte: la dittatura sta uccidendo i nostri fratelli!

di Marco Marano

Bologna, 11 aprile 2016 – E’ un sabato pomeriggio uggioso a Bologna, piove ad intermittenza, ma i ragazzi del Coordinamento Eritrea Democratica, non sono affatto scoraggiati. Su facebook rilanciano l’invito alla manifestazione. Del resto quello che è successo la settimana prima, nei pressi di Asmara, la capitale dell’Eritrea, è davvero terribile. “Bisogna denunciare le atrocità della dittatura, denunciare a tutti i costi!” Ecco come lo raccontano: “Una domenica ad Asmara. Un convoglio di soldati trasporta diverse reclute destinate al servizio militare a vita e in pratica ai lavori forzati. Le giovani reclute arrivano dai campi di addestramento e sono dirette ad Assab, dove saranno obbligati a lavorare come operai. Pochi minuti per tentare di sottrarsi a un destino di violenza, di obbedienza e di sfruttamento. I giovani disertori saltano giù dal convoglio e vengono prontamente uccisi a fucilate, assieme a un numero imprecisato di civili, dai soldati sul convoglio, che avendo ricevuto istruzioni di non fermarsi per nessuna ragione, continuano per la loro strada.”

In una manifestazione di protesta a Bologna per l’ennesima strage compiuta dai militari eritrei contro dei giovani in fuga, si chiede a gran voce la solidarietà dei popoli e la condanna dei governi europei.

Quella eritrea è una dittatura spietata, la più spietata al mondo, insieme a quella coreana del nord a sentire il rapporto dell’Onu, pubblicato lo scorso anno. Nel rapporto si parla di sistematiche e diffuse violazioni dei diritti umani, con un governo totalitario che agisce senza preoccuparsi di violare le proprie stesse leggi, poiché non c’è nessuno a cui deve e può rendere conto. Del resto il suo presidente, Isaias Afewerki è al potere dal 1993, da quando cioè l’Eritrea ottenne l’indipendenza dall’Etiopia, dopo trent’anni di guerra civile. Già la guerra…

Ci fu una parentesi tra il ’98 ed il 2000 nel conflitto con l’Etiopia, per una questione di confini, che portò alla morte quasi ventimila giovani. Poi, tramite un arbitrato internazionale, l’accordo di Algeri, furono le Nazioni Unite a definire i confini. Ma questa storia sembra non avere spazio nè tempo, poiché l’instabilità tra i due paesi pare essere una scusa per tenere la popolazione eritrea in un continuo stato d’allarme… Ed è questo uno dei motivi che spiegano l’altro elemento caratterizzante di questa dittatura spietata: la leva illimitata… Cioè a dire, un giovane che presta il servizio militare è obbligato a farlo a tempo intedeterminato. Ecco perché la diaspora eritrea continua negli anni. Ecco perchè i giovani fuggono da un destino che uccide la loro anima prima che il loro corpo.

“Noi scappiamo – urla Abrham, uno dei promotori della manifestazione, dal suo megafono – perché nel nostro paese non c’è la libertà, non abbiamo la possibilità di vivere, l’unica possibilità è fare il servizio militare per tutta la tua vita, senza essere pagato, senza diritti. Noi siamo giovani e vogliamo un futuro come tutti gli altri giovani. Ed è per questo che moriamo. Si muore a Lampedusa, si muore nel deserto. Ma questi ragazzi invece sono morti ad Asmara, nella nostra capitale…”

Ma cosa significa oggi vivere in Eritrea? Dal rapporto ONU leggiamo del modo in cui il dittatore ha costruito un sistema sociale del terrore, del tutto simile a quello della Germania dell’Est, ma potremmo dire anche a quello della Romania di Ceaușescu. Dando per scontato l’annientamento di qualsiasi forma di opposizione politica, con arresti arbitrari, sparizioni, giustizia sommaria… Ma l’elemento che rende tutto più atroce è il controllo sociale. Qualsiasi aspetto della vita viene messo sotto la lente d’ingrandimento, grazie ad un sistema di delazione diffusa, che porta anche coloro che non compiono nessun reato ad entrare in un sistema tale che li potrebbe portare ad essere condannati ai lavori forzati. Molti cittadini eritrei, che risiedono in patria, hanno la costante sensazione di essere controllati… La fuga diventa per chi è giovane l’unica soluzione possibile, ma come abbiamo visto, arrivare vivo in un paese europeo non è una cosa semplice. Prima devi riuscire ad oltrepassare i confini, perché se ti beccano ti sparano senza pensarci due volte. Poi c’è il deserto, poi c’è il mare, poi c’è l’Europa che issa i muri…

La cosa ancora più stupefacente è il modo in cui il controllo sociale viene gestito anche all’estero, fuori dai confini. Sono due la dinamiche. A spiegarcele è Selam Guesh, del Coordinamento bolognese Eritrea Democratica, naturalizzata italiana, poichè con la doppia cittadinanza: “In una città come Bologna, dove la comunità eritrea è molto importante, ci sono organizzazioni strutturate, sottoforma di associazioni ad esempio, che sono direttamente legate ai consolati o alle ambasciate… Ovviamente sanno tutto di noi, se vengono alle nostre manifestazioni noi li riconosciamo… Quando organizzarono al Parco Nord un festival filo-governativo, siamo andati a contestarli, e sono venuti eritrei di mezza Europa… Fortunatamente le nostre proteste hanno sortito un effetto positivo perché i giornali ne hanno parlato ed il Comune di Bologna si è impegnato a non concedere più spazi pubblici per queste iniziative…”

A Bologna, nel settembre del 2012 ci fu un evento che la dice lunga sul controllo sociale eritreo in questa città. Un incontro organizzato dall’Eritrean youth solidarity for change, dal titolo “Eritrea tra passato e nuove speranze – Fuga da una prigione a cielo aperto”, fu interrotto da una sessantina di persone sostenitori della dittatura, che inneggiarono slogan contro i presenti, con insulti e intimidazioni. Questo perchè, a quello che sembra di capire, la comunità eritrea di Bologna è tradizionalmente filo-governativa. C’è del paradosso in questo, poiché i ragazzi di Eritrea Democratica devono combattere una battaglia culturale, quando non si tratta di intimidazioni dirette, persino in un paese europeo come l’Italia, dove la separazione dei poteri garantisce uno stato di diritto, di cui chi appoggia le dittature ne gode. “Ci sono molti giovani – continua Selam – che non prendono posizione, forse perché hanno paura, forse perché i loro genitori lo impediscono”. Quello sottolineato da Selam sembra un altro paradosso, perché foraggiare, anche col silenzio una dittatura, ma vivere in un sistema dove la libertà viene garantita sembra un segno dei tempi…

Ma esiste un altro metodo di esercizio del controllo sociale. Ancora Selam: “Il governo eritreo obbliga gli emigrati al pagamento di una tassa del due per cento sul reddito. E sei costretto a pagare perché viceversa non puoi rinnovare i documenti, come qualsiasi atto giuridico che debba passare dall’ambasciata o dal consolato. Poi chi ha parenti, se non paghi, non potrà più vederli perché non ti fanno varcare i confini, per cui questa diventa una forma di sottomissione…” C’è anche da dire che il mancato pagamento di questa tassa si traduce poi in ritorsioni nei confronti dei familiari in patria, nel ricevere dall’estero merci e cibo, al punto da ledere la libertà personale nei paesi europei, poiché la rete diplomatica all’estero è riuscita a creare sistemi di controllo per impedire che questa tassa venga evasa.

E qui si apre un’altro tema, quello che riguarda i rapporti tra i governi europei ed il regime autoritario eritreo. Da un lato viene concessa ormai d’ufficio, quando le persone riescono ad arrivare vive in Europa, la protezione internazionale, essendo l’Eritrea considerato un paese “non sicuro”, dall’altro molte dinamiche relative al controllo sociale dentro l’Europa, non vengono neanche stigmatizzate. Siid, un’altro attivista del Coordinamento Eritrea Democratica, dal megafono della manifestazione di sabato scorso sttolinea un aspetto inquietante: “Subito dopo la morte degli undici ragazzi ad Asmara, l’Europa ha firmato un accordo, per finanziare la dittatura eritrea con 175 milioni di euro in cambio della soppressione dei rifugiati… Non possiamo accettare questi doppi giochi. Le persone stanno morendo ogni giorno. Cinquemila giovani stanno uscendo da quel paese ogni mese. E’ stata prolungata di un altro anno l’inchiesta dell’Onu per indagare sui crimini contro l’umanità, e arriverà a giugno a pronunciarsi. Se a giugno verranno accertati i crimini contro l’umanità, questo governo deve pagare…! E voglio vedere i governanti europei che hanno dato una mano a questo governo cosa diranno…”

 

I due popoli eritrei nel giorno della festa nazionale

Il 24 maggio vi è stata la festa d‘indipendenza dell’Eritrea dall’Etiopia. Le comunità eritree, sparse in tutta Europa, figlie della diaspora, hanno festeggiato con due modalità differenti: da un lato coloro che caldeggiano il governo autoritario e dall’altro i dissidenti.

Redazione

Bologna, 25 maggio 2016 – Sono due pezzi di popolo che nelle città europee si contrappongono. I lealisti alla dittatura vivono in silenzio, un pò nascosti, su una linea di confine tra leggi del luogo e collegamenti col regime. Gli altri, i dissidenti, i rifugiati, gli oppositori alla dittatura di Isaias Afewerki insomma, cercano di fare sentire la loro voce, di denunciare la violazione dei diritti umani nel loro paese.

Un rapporto dell’ONU del giugno 2015 rilevava i caratteri totalitari del regime eritreo, dove da ventidue anni vi è al potere lo stesso uomo, senza mai indire elezioni. Non esiste possibilità di entrare nel paese da parte delle delegazioni delle Nazioni Unite per monitorare la situazione, ma neanche dagli organi di stampa. Dice il rapporto ONU: «pervasivo sistema di sorveglianza e spionaggio che colpisce gli individui dentro e fuori dal paese. Vivendo nella costante paura di essere monitorati e temendo di essere arrestati, torturati, fatti sparire e uccisi, gli eritrei si autocensurano in molti aspetti della vita».

Alla fine del 2015 la Commissione Europea aveva stanziato 200 milioni di euro all’Eritrea, con l’intento di ridurre la povertà e sostenere la popolazione, dando nuove opportunità di lavoro e migliorando le condizioni di vita. Il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione, indirizzata verso la Commissione Europea, in cui si evidenzia in Eritrea l’assenza dello stato di diritto, della libertà di stampa e delle libertà fondamentali.

Nella risoluzione si chiede che venga messo fine al servizio militare permanente, da ridurre a 18 mesi al massimo, si critica l’impunità sugli abusi sessuali, e la pratica illegale della tassa del due per cento sui redditi di chi vive fuori dai confini del paese. Il Parlamento Europeo ha chiesto inoltre di avere garanzie dal governo eritreo nell’attuare riforme democratiche che garantiscano i diritti umani, prima di destinare fondi che in questo modo non andrebbero al popolo ma ad una dittatura.

Il 24 giugno si riunirà a Ginevra la Commissione ONU per la seconda volta, dopo quella dello scorso anno, per esaminare ancora la situazione dei diritti umani nel paese…

Amnesty International, gli affari europei e la salvaguardia dei diritti umani tra Libia ed Eritrea

Da un lato c’è il progetto dell’Unione Europea di cooperare con la Libia sull’immigrazione, rischiando di alimentare le violenze contro i migranti… Dall’altro c’è il Migration Compact che si propone di sostenere economicamente i paesi africani da cui si fugge, finanziando regimi autoritari e corrotti. Ma come funziona il rilevamento dei diritti umani nei paesi autoritari?

 

di Marco Marano

 

Bologna, 17 giugno 2016 – La denuncia di Amnesty International arriva forte e chiara: «Il Progetto Dell’Unione Europea di cooperare più strettamente con la Libia in materia d’immigrazione rischia di favorire i maltrattamenti e la detenzione di un indeterminato tempo, in terribili Condizioni, di migliaia di migranti e di Rifugiati.» L’indagine svolta durante il mese di maggio ricostruisce, attraverso le testimonianze di 90 persone, tra cui una ventina di rifugiati, la sconcertante situazione nel Mediterraneo. Le motovedette libiche, che l’Europa vorrebbe potenziare, riportano indietro i rifugiati intercettati nei gommoni. Una volta in Libia, questi vengono trasferiti nei centri di detenzione, dove subiscono torture e stupri. Ancora una volta l’Europa pianifica una strategia miope, calpestando i diritti umani, che viceversa dovrebbe salvaguardare.

La medesima cosa si sta profilando con il migration compact, programma promosso dall’Italia e accolto dalla Commissione Europea, che ha come finalità quella di finanziare in modo stabile quei paesi africani, da cui le persone scappano, con l’idea di poter creare lì lo sviluppo economico. E’ la filosofia dell’aiutiamoli a casa loro, che però non tiene conto del fatto che paesi come la Nigeria, l’Etiopia, l’Eritrea, la Somalia hanno sistemi politici corrotti e autoritari… Da lì la gente scappa proprio perché, quando va bene, le classi dirigenti saccheggiano le casse dello stato affamando il popolo e, quando va male, ci si trova davanti a regimi violenti e autoritari…

Cerchiamo allora di capire come si sviluppa il lavoro di Amnesty International nell’individuare la lesione dei diritti umani nei paesi del mondo, considerando che il Mediterraneo si è trasformato in questi anni oltre che in un cimitero in un muro naturale, in perfetta linea con la tendenza del momento storico che stiamo vivendo. Sappiamo che l’azione di intercettazione e strutturazione delle informazioni, elaborate attraverso report annuali, è alla base della sua attività di denuncia e questo porta molti regimi a strumentalizzare questa azione, dandogli spesso una connotazione politica, cosa che non è nella realtà. Jonathan Mastellari lavora nel gruppo bolognese dell’organizzazione: «Amnesty International non può prendere una posizione politica contro una dittatura che sia aperta o meno, ma analizza la situazione dei diritti umani… All’interno del report annuale pubblica la determinata situazione legata alla violazione. Per essere più specifici possiamo dire che vi è un organo a livello nazionale che si occupa di analizzare, sensibilizzare e diffondere materiali all’interno dei propri gruppi di lavoro, presenti in ogni città o provincia.»

La strutturazione delle informazioni ha una sua definizione organizzativa che si avvale di una serie di incroci legati al lavoro dei ricercatori che possono essere utilizzati a seconda delle caratteristiche del paese studiato o anche della situazione specifica osservata. «Si cerca di lavorare il più possibile – continua Jonathan – con dei ricercatori che spesso non sono persone originarie del paese in questione. Diventa difficile, all’interno di sistemi politici non stabili, riuscire a trovare ricercatori che riescano a mantenere equilibrio sulle opinioni… E’ per questo che spesso si lavora anche con altre ONG come Human Rights Watch per la raccolta dei dati. Visto che per tutti le informazioni sono difficili da reperire, unendo le forze, cerchiamo di produrre report qualitativamente il più possibile completi.»

In tal senso, il caso che in questi mesi è balzato alle cronache è quello dell’Eritrea, dove è vietato l’accesso alle ONG e agli organi di stampa, l’unico network che ultimamente è riuscito a fare un reportage è stato France24.

L’8 giugno di quest’anno Mike Smith, Chairman della Commissione d’inchiesta dell’ONU sui diritti umani in Eritrea, in una conferenza stampa, ha presentato l’ultimo rapporto sulle diffuse e sistematiche violazioni in questo paese. Ha divulgato alcuni dati che fanno riflettere, il primo dei quali riguarda il numero di persone ridotte in schiavitù, prevalentemente, ma non soltanto, a causa del servizio militare permanente: si aggirano in una forbice tra le 300mila e le 400mila unità. Così a dichiarato Mike Smith: “I crimini di schiavitù, prigionia, sparizioni forzate, torture, persecuzioni, stupri, omicidi e altri atti inumani sono stati commessi nell’ambito di una campagna sistematica contro la popolazione civile dal 1991… Sono i funzionari, ai più alti livelli dello Stato, ad avere la responsabilità dei crimini contro l’umanità. La Commissione ha raccolto prove su un certo numero di questi che verranno messe a disposizione, al momento opportuno, delle istituzioni interessate, tra cui i tribunali.” 

L’altro dato fornito dal funzionario dell’ONU riguarda il numero di eritrei che hanno attraversato il Mediterraneo incolumi e hanno fatto domanda di asilo: 47.025 nel 2015. «Per ciò che concerne l’Eritrea, dato che nessuna ONG riesce ad entrare, – prosegue Jonathan – Amnesty International fa ricerca con quelle che sono le associazioni che lavorano sul territorio, anche se non sono registrate, e che al tempo stesso non sono apertamente contro la dittatura. Oppure si cerca di lavorare con eritrei che risiedono fuori dal paese…»

Quello dell’Eritrea può essere considerato una sorta di case study nell’ambito dei paesi africani, soprattutto per ciò che concerne i finanziamenti da parte dell’Europa che arrivano nelle mani di quel regime, descritto a tinte fosche dall’Onu. Perché il migration compct non è il solo progetto di erogazione di denaro ma solo l’ultimo: dal Fondo di Sviluppo Europeo, attraverso cui sono stati destinati 312 milioni di euro, fino al 2020, e che l’anno passato ha fatto infuriare Reporter Senza Frontiere, visti il numero di giornalisti imprigionati, fino ai 200 milioni stanziati a fine 2015 dalla Commissione Europea per ridurre la povertà, iniziativa censurata da una risoluzione dello stesso Parlamento europeo.

In un modo o nell’altro tutti gli autocrati africani, ben che vada, affamano il loro popolo per far arricchire le loro famiglie, investendo il bottino in operazioni offshore, come è emerso dallo scandalo Panama Papers, che ha coinvolto gran parte della classe dirigente africana. « Secondo il mio personalissimo parere – sottolinea Jonathan – chi appoggia economicamente determinati regimi ha probabilmente dei doppi fini… C’è da dire che al di là della convenienza ad investire risorse in questo o quel paese, queste non rispondono ai bisogni della popolazione, ma restano nelle mani delle classi alte della società… Cioè quello che arriva ai piani alti non passa ai piani bassi…»

Così, non deve stupire vedere i dittatori, gli autocrati, i presidenti corrotti del continente africano che stringono mani ai capi di stato e di governo europei, come ai rappresentanti della Commissione o del Parlamento Europeo. Sembra un gioco delle parti dove ognuno ha un suo posizionamento che, rispetto al punto di osservazione dell’opinione pubblica, diventa incomprensibile. Eppure da un lato questi paesi, come nel caso dell’Eritrea, vengono considerati non sicuri, quindi viene concessa quasi automaticamente la protezione internazionale, dall’altro vengono accolti come partner nel grande gioco della politica internazionale. « Pensiamo a paesi come l’Italia, in rapporto all’Etiopia, l’Eritrea e la Somalia, – conclude Jonathan – e ricordiamoci che queste sono state nostre colonie, quindi bisogna andarci per forza d’accordo… Poi, per ciò che concerne gli altri paesi europei, sicuramente in ballo ci sono equilibri da mantenere per la posizione del paese. La Somalia, ad esempio, può diventare pericolosa per ciò che concerne il terrorismo… Infine c’è anche da dire che se una dittatura non arriva al grande pubblico attraverso i giornali o i telegiornali, questo può fare gioco. Se l’Eritrea fosse un paese che si riuscisse a vendere sui giornali, facendo notizia sulla situazione dei diritti umani, forse i politici avrebbero un altro tipo di approccio…»

SCHEDA - Il caso Eritrea: tassa sulla diaspora

Questo report, redatto nel settembre 2015, è tratto dal “Country Information and Guidance – Eritrea: Illegal Exit”, un rapporto elaborato da un organismo indipendente del governo inglese, “Independent Advisory Group on Country Information”, che ha lo scopo di monitorare l’ambito dei diritti umani riguardanti i paesi d’origine dei richiedenti asilo. Qui viene spiegato efficacemente come il governo eritreo impone una tassa sui redditi a propri cittadini che lavorano all’estero.

A cura di Irene Rizzoli

 

La richiesta

Agli Eritrei che vivono all’estero viene richiesto di pagare un’imposta sul reddito derivante dai guadagni delle loro attività lavorative in un altro Paese. La somma calcolata ad un tasso fisso del 2%. È stata stabilita al di fuori della legge.

Il pagamento o mancato pagamento

Un rapporto del “Newstatesman”, datato 5 giugno 2013, riguardante la tassa sulle entrate che gli Eritrei devono pagare, dichiara: “Il governo britannico sta ignorando le minacce e le pretese perpetrate dal governo eritreo a danno dei propri compatrioti e compatriote che vivono nel Regno Unito. La comunità eritrea presente in Gran Bretagna affronta un’implacabile campagna per il pagamento delle tasse sia al governo eritreo sia alle sue forze armate sulle entrate percepite in Gran Bretagna. Un rapporto delle Nazioni Unite in aggiunta ai documenti della comunità in diaspora nel Regno Unito fornisce prove delle attività intraprese dagli agenti dello Stato eritreo, molte delle quali vengono messe in atto dalla loro ambasciata a Londra. Questo avviene nonostante l’apparente supporto britannico ad azioni volte a porre fine a questa estorsione, e le garanzie da parte del Ministero degli Esteri rispetto a provvedimenti tesi a sradicare tale pratica… In assenza di prove che una tassa del 2% sia stata pagata, non esiste la possibilità di rinnovare il passaporto, di ottenere l’emissione del visto, di praticare attività commerciali e di inviare denaro ai parenti. (43)

Nel giugno 2015 il giornale “The Guardian” ha denunciato che “la Polizia Metropolitana sta esaminando le accuse attraverso cui l’ambasciata eritrea a Londra utilizzerebbe illegalmente una discutibile tassa sulla diaspora per punire e controllare gli Eritrei che vivono nel Regno Unito. (44)

Il Rapporto EASO (Ufficio Europeo di Sostegno all’Asilo) ha rilevato che “le autorità eritree affermano che le persone che hanno lasciato il Paese illegalmente possono ritornarvi senza timore di subire punizioni dopo aver pagato la tassa sulla diaspora e firmato un modulo nel quale dichiarano il proprio pentimento, mentre potrebbero in realtà essere mandati ad un corso di addestramento della durata di sei settimane per rafforzare i loro sentimenti patriottici”. (45)

La stessa fonte evidenzia inoltre che “Secondo recenti osservazioni, tuttavia, è stato apparentemente possibile per gli esuli eritrei tornare in patria per le vacanze e fare visita ai familiari senza subire alcuna conseguenza. Per raggiungere questo obiettivo, gli eritrei hanno bisogno di rieducarsi “faccia a faccia” con il loro Stato, pagando la tassa sulla diaspora (conosciuta anche come “tassa per la ricostruzione”, “tassa del 2%”) e sottoscrivendo una lettera di scuse, oltre ad astenersi da qualsiasi attività antigovernativa mentre si trovano all’estero.

Queste misure non forniscono comunque alcuna garanzia rispetto al verificarsi di azioni punitive; firmare la lettera di scuse implica il dichiararsi colpevole in maniera diretta per aver commesso un reato ed affermare la propria intenzione di accettare la relativa punizione. È importante notare che la maggior parte di coloro che sono tornati in Eritrea ha solamente visitato il Paese piuttosto che ritrasferirvisi definitivamente. (46)

Il Rapporto della Commissione d’Inchiesta delle Nazioni Unite ha dichiarato che: “Molti eritrei non dispongono più di un passaporto eritreo, che viene rilasciato soltanto in seguito al pagamento della tassa per il reinserimento, riscossa tramite le rappresentanze diplomatiche eritree all’estero. Il Governo ha istituito la tassa riscossa sulle entrate percepite all’estero dai propri cittadini, sostenendo di poter affermare il proprio legittimo diritto di imporre le tasse ai cittadini. (47)

Tuttavia, il Rapporto continua affermando che: “Per assicurarsi il pagamento della tassa, il Governo eritreo utilizza metodi che sono stati considerati illeciti dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”. (48)

“La Commissione ha ottenuto informazioni secondo cui uno dei metodi di coercizione usato dal Governo eritreo per costringere i membri della diaspora a pagare la tassa del 2% è la negazione dell’accesso ai servizi consolari di base, che compromette profondamente il godimento del diritto alla libertà di movimento del popolo. Mentre agli Eritrei che vivono all’estero viene richiesto di fornire le prove del pagamento dell’imposta per ottenere il passaporto e il rinnovo dei documenti di viaggio, il mancato pagamento comporta il rischio di arresto e detenzione per coloro che tornano in patria…”.

Per di più, oltre al pagamento della tassa, gli Eritrei che hanno lasciato il Paese illegalmente devono firmare un “modulo di richiesta per i Servizi dell’immigrazione e della cittadinanza” per regolarizzare la loro situazione prima che possano richiedere servizi consolari. Firmando tale documento, le persone riconoscono di essere “dispiaciuti per aver commesso un reato che consiste nel non aver completato il servizio nazionale” e “pronti ad accettare una punizione appropriata a tempo debito”. (49)

Le decisioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

La tassa sulla diaspora è stata condannata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU (UNSC) poiché costituisce una violazione delle disposizioni 1844 (2008), 1862 (2009) e 1907 (2009) del Consiglio di Sicurezza. L’UNSC ha deciso che tali pratiche debbano cessare. (50)

La stessa risoluzione ha stabilito che anche lo Stato eritreo debba smettere di utilizzare metodi quali estorsione, minacce di violenza, frode ed altri mezzi illeciti per riscuotere tasse al di fuori del suo territorio nei confronti dei suoi cittadini o di eritrei di seconda generazione”. (51)

 

NOTE
43 ‘New Statesman’, ‘Britain leaves its Eritrean community at the mercy of government extortion’, 5
August 2013, http://www.newstatesman.com/international-politics/2013/08/britain-leaves-its-eritreancommunity-mercy-government-extortion.
Date accessed: 4 December 2014.
44 Guardian, Diaspora tax for Eritreans living in UK investigated by Metropolitan police, 2 June 2015,
http://www.theguardian.com/global-development/2015/jun/09/eritrea-diaspora-tax-uk-investigatedmetropolitan-police?CMP=share_btn_tw.
Date Accessed: 29 June 2015.
45 EASO Country of Origin Information report, Eritrea Country Focus, May 2015,
https://easo.europa.eu/wp-content/uploads/Eritrea-Report-Final.pdf (section 6.4.4). Date accessed: 16
June 2015.
46 EASO Country of Origin Information report, Eritrea Country Focus, May 2015,
https://easo.europa.eu/wp-content/uploads/Eritrea-Report-Final.pdf (section 3.8.2). Date accessed: 16
June 2015.
47 UN Human Rights Council, Report of the detailed findings of the Commission of Inquiry on Human
Rights in Eritrea, 5 June 2015,
http://www.ohchr.org/EN/HRBodies/HRC/CoIEritrea/Pages/ReportCoIEritrea.aspx, (para 440). Date
accessed: 16 June 2015.
48 UNHRC Commission of inquiry report, (para 440). Date accessed: 16 June 2015.
49 UNHRC Commission of inquiry report, (para 441-2). Date accessed: 16 June 2015.
50 United Nations Security Council, United Nations Security Council Resolution (‘UNSCR’) 2023
(2011), 5 December 2011. http://www.securitycouncilreport.org/atf/cf/%7B65BFCF9B-6D27-4E9C-
8CD3-CF6E4FF96FF9%7D/Somalia%20S%20RES%202023.pdf (paragraph 10). Date accessed: 10

Sulla comunità etiope

La voce dei cittadini etiopi a Bologna: fermate il massacro!

La prima manifestazione di protesta a Bologna dei cittadini etiopi residenti in Emilia Romagna, provenienti anche da Modena e Parma, ha mostrato i polsi incrociati per denunciare la brutalità del governo autoritario di  Hailemariam Desalegn, primo ministro in carica

 

di Marco Marano

 

Bologna, 15 novembre 2016 –  Quei polsi incrociati li aveva mostrati per primo l’atleta Feysa Lilesa durante le ultime olimpiadi. Da allora sono diventati il simbolo della protesta di tutti i cittadini etiopi del mondo contro l’attuale governo autoritario. Forse in quel momento, per la prima volta, ci si è interrogati su cosa sta succedendo in quel pezzo di Africa che fu colonia del regime fascista italiano. Anche perché è esattamente da un anno che Amnesty International e Human Rights Watch, le ONG per la difesa dei diritti umani, denunciano in modo sistematico la brutalità, con il picco di 800 morti, che sta usando sul suo popolo Hailemariam Desalegn, il capo del governo federale. Per questo migliaia di persone, soprattutto giovani, fuggono dal paese. Da inizio ottobre è stato istituito lo stato d’emergenza, con arresti di massa, limitazioni della libertà di stampa, chiusura di internet. Considerato che le forze di sicurezza sono direttamente sotto il comando del primo ministro, centinaia di persone sono trattenute all’interno di prigioni del tutto clandestine, poiché lì, a quanto sembra, possono più facilmente essere perpetrate le torture.

Selamawit è la promotrice della manifestazione che si è svolta domenica 13 novembre in piazza Ravegnana a Bologna. Sposata con un cittadino italiano, mamma di due figli è determinata a portare avanti la sua protesta per far sentire dall’Italia una voce libera in soccorso ai propri concittadini: «Da quando è in vigore lo stato d’emergenza, dopo le 18,00 la gente non  può più uscire di casa, le città sono praticamente bloccate. Chiunque, trovato a circolare, viene fermato, perquisito e arrestato. Durante la perquisizione la polizia controlla il telefono cellulare per vedere il tipo di contatti di quella persona».

Gli eventi che portano allo stato d’emergenza iniziano nel novembre del 2015, cioè quando Desalegn propone un nuovo piano urbanistico di Addis Abeba che prevede l’espropriazione di vaste terre agricole dentro la regione degli Oromo, per inglobarle in una macro-regione il cui polo avrebbe dovuto essere proprio la capitale. Questo ha generato delle forti proteste popolari, che hanno indotto il premier a ritirare il progetto urbanistico. «L’idea del regime – sottolinea Selamawit – è quella di dividere il paese in regioni separate, attraverso diversi livelli di sviluppo. Questo determinerebbe zone più ricche disunite da quelle più povere, che verrebbero lasciate in balia di se stesse».

Fu questa la strategia utilizzata fin dal 1991, cioè dalla fine della guerra civile, dal vecchio primo ministro Meles Zenawi, morto nel 2012, di cui Desalegn  ha preso l’eredità, iniziata proprio con la sua città: Tigray. Un’area su cui il vecchio presidente focalizzò le sue risorse, e da cui costruì una fitta rete di uomini a lui devoti nei posti chiave del sistema di potere. «In realtà questa città – continua Selamawit – è il centro delle dinamiche di regime, poiché i livelli più alti dell’establishment politico, diplomatico, finanziario, commerciale provengono proprio da lì. In tal senso questa città è quella che ha ricevuto negli anni uno straordinario processo di sviluppo economico, grazie al fatto che rappresenta il principale centro di potere del paese. E a Bologna c’è molta paura di esporsi poiché la maggior parte delle persone che risiede qui provengono da Tigray. Anche per questo si rifiutano di ammettere quello che sta accadendo nel nostro paese».

Sono queste le ragioni che spiegano il motivo per cui l’Etiopia è uno dei paesi più poveri del mondo, però la cosa strana è che negli ultimi anni ha registrato una crescita superiore ai paesi limitrofi, del 10 per cento, secondo la Banca mondiale. Considerato che due terzi della popolazione è analfabeta, i grattaceli, la nuova metropolitana e i grandi centri commerciali di Addis Abeba, sarebbero una contraddizione in termini se questi elementi non venissero contestualizzati allo scenario complessivo.

Ma quello dell’arricchimento di alcune regioni sulle altre è solo uno dei temi che investe l’Etiopia nel rapporto tra potere e cittadini. In realtà dietro vi è il tentativo della regione a cui fa riferimento Tigray, che rappresenta il 6 per cento della popolazione, di reprimere le istanze di libertà e sviluppo oltre che degli Oromo anche degli Amhara, che insieme rappresentano circa il 60 per cento dell’intera popolazione etiope. Per questa ragione anche dopo il ritiro del piano urbanistico di Addis Abeba, ambedue hanno continuato le manifestazioni di protesta per le strade del paese, per chiedere riforme al fine di migliorare le loro condizioni politiche, economiche e culturali. Per tutta risposta i leaders della comunità degli Amhara, nell’estate 2016, sono stati arrestati con l’accusa di svolgere attività criminali.

Da quel momento la repressione si è intensificata, centinaia di persone sono state arrestate clandestinamente, con la scusa da parte del governo che il dissenso fosse organizzato da fantomatici nemici stranieri, attivi sui social network, e come prassi di tutti i governi autoritari africani e mediorientali, gli oppositori sono stati connotati come terroristi con l’obiettivo di destabilizzare il paese. Così è stata respinta la richiesta di accogliere osservatori ONU per verificare la situazione degli abusi della polizia e dell’esercito. Leggiamo la motivazione ufficiale: «Non sono necessarie nuove presenze straniere in precise zone del paese, dal momento che l’Onu ha un cospicuo numero di caschi blu in Etiopia. Sarà il governo stesso ad avviare una propria inchiesta per stabilire se la polizia abbia fatto ricorso a un uso eccessivo della forza».

Il viso di Selamawit si tinge di rabbia e sofferenza, non riesce più a sopportare il martirio che il paese dove è nata sta subendo, la sua voglia di riscatto per l’Etiopia ormai è dichiarata e non c’è niente e nessuno che possa farle cambiare idea. Sente di doversi impegnare, mentre il marito le sta accanto con dolcezza, in questo suo dolore infinito: «Stanno rastrellando le abitazioni private, casa per casa, in modo capillare, in cerca di armi. Hanno staccato le parabole per lasciare i cittadini senza informazioni. Per chi si rifiuta di togliere le parabole, ci pensa la polizia ad eliminarle».

L’uso della forza per far tacere il dissenso non è sicuramente legato alle proteste degli Oromo e degli Amhara. Le stesse elezioni del maggio 2015 ne rappresentano un incubatore. Sono andati a votare 36 su 94 milioni di etiopi, nelle prime elezioni dopo la morte nel 2012di Meles Zenawi. La coalizione al potere del primo ministro Hailemariam Desalegn ha ottenuto 546 seggi su 547, cosa tecnicamente impossibile in un paese dove le dinamiche democratiche fossero regolari. C’è da dire che l’Ethiopian people’s revolutionary democratic front (Eprdf), il partito dei due presidenti che si sono succeduti, avevano al loro fianco altre 55 formazioni politiche fantasma, finalizzate a diluire il voto, dando la percezione che l’offerta elettorale fosse varia.

Gli unici due partiti di opposizione, afferenti alla sfera del centro-sinistra, Medrek e Semayawi, sia prima che dopo le elezioni sono stati a dir poco perseguitati. Ecco come il rapporto di Amnesty International del 2015 spiegava la situazione: “Le elezioni generali di maggio si sono svolte in un contesto di misure repressive nei confronti della società civile, dei mezzi d’informazione e dell’opposizione politica, facendo tra l’altro uso eccessivo della forza contro manifestanti pacifici, disturbando le campagne dell’opposizione politica e i loro osservatori incaricati di seguire le operazioni di voto”. E ancora: “Quattro tra membri e leader d’opposizione sono stati uccisi dopo le elezioni. Samuel Aweke, fondatore del partito Semayawi, è stato trovato morto il 15 giugno nella città di Debre Markos. Pochi giorni prima della sua morte aveva pubblicato un articolo nel quotidiano del suo partito, Negere Ethiopia, in cui criticava il comportamento delle autorità locali, della polizia e di altri agenti di sicurezza. Il partito Semayawi ha affermato che Samuel Aweke aveva ricevuto minacce da parte delle forze di sicurezza dopo la pubblicazione dell’articolo”.

E mentre scorrono le immagini di tutte queste efferatezze c’è uno scatto che sembra surreale. E’ il 14 marzo del 2016: il Presidente della Repubblica Mattarella è in visita ufficiale in Etiopia.

Il tema è quello di aiutare dal punto di vista economico i paesi da dove fuggono i migranti. Le sue frasi, nel quadro del nostro racconto, fanno venire i brividi, poiché distanti anni luce dalla realtà: «Per affrontare seriamente i fenomeni migratori occorre partire dalle condizioni che li determinano. In altre parole, è necessario intervenire nei paesi d’origine migliorando le condizioni locali anche perché nessuno lascerebbe la propria terra se potesse vivere in pace e in maniera accettabile nei paesi dai quali proviene».

Selamawit non ha paura di affrontare la realtà, sente dentro di sé il dovere impellente di fare qualcosa, anche se le hanno già detto di non tornare più nel proprio paese poiché è stata riconosciuta e inserita in una sorta di lista nera. Certo lei ha un po’ di timore per i suoi parenti, ma non demorde, farà nascere a Bologna il Coordinamento Etiopia Democratica Emilia-Romagna, nato proprio dalla manifestazione che si è svolta domenica: «Stanno terrorizzando la gente, non solo nel paese ma anche all’estero. Anche qui in Italia molti cittadini etiopi hanno paura di fare sentire la propria voce per timore di ritorsioni nei confronti delle loro famiglie. Tra l’altro c’è da dire che esiste una rete tra consolati e ambasciata di informatori sulle persone che svolgono attività di opposizione al regime. Ma questo non deve fermarci, perché se nessuno parla l’Etiopia non vedrà mai la luce della democrazia…»

Sulla comunità peruviana

I migranti hanno gli stessi bisogni degli italiani! Parola di Michelle

All’età di dieci anni lascia il proprio paese, a ventinove diventa cittadina italiana e candidata alle elezioni amministrative di Bologna, ma il viaggio è appena cominciato…

 

di Marco Marano

 

Bologna 16 maggio 2016 – Quella che stiamo per raccontare è la storia di un viaggio attraverso la vita di una bambina nata in Perù ma diventata donna in Italia. Un viaggio le cui fermate ci raccontano come il mondo sia cambiato, come siano così dissonanti i rumori dell’oggi che si snodano tra l’elevazione dei muri, i falsi egoismi di politiche fuori dalla storia e i rigurgiti xenofobi di un popolo, quello italiano, dal background migratorio. Attenzione però, chi si accinge a leggere questo articolo non troverà traversate tragiche nel Mediterraneo, fughe da guerre e persecuzioni, stupri, morti; non troverà respingimenti e neanche sofferenze e dolori. Troverà invece il racconto gioioso e per certi versi incuriosito di una vita migrante, come tante ce ne sono nel mondo, a dimostrazione che spostarsi da un luogo ad un altro non vuol dire invadere una dimensione culturale differente, ma sintetizzare elementi di umanità che appartengono a tutte le latitudini, perché in tutte possono radicarsi armonie che creano ricchezza.

 

Michelle Rivera ha 29 anni, è nata in una cittadina del Perù che si chiama Arequipa, situata sulle rive del fiume Chili, capoluogo della provincia e della regione omonima. In effetti la sua vicenda è collegata a quella della madre… Siamo agli albori degli anni novanta, in Perù s’insedia la dittatura di Alberto Fujimori che, come tutti gli autocrati della storia, va al potere in un momento di crisi profonda del paese. L’inflazione si era aggravata durante gli ultimi anni della presidenza di Alan García Pérez, predecessore del dittatore di origine nipponica. Svalutazione e disoccupazione imperavano; a ciò si aggiunga la guerriglia condotta dal gruppo armato Sendero Luminoso che imperversava nelle strade delle città peruviane. Quando Fujimori veniva eletto su di lui il popolo riversava le speranze di rinascita. Speranze che durarono poco poiché appena due anni dopo, nel 1992, fu lui stesso ad annunciare l’autogolpe. “Ero molto piccola – racconta Michelle – ma ricordo con nettezza le uniche immagini che passavano in televisione: erano di Fujimori che annunciava l’autogolpe. C’era una ripetizione quasi ossessionante di quelle immagini con questa parola che ritornava sempre: autogolpe. Spiegava che era l’unico modo per combattere il terrorismo e la precarietà…”

 

La situazione nel paese precipitò, le libertà democratiche vennero sospese ed iniziò una repressione violentissima con torture, rapimenti, omicidi e sterilizzazioni forzate. Fu nominato il “governo di emergenza e ricostruzione nazionale”. I costi sociali del programma economico di austerità portarono i salari sotto la soglia di povertà, i beni di prima necessità triplicati, i servizi essenziali aumentati di venti volte, le strade piene di saccheggiatori… “Mia madre – continua Michelle – era un’ostetrica e aveva lavorato tanto tempo nei servizi sociali, fin quando non la pagarono più. Fu costretta ad accettare lavori precari come i tirocini. Si usava proporre lavori anche gratis con la promessa che presto sarebbero stati pagati…”

Ma questa non è vita. La mamma quindi decise di andare via, in Italia: a Bologna c’era già sua sorella. Quando l’annunciò alle sue figlie, loro non volevano crederci, ma in quello stato di necessità non si poteva restare. “Il giorno in cui mia madre partì – ricorda Michelle – non disse niente a me e a mia sorella. Mio padre ci portò in una festa di quartiere, lasciandoci con dei conoscenti. Si allontanò con una scusa e senza dirci niente accompagnò mia madre all’aereoporto. Andò via senza salutarci, per lei sarebbe stato impossibile dirci addio…”

 

Furono anni di duro lavoro per questa donna dal carattere forte che aveva deciso di ricostruire una esistenza non più fatta di stenti ma di speranze, soprattutto per quelle due figlie che aveva lasciato dall’altra parte del mondo, che sentiva al telefono regolarmente e raggiungeva ogni estate. Appena possible le avrebbe fatte arrivare anch’esse in Italia, attraverso il ricongiungimento familiare. E così fu dopo cinque anni. “Il primo impatto con l’Italia riguardò l’inserimento scolastico – racconta Michelle – ma non tanto perché ero straniera, ma perché non avrei più indossato la divisa come si usa in Perù. Finalmente potevo vestirmi come volevo. Poi però mi accorsi che questo aveva un risvolto della medaglia, in quanto i miei compagni di classe erano tutti attenti a vestirsi con abiti firmati, mentre io a queste cose non ci facevo caso. Ci fu un avvenimento che mi colpì e che ricordo ancora. Avevo 11 anni e c’era a quel tempo la moda delle scarpe fornarine. Tutte le mie compagne le avevano, ovviamente firmate. Un giorno al mercato della Montagnola, passeggiando con mia madre, le vidi esposte e la obbligai a comprarmele. Ero felicissima, poiché finalmente mi sentivo come tutte le altre mie compagne. Quando entrai in classe una di loro, mostrandosi meravigliata, si chinò per osservarle per bene e si accorse che non erano di marca, a quel punto mi disse: vabbè, sono belle lo stesso…”


Si sa che i ragazzini possono essere crudeli, soprattutto quando crescono in una dimensione competitiva come quella del mondo occidentale. Un effetto questo che in Michelle fece emergere uno stimolo in più ad essere se stessa e non guardare gli altri con gli occhi di un vestito firmato o di un appartenenza sociale diversa. “Il classismo non lo sopporto: è una cosa che non accetto. Questo forse è l’unico insegnamento che mi ha lasciato mio padre… Un giorno voleva invitare a mangiare con noi il giardiniere ed io gli dissi che non lo volevo in casa perché troppo sporco. Lui mi prese per mano, mi accompagnò da quest’uomo ed esclamò davanti a me che non poteva mangiare con noi perché io non lo volevo… Ci rimasi male, piansi, ma la lezione mi servì…”

 

Di questa determinatezza Michelle sembra farne tesoro con il suo sorriso che è rivelatore di un modo di osservare il mondo con ottimismo, ma anche empatia poiché pur non essendo stata a contatto con gravi fatti di razzismo o xenofobia la sua voglia di comprendere le fragilità altrui la porta a porsi delle domande. “Alle superiori c’era un bulletto nella mia classe che con gli altri spesso parlava con toni maschilisti. Quando una volta gli chiesi di smetterla lui mi rispose aggressivamente di tornarmene in Perù. Fui felice del fatto che i miei compagni, sia maschi che femmine, mi difesero però, in quel momento, ho pensato a tutte quelle persone che ogni giorno sono soggette a questo tipo di atteggiamento… Quando ad esempio dai dello straniero ad una persona che vive in un luogo per dieci anni e più non riesco a capirne il senso, perché quella persona appartiene a quel luogo a tutti gli effetti…”

Il tema sottolineato da Michelle è quanto mai attuale in Italia, anche nel quadro delle vicende e dei drammi che in questo momento storico pervadono l’Europa. Anche perché se andiamo a leggere i processi legati alle dinamiche sull’inclusione ci accorgiamo come il senso delle differenze è quanto mai posato non tanto su certezze antropologiche ma su punti di osservazione che possono cambiare a seconda della geografia sociale.

 

C’è per esempio il tema legato ai processi di scolarizzazione. Fausto Amelii, responsabile del Centro Interculturale Zonarelli, dove Michelle ha vissuto un pezzo del suo viaggio di vita, osserva: “Tra il 2000 ed il 2005, quando Michelle decise di frequentare il liceo, erano pochissimi i ragazzi figli di immigrati che sceglievano questo tipo di indirizzo, come anche oggi del resto. Gli istituti professionali sono quelli che alle famiglie danno più sicurezza per il futuro dei loro figli, anche se poi magari continuano all’Università… Questo però crea un gap nell’apprendimento della lingua italiana, perché questi ragazzi parlano benissimo la lingua comune, ma di fronte a processi più elaborati restano un pò indietro… In tal senso nel nostro sistema scolastico non ci sono strumenti di supporto per gestire questa frattura…”

Se quello descritto da Amelii è un ambito in cui si marcano delle differenze, Michelle ne sottolinea un altro che queste differenze le annulla: “Quando mi sono iscritta alla facoltà di Economia e Marketing, qui a Bologna, sono stata a contatto con ragazzi provenienti da tante parti del mondo. In quel momento, forse per la prima volta, mi sono sentita davvero italiana…”

 

E’ nel 2012 che Michelle inizia a frequentare il centro Zonarelli ed è proprio lì, dopo che finalmente può sentirsi italiana a pieno titolo, che nasce il bisogno di tornare a rivolgere lo sguardo al Perù, il paese che ha lasciato a 10 anni. Vi era tornata dopo tanto tempo che mancava. Certo, non c’era più una dittatura, ma un paese comunque pieno di disparità sociali ed economiche. Un paese dove la capitale Lima era il centro delle politiche di sviluppo economico, anche se trovò una città parecchio classista, in cui le differenze sociali erano forse paragonabili a certi rigurgiti razzisti emersi ultimamente in Europa. In questo contesto, le sue attenzioni furono rivolte alle città periferiferiche, alcune di esse deficitarie dei servizi essenziali. Occorreva dunque fare qualcosa dall’Italia, e che altro se non un’associazione. Su queste basi è nata “Sonrisas Andinas”, associazione di promozione sociale che opera da Bologna a supporto delle periferie peruviane. Progetti per le scuole dove scarseggiano strumenti didattici, ma anche progetti di sostegno per ragazze vittime di abusi, sono gli interventi principali che l’associazione sta portando avanti.

 

E arriviamo alla fine di questo viaggio. Il 2016 è un anno significativo per Michelle, perché riceve la cittadinanza italiana e perché le viene chiesto di candidarsi alle elezioni amministrative di Bologna per il quartiere San Vitale/San Donato… “Se devo dire la verità – conclude Michelle – all’inizio ho avuto qualche problema ad accettare di candidarmi, perché avevo l’impressione che ci fosse una specie di gara a mettere dentro le liste i cosiddetti nuovi cittadini relativamente alle questioni legate ai permessi di soggiorno o cose simili.  Poi ho pensato che fosse importante che io mi candidassi per la ragione opposta… Tempo fa un ragazzo senegalese quando gli ho chiesto qual è la cosa che gli manca di più nel proprio quartiere lui mi ha risposto: un parco giochi per i suoi figli. E ancora, alcune ragazze di varie nazionalità mi hanno risposto: l’assenza di un bus che le porti a casa dopo un certo orario. Ma scusate tanto, questi non sono bisogni che hanno anche chi c’è nato qui? E’ per questo che ho scelto di candidarmi: per chi vive in un quartiere i bisogni sono gli stessi per tutti…”