Articoli pubblicati su Frontiere News

Bologna in movimento: l'accoglienza

e i segnali di crisi

Politiche repressive, nuove barriere culturali, ma c'è chi resiste, andando a ritroso dal 2015 al 2013

Bologna non è più una città europea

Gli sgomberi dell'ex Telecom svelano il volto cupo di quella che una volta era la città più progressista d'Italia. E che ora è in mano a funzionari pubblici in Suv non in grado di gestire l'emergenza abitativa.

 

23 Ottobre 2015

Un edificio ex sede Telecom occupato in via Fioravanti a Bologna. Ottanta famiglie: bambini, giovani, donne, anziani. In tutto circa 280 persone, tra italiani e migranti, accomunati da un unico destino: l’indigenza. Stavano lì dal dicembre scorso, cercando di vivere la loro vita dignitosamente, proprio di fronte al nuovo palazzo che ospita gli uffici amministrativi del Comune.

Erano circa le sette di una mattinata, di fine ottobre, stranamente poco umida per Bologna. Duecento tra poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa circondavano l’abitato per effettuare lo sgombero, così come decretato dal Tribunale del riesame nel marzo scorso. Mentre i blindati chiudevano le strade di accesso i giovani occupanti salivano sul tetto, ostentando la loro protesta, mentre i bambini, che non erano andati a scuola per restare asserragliati con i loro genitori, si affacciavano dalla finestra per assistere a quello che succedeva da basso.

Nel frattempo giovani dei centri sociali confluivano in via Fioravanti come forma di protesta, bloccati da un cordone della polizia. Nel giro di un’ora lanci di oggetti vari verso la polizia creavano qualche tafferuglio, ed un paio di manifestanti restavano leggermente feriti.

Mentre dagli uffici del Comune di fronte l’assessora al Welfare Amelia Frascaroli assisteva allo svolgersi della situazione, e alcuni compagni di classe dei bambini occcupanti, insieme ai loro insegnanti, assistevano all’operazione delle forze dell’ordine, i servizi sociali del comune, insieme alla polizia municipale, avviavano una mediazione con gli occupanti. Ma la giornata si prospettava molto lunga in quella strada di Bologna.

Nel pomeriggio la mediazione sembrava non sortire l’effetto voluto e notizie scoraggianti arrivavano dall’interno del palazzo. Poi la svolta. I servizi sociali del Comune assicuravano una casa a tutti, senza stabilire né i tempi né le modalità, la cosa importante era che da lì dovevano uscire tutti, dopo si sarebbe discussa la situazione.

Sia le famiglie che i singoli venivano evacuati e trasferiti nei dormitori cittadini: lo sgombero voluto dal tribunale veniva reso esecutivo. Le 280 persone che vivevano in stato di indigenza, famiglie, giovani, bambini, anziani, che per sei mesi hanno occupato quello stabile abbandonato di Bologna, sono stati evacuati nei dormitori cittadini, e lo sgombero voluto dal Tribunale è stato reso esecutivo.

La “legalità” dunque è stata garantita. Bologna si è svegliata la mattina seguente più rassicurata, perché le famiglie con bambini e singoli, italiani e migranti, che vivevano dignitosamente in uno stabile occupato, ora potranno tornare alla loro precarietà di sempre. Senza farsi sentire, perché alla città più progressista d’Italia, quella dei funzionari pubblici che vanno a lavoro in Suv, questa storia, diciamolo, ha annoiato non poco.

Quelle famiglie hanno vissuto un’esperienza comunitaria ma “abusiva” straordinaria, proprio davanti al Palazzo del Comune di Liber Paradisus, quel comune che vanta di una “ineluttabile” tradizione di sinistra. Che paradosso! E come stridevano queste realtà contrapposte. Se qualcuno si fosse aggirato tra quegli uffici, avrebbe visto dipendenti e funzionari davvero irritati per quella caciara che arrivava dal tetto dell’ex Telecom o dalle urla dei giovani antagonisti che difendevano le ragioni dei “poveri”.

La “legalità” è stata ristabilita e tutti sono potuti tornare alla loro quotidianità, senza pensare che una città civile, dal respiro internazionale, come Bologna, debba necessariamente trovare delle soluzioni avanzate alle criticità territoriali. Sì perché, forse il punto è proprio questo, sforzarsi di pensare a progettazioni territoriali slegate dalle abitudini culturali sclerotizzate, ma forse anche dalle rendite di posizione del semplice funzionario o dell’alto dirigente del comparto pubblico, è faticoso, è dispendioso, non conviene.

Intanto Bologna, al di là del grande patrimonio pubblico inutilizzato, al di là del fatto che l’Ente che gestisce l’edilizia popolare è in perdita di milioni di euro, e nessuno sa spiegare il perché, non riesce a sfornare una che sia una idea progettuale in linea con le programmazioni delle grandi città europee, che hanno rivitalizzato settori produttivi, quartieri disagiati, hanno creato villaggi eco-sostenibili, hanno valorizzato il modello di comunità legato al co-housing sociale. Certo, qui non siamo a Stoccolma, dove questa estate il sindaco ha deciso di rinunciare alle olimpiadi per destinare quei soldi alla costruzione di edifici per i meno abbienti. Ci mancherebbe, qui siamo in Italia…

Quanto meno però a noi tocca contestualizzare il concetto di legalità. Perché se proprio dobbiamo utilizzare questo termine, le prime ad essere illegali, forse, sono proprio le istituzioni, dato che il diritto al lavoro e alla casa dovrebbero essere garantiti dalla Costituzione italiana. O no?

Certo, il tema del disagio abitativo, negli ultimi anni, ha assunto proporzioni tali da mettere in crisi il concetto stesso di edilizia popolare. Questo è stato possibile anche a Bologna a causa delle disattenzioni da parte delle politiche territoriali locali, che non hanno saputo leggere le trasformazioni prodotte dalla crisi economica e dai processi migratori.

Perché la prospettiva di una soluzione strutturale al disagio abitativo impone l’elaborazione di politiche per la casa in cui il soggetto pubblico assuma un nuovo ruolo di regia, promuovendo un sistema finalizzato a sperimentazioni finora appunto inesplorate, dal momento che la domanda abitativa si combina con altri tipi di richieste: inserimento sociale, ricerca di un lavoro, supporto e assistenza socio-sanitaria alle persone.

Per rispondere in modo adeguato a domande così diversificate vi è la necessità d’interventi di edilizia sociale che tocchino diverse dimensioni e promuovano una serie di azioni che aiutino ad uscire dalla situazione di difficoltà. La vecchia logica degli IACP (Istituti Autonomi Case Popolari) che in ogni città cambiano di denominazione ma non di contenuto, non rispondono più ai bisogni reali e alle trasformazioni in corso.

Non è possibile cioè pensare che la dimensione abitativa non sia collegata alle altre dimensioni della vita sociale, in termini di bisogni primari, secondari e relazionali. Il sistema dei bisogni nel rapporto tra individuo e corpo collettivo oggi, anche in una città come Bologna, trova un sistema di welfare impreparato alla nuova situazione collettiva, per cui i costi sociali restano altissimi ed il comparto pubblico diventa incapace di poterli gestire. Questa deriva amplifica l’isolamento degli individui che devono gestire da soli i costi sociali.

La storia dello sgombero di via Fioravanti è un modello esplicativo della realtà italiana di oggi, costruita sul concetto di assenza di società e di sociale, dove il modello pubblico ha fallito i suoi compiti in un paese ridotto in macerie. Per il semplice fatto che il 10 per cento della popolazione detiene il 56 per cento delle risorse economiche. Questo non è più un modello di società come ce la volevano far passare i padri della civiltà liberale, su cui si reggono le istituzioni rappresentative italiane. Questo è un modello anomico che produce cannibalismo sociale.

Social street, il mutuo aiuto liberalizzato nelle strade di Bologna

 


13 Febbraio 2014

Le feste di natale si svolgevano come ogni anno, all’insegna dei regali da comprare, dei convivi da affrontare, in quella sorta di felicità consumistica e molto pagana attraverso cui raggiungere il nuovo anno. Era piena notte. Al numero civico 33 di via Fondazza, una strada a ridosso di Porta Maggiore, una centralina elettrica andava in corto e nella palazzina si innescava un incendio. Dopo l’immediata evacuazione, una ragazza che lì vi abitava, si trovava completamente sola, senza un posto dove dormire, dove mangiare.

In qualsiasi altro contesto questa sarebbe stata una situazione da Protezione Civile, ma in via Fondazza non ce n’è stato bisogno, semplicemente perché questa è la prima social street italiana. Alla ragazza evacuata dal proprio appartamento bastava mettere un post su facebook, dentro il gruppo chiuso degli abitanti di via Fondazza: “Sono in strada, non so cosa fare… Aiutatemi!” Immediatamente i cittadini rispondevano all’appello.

Un signore, tre numeri civici più avanti, si proponeva per i pranzi, ancora più avanti qualcun altro per le cene. Poi un’altra ragazza siciliana che si accingeva a passare le vacanze natalizie nella terra di origine, si offriva di prestargli il proprio monolocale per tutto il tempo che lei sarebbe stata fuori. Nel frattempo in via Matteotti, altra social street, una residente organizzava un banchetto nel mercatino natalizio: non si vendeva niente, si scambiava e basta. C’era bisogno di recuperare delle vivande per una famiglia in difficoltà economica. E così è stato.

“La social street è una forma di mutuo aiuto liberalizzato – osserva Federico Bastiani, il marketing man, abitante in via Fondazza, ideatore e fondatore di questo vero e proprio progetto sociale – e mi piacerebbe che diventasse un modello di sistema, anche se mi rendo conto che il cammino è lungo…”

Da settembre dello scorso anno, quando è nato il progetto, si è generato su internet un tam tam inarrestabile, tanto che allo stato attuale in città sono nate una quarantina di social street, mentre complessivamente in Italia siamo già a 164 strade sociali, sparpagliate in quasi tutte le regioni dello stivale.

Ma in che senso essa può diventare un modello di sistema? Prima di rispondere a questa domanda sarebbe interessante capire a quali tipi di bisogni la social street risponde, perché se la dimensione della cittadinanza attiva, con le sue varie formule, assume oggi una rilevanza sempre maggiore nelle città, c’è da dire che essa cerca di compensare i vuoti lasciati dal comparto pubblico nella gestione del territorio. Uno dei dati di realtà tra i più importanti è che in questa epoca globalizzata, il sistema pubblico italiano fa fatica a stare al passo con le trasformazioni sociali repentine e velocissime, e questo produce una difficoltà quasi endemica oramai nella lettura dei bisogni.

“Siamo stati contattati – sottolinea Federico – da un’antropologa dell’Università di Milano, perché è molto interessata all’analisi di questo nuovo modello di convivenza civile, dove le persone sono libere di dare, senza necessariamente chiedere nulla in cambio…”

Camminando per via Fondazza, si avverte che qualcosa di particolare c’è in questa strada. Molti esercenti hanno affisso dei volantini che promozionano una mostra sui visi dei residenti, e questo sembra il biglietto da visita di chi ha scelto un cambio di passo al “cannibalismo sociale” che imperversa in un paese costruito sulle sperequazioni e sui privilegi, amplificate dalla crisi economica, che ha spalancato la forbice tra ricchezza e povertà.

Ed è proprio nelle strade e nei condomini, che l’isolamento prodotto da questa maledetta situazione epocale vive le proprie piccole grandi tragedie. E’ in qualche modo la risposta di un gruppo di cittadini, all’assenza di risposte e alla diffidenza nei confronti delle governance istituzionali. Perché il problema del senso di comunità perduto, e potremmo dire di una socialità ritrovata, fa proprio da contraltare all’isolamento sociale di larghe fasce di popolazione, che proprio nei condomini e nelle strade vivono il loro dramma quotidiano. Certo, in via Fondazza, per le caratteristiche della morfologia sociale, non ci sono casi di marginalità; nella misura in cui però esso può assurgere a nuovo modello di convivenza, potrebbe essere un argine ad una stagione, che si prospetta ancora lunga, di precarietà sociale.

“Il Comune di Bologna sta rispondendo positivamente al nostro progetto – continua Federico – tanto che il sindaco Merola ha voluto partecipare all’inaugurazione della mostra. Inoltre abbiamo avuto contatti con l’assessore Lepore, il quale vuole rilanciare Bologna come primo comune d’Italia verso la cittadinanza attiva.”

C’è un aspetto di non poco conto da tenere presente, e cioè che nelle strade bolognesi dove più presenti sono situazioni di fragilità e marginalità, non vi è stato nessun promotore ad attivarsi per creare una social street. Un fenomeno questo da indagare poiché proprio in quelle strade un progetto sociale nato dal basso potrebbe diventare un viatico verso la liberazione dalla precarietà. Forse però in questi casi la municipalità, magari attraverso i quartieri, potrebbe supportare dei cittadini di buona volontà.

Se la vocazione bolognese alle buone prassi sociali negli ultimi anni si è un po’ affievolita, oggi il modello social street può, dunque, rappresentare un vero e proprio rilancio per il territorio. C’è anche da dire che questo pone nuovi problemi di tipo gestionale alla municipalità, poiché fino a questo momento il sistema di rete pubblico-privato bolognese, ammirato in tutta Europa, ha visto il Comune affidare ad associazioni o cooperative, per intenderci il privato sociale, pezzi di welfare metropolitano.

Ora, in una situazione come quella delle social street, dove la liberalizzazione del mutuo aiuto passa proprio dalla negazione di qualsiasi forma associativa/societaria burocratizzata, attraverso quali modalità potrebbe essere possibile un ipotetico supporto della municipalità? Nuovi bisogni hanno la necessità di avere nuove soluzioni. Forse il futuro è già cominciato…

Storie di un paese razzista. L’Italia e i ‘figli’ che non accoglie

7 Marzo 2013

“Nel mio paese avevo un buon lavoro e guadagnavo anche bene, mi occupavo di commercio per una grande azienda che forniva i negozi di prodotti alimentari.  Me ne sarei rimasta lì ben volentieri, se non fossi stata costretta a scappare…”  Laura ha un viso dolce ed espressivo, quando inizia a raccontare la sua storia di migrazione, una storia del nostro tempo, che cercheremo di comprendere insieme alle voci di altre due donne: Veronica e Ilaria, rispettivamente responsabile e tutor del Ciofs Emilia Romagna, una organizzazione che si occupa di orientamento e formazione per inserire i migranti nel mercato del lavoro. Le loro parole risuonano nel contesto di uno scenario abbastanza sconfortante che l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), ha fotografato  nel rapporto uscito nel febbraio scorso, su una indagine svolta nel 2012: in Italia, nel mercato del lavoro, due persone su tre vengono discriminate per motivi etnici. Così, in vista dell’imminente giornata internazionale contro le discriminazioni razziali del 21 marzo, un dato sembra essere abbastanza certo: l’Italia è un paese razzista.

“Se dovessi dire quali sono le cose che più mi hanno colpito da quando sono in Italia – sottolinea Laura – direi sicuramente il sentirsi diversi per la pelle nera e il dover essere costretta a fare lavori di tutti i generi, che non sono quelli per cui ho studiato o che fanno parte del mio percorso”. Laura è camerunense, ha ventinove anni e si è laureata in Marketing all’Università di Douala, parla francese, italiano e inglese, fuggita dal suo paese perché perseguitata per motivi politici, ha avuto riconosciuto l’asilo politico e da tre anni vive a Bologna. Da quando è in Italia ha fatto una infinità di corsi: estetista, assistente familiare, ristorazione, ha lavorato in diversi alberghi alle pulizie delle camere, nelle mense aziendali come lavapiatti, in alcune aziende sempre per fare le pulizie, tra borse lavoro, stage e quant’altro. Oggi lavora a chiamata per l’agenzia Adecco, che conoscendola come una persona affidabile e con spirito di sacrificio, cerca di inserirla quando può. Con i pochi soldi che guadagna deve pagarsi l’affitto, che non è eccessivo poiché inserita in un progetto d’inclusione abitativa, le utenze, la spesa, i costi del quotidiano e la scuola delle due figlie rimaste in Camerun con la nonna…

“Quando ho fatto lo stage per il corso di estetista – racconta Laura – la padrona del centro si era affezionata a me, era una brava persona, sincera. Dopo lo stage le chiesi se avevo la possibilità di essere assunta, e lei, dispiaciuta, mi disse che le sarebbe piaciuto assumermi ma non poteva perché avrebbe perso delle clienti che non volevano farsi toccare da una ragazza nera. Ma tutto sommato a me è andata bene (sorride mentre lo dice). Una mia amica – continua Laura – fu chiamata da un’agenzia come badante per una coppia d’anziani, lavorò tre mesi in quella casa. Un giorno arrivò il genero della coppia, dopo che per tre mesi né lui né la moglie si erano fatti vivi. Qualcuno gli aveva detto che a badare ai due anziani c’era una ragazza nera… Le sue parole, quando ha visto la mia amica, sono state proprio che non poteva credere ai suoi occhi e la mia amica venne licenziata, tra le scuse della coppia di anziani che la volevano… Capisci perché sono stata fortunata? – conclude Laura – A me ancora non è successo di essere assunta e poi licenziata a causa del colore della mia pelle, non mi hanno assunta direttamente, forse è meno umiliante…”

“Nella nostra esperienza con le aziende bolognesi – afferma Veronica – non emergono chiaramente degli atteggiamenti di natura razzista, certo qualcuno ogni tanto ci chiede solo italiani ma non sono tanti. Oppure altri ci chiedono di non inserire persone di etnie differenti poiché in quei casi spesso esplodono conflitti, prevalentemente tra asiatici e africani. La vera  chiusura che noi registriamo è nei confronti delle ragazze islamiche che portano il velo, per cui in quei casi l’inserimento nel mercato del lavoro è estremamente difficile, considerato che i settori privilegiati dove poter inserire ragazze sono le OS e le pulizie. Poi rimane poco…”

Il Ciofs lavora prevalentemente con bandi pubblici tra provinciali, regionali e ministeriali, che finanziano corsi di orientamento e formazione, che si concludono con stage in aziende del territorio che possono fare da ponte verso il mercato del lavoro, sia nella direzione di una esperienza professionalizzante, che per la possibilità di un inserimento stabile nella azienda dove è stato svolto lo stage. “Quando cerchiamo delle aziende per gli stage  – sottolinea Ilaria – il nostro intento è di privilegiare quelle che ci danno una certa sicurezza per un inserimento nell’organico del personale dopo lo stage. Certo, c’è da dire che la crisi economica è la motivazione più diffusa nel sottoscrivere i contratti, poi è chiaro che ci sono altre variabili come la lingua o l’esperienza in quel settore”.

Ma ci sono altri temi che emergono sullo sfondo della cultura discriminante di un paese come l’Italia, che s’intrecciano tra loro. C’è il tema che riguarda i cosiddetti profili bassi, ad esempio, cioè i lavori che gli italiani non vogliono più fare: metalmeccanica, edilizia, facchinaggio, magazzini merci. Ma anche il tema che concerne la crisi di vocazione dei mestieri artigianali che in Italia stanno scomparendo e, considerato che i migranti sono spesso portatori proprio di quelle di abilità artigianali, nessuna strategia di rete o di sviluppo locale viene messa in atto per incrociare domanda e offerta, se non isolati progetti di singoli enti, come l’Interlab (Laboratorio di mestieri e di impresa) destinato a cittadini non comunitari, promosso dalla Provincia di Firenze insieme con Associazione Progetto Arcobaleno ONLUS e Camera di Commercio di Firenze.  “Per i profili bassi – osserva Ilaria – i migranti sono ben accetti, e se sono in età di apprendistato spesso hanno molte possibilità di essere assunti con quello specifico tipo di contratto. Certo, si tratta di operai generici in ambito metalmeccanico o edilizio. Questa è una delle poche reali situazioni dove si possono inserire le persone di cui ci occupiamo.”

L’assenza di una visione strategica e di politiche su cui si costruisce un sistema di incrocio tra domanda e offerta nel mercato del lavoro è forse il gap più profondo, ma che purtroppo non riguarda soltanto i migranti ma tutta la popolazione attiva italiana, al di là dei risultati apocalittici della crisi economica; basti osservare il ruolo giocato dai Centri per l’impiego, che non riescono a svolgere nessuna funzione sociale: “Sono reti fittizie quelle dei centri per l’impiego, – afferma Veronica – a noi non ci viene proprio in mente di coinvolgerli perché sappiamo che lasciano soli i nostri operatori, poiché oltre a svolgere funzioni burocratiche con il libretto di lavoro, non riescono a fare: sono scatole vuote…”

“Emergenza Nord Africa”, i migranti verranno scaricati per strada con 500 euro

 

27 Febbraio 2013

Mentre in Italia si è ancora immersi nell’oblio dei risultati elettorali, incredibile metafora di un paese che non funziona, il 28 febbraio scadono i termini dell’Emergenza Nord Africa. Il Ministero dell’Interno ha emesso una circolare secondo la quale tutte le persone accolte due anni fa all’indomani della rivoluzione libica, all’interno dei piani della Protezione Civile (che ha dismesso la responsabilità dell’accoglienza a fine 2012), dovrebbero ricevere cinquecento euro e fuoriuscire dai centri di accoglienza.

In effetti dalle frammentarie notizie che girano sembra che per la sorte delle persone accolte siano state individuate altre due soluzioni: rimpatrio assistito attraverso l’Oim e per le persone rientranti nelle categorie vulnerabili la possibilità di essere inseriti nello Sprar, anche se non si capisce bene con quali modalità, visto che un allargamento dei posti nel sistema di protezione per richiedenti e rifugiati, non è una cosa semplice.

Siamo alle solite, dunque, quelle di un paese che non riesce a gestire i processi di accoglienza dei migranti e che fa durare due anni un’emergenza senza pensare a come definire delle strategie con appropriate tempistiche.

Tra l’altro molti invii fatti dai Cara allo Sprar negli ultimi due anni, soprattutto di cittadini nigeriani, sono stati fatti passare per Ena (da alcuni riconosciuti come tali da altri no). E se il caos regna sovrano non si capisce bene cosa possa produrre dal punto di vista sociale questa data di chiusura dell’Emergenza Nord Africa, anche per chi non ha avuto ancora riconosciuto lo status di rifugiato.

Cosa succederà adesso, ammesso che le pratiche burocratiche per le fuoriuscite siano ultimate il 28 febbraio stesso? Cosa dovrebbero fare delle persone che si trovano a circolare su un territorio straniero con cinquecento euro? Alcuni operatori bolognesi che abbiamo interpellato non escludono che ci potrebbero essere occupazioni di massa, per cui a quel punto il problema si trasformerebbe in ordine pubblico. Vedremo nei prossimi giorni…

Rom a Bologna: lasciamo le ronde alla Lega; noi proviamo a conoscere le loro storie

 

22 Febbraio 2013

Succedeva una notte di metà febbraio del 2013, anzi era prima mattina, quando all’ospedale Maggiore di Bologna, nei bagni adiacenti il reparto maternità, una ronda della Lega Nord, con in testa una dirigente locale ed un consigliere comunale, che era stato addirittura candidato sindaco, uno dalla faccia pulita si direbbe, erano lì a stazionare. Mentre la campagna elettorale imperversava, loro erano lì in attesa di un gruppetto di rom, che solitamente usufruivano dei bagni di quel reparto, per poterli cacciare. L’operazione era stata pianificata nei minimi particolari, c’era persino un fotografo, per poi apparire il giorno dopo sui giornali, con le facce di chi ha a cuore il benessere dei cittadini… E così è stato. Il giorno dopo le loro foto sono apparse sui giornali, e anziché vergognarsi della pochezza politica del loro gesto, ne hanno fatto un vanto, per una manciata di voti: anche questa è Italia.

I giornali oltre che parlare del fatto in sé non si sono spinti. Non si sono minimamente posti una delle cinque domande fondamentali per chi scrive un articolo di cronaca: “perché?” Perché quei rom erano soliti frequentare il bagno adiacente al reparto maternità dell’ospedale Maggiore? E il sindaco Merola, che interveniva stigmatizzando il gesto, per fortuna, non spiegava perché quei cittadini Rom erano tutte le mattine in quel bagno per lavarsi con acqua potabile.

Il perché è presto detto. Alle spalle dell’ospedale Maggiore, precisamente nella zona chiamata Prati di Caprara sorge uno dei campi spontanei dove sono stati creati insediamenti abitativi abusivi da parte di un centinaio di persone di etnia rom. Un altro di questi campi si trova nella zona di Casteldebole con un altro centinaio di persone. Vivono in baracche di legna e plastica disposte a gruppi di quattro o cinque con al centro un fuoco con un braciere in mattoni. Uomini e donne e pochi bambini.

Francesco Piantoni ed Elisa Trimeri sono due operatori della cooperativa sociale Piccola Carovana che hanno avuto mandato, da parte del Comune, di avviare un lavoro di monitoraggio della situazione. Sono loro che ci accompagnano nei meandri delle “Città invisibili”, così si chiama il progetto che li vede intervenire sui campi Rom sorti abusivamente.

Noi ci rendiamo conto – dice Elisa – che vi è l’esigenza pubblica di salvaguardare i diritti dei cittadini nel momento in cui vi sono continue segnalazioni sui bagni di un ospedale sempre sporchi, però è importante anche salvaguardare l’idea di una città che s’interroga sui diritti di cittadinanza di chi sta ai margini, perché la collettività non può essere divisa in controparti, ma è una sola…”

E mentre Elisa ci parla della mission di Piccola Carovana, ci viene in mente quanto sarebbe stato bello, ma forse sarebbe meglio dire civile, che il giorno dopo i fatti dell’ospedale Maggiore i giornali si fossero posti il problema in questi termini…

Il nostro lavoro – spiega Francesco – in questa fase è quello di riuscire in tempi brevi ad avere chiara la mappa degli insediamenti e delle dinamiche interne ad essi, per intervenire nell’ambito della prevenzione socio-sanitaria, al fine di poter orientare ed informare queste persone su come muoversi in città. Ma questo vuole essere solo il primo passo. Il nostro obiettivo è quello di contagiare il territorio, inteso sia come soggetti pubblici che cittadini più o meno organizzati, per far passare l’idea che occorre una strategia di sviluppo per trovare le soluzioni migliori.”



Già è proprio questo il punto, cioè quello di pensare alle città come reti di soggetti con delle finalità strategiche per il proprio territorio, dove vengano individuate le migliori risorse per creare sviluppo sostenibile. Ed è paradossale che sia, in questo caso, una organizzazione di privato sociale a declinare questi bisogni, poiché essi dovrebbero rientrare nella mission dei sistemi politici locali.

C’è una storia da raccontare, quella della città di Craiova, un comune di 250mila abitanti, nel sud della Romania, capoluogo del distretto di Dolj, la regione, a quanto pare, con i peggiori indici economici, in un contesto nazionale disastroso. Il dieci per cento della popolazione è Rom, ma in città ne sono rimasti poco meno di 3000. L’esodo è stato verso la Francia, la Spagna e l’Italia. Da Craiova, negli ultimi dieci anni, sono partite centinaia di famiglie che hanno individuato proprio Bologna come destinazione, tanto che Cofferati, quando era sindaco, aveva avviato dei programmi d’intervento, tra cui uno molto particolare… Quello che riguardava un protocollo d’intesa con l’amministrazione comunale di Craiova per uno scambio d’informazioni che dovevano servire ad intercettare finanziamenti, per fare progetti di sviluppo su quel territorio, finalizzati ad impedire l’emigrazione. Ovviamente un’azione questa troppo debole per ottenere dei risultati validi.

Su un altro versante l’amministrazione Cofferati operò i famosi sgomberi sul lungo Reno, aprì alcuni campi diciamo così di transizione, attivò dei progetti di inclusione sociale e abitativa con le risorse del Comune, e altri progetti di rimpatrio assistito. Alle azioni d’inclusione sociale che, in qualche modo, costituirono una buona prassi per la città di Bologna, partecipò anche la cooperativa Piccola Carovana, occupandosi di monitorare la situazione delle famiglie incluse, monitoraggio che doveva durare quattro anni ma che si è prolungato fino ai nostri giorni.

Dopo quella stagione – osserva Elisa – cioè dal 2009, c’è stata un’assenza di prospettive nelle politiche territoriali, i campi si formavano continuamente e continuamente venivano sgomberati. Oggi è cambiata l’attenzione, per cui se negli ultimi anni noi facevamo il lavoro di monitoraggio sui campi spontanei come volontari, adesso abbiamo un preciso mandato da parte della municipalità. In questo momento – prosegue Elisa – il nostro referente è l’Asp (Azienda Pubblica di Servizi alla Persona ndr) Poveri Vergognosi la quale gestisce, per conto del Comune, questo pezzo di attività legata all’inclusione sociale nella città. Dopo una prima fase di osservazione vogliamo porci alcuni obiettivi significativi”.

Vogliamo, innanzitutto, individuare un paio di famiglie – riprende Francesco – per formulare un vero e proprio progetto d’inclusione sociale sul territorio, che possa rappresentare un esempio di buona prassi, rispondendo all’idea di pensare alla comunità come unico soggetto collettivo. E poi, visto che la Romania è entrata nell’UE sarebbe decisivo costruire dei progetti di sviluppo in termini di cooperazione internazionale. Noi andiamo spesso – sottolinea Francesco – in Romania a confrontarci con i nostri colleghi operatori e questa linea di azione è molto auspicata”. Anche perché in una città come Craiova, ad esempio, quello che manca, oltre allo sviluppo economico, sono le professionalità, il know how, per cui in ragione di una cultura europea che si fonda sul principio della coesione sociale è sempre più impellente pensare allo sviluppo del proprio territorio in termini di scambio di prassi con quei territori europei dove i processi migratori sono deflagrati.

C’è anche da dire che a Bologna vi è una realtà, legata all’emigrazione dei Rom di provenienza balcanica, quelli che vivono nei camper posizionati nei pressi dei centri commerciali, prevalentemente nella zona del Pilastro del quartiere San Donato, i quali sono arrivati in età prescolare o addirittura sono nati in Italia, come alcune famiglie kosovare; questi hanno un progetto migratorio strutturato e mai torneranno nel loro paese d’origine.

E’ necessario – conclude Elisa – creare al più presto una rete soprattutto con i servizi di quartiere, cosa che abbiamo già iniziato a fare a San Donato, anche perché queste persone non abitano nelle aree periferiche della città ma dentro i quartieri, a diretto contatto con gli altri cittadini, per cui se non si interviene sull’idea di reciprocità dei bisogni, chi ha vicino alla propria casa una famiglia rom non si sentirà garantito. Anche per questo c’è bisogno di “advocacy”, cioè di supporti anche di comunicazione per parlare in modo sensato di questi temi…”

Il sistema d’accoglienza dei rifugiatiin Italia tra falle e potenzialità

 

6 Febbraio 2013

Il rapporto annuale sul Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati, detto SPRAR, è stato il tema dibattuto martedì 5 febbraio presso la Sala Farnese del Comune di Bologna, a Palazzo d’Accursio. Erano presenti l’Assessore ai Servizi Sociali del Comune di Bologna, Amelia Frascaroli, l’Assessore alle Politiche Sociali della Regione Emilia Romagna, Teresa Marazzocchi e la dott.ssa Daniela Di Capua, Direttrice del Servizio Centrale SPRAR, la quale ha anche aggiornato la platea, composta prevalentemente dagli operatori territoriali dello Sprar emiliano-romagnolo, circa la chiusura delle strutture Emergenza Nord-Africa, i cosiddetti ENA.

Lo Sprar è un progetto territoriale presente in tutte le regioni italiane, promosso dal Ministero dell’Interno e dall’Anci e riguarda appunto il sistema di accoglienza di chi, fuggendo dal proprio paese per guerre, persecuzioni e carestie, che sia minorenne o maggiorenne, richiede una qualche forma di protezione internazionale. Possono essere riconosciute due tipologie: la protezione sussidiaria che ha la durata di tre anni e l’asilo politico di cinque. Ambedue sono rilasciate dalle commissioni territoriali sparse per tutto il territorio nazionale, e si differenziano dalla terza tipologia, cioè la protezione umanitaria, poiché quest’ultima viene rilasciata dalle questure e dura un anno.

Abbiamo voluto specificare queste distinzioni poiché i “fuggiaschi” dell’emergenza nord Africa, quelli scappati dalla Tunisia in seguito alla guerra a Gheddafi, sono stati lasciati per quasi due anni senza che nessuno si prendesse la briga di riconoscergli alcuna forma di protezione internazionale, fino alla scadenza del periodo di accoglienza da parte della Protezione Civile, cioè nel dicembre del 2012. Così, pochi giorni prima della scadenza stessa, sono state avviate le procedure per il riconoscimento della protezione umanitaria, insieme ad una proroga dell’accoglienza al 28 febbraio 2013. Allo stato attuale non si sa cosa succederà dopo, c’è chi parla di una ennesima proroga. Da parte delle autorità pubbliche sono stati offerti ai ragazzi ENA una sorta di contributo uscita: dai 250 ai 1000 euro, per farne cosa non è chiaro…

In questo contesto le azioni legate ai concetti di inclusione e integrazione di questi giovani nord africani, in prevalenza sotto i trent’anni, che avrebbero dovuto essere costruite su una strategia d’intervento complessiva, sono state lasciate alla buona volontà degli operatori, dei centri d’accoglienza, e alle risorse dei ragazzi stessi. Perché non si è utilizzata anche per gli ENA la medesima strategia di intervento dei progetti territoriali Sprar, come chiesto da più parti? E questa la domanda che l’Assessore ai Servizi Sociali della Regione Emilia Romagna ha posto proprio a palazzo d’Accursio. Anzi la questione posta al centro del dibattito è stata proprio quella di utilizzare gli strumenti dello Sprar per qualsiasi forma di emergenza umanitaria che possa presentarsi sul territorio nazionale.

In effetti quello dello Sprar rappresenta, nel contesto di un paese complessivamente poco propenso all’accoglienza degli immigrati, un modello di buone prassi, considerato che in Italia esistono luoghi come i CIE, che sono delle vere e proprie carceri, o anche i CARA (Centri Accoglienza Richiedenti Asilo), gestiti spesso in modo discutibile, tanto che, come lamentato da molti operatori emiliano-romagnoli, quando vengono inviati ai progetti territoriali Sprar le persone che soggiornano nei Cara, arrivano in condizioni davvero pietose, poiché trattati in modo “inumano”.

Nel 2011 in Italia sono state presentate 37.350 domande di protezione internazionale, l’Africa è il continente da cui provengono il maggior numero di cittadini richiedenti, il 76,4 per cento, i primi dieci paesi d’origine sono africani e asiatici, nell’ordine: Nigeria, Tunisia, Ghana, Mali, Pakistan, Costa d’Avorio, Bangladesh, Afganistan, Somalia, Sudan. Sono praticamente quei paesi che negli ultimi due anni sono stati agli onori della cronaca per guerre interne, persecuzioni violenze sulla popolazione civile.

Il sistema Sprar prevede la gestione di 3000 persone su tutto il territorio nazionale, sulla base di progetti triennali, gestiti localmente in compartecipazione tra enti pubblici e privato sociale. Esso prevede un periodo di accoglienza abitativa, nei centri d’accoglienza, una fase di accompagnamento sanitario ed una d’integrazione sociale, che riguarda l’attivazione di una serie d’interventi che dovrebbero portare all’autonomia una volta fuoriusciti. Il percorso che un richiedente/beneficiario di protezione internazionale fa all’interno dello Sprar inizia con l’apprendimento della lingua italiana, per proseguire con l’acquisizione di competenze professionali attraverso borse lavoro o tirocini, e infine la possibilità di essere inserito in un programma abitativo o con un contributo d’uscita o con un qualche progetto di semi-autonomia residenziale.

Una delle maggiori criticità, che non è legata al sistema di accoglienza è la difficoltà di monitoraggio della autonomia raggiunta dopo la fuoriuscita dal programma. Il 37 per cento delle persone escono dallo Sprar per motivi d’integrazione, cioè hanno un lavoro con una qualche forma di contratto ed una casa in affitto. Dopo soli sei mesi però la situazione può radicalmente cambiare, poiché il lavoro può essere perduto e possono innescarsi forme di sfruttamento e lavoro nero che mettono in crisi l’autonomia e quindi l’integrazione.

Poi ci sono i due grandi temi che riguardano i cosiddetti vulnerabili ed i minori non accompagnati. Per ciò che concerne il primo caso si discute molto sulla istituzionalizzazione della categoria vulnerabili, all’interno di un mondo, quello appunto dei richiedenti e rifugiati, che di per se è vulnerabile per le storie di dolore tout court di cui sono portatori. E’ chiaro che esistono casi più difficili di altri, come chi è affetto da patologie soprattutto di tipo comportamentale. Il problema segnalato è che in quei casi la rete dei servizi socio-sanitaria non è preparata ad un efficace intervento.

Sul versante dei minori non accompagnati invece i dati che si sono registrati nel 2011 sono abbastanza interessanti poiché le 130 persone appartenenti a questa categoria, sono state tutte coinvolte in programmi d’inserimento sociale ed il loro percorso viene monitorato anche dopo la maggiore età, considerando che la maggior parte dei minori non accompagnati sono di nazionalità afgana e arrivano in Italia dopo viaggi davvero incredibili. L’aspetto critico è concentrato nel fatto che spesso le organizzazioni Sprar hanno difficoltà a riconoscere chi è minore da chi è maggiorenne, anche perché il test del polso che solitamente si usa fare non sembra sia certo.

E’ di pochi giorni fa la denuncia fatta dall’Unione Europea sui ripetuti casi di respingimento in Grecia da parte della polizia italiana nei confronti di minori non accompagnati. La Grecia, come risaputo dagli organismi internazionali, non ha l’abitudine di rispettare i diritti umani e per questa ragione molte nazioni europee hanno adottato come provvedimento il non respingimento. Ma questa è un’altra storia, come direbbe qualcuno…

Bologna, la vita in attesa dei ragazzi dell’ “Emergenza Nord Africa”

 

11 Dicembre 2013

BOLOGNA – Traore ha un viso sorridente e un’espressione attenta, eppure le cose che ha da dire sono piene di preoccupazione. La sua vita in questo momento potrebbe riannodarsi ancora una volta, come quella di un migliaio di altri cittadini provenienti dall’Africa del nord e da quella sub-sahariana. Si tratta dei cosiddetti profughi dell’emergenza nord Africa, che per esigenza di sintesi vengono chiamati ENA.

Quelli che fuggirono dalla guerra che portò alla caduta di Gheddafi e che la Protezione Civile prese in carico, finanziando e supervisionando l’operazione con i gestori locali dei territori comunali, dove sono stati collocati. Sono prevalentemente ragazzi, si potrebbe parlare di loro in termini generazionali, come la rappresentazione della gioventù nord africana e sub sahariana.

Il 31 dicembre del 2012, dopo quasi due anni da quando è partita l’operazione di accoglienza, la Protezione Civile chiuderà le convenzioni con i gestori. Questo significa che Traore, come tutti i 22 ospiti dovrà essere messo fuori dalla struttura di accoglienza di via del Milliario a Bologna, senza sapere dove andare. “Noi siamo tranquilli per la nostra vita – dice Traore – perché qui non c’è la guerra, però siamo molto preoccupati per il nostro futuro, perché non sappiamo dove andare dopo il 31 dicembre”. Traore proviene dal Mali, ha ventisette anni e prima di partire faceva l’insegnante di francese. Il suo viaggio è stato interminabile perché dal Mali si è spostato in Algeria e poi in Libia dov’è rimasto due anni, poi Lampedusa e per finire nel piano profughi di Bologna, nell’agosto del 2011.

“Sono tutti ragazzi in gamba…” Sottolinea un’operatrice della Cooperativa Arcolaio, ente gestore del centro di accoglienza di via del Milliario. Sì perché, un po’ tutti, da quando sono a Bologna, hanno, in un modo o nell’altro, cercato di crescere: chi prendendo la licenza media, chi frequentando una scuola media superiore, chi attivandosi nel mondo dei mestieri con delle borse lavoro. Hanno in primo luogo studiato e imparato l’italiano, ed è questo che ha permesso di farli interagire tra di loro, anche in modo solidaristico. Eppure sono di paesi ed etnie diverse: Mali, Costa d’Avorio, Sudan e Tunisia. Infatti, una delle maggiori preoccupazioni dei ragazzi riguarda i corsi, la scuola, la ricerca del lavoro. Che fine farà tutto questo impegno, costruito su grandi aspettative per il futuro?

“Solo se avremo un lavoro, potremo risolvere la nostra situazione”, sottolinea Traore. “Già, il lavoro! – ribatte Doumbia, un’altro cittadino maliano – Per me il futuro significa trovare un lavoro e poi una casa”. Doumbia non è del nord come Traore, lui viene dalle parti di Bamako e a ventidue anni ne ha viste di tutti i colori. Più di Traore si scalda quando parla di quello che sta avvenendo nel nord del suo Paese, lui che è musulmano: “Noi vorremmo che in Mali finisca la guerra e che diventi un unico paese e non diviso in due com’è adesso…” Poi Doumbia cambia subito argomento e parla dell’Italia: “Io ho capito che se ti comporti bene qualcuno te lo da un lavoro. Durante la scuola d’italiano mi sono comportato bene e l’insegnante mi ha trovato un lavoro…” Dombia ha lavorato come manutentore di macchine da caffè, poi l’azienda ha interrotto il rapporto, sembra per poche commesse. E’ la stessa risposta che ha avuto Traore, metalmeccanico per nove mesi, tra borsa lavoro e tirocinio. La crisi è pesante per tutti si sa, ma forse per ragazzi come questi lo è un po’ di più.

Ma loro non sembrano arrendersi. Come Saasha, per esempio, un giovane che sa il fatto suo. “Quello, – ci tiene a sottolineare – non è il mio vero nome ma uno pseudonimo formato dall’insieme di due nomi”. Saasha non si perde d’animo e da solo, cioè senza l’accompagnamento di qualche operatore, si è andato a trovare un corso di formazione professionale a Imola, peccato che poi ha scoperto essere a pagamento. Saasha ha 22 anni, uno sguardo arcigno e anch’esso molto determinato. Ha una moglie e un figlio in Somalia e la sua storia è un pò dura. Dopo un viaggio tortuoso, passando per il Kenya, l’Uganda, il Sudan, quando arrivò in Libia la prima cosa che gli successe fu quella di essere arrestato e incarcerato in una delle celebri galere di Gheddafi. Lì, tra violenze fisiche e psicologiche, vi rimase un anno. Quando, durante la guerra civile, le carceri furono aperte, Saasha, come tantissimi suoi connazionali, si rifugiò presso l’ambasciata somala di Tripoli. L’ambasciatore, al fine di fronteggiare l’invasione nella sede diplomatica, disse a tutti che non era in condizione di poter aiutare nessuno, poiché erano in troppi, quindi consigliò a tutti di scappare. Così Saasha s’imbarcò a Tripoli in un barcone, direzione Lampedusa.

Anche lui ha fatto un’esperienza di lavoro, ma come operaio in Ducati, a lui però non l’hanno tenuto per un motivo diverso rispetto agli altri, perché ancora non aveva il permesso di soggiorno, ma solo la richiesta di protezione internazionale. Lui, come gli altri 18 sub sahariani di via del Milliario, ha ricevuto la protezione internazionale dalla Commissione territoriale di Bologna solo un mese fa. I 4 tunisini invece non hanno nessun tipo di riconoscimento, fino ad adesso, e per loro il 15 dicembre scadono i termini della permanenza in Italia, cioè saranno clandestini. “La cosa importante è trovare un lavoro, – conclude Saasha – solo così posso far venire qui mia moglie e mio figlio. Adesso non so cosa succederà, ma a mia moglie e a mia madre non voglio dire niente del 31 dicembre, non è giusto farle preoccupare, a preoccuparsi basta uno solo”.