Il progetto on line Radio Cento Mondi

 

Raccontare una storia si fa dall'alba dei tempi e al momento non si riesce a smettere. Oggi alcune non vengono più regalate dai nonni ai propri nipotini... Altre, più nuove, sembra non abbiano voce o meglio non trovino orecchie in ascolto...

Web magazine sui diritti negati nel mondo

Nel 2011, quando è nata l’idea di creare un web magazine, che portasse all’attenzione i temi legati ai processi migratori in Italia, ci siamo posti un quesito, e cioè: “quale può essere la funzione di un medium in questo tempo storico?” Ma prima di rispondere a questa domanda occorrerebbe fare una considerazione di fondo. Si, perché se la missione di un organo d’informazione è condensata nel “valore pubblico della notizia”, che dovrebbe fare da specchio della realtà, il suo contraltare, nella cultura informativa di questo paese, si manifesta nella mistificazione dello stesso.
 
Ecco perché il nostro obiettivo è quello di elaborare pratiche legate alla comunicazione giornalistica al di fuori delle distorsioni del sistema mediatico mainstream, ristabilendo la giusta equazione tra gerarchia delle notizie e il valore pubblico delle stesse, al fine di superare dettami e stereotipie proprie alle strutture informative. E’, in qualche modo, l’idea di ridefinire la mappa sociale della comunicazione, soffermandosi sui paesi del sud del mondo, per focalizzare l’attenzione su quello che succede laggiù.
 
Forse possiamo dare la risposta alla domanda che ci siamo posti all’inizio: “quale può essere la funzione di un medium informativo in questo tempo storico?”
 
Vogliamo raccontare il nostro tempo in una sorta di viaggio a ritroso, che ci permetta di guardare agli “stranieri” come cittadini portatori di diritti negati nei loro paesi d’origine, e con quello che sta succedendo oggi in Europa, possiamo dire che lo stesso succede nel vecchio continente. Sappiamo che i valori della civiltà liberale si fondano sulla possibilità per tutti di essere cittadini liberi e di difendere la libertà altrui, perché questo significa difendere la nostra stessa libertà… Così ci hanno insegnato i padri fondatori dello stato di diritto, e così continuano a raccontarci chi di quei padri fondatori ne vanta l’eredità. Se così stanno le cose, dunque, comprendere le vere ragioni di chi la libertà di essere cittadino non la possiede, oggi è il principale dovere delle donne e degli uomini liberi della nostra epoca.
 
Ma c’è anche un discorso sul linguaggio che ci tocca da vicino. All’inizio di questo percorso abbiamo inteso mettere a fuoco le diverse tipologie di comunicazione, testuale, sonora e visiva, col preciso intento di sperimentare forme di racconto, costruite su ritmiche diverse. Ognuna utilizza un linguaggio differente nel suo pezzo di racconto, ma quando tutte vengono messe insieme diventano il racconto stesso. In tal senso il linguaggio “delinearizzato” del web, cioè senza un inizio e senza una fine, trasforma il medium in una mappa, dove ogni cittadino può costruirsi il proprio percorso. Ecco che la dimensione emotiva oltre che cognitiva gioca un ruolo fondamentale grazie ai suoni e alle immagini mixati e sovrapposti, secondo una logica ritmica a cui il racconto di ciò che avviene nei cento mondi deve adattarsi. Anche perché l’uso di materiale sonoro, proveniente dai media di massa videotelevisivi, permette di amplificare la carica emotiva sul contrasto tra bianco e nero.
 
Se la separazione tra spazio pubblico e spazio privato si è perduta negli anfratti del tempo tecnologizzato, occorre ridare valore pubblico alle notizie, fuori dalle grinfie dei dettami commerciali e degli imperativi politici. Le storie di vita ad esempio diventano un modello esplicativo della realtà se raccontate attraverso il loro valore pubblico. Allo stesso modo la distanza siderale che c’è tra la realtà dei cittadini e quella raccontata dai giornali è la medesima distanza che c’è tra l’azione dei governi e i bisogni della gente.
 
La rivoluzione del web consente quantomeno di mettere mano al primo dei problemi della nostra società: permettere al giornalismo di riappropriarsi dei suoi innati valori di cittadinanza. Attraverso il web la comunicazione giornalistica può attivare una riorganizzazione di senso e significato del concetto stesso di giornalismo, con quello che è stato definito “citizen journalism”.
 

Questo nuovo concetto è prioritariamente legato alla capacità di offerta di internet, nella “circuitazione” delle informazioni che, dai blog ai social network, hanno posto in essere il protagonismo del cittadino in quanto tale, dove esso stesso, attraverso la sua partecipazione attiva, può diventare produttore di informazioni, che vengono “deistituzionalizzate”  poiché partono dal basso. Si può anche dire, soprattutto  per ciò che concerne l’Italia, che il citizen journalism ha anche in qualche modo ridato senso al concetto di valore notizia, oggi distorto dai meccanismi interni del sistema di produzione delle informazioni, tipici della catena di montaggio dei grandi network di carta stampata e radio-televisivi.

 

E’ un racconto pubblico quello che facciamo. Sono le storie dei protagonisti del nostro viaggio. Perché sono vere storie di vita che occorre conoscere se si vuole avere un’idea, se ci si affretta ad emettere un giudizio sul tema dei processi migratori. Ma è la storia anche dei paesi del sud del mondo, delle cui condizioni, in modo storicamente conclamato ormai, è responsabile il mondo economicamente sviluppato, responsabilità che la “Fortezza Europa” non si vuole prendere…

 

I paradigmi

Comprendere le vere ragioni che spingono le popolazioni a lasciare la propria terra per cercare riparo in altri continenti e in altri luoghi.

 

Pensare a queste persone, come a noi stessi, in quanto cittadini di un mondo dove tutti possano essere liberi di spostarsi.

 

O che la loro incolumità venga messa a rischio o che a rischio ci siano le proprie speranze.

 

Un mondo, insomma, dove tutti abbiano i medesimi diritti di cittadinanza, a prescindere…

 

La verità è che il pericolo al mantenimento dello status di “cittadini occidentali” non proviene dagli stranieri che migrano da un paese all’altro.

 

Il vero pericolo proviene dalle differenze sempre più macroscopiche nell’accesso al benessere.

 

La circolazione delle risorse viene canalizzata sulle classi dirigenti e non sul bene pubblico…

 

Il neo-liberismo, insomma…

 

 

LE NOTIZIE LIBERATE

DAL CITIZEN JOURNALISM ALLE FREE NEWS

Era il 1989 quando la caduta dei muri fu ripresa in diretta dalla CNN e si parlò di “effetto liberatorio” dei media, poiché si disse che i regimi a socialismo reale non furono in condizione di perpetrare dei massacri, tramite i colpi di coda, grazie alle telecamere accese. In tal senso, quando nello stesso anno le telecamere si spensero su piazza Tienamen, la rivolta su soffocata nel sangue.

Poi venne la prima guerra del Golfo che, attraverso i nuovi metodi di gestione della guerra, vide l'esercito americano, a differenza del Vietnam, stringere le maglie della comunicazione sui campi di battaglia. La CNN fu l’unico network che riuscì a restare a Bagdad. Riecheggiano ancora le parole di Peter Arnett, mentre da una stanza d’albergo, fa la cronaca del primo attacco statunitense sulla capitale irachena, mentre gli altri suoi colleghi  sono già fuggiti nei rifugi.

In quel contesto la CNN prese il posto delle agenzie di stampa: tutti gli organi d’informazione usarono le notizie della Tv via cavo di Atlanta per raccontare quello che avveniva in Iraq. Già in quel momento veniva stravolto un paradigma legato alla storia della comunicazione giornalistica, sul rapporto tra fonte e agenzie di stampa. Anche perché la difficoltà di accedere direttamente ai campi di battaglia mise nella condizione i mezzi di comunicazione di trovare delle fonti informali per entrare prima di tutti all’interno dei fatti.

Con la nascita e la massificazione del web, la rivoluzione nell’ambito della comunicazione giornalistica venne completata attraverso una riorganizzazione di senso e significato del concetto stesso di giornalismo, con quello che è stato definito “citizen journalism”.  Questo nuovo concetto è prioritariamente legato alla capacità di offerta di internet, nella circuitazione delle informazioni che, dai blog ai social network, hanno posto in essere il protagonismo del cittadino in quanto tale, dove esso stesso, attraverso la sua partecipazione attiva, diventa produttore di informazioni, che vengono “deistituzionalizzate”  poiché partono dal basso.

Si può anche dire che, soprattutto  per ciò che concerne l’ Italia,  il citizen journalism ha anche in qualche modo ridato senso al concetto di valore notizia, proprio ai meccanismi interni del sistema di produzione delle informazioni, tipici della catena di montaggio dei grandi network di carta stampata e radio-televisivi.

Questo perché i mezzi d’informazione, soprattutto in Italia, ormai hanno smarrito il significato del concetto di valore pubblico della notizia, che è la legge fondamentale dell’informazione di massa. Se da un lato la globalizzazione e lo sviluppo delle tecnologie mediatiche hanno prodotto la paradossale condizione sociale  legata ai surplus informativi, cioè più informazioni ci sono da più parti e più si è disinformati, c'è da dire che  la notizia è generata, il più delle volte, da una mistificazione di significato, poiché in primis risponde alle esigenze di comunicazione del corpo politico. Cioè a dire, i mezzi d’informazione italiani, nello specifico, che dagli anni settanta rispondono alla logica della politica e non del medium, negli ultimi vent’anni, hanno accentuato questa loro caratteristica, entrando in prima persona nell’arena politica. Questo spiega il motivo per cui Tangentopoli non venne innescata dai mezzi d'informazione ma dalla magistratura.

Se a ciò si aggiunge il paradigma della spirale del silenzio, propria al carattere stesso della catena di montaggio delle industrie dell’informazione, e poi la "decontestualizzazione della notizia", che impedisce di cogliere il reale significante del fatto, vedi a titolo esemplificativo  la storia di Josè Mujica descritta in altra parte di questo sito, la funzione originaria dei mezzi d’informazione di massa viene esautorata.

Ecco perche è stato possibile, solo attraverso il citizen journalism, innescare le primavere arabe, dando un nuovo significato all’effetto liberatorio della tv via cavo della fine degli anni ottanta. Nel 2011 non si è trattato soltanto di circuitazione delle informazioni dal basso, che tutti i mezzi di comunicazione di massa utilizzarono come fonte, ma anche di “comunicazione organizzativa”, poiché attraverso i social network si sono stabiliti i criteri organizzativi per le manifestazioni di protesta, soprattutto nei venerdì, giorno di preghiera per i musulmani, che divenne giorno di ribellione

Il nuovo Peter Arnett  si chiama Rami Nakhle, pseudonimo Malath Aumran, trentenne laureato in Scienze Politiche ed esperto informatico, costretto a rifugiarsi in Libano perchè ricercato dai servizi segreti siriani, che gli hanno dato la caccia come se fosse stato un pericoloso agente segreto del controspionaggio. Ha avuto un ruolo fondamentale prima che si costituisse una organizzazione militare di ribellione strutturata.

Le sue armi non erano però quelle delle spie che solitamente possiamo vedere nei film di genere, ma semplicemente facebook e twitter. Nascosto in un quartiere cristiano di Beirut, dove una cerchia di amici lo hanno protetto nella sua clandestinità, il suo lavoro è stato quello di tessere le fila di una guerra telematica, di cui è stato uno dei principali protagonisti, facendo circolare le informazioni tra l'esterno e l'interno della Siria, per comprendere ciò che succedeva nelle strade della città, dal numero dei morti alla tipologia delle violenze del regime. Nel frattempo veniva interpellato spessissimo come opinionista dal Network Al Jazeer.

Egli riusciva ad aggirare la censura, mettendo in collegamento gli attivisti sul campo, organizzati attraverso i cosiddetti "comitati". La cosa straordinaria che a questi comitati partecipavano insieme, uniti nella lotta, sia cristiani che musulmani, i quali trovarono nella pagina di facebook "Syrian Revolution 2011", con 120 mila fan, il luogo di incontro, ma anche di elaborazione politica, della protesta.

Dal nostro punto di vista, il concetto di “Free News” assume un significato ben preciso, e cioè quello di leggere i fatti del mondo dal basso, poiché solo così è possibile liberare le notizie dalle costrizioni della mistificazione politica, della commercializzazione, della decontestualizzazione e della spirale del silenzio, riconsegnando lo statuto originario di “valore pubblico” all’informazione, propria ad una società in grado di avere una chiara definizione e di coscienza su ciò che succede nel mondo.

IN DUE GIORNI UNA VITA 

La vera storia di una fuga, nel quadro della guerra civile ivoriana

 

di  Marco Marano

In viaggio tra rimorsi e pianto

Erano le tre del mattino e mezz'ora dopo l'aereo della Royal Air Maroc avrebbe decollato. L'aereoporto  Senou di Bamako era ancora stranamente affollato a quell'ora. Christelle non riusciva a stare ferma. Si alzava e si sedeva continuamente nell'attesa di imbarcarsi. Aveva gli occhi stanchi e pieni di paura. L'uomo che l'accompagnava, Monsieur Kaschi, era quello che le aveva fornito il biglietto aereo ed un passaporto falso, pagati con soldi ivoriani, cioè franchi cosiddetti CFA. L'avrebbe accompagnata fino a Bologna al fine di riprendersi il passaporto. Ma era davvero sola, adesso. I suoi vent’anni vissuti spensieratamente chissà come avrebbero retto a tutto quello che le stava succedendo. La sua mente in quel momento era concentrata a pregare Dio che le salvasse la madre da quel brutto male che in Mali non poteva curare. Aveva voglia di piangere ma non aveva neanche la forza per farlo. Sua madre stava morendo senza di lei e il padre gli era stato ammazzato un paio di mesi prima dagli ex ribelli del Nord. Era sola adesso.

Appena entrata in aereo Christelle si affidò a monsieur Kaschi per individuare i posti a loro assegnati: “E' questo il tuo, 71 A, proprio accanto al finestrino”. Il suo sguardo era assente, sembrava che si trovasse in una stanza piena di fantasmi che gli volavano intorno. Il suo bellissimo viso, dolce e delicato, pareva vittima di un trauma interiore di cui ancora non era pienamente cosciente. Tutti i passeggeri intanto avevano preso posto e l'aereo cominciava le prime manovre di accensione. La rotta era Bamako-Bologna, con scalo a Casablanca. Dalla carta d'imbarco, che continuava a tenere in mano, leggeva continuamente gli orari di volo: alle 6,55 sarebbe atterrata a Casablanca per ripartire alle 8,20 ed arrivare a Bologna alle 12,25. Quale sorte le sarebbe toccata una volta giunta in quella sconosciuta città italiana non poteva immaginarlo, l'unica cosa che sapeva era di presentarsi alle autorità preposte, e avviare la procedura per il riconoscimento della protezione internazionale.

L'aereo prese il volo e  Christelle chiuse gli occhi. Qualche ora di sonno sarebbero state un toccasana per lei, ma era difficile riuscire a dormire. I fantasmi entravano e uscivano dalla sua mente. Stava scappando da un destino avverso e proprio in quel momento quante cose avrebbe voluto dire ai suoi genitori, cose mai dette, cose nascoste, come nascoste sono le monellerie di una ragazza di vent'anni. Certo, lei era una ragazza piuttosto vivace che, come si suol dire, faceva disperare i genitori, tanto che sia papà Hassan che mamma Louise ad un certo punto decisero di non metterle più troppi paletti, ma tre o quattro regole fondamentali a cui doveva rispetto. Tanto le monellerie le avrebbe fatte ugualmente, come quando, scappava via di casa i fine settimana, per andare a divertirsi ad Abidjan.  Era un amore smisurato che avevano per la loro unica figlia. In qualche modo, quell'amore, rappresentava una delle due dimensioni assolute della loro esistenza, l'altra erano le imprese commerciali che insieme si erano costruiti con anni di duro lavoro e fatica: quello era il loro secondo amore...

 

Le ragioni dell’odio

 

Gli eventi che hanno caratterizzato la Costa d'Avorio dal 2002 sono difficilmente codificabili nelle categorie che appartengono alle guerre tra i popoli, dove potere politico, interessi industriali e appartenenza etnico-religiosa si sono incrociati a vari livelli lungo tutto il ventesimo secolo e oltre. Se le guerre che attualmente sono combattute in Africa hanno un comune denominatore nel tribalismo, dato che principalmente coinvolgono le popolazioni civili, o neo-tribalismo, visto che le armi usate appartengono alla contemporaneità, quello che è successo in Costa d'Avorio, per alcuni versi, ha più i caratteri di una guerra di tipo feudale del nostro medioevo. Perché ad esercitare violenza sul territorio sono dei veri e propri clan, che dal 2002 si sono decuplicati. All'inizio vi era un'unica organizzazione militare ribelle, le Forces Nouvelles, dove convivevano tre ex gruppi autonomi. A questi si aggiungevano numerose formazioni mercenarie che operavano ai confini con la Liberia e la Sierra Leone, combattendo per il miglior offerente.

Ci sono molti aspetti particolari in questa vicenda che in qualche modo la rendono unica. Innanzitutto i motivi che hanno scatenato la guerra, motivi inizialmente difficili da leggere dall'osservatorio europeo. C'è innanzitutto la strana storia di una ordinanza del governo per smobilitare due guarnigioni, i cui ufficiali per organizzare una protesta, diciamo così, vigorosa cercano di coinvolgere alcuni esiliati promotori del precedente colpo di stato, che hanno ancora un certo ascendente nelle forze armate nazionali. C'è poi la vicenda del dissesto economico che il paese vive negli ultimi anni. La Costa d'Avorio è una delle nazioni più sviluppate dell'Africa sud sahariana. La funzione strategica del porto commerciale di Abidjan è una delle chiavi di lettura della circolazione delle risorse per l’intero paese, tanto che proprio in seguito alla crisi prima e all'instabilità indotta dalla guerra interna dopo, non poté più servire da polo di attrazione per alcune aree limitrofe, come il Mali, paese senza sbocco sul mare che a sua volta viene travolto da una crisi interna di sistema. Ma la principale chiave di lettura è sicuramente la gestione delle materie prime e soprattutto del cacao, di cui la Costa d’Avorio è leader mondiale nella produzione ed esportazione.

Sulle piantagioni di cacao c’è tutta un’altra storia da raccontare che risale al 1995, quando l’allora capo di stato Henri Konan Bedié, succeduto al padre della patria Houphouet-Boigny, per contrastare le mire di potere del suo rivale Alassane Ouattara si inventò il mito della purezza etnica ivoriana, facendo breccia tra ampie fasce della popolazione, generando un conflitto sociale latente. In Costa d'Avorio esistono una sessantina di gruppi etnici cosiddetti autoctoni, e poi svariate nazionalità africane, mediorientali ed europee che hanno migrato dagli anni quaranta fino agli anni novanta, creando commistioni tra ceppi sommariamente definiti non autoctoni. Tutto questo nel contesto generale di un paese diviso in due: il nord musulmano e il sud cristiano. Durante il lungo regno del Presidente  Houphouet-Boigny la dimensione multietnica era diventata proprio uno dei punti di forza sia della filosofia del potere che dello sviluppo produttivo, facendo diventare la Costa d'Avorio una delle aree più stabili ed economicamente progredite dell'Africa.  Con la morte del leader carismatico la sua eredità non fu assunta da nessuno, anzi la lotta per il potere iniziò a provocare la caduta negli inferi, che pochi anni dopo, cioè durante gli eventi che stiamo raccontando, porterà a galla un barbaro conflitto civile. Ma come ogni storia che si rispetti, riguardante gli scontri di civiltà che siano essi endogeni o esogeni, dietro il mito della purezza etnica ci stanno degli interessi da gestire, perché le piantagioni di cacao sono prevalentemente localizzate nel sud del paese ma gestite da imprenditori provenienti dal nord.

Sta di fatto che le politiche nazionaliste del nuovo governo in carica producono una forbice socio-economica sempre più ampia tra ricchi e poveri, considerato che questo paese è uno dei pochi dove esiste una classe media, proveniente dai commerci e dalle imprese, nelle aree urbane, e dalle piantagioni nelle aree agricole.                                          

Però, da questo momento in poi, ci sono altre storie che si dirimano, che si perdono nei meandri dell'interpretazione storica. Una di queste è la diaspora. Si, perché già nei mesi immediatamente precedenti allo scoppio della guerra civile, nell'estate del 2002, molte famiglie non autoctone del nord furono stimolate ad andare via dal governo nazionale, perché la guerra era imminente e loro sarebbero stati presi di mira dai ribelli. Poi ci furono le successive espulsioni di massa, gli sfollamenti, la fuga di decine di migliaia di persone dai loro villaggi nei bush, per salvarsi dalle ritorsioni trasversali dei clan. Quello che è successo si può semplicemente sintetizzare nel fatto che attraverso il tema etnico le organizzazioni criminali hanno potuto saccheggiare villaggi e città, producendo fughe di massa, interne ed esterne... Tutto questo ha creato una situazione tale che rende impossibile poter fare un censimento esatto sulle famiglie. Ma la cosa ancora più paradossale è che l'impossibilità di censire la nazione diventa uno dei motivi che ha sempre impedito di indire le elezioni per normalizzare il paese: se il cane si morde la coda, vuol dire che qualcuno ci marcia...

I pensieri girano ancora

I pensieri girano in quella notte assurda, e le sentinelle della coscienza urlano il loro altolà, come carcerieri di una vita che si è infranta in un specchio di ombre. I pensieri girano sempre, ma senza la direzione di una strada maestra. Vagano per le vie laterali dei ricordi, dove l'immagine dei propri genitori si sgretola continuamente, così come si è sgretolato il suo mondo. Sono strade tortuose, interrotte dai vuoti d'aria dell'aereo. E’ un tragitto colmo di ostacoli e di trappole, le stesse che hanno portato il suo destino dentro una vita che non è la sua, che non può essere la sua. Perché di quelle trappole lei non ne sapeva niente, l'agiatezza che Hassan e Louise avevano costruito attorno alla loro figlia, serviva in qualche modo a difenderla da tutto quello che in Costa d'Avorio stava succedendo, come, appunto, le fughe che  la ragazza programmava con dovizia di particolari.

Aspettava che il venerdì pomeriggio i genitori uscissero di casa per recarsi al ristorante, pensava che presi dai problemi e dalla stanchezza di quei due giorni infernali di lavoro, non si sarebbero accorti di nulla. Il primo ostacolo da superare erano gli uomini della sicurezza che vigilavano sulla casa dei Barigalle. Le disposizioni che loro avevano a proposito di Christelle erano abbastanza chiare: uscire o rientrare ad una certa ora, di volta in volta indicata dai genitori. Lei sapendo che doveva ingraziarsi la benevolenza di quegli uomini, per farli tacere, li corrompeva con grosse cifre di danaro, visto che aveva comunque la possibilità di maneggiarne in buone quantità. S'incontrava poi col suo gruppo di amiche e in treno partivano per Abidjan. Anche se era in corso una sorta di guerra civile non sembrava proprio che questa potesse essere un ostacolo alla voglia di vivere la sua giovinezza in allegria. Nel suo troller rosa, che amava abbinare ai vestiti dello stesso colore,  teneva i suoi abiti più sexy per la sera, e nella sua borsa Dolce e Gabbana, tutte le cose che una ragazza di quell’età può avere, insieme a quattro cellulari ed un portafoglio colmo di banconote. Alla madre diceva che il padre non le aveva dato i soldi per il fine settimana, al padre diceva la stessa cosa della madre. Così sempre. Quando Hassan e Louise si accorgevano del trucco le facevano la solita romanzina, e tutto tornava come prima… La settimana seguente avrebbe fatto lo stesso gioco… Tutto sommato, per come si erano messe le cose a Bouake, che la ragazza passasse il suo tempo fuori dalla città, e soprattutto in luoghi protetti, dove la famiglia Barigalle era conosciuta, per loro andava pure bene.

Una volta arrivata ad Abidjan con le amiche si recava all’Hotel Intercontinental, tra i più esclusivi della città, per prendere una stanza: ovviamente avrebbe pagato lei. L’Intercontinental per quelle giovani ragazze era una sorta di eldorado della bella vita: ricchezza e agiatezza allo stato puro, tra piscina e idromassaggio, colazione in camera e uomini di un certo livello da cui farsi corteggiare. Lì, Christelle era conosciuta da tutti, dal portantino, che ogni volta le faceva gli occhi dolci, e lei ricambiava con un sorriso, al portiere che appena la vedeva sapeva che stanza darle: “Buon giorno signorina Barigaulle, la stavamo aspettando, senza di lei questo hotel non è lo stesso!” Il suo nome era importante all’Intercontinental...

Papà Hassan era conosciuto ad Abidjan, la sua scalata sociale era partita proprio da lì. Lui, libanese di nascita, sposato con una ivoriana doc, in pochi anni era riuscito a costruirsi a Bouake un piccolo impero commerciale. Prima un emporio, che in pochi anni diventerà tra i più grandi della città, e poi il ristorante Au Pacha, frequentato dal mondo ivoriano che contava. Per uomini d’affari, politici, militari francesi, turisti che provenivano da Abidjan era quasi un obbligo andare a mangiare da Hassan. C’è da dire che la famiglia Barigalle era ben integrata nel territorio, in pochi anni, infatti, riuscirono a costruirsi una posizione socio-economica alta, guadagnata con un impegno ed una dedizione al lavoro assolute. Una famiglia invidiabile per il contesto sociale di Bouake, anche perché era ben voluta da tutti. Era una delle tante famiglie non autoctone, cioè prodotto dei flussi migratori in Costa d’Avorio. Un ricco e affermato commerciante, insomma, libanese e cristiano... In un certo senso, questa sarà anche la sua condanna a morte...

 

La notte in quell'aereo sembrava non passare mai. Christelle chiudeva e apriva gli occhi in continuazione. Poi guardava l'orologio, erano ancora le cinque, quasi due ore per arrivare a Casablanca. Si girava ogni tanto verso Monsieur Kaschi, ma quello dormiva beatamente, anzi era il più fantasma di tutti. Due ore per telefonare a Konate, l'amico di famiglia che aveva aiutato lei e la madre ad arrivare a Bamako e aveva anche contattato Monsieur Kaschi per il viaggio della ragazza.  Chiuse ancora gli occhi e per pochi secondi riuscì ad addormentarsi. Poi li riaprì. Erano terrorizzati. Scoppiò a piangere. Si mise le mani sul volto come per non farsi sentire, ma comunque tutti dormivano. Sua madre era morta. Ebbe un sussulto, come una sorta di presentimento. Forse di più di un presentimento perché lo sentiva dentro, era come se i suoi nervi fossero stati investiti da un maremoto invisibile. Aveva sentito qualcosa. Aveva sentito che mamma Louise era morta. Non riusciva a tenere le lacrime Christelle. Piangeva e singhiozzava come una bambina che si è persa e non trova più la mano che l'accompagna. Lei donna/bambina, lei ragazza/donna, con la sensibilità di una bambina, l'impudenza di una ragazza,  la caparbietà di una donna. Piangeva e singhiozzava: qualcosa le aveva comunicato che la sua mamma non c'era più. Adesso i pensieri si erano spenti, perché il pianto aveva rotto i circuiti dei ricordi, i suoi nervi ed i suoi muscoli erano a pezzi. Pianse fino alle sei del mattino, poi si addormentò per la stanchezza.

La guerra delle maschere

Tante storie che si vanno ad incrociare e rendono assolutamente ingarbugliata la matassa da districare. Cerchiamo di leggerle attraverso l’uso delle maschere. Nella storia del teatro e della letteratura le maschere hanno sempre assunto una funzione esplicativa della realtà:  il principe o il guerriero, il bravo o il codardo, il traditore o l'eroe. 

Il Principe è  Laurent Koudou Gbagbo. Professore di Storia all’Università di Abidjan e Preside della facoltà di Lingue, dopo aver fondato il Fronte Popolare Ivoriano, è costretto, nell’85, all’esilio in Francia, per rientrare qualche anno dopo, giusto in tempo per candidarsi, con scarso successo, alle elezioni presidenziali del ‘90. Lo ritroveremo nel 2000 sempre come candidato alla medesima carica. Il suo rivale è  il leader militare Robert Guéï, che si dichiara vincitore. Scoppia una rivolta ad Abidjan, poiché Gbagbo afferma di aver vinto lui con quasi il 60% dei voti. Guéï scappa e Gbagbo si insedia nella carica: finalmente diventa Principe, anche se l’amministrazione Clinton non lo vuole riconoscere, per la poca chiarezza nella gestione delle elezioni.

Ma torniamo per un attimo alle motivazioni del tentativo di colpo di stato che due anni dopo cercherà di defenestrarlo. Perché c’è un’altra versione, dove entra in gioco un altro Principe, assai più potente del Presidente in carica, che però nella messa in scena degli eventi ivoriani assume una dimensione strettamente legata alla maschera del Potere in quanto tale: è la Francia. Attenzione, non si tratta della Francia rappresentata dal questo o quel Presidente, ma la Francia come Potere di condizionare le ex aree coloniali attraverso la cosiddetta Françafrique. Infatti, una delle altre storie che sono uscite fuori da questa vicenda è che la ribellione sarebbe stata fomentata, soprattutto con l’intervento dei mercenari, tra Liberia, Sierra Leone e Burkina Faso, proprio dal governo francese, per destabilizzare il Principe ivoriano, considerato troppo nazionalista, al punto da minare gli interessi economici del paese d’oltralpe. Secondo questa nuova interpretazione degli eventi in Costa d’Avorio, non ci sarebbe stata una vera guerra civile ma un’attività di guerriglia che inizialmente aveva i punti forti nelle città di Abidjan al sud e Bouake al nord. Non riuscendo nell’impresa di sovvertire il Principe ivoriano si è dunque creata la situazione per cui Abidjan, capitale commerciale del paese, è rimasta al Potere costituito, e dal punto di vista sociale si è normalizzata, mentre Bouake è andata ai ribelli, diventando ricettacolo di violenza e degrado morale, tale da farla sprofondare nel medioevo appunto.

Certo, anche questa interpretazione risulta difficilmente leggibile se contestualizzata all’evoluzione dei fatti, considerato che le Nazioni Unite avevano da subito dato il loro sostegno al governo eletto e la Francia non poteva certo, nemmeno ufficiosamente, come fu per decenni nello stile degli Stati Uniti in Sud America, apparire come sponsor dei guerriglieri. Quando nel 2002  le tre organizzazioni militari si riuniscono a Bouake sotto un’unica regia politica, chiedono immediatamente alla Francia di restare fuori dai giochi e che ogni rappresaglia militare nei confronti dei ribelli sarebbe stata considerata un atto di guerra a tutti gli effetti. Questo perché l’esercito francese, nei mesi precedenti, era intervenuto contro i ribelli nelle città di Man e Duekoue, sempre nel nord del paese. L’elemento ancora più assurdo che si va ad aggiungere è che soltanto pochi mesi dopo i francesi cominciarono ad essere attaccati anche dai governativi, per poi raggiungere un accordo di non belligeranza.

Ufficialmente l’esercito francese era presente in Costa d’Avorio, per controllare il cessate il fuoco concordato nell’ottobre del 2002: una tregua restata sulla carta. La Comunità economica degli Stati dell'Africa Occidentale intanto aveva deciso l'invio di 1.500 uomini da impiegare accanto al contingente francese. Dopo si aggiungeranno i caschi blu dell’Onu, e tutti insieme per cinque anni controlleranno una sorta di linea Maginot, chiamata zona di confidenza, che si estendeva tra est e ovest dividendo in due il paese: il nord controllato dai ribelli e il sud dal governo eletto.

E il guerriero chi è in questa storia? Si chiama Guillame Soro ed è il capo dei ribelli delle Forces Nouvelles. E’ colui il quale dopo le prime settimane di battaglia prende in mano il nord del paese, fomentando azioni di guerriglia. Ma Soro è un guerriero sui generis perché anziché fare la guerra di movimento, mantiene il controllo di una determinata area del paese, attraverso i clan. Il suo quartier generale è a Bouake; nel momento in cui si insedia costruisce il suo sistema di controllo territoriale, all'interno del quale c'è un patto con i ceti produttivi, a cui vengono garantiti protezione per loro, le loro imprese e le loro famiglie al costo di un pizzo mensile sui guadagni. Così fu anche con Hassan Barigalle. Nell'accordo che aveva stilato con lui e con gli altri imprenditori e commercianti della città si stabiliva anche che quando Soro sarebbe riuscito ad andare al potere,  tutti avrebbero smesso di pagare la protezione, poiché la situazione si sarebbe normalizzata. Infatti, è proprio lui il referente dei tavoli per le trattative di pace, che si susseguono negli  anni senza alcun risultato.

Bouake, un milione di abitanti, era già da diversi anni un caso-tipo di decadenza morale, a causa dei crimini contro l'umanità. Paradossalmente c'erano due città parallele: la prima era quella, appunto, dei ceti produttivi, della borghesia, soprattutto non autoctona, che pagava la protezione a Soro e riusciva a garantirsi una vita assolutamente normale, tanto che Christell, come alcune sue amiche, non si rendeva pienamente conto che attorno a lei c'era un conflitto. Era la città del miscuglio etnico, combattuta dal falso mito dell’ivorianità. Poi c'era la città sodomita, cioè la città sprofondata negli inferi, perché la guerra in Costa d'Avorio è stata proprio questo. C’è un evento che è abbastanza significativo per spiegare cosa succedeva a Bouake. Nei vari scontri che si sono succeduti tra esercito regolare e ribelli l’obiettivo era sempre quello di riconquistare la città. Dopo uno di questi attacchi il ministero della difesa annunciò che la città era stata presa e che l’esercito regolare l’aveva posta sotto il suo controllo. In alcuni quartieri si sollevò una sorta di caccia ai ribelli, la cittadinanza stessa uccise alcuni di questi incontrati per strada. La vendetta fu atroce. Vennero massacrate decine e decine di persone, le donne furono indotte in schiavitù e i bambini furono venduti ai ribelli che controllavano le zone boschifere.

Esodi, sfollamenti, persecuzioni, massacri hanno smembrato migliaia di famiglie. Chi ad esempio apparteneva all’amministrazione pubblica veniva trucidato a colpi di machete. Così donne e ragazze rimaste sole sono state rapite e schiavizzate dai capi clan, costringendole, attraverso brutali riti di iniziazione, alla sudditanza. Ai figli troppo piccoli di alcune di  queste ragazze è stata riservata una fine terribile: dentro delle fosse comuni. Dopo aver soddisfatto le voglie dei bravi, le donne venivano fatte prostituire nei locali della città, i cui clienti erano normali cittadini, ribelli o addirittura funzionari dell’ONU.

Poi, nel 2007, in Burkina Faso c’è la svolta. Viene raggiunto un accordo, poiché dal tavolo del negoziato rimane esclusa la mediazione internazionale con in testa la Francia: il Principe rimane presidente ed il Guerriero diventa primo ministro.

Quello è uno dei due giorni che cambieranno la vita di Christelle, come di tante altre persone, ma lei in quel momento non può saperlo... Questo perché da quel giorno la situazione nel nord anziché regolarizzarsi con la resa delle armi da parte dei clan e la riorganizzazione di un esercito regolare, va a peggiorare. I clan si spezzettano in sottogruppi praticamente anarchici, rifiutando di deporre le armi. Perché? E cosa determina questo nella vita della famiglia Barigaulle?

Scalo a Casablanca

Il segnale di allacciare le cinture di sicurezza era scattato. Christelle dormiva ancora. Venne svegliata dall'hostess: “Scusami, ma devi allacciare la cintura!” Con gli occhi pesti e un gran mal di testa, per quanto aveva pianto, obbedì. I suoi nervi erano spenti. Quel macigno enorme che si stava portando appresso, sembrava schiacciarla. Ma lei con il temperamento della donna caparbia cercava di raccogliere le forze e non farsi travolgere. Lo stesso temperamento che due anni prima  rese felice suo padre. Papà Hassan voleva metterla alla prova, per vedere se i suoi insegnamenti, ad una figlia vissuta nel lusso, avevano sortito degli effetti. Un giorno, sempre in presenza di mamma Louise, le fece un regalo straordinario: due milioni di franchi ivoriani e le disse: “Fanne quello che vuoi!” Dietro quella frase però c'erano tanti significati. Ma anche una domanda fondamentale: cosa ne avrebbe fatto, proprio lei, di tutti quei soldi? Vestiti, borse, scarpe, eccetera. In effetti un sogno ce l'aveva: andare a studiare  Londra, nella parte economicamente più avanzata dell'Europa. Ma questo gli era precluso poiché il padre non la voleva così lontano da lui.        

Per papà Hassan, una mattina di inizio estate del 2006, fu forse uno dei giorni più appaganti della sua vita. Mamma Louise già la sera prima gli aveva detto di tenersi libero per la giornata successiva poiché doveva portarlo in un posto molto particolare. Assolutamente ignaro di tutto, quella mattina uscì di casa con sua moglie che, alle insistenti richieste di spiegazione dell'uomo, rispondeva con dinieghi e mezzi sorrisi. Passarono con l'auto lungo la  strada del loro ristorante, duo o tre isolati dopo si fermarono proprio davanti ad un negozio. Si chiamava Boutique Renè era un negozio di cosmesi e bellezza femminile. Entrarono e furono accolti dalle due impiegate: “Buon giorno signori Barigaulle, vi stavamo aspettando.” L'uomo si girò verso la moglie con una smorfia, come per dirgli: “Ma che significa?” E lei gli rispose con quel mezzo sorriso ormai scolpito: “Aspetta un attimo che chiamo la padrona.” Entra in direzione e urla: “Allora Capo, fatti vedere...” Quando papà Hassan vide uscire da quella porta sua figlia, capì ogni cosa... Capì che il suo insegnamento era stato accolto, e che senza chiedergli aiuto la figlia aveva accettato la sfida del padre. Fu l'uomo più beato del mondo perché quei soldi Christelle li aveva investiti in un'impresa commerciale. Aveva fatto tutto lei, certo, con l'aiuto fondamentale di mamma Louise, ma era riuscita a mettere su un negozio legato al suo modo di essere, cioè quello dell'apparire, con una professionalità straordinaria. Scelta dei prodotti, fornitori, servizi di make-up, aveva pianificato tutto: due impiegate e lei alla gestione della contabilità. Non riusciva proprio a credere ai suoi occhi papà Hassan quella mattina...

In quell'aereo Christelle sentiva che la tragedia in cui si era imbattuta non era una prova a cui la vita la stava sottoponendo, era di più: una violenza, attraverso cui le veniva strappata l'anima. Intanto l'aereo stava atterrando a Casablanca. Erano quasi le sette del mattino e fra poco avrebbe avuto notizie di mamma Louise. Una volta atterrati, i passeggeri scesero ordinatamente dalle scalette per il cambio d’aereo: c’era circa un’ora d’attesa. Stretta in se stessa Christelle si diresse  con Monsieur Kashi verso il controllo documenti e poi direttamente al gate per il nuovo imbarco. Andò a rimettersi un po’ in sesto in bagno e dopo si posò su una poltroncina. Prese il cellulare e telefonò. Konate ci mise un pò per rispondere. Quando la ragazza iniziò a parlare, l’uomo rimase in silenzio e poi pronunciò le parole: “Fatti forza, tesoro, la mamma non c’è più…” Christelle non disse niente, restò muta. L’uomo, dall’altra parte del telefono cercò di confortarla con parole dolci. Poi si salutarono.

Christelle restò seduta e iniziò a piangere, un pianto sacrificale più che catartico. Piangeva sola con se stessa, per quella vita che gli era stata portata via… Piangeva e singhiozzava, erano spasimi di pianto che non riusciva a contenere, che non voleva contenere. Monsieur Kaschi la guardò per un attimo impietosito e poi si girò dall'altra parte.  Davanti a lei c’era un’altra ragazza seduta, che la osservava con uno sguardo anch’esso sofferente. Le si avvicinò, si sedette accanto a lei, le accarezzò i capelli intrecciati come tante ragazze africane usano portare. Non le disse niente, semplicemente la abbracciò e le porse la sua spalla per piangere. Christelle si strinse forte a quella sconosciuta. Una piccola boa fatta di calore umano per quell’anima strappata.

Si chiamava Désiré, era congolese, anche lei era in fuga e anche per lei due giorni avevano segnato per sempre la sua vita. Il primo giorno fu quando entrarono in casa sua,  in un villaggio vicino a Kinshasa, un gruppo di ribelli. Per un mese la stuprarono quasi ogni sera davanti ai propri figli, picchiando il marito. Il secondo giorno fu quando, uno dei quattro figli di undici anni protestò mentre stupravano la sua mamma. Due di quelle belve si occupavano della donna, un altro prendeva il piccolo per i capelli, sparandogli in testa. Quel giorno i ribelli portarono via il marito da una parte e lei da un’altra, mentre gli altri tre figli riuscirono a fuggire…

Arrivano i bravi

Quando si forma il nuovo governo in Costa d'Avorio i nodi politici da sciogliere sono  principalmente legati all'impossibilità, quasi “tecnica”, di normalizzare il paese, poiché la titolarietà della gestione del territorio ce l'hanno i clan militari, o per meglio dire gli ex clan militari, i cui componenti da adesso in poi verranno definiti ex ribelli. Ed è proprio questo il punto. Perché il nuovo posizionamento di Soro garantisce se stesso e pochi altri, la gran massa di bravi che fino a quel momento si sono arricchiti negli anni della guerra, restano sul campo a saccheggiare il territorio, rifiutando di consegnare le armi. La popolazione civile diventa preda di bande che si sono ancor di più frammentate e ricomposte, dentro un'area territoriale assolutamente senza legge. Non solo, ma il fatto che il controllo del territorio voglia dire guadagni, mette in competizione le bande tra loro. Queste si fanno guerra a vicenda, utilizzando  ritorsioni e regolamenti di conti in perfetto stile mafioso. Come in stile mafioso sono le pax, cioè gli accordi di non belligeranza o addirittura di collaborazione tra clan diversi. 

I boss di queste bande sono dei crudeli criminali che taglieggiano i cittadini, riducono in schiavitù donne e bambine, trafficano in organi, cercano cioè di arricchirsi a più non posso dal potere che esercitano nel loro feudo, e che difendono con le armi. Ecco la maschera del bravo, predatore nato, famelico nella sua delirante rabbia di ricchezza, bandito comune poiché sprovvisto di mete ideali. Il concetto di separazione tra vita e morte non è praticabile, perché la morte è comunque uno strumento di guadagno.

 

Processo ai bravi

Ma c'è un'altra storia da raccontare. Una storia dove le maschere possono essere viste come la rappresentazione assurda di un mondo capovolto, dove il bene e il male non riescono a trovare le proprie radici poiché si perdono negli anfratti remoti della realtà. E' la storia di un processo penale mai svoltosi, che vede come imputato il capo di un immenso campo militare, nei pressi della città di Man, trasformato in villaggio di guerriglieri che lo abitano con le loro famiglie, in tutto circa cinquecento, proprio in mezzo alla zona di confidenza. Il boss viene accusato di atroci crimini nei confronti della popolazione civile, come anche dei suoi stessi uomini. Le accuse rivolte dal Pubblico Ministero sono gravi e circostanziate poiché comprovate da una serie di testimonianze dirette raccolte da organismi di cooperazione internazionale.

“Quest'uomo, per circa tre anni, ha organizzato assalti ai villaggi con massacri e stupri. Posti di blocco per rapinare la gente di passaggio, torture e ferimenti di vario genere, dove l'arma più usata è il machete, oltre a reprimere, anche nel sangue se fosse stato necessario, le manifestazioni di protesta della popolazione di Man, contro i suoi soprusi”.

 

Poi, dopo l'accordo tra il Principe ed il Guerriero, lui che era semplicemente un bravo, decise di smobilitare il campo e unirsi ad un altra banda di ex ribelli, costituitasi in una sorta di “cupola”, poiché raccoglieva piccoli gruppi di sparuti bravi, per prendere il controllo totale delle due città: Man e  Duekoue.

“Con gli altri leader venne deciso che ai componenti del villaggio, che non volevano unirsi alla nuova organizzazione, sarebbero stati riconosciuti 500.000 franchi per tornarsene nelle loro città al sud del paese. Un centinaio di uomini non aderirono al nuovo progetto, e i capi affidarono i danari da dividere all'uomo che era il loro capo e che oggi abbiamo qui davanti.  Egli però ne corrispose solo in minima parte, il grosso del quantitativo se lo tenne lui. Gli uomini protestarono fortemente, minacciando di ucciderlo. Egli allora prese tempo. Disse loro che il resto dei soldi sarebbero stati dati nel giro di pochi giorni. Così, si recò notte tempo dai leader della nuova organizzazione e li denunciò, raccontando che quelli in realtà non avevano nessuna intenzione di tornarsene a casa ma stavano per armarsi proprio contro di loro. La notte seguente nel villaggio entrarono diverse centinaia di ex ribelli e massacrarono quei cento uomini, stuprarono le donne e poi le uccisero insieme ai loro figli”.

La cosa che colpisce in questa storia, oltre ovviamente ai crimini, è l'arringa del difensore del bravo, che cercando di sovvertire il sistema dei significati, come fa ogni scaltro avvocato, individua le responsabilità dei crimini del proprio cliente in qualcosa che sta al di sopra della sua umana vita. Ma è davvero un sovvertimento dei significati o ci può essere una logica in tale strategia difensiva...?

 

“Quello che mi si chiede oggi è di difendere un uomo che voi avete già condannato. Si perché i crimini che avrebbe commesso sono così estremi che il giudizio sembra irrimediabile. Però permettetemi  prima di iniziare con un ricordo. Quando il nostro Primo Ministro anni fa strinse la mano al mio cliente e gli disse bravo, so che la nostra causa trionferà perché abbiamo uomini come te... Questo gli disse il nostro Primo Ministro! Ed è proprio per questo che ora vi chiedo di ascoltarmi. Io oggi voglio parlare del nostro mondo, cioè della nostra Africa. Ma voglio anche parlare di un Grande Gioco che ha tenuto il nostro continente schiavo del mondo occidentale. Quel Potere oggi non si manifesta più come una volta, imponendoci le sue leggi, i suoi governatori, i suoi costumi. Oggi è diverso. Oggi è il denaro che conta, perché questa è la nostra società. E' la caratteristica dell'umana specie del nostro mondo, perché non c'è niente, dico niente che possa realizzarsi al di fuori del denaro. Niente di glorioso, gradevole, orgoglioso che si possa realizzare senza il denaro. Forse i governi di tutti paesi africani non sono retti sul piacere del denaro, soprattutto quando fanno affari con gli occidentali per sottrarre le risorse ai cittadini...? Non è forse la forza dello stesso denaro a far si che se si combattono guerre c'è chi ci guadagna...? E ancora, vi chiedo, non è forse il denaro a sventrare interi territori per far posto agli insediamenti industriali occidentali, distruggendo pesca e agricoltura, affamando così il popolo, che su quelle attività ha costruito la propria vita...? Già, il popolo...! Perché  illustrissimi signori della corte, voi oggi rappresentate il popolo, e questo tribunale giudica in nome del popolo...! Ma il popolo può giudicare gli abusi che subisce dal Principe e dai suoi guerrieri...? Perché quali abusi possono essere ascritti al comportamento del mio cliente se non quello di essere un uomo fidato del Principe, su cui il Principe ha puntato per la riscossa della sua stessa causa, perché è questo che è successo al mio cliente. Si dice che ha fatto uccidere per denaro, ma non è la stessa cosa che fa il Principe...?Non è forse la stessa cosa che fanno le compagnie economiche occidentali? Ma allora, signori della corte, perché il mio cliente deve pagare per questo? Si dice che ha torturato, ma in una guerra come questa un soldato, che ha anche delle responsabilità di comando, utilizza quei metodi che gli sono stati insegnati. Si dice che ha stuprato delle donne. Ma nel nostro ordinamento non esiste una legge che vieti di avere rapporti sessuali anche non consensuali. E poi si sa, l’uomo è un dominatore per vocazione, e di questo vogliamo fargliene una colpa? Si dice poi che ha venduto esseri umani, che ha ucciso bambini, si dice persino che avrebbe violentato una infante di tre anni! Ma signori, lo stesso Presidente della repubblica ivoriana ha firmato una ordinanza che garantisce l’amnistia per quei cosiddetti crimini commessi nell’ambito della guerra. Perché una guerra è una guerra! Una guerra è di per se un crimine contro l’umanità, e per questo deve pagare il mio cliente? Ma gentili signori della corte, vi sembra possibile che un uomo che per anni è stato accanto al nostro primo ministro, possa essere portato in un tribunale per essere giudicato...? Un uomo che ha combattuto per un paese di ivoriani deve trovarsi alla sbarra? No, signori della corte, questa è una vera e propria ingiustizia, che voi come rappresentanti del popolo dovete sanare...” 

L’inizio della fine

Désiré teneva Christelle per mano durante l’attesa al gate, scambiandosi a vicenda sguardi di conforto. Anche lei era con un uomo che le aveva fornito un biglietto per Bologna ed un passaporto falso: come prassi se lo sarebbe ripreso una volta atterrati in Italia. Le due ragazze fecero subito amicizia, e nell’attesa di imbarcarsi riuscirono a trovare la voglia di scherzare, prendendosi gioco dei loro accompagnatori. Una volta entrati nell’aereo le ragazze chiesero loro di potersi sedere insieme, per affrontare l’ultimo pezzo del viaggio.

Christelle sembrava un pò più tranquilla grazie all’incontro con quella sconosciuta. Tra una parola e l'altra scambiata con Désiré la sua mente ogni tanto si astraeva. I ricordi tornavano ai genitori e al suo passato. Adesso aveva ben chiaro cos'era successo in quel secondo giorno che le avrebbe cambiato la vita: era il giorno che uccisero suo padre.

Dopo la nomina di Soro a capo del governo, Bouake si trovò a vivere un vero e proprio sconquasso ai vertici del sistema di gestione del territorio. Il Presidente Gbagbo aveva annunciato l'evento, sottolineando che gli ex ribelli dovevano consegnare le armi, per poi entrare nell'esercito regolare. Tra la popolazione del nord affiorava la speranza che quegli anni di violenza e instabilità fossero giunti al termine. I commercianti e gli imprenditori levarono un sospiro di sollievo: finalmente il pizzo ai ribelli non doveva più essere pagato. Ma questa euforia durò poco perché da  quasi subito si capì che le cose anziché migliorare erano destinate a peggiorare. A molti capi clan non veniva riconosciuto un inserimento nell'esercito ad un grado superiore e altri non erano neanche stati pagati. I clan ritornavano sul territorio a saccheggiare la popolazione. Tornarono all'assalto dei commercianti e degli imprenditori per  riscuotere i “sospesi”. Bouake diventava ancora più pericolosa, poiché quel minimo di “regolamentazione del saccheggio” garantita da Soro non esisteva più. I clan erano sempre più affamati e la situazione di anarchia sempre più dilatata.

Hassan Barigalle fu uno dei primi ad essere preso di mira. Gli venne chiesto un enorme quantità di denaro, maggiore rispetto a quella estorta da Soro. I primi mesi decise di pagare, anche per capire se la “normalizzazione” prima o poi sarebbe arrivata. Poi, non riuscì più a pagare. Le somme richieste erano altissime e le imprese cominciarono a subire un collasso finanziario. Egli non era più in grado di pagare, del resto non poteva chiedere  aiuto a nessuno. Il governo nazionale gli aveva consigliato a suo tempo di andare via ma lui e la sua famiglia decisero di restare, era considerato ufficialmente un uomo poco gradito proprio perché, anziché andarsene, aveva contribuito a mantenere i ribelli... E Soro, l'uomo che in quegli anni l'aveva protetto, era paradossalmente diventato capo di quel governo. Hassan era rimasto solo a combattere contro la guerra, purtroppo era diventata la sua guerra: ecco l'ultima maschera, è quella dell'eroe.

Subiva continue minacce, gli ripetevano che l'avrebbero ammazzato, che avrebbero bruciate le imprese, che avrebbero preso sua moglie e sua figlia. Una sera, mentre era a cena con la sua famiglia, disse loro che la situazione stava precipitando. L'idea era quella preparare una via di fuga per le donne verso Abidjan. Lui sarebbe rimasto a Bouake fin quando la situazione non si fosse normalizzata. Bisognava chiudere, per il momento, l'emporio e la boutique di Christell, e lasciare aperto solo il ristorante: poi resistere. Dopo chiamò Konate, vecchio e fedele amico di famiglia, e gli chiese di accompagnare mamma e figlia ad Abidjan, ma erano necessari alcuni giorni per far tutto, soprattutto bisognava organizzare la dialisi per Louise, poiché era ammalata di insufficienza renale. Nel frattempo si era procurato una pistola  che sistemò dentro la cassaforte del ristorante, insieme ai soldi. Gli uomini del clan presto sarebbero tornati e lui voleva che moglie e figlia fossero fuori da Bouake il prima possibile.

Finalmente il giorno era arrivato. Aveva appuntamento con Konate al ristorante. Dopo la chiusura, sarebbero tornati insieme a casa sua. L'amico avrebbe dormito lì quella notte e poi sarebbe ripartito per Abidjan la mattina seguente insieme a Louise e Christelle. Quella sera però i due non si videro perché gli eventi precipitarono all'improvviso. In effetti quella sera Konate ritardò l’incontro, e forse questo gli salvò la vita. Alla chiusura, si presentarono gli uomini del clan. Scesero in cinque da un'auto rubata, armati fino ai denti. Fecero uscire tutto il personale rimasto e restarono soli con Hassan. Intanto gli chiesero tutto l'incasso della giornata, ma solo come acconto. Hassan aprì la cassaforte ma non ebbe neanche il tempo di prendere la pistola perché fu fulminato da una scarica di mitragliatrice. Saccheggiarono il ristorante e poi gli diedero fuoco. Il corpo di Hassan rimase dentro a bruciare insieme a quella che era la parte più prestigiosa del suo piccolo impero commerciale. Quando Konate arrivò vide il locale in fiamme e tanta gente fuori che assisteva impotente a quello spettacolo orribile. Riconobbe un vecchio commensale del Pacha, era con la lacrime agli occhi: “Hassan è morto! L'hanno ammazzato. Devi avvisare Louise, perché la stanno cercando vogliono i soldi! Vogliono i soldi!”. Konate telefonò alla donna dicendole di  andare via  immediatamente da casa e cercare un nascondiglio, e che l'avrebbe raggiunta. Le comunicò in modo concitato che era successo qualcosa a suo marito e che dovevano uscire immediatamente da quella casa. Louise e Christelle misero i bagagli, che già avevano preparato per la mattina seguente, in auto e raccolsero tutti i soldi e le cose di valore che c'erano in casa. Si diressero immediatamente da una vecchia amica della donna, di etnia Dioula, e lì ripararono.

 

Si nascosero per quasi un mese. La situazione stava evolvendo in modo drammatico poiché ad Abidjan non potevano più andare, la linea di confine tra nord e sud era controllata dagli ex ribelli e visto che le due donne erano ricercate, il viaggio sarebbe stato troppo rischioso. L'unica possibilità era il Mali. Più giorni passavano e più il rischio di essere prese aumentava. Quindi si doveva andare subito nel paese confinante. Per  Louise questo voleva dire comunque la morte, perché lì la dialisi non poteva farla. Ma lei doveva pensare a sua figlia, quantomeno a metterla nella condizione di poter avere un'altra vita da vivere. Ecco che la maschera dell'eroina assume significato in nome della genitorialità. Il sacrificio ha in se  una connotazione simbolica che va al di là del gesto stesso perché diventa il senso di una storia. A bordo di un camion guidato da Konate, una notte di inizio estate del 2008, Louise e Christelle partivano per Bamako. Qui restavano un mese giusto il tempo per organizzare la fuga di Christelle per l'Europa. Ma qui finisce anche la storia della Famiglia Barigalle. Una storia che non è come tante altre, ma che come tante altre descrive il mondo come noi non lo vogliamo conoscere...

Un’altra vita da vivere

L'aereo sta per arrivare a Bologna, il viaggio delle due ragazze è quasi finito. Le loro vite, appese ad un destino che le ha tradite, avranno per molto tempo solo un presente e non un futuro. Dovranno vivere giorno per giorno e sperare che tutto vada bene. Appena scendono dalla scaletta dell'aereo Christelle e Désiré si tengono sempre per mano e cercano di confortarsi l'una con l'altra. Raggiunti i bagagli i due  accompagnatori recuperano i passaporti e consigliano loro di andare alla stazione dove c'è un posto di polizia, le salutano e vanno via. Le due ragazze si fanno forza, si avvicinano al bar per comprare dell'acqua. Mentre sono in fila alla cassa, alle loro spalle ci sono due uomini in giacca e cravatta, che sembrano tornare  da un viaggio d'affari. Discutono amabilmente degli ultimi sbarchi a Lampedusa. Ma le ragazze non possono capirli, perché ancora non parlano l'italiano.

“Ma perché non se ne stanno a casa loro questi. Ma cosa credono di trovare qui... Non c'è lavoro neanche per gli italiani, e vengono da noi...”

“Secondo me anziché farli venire qui, gli Stati dovrebbero fare in modo che il lavoro lo trovino a casa loro... Noi staremmo meglio e loro sarebbero più contenti di restare nel loro paese...”

Anno di pubblicazione on line 2011

Credits Peace Reporter

 I radiodrammi
 
 
I radiodrammi devono essere considerati come la voce “fuori campo” della storia che raccontiamo: il tasto player del sistema di viaggio.

LE SINCROINIE E LE FONTI

L'uso di materiale sonoro, proveniente dai media di massa videotelevisivi, e messi in rete, permette di amplificare la carica emotiva sul contrasto tra bianco e nero. Il Suono è come una mappa utile ma parziale, disegnata da tecniche di rilevazione dei “luoghi” ormai testate nel tempo e definite sotto il termine di “cut & mix”. Il Racconto sonoro, che si aggiunge a quello giornalistico, usa i moderni stili di contraffazione come il “mash-up” o il più tradizionale re-mix. Inoltre prefigura l'idea che frammenti di culture diverse e fisicamente lontane finiscano per somigliarsi al punto che gli elementi formino un linguaggio nuovo, fomentino emozioni. La Rete genera organismi che producono entità in cammino verso nuove identità e il racconto sonoro si imbeve di questa logica.

COME RACCONTARE DELLE STORIE

Raccontare una storia si fa dall'alba dei tempi e al momento non si riesce a smettere. Oggi alcune non vengono più regalate dai nonni ai propri nipotini... Altre, più nuove, sembra non abbiano voce o meglio non trovino orecchie in ascolto. Radio Cento Mondi trasmette con una base sonora propria. In questo senso i radiodrammi devono essere considerati come la voce “fuori campo” della storia che raccontiamo: il tasto player del sistema di viaggio. Una volta avviato, è consigliabile, durante l'ascolto, di guardare il video e i correlati e, se volete, miscelare l'audio del video con quello del radiodramma stesso, per leggere magari l'articolo, e scoprirne le fonti.


IL SUONO

Il Suono è come una mappa utile ma parziale, disegnata da tecniche di rilevazione dei “luoghi” ormai testate nel tempo e definite sotto il termine di “cut & mix”.

IL RACCONTO

Il Racconto usa i moderni stili di contraffazione come il “mash-up” o il più tradizionale re-mix e preleva anche direttamente dai reportage della rete. Inoltre prefigura l'idea che frammenti di culture diverse e fisicamente lontane finiscano per somigliarsi al punto che gli elementi formino un linguaggio nuovo, fomentino emozioni.

IL LINGUAGGIO

Ma c'è anche un discorso sul linguaggio che ci tocca da vicino e ci stimola a mettere a fuoco le diverse tipologie di comunicazione, testuale, sonora e visiva, col preciso intento di sperimentare forme di racconto, costruite su ritmiche diverse. Ognuna utilizza un linguaggio differente nel suo pezzo di racconto, ma quando tutte vengono messe insieme diventano il racconto stesso, per dirla alla McLuahn è il medium che diventa messaggio... Ecco che la dimensione emotiva prende il sopravvento con i suoni, mixati secondo una logica musicale a cui il racconto di ciò che avviene nei cento mondi deve adattarsi. Anche perché l'uso di materiale sonoro, proveniente dai media di massa videotelevisivi, permette di amplificare la carica emotiva sul contrasto tra bianco e nero.
 

COLLEGATI AI RADIODRAMMI DI RADIO CENTO MONDI

I WEBDOC

Morire per essere un giorno liberi

La clessidra delle ingiustizie

Il 2 e il 10

Vissi d'arte vissi d'amore

Kombatt Kurdish

I cacciatori di confini

 

 

LE MONOGRAFIE

La linea rossa nel labirinto dei segni

AI CONFINI DELLA CIVILTA’ ALFABETA, DENTRO IL CAOS DI INIZIO MILLENNIO

DIARIO DI CRONACA 2011/2014

 

COLLEGATI ALLA LINEA ROSSA NEL LABIRINTO DEI SEGNI

 

Kombatt Kurdish: da Kobane ad Afrin

Tracce di Cronaca dalla resistenza comunitaria

 

COLLEGATI A KOMBATT KURDISH

La lunga estate calda delle post-democrazie

Viaggio attraverso i meccanismi che dal 2015 hanno determinato il sovvertimento delle tradizionali democrazie europee, e più in generale occidentali, in post-democrazie, insieme all’inabissamento dei governi progressisti latinoamericani, che ha generato lo stesso effetto.

 

COLLEGATI A LA LUNGA ESTATE CALDA DELLE POST-DEMOCRAZIE 

Monografia

I RIFUGIATI NELL’EPOCA DEL NUOVO FASCISMO


Viaggio a ritroso tra i fatti intercorsi dalla fine del 2015 all’estate del 2016, che raccontano della tragica involuzione nei rapporti tra Europa e Medio Oriente, tali da rappresentare un punto di non ritorno


di Marco Marano

Piano di lavoro
 
·         Introduzione
·         La sindrome dell’invasione che preannuncia il nuovo fascismo europeo
·         Un nuovo Presidente austriaco dall’Europa dei cittadini 
·         Nessuna pietà nemmeno per i bambini, dall’Europa dei muri
·         La fine dell’Unione Europea e gli egoismi nazionali in odore di nuovo fascismo
·         Il crollo dell’Europa e la nuova cortina di ferro d’ispirazione fascista
·         Uomini, donne e bambini trattati come bestie ai confini
·    Avviato il countdown del collasso europeo, mentre nasce il nuovo nazionalismo dell’est
·         Le donne rifugiate molestate che non fanno notizia
·         La cultura dell’emergenza rifugiati e i terreni di caccia delle terre di mezzo 
·         L’Europa a pezzi e il gioco delle tre carte
·         Dalla rotta balcanica è partita la dissoluzione dell’Europa
·         Il senso del confine 
·         Fortezza Europa
·         I cacciatori di confini
 
 
 
 
Introduzione
 
Gli eventi che hanno caratterizzato i mesi a cavallo tra la seconda metà del 2015 e l’estate del 2016, rappresentano un punto di non ritorno della nostra storia contemporanea. Da un lato c’è l’inettitudine della classe politica europea incapace o disinteressata a salvaguardare i basilari principi su cui la stessa Europa è nata: democrazia, stato di diritto, coesione sociale, salvaguardia dei diritti umani e civili. Come controcanto vi sono le contraddizioni dell’area mediorientale, governata da guerre sempre più cruente, dittatori e autocrati corrotti. Sono proprio questi i migliori partners dei governi europei, i quali vendono armi ai paesi in guerra, fomentano le distruzioni sociali e ambientali e poi quando la gente perseguitata fugge, essi ergono muri e si chiudono in quella fortezza di avorio che si sono costruiti. Una fortezza che fa il verso a quella parte di opinione pubblica che trafitta dalla crisi economica e finanziaria, anziché vedere la causa del proprio disagio nell’incapacità delle classi politiche, funzionali ai grandi gruppi finanziari, individua nei migranti che fuggono il motivo della propria precarietà percepita prima che reale.
 
In questo contesto si erge il terrorismo del sedicente Stato islamico: Isis, Is, Daesh o come lo si voglia chiamare, che ha distrutto migliaia di vite innocenti in Europa come in Medio Oriente, in Africa come in Asia centrale. Le sue stragi vengono narrate come una guerra ai valori del sistema occidentale, mentre se di guerra si deve parlare questa è prima di tutto contro gli stessi musulmani, proprio nelle terre mediorientali. E’ una guerra di potere, invece, prioritariamente condotta contro i potentati arabi partners dell’occidente, che in Europa ha uno scopo promozionale, cioè quello di rinsaldare le fila e fare proseliti…
 
Poi ci sono i media mainstream occidentali che giocano un ruolo fondamentale nel “promuovere la guerra di civiltà” e nel raccontare i fenomeni migratori attraverso un processo di manipolazione semantica che ha ribaltato i piani di significazione: la sindrome dell’invasione, fenomeno quanto mai fuori dalla realtà. Il referendum sulla Brexit in Gran Bretagna è uno degli esempi tra i più inquietanti, dato che pezzi di popolazioni meno urbanizzate, meno scolarizzate e affette da analfabetismo funzionale, hanno votato per l’uscita del paese dall’Europa convinti che il loro problema fosse l’invasione dei migranti… E così anche in altre parti d’Europa vi è stata l’emersione di nazionalismi, nuovi fascismi ed un sentimento xenofobo e razzista che fa leva sugli istinti più primordiali e non sulla ragione, in una epoca iper-tecnologizzata e scientista.
 
La Turchia, paese membro della Nato, in qualche modo è diventato il polo d’attrazione e forse anche il luogo di sintesi di tutte queste contraddizioni, anche simbolicamente, dato che è quello che segna il confine geografico tra Europa e Medio Oriente. In pochi mesi in questo paese vi è stata un’accelerazione della trasformazione antropologica, in atto ormai da qualche anno, che segnerà una linea divisoria tra i processi storici. Un paese dove per un secolo laicismo e islamismo hanno convissuto nel segno del rispetto reciproco, ma dopo un ventennio di interposizioni, il suo leader islamico, eletto dalla metà del popolo musulmano, è riuscito ad affermare sulle istituzioni una cruenta dittatura, annientando la componente laica della società… Questo dittatore è stato pagato dall’Unione Europea per impedire ai rifugiati di “invadere” l’Europa. Questo dittatore si è reso responsabile di atroci crimini contro l’umanità. Questo dittatore è considerato un partner affidabile dall’Unione Europea e degli Stati Uniti. Questo dittatore, attraverso la sua intelligence, è stato per anni partner di quel sedicente Stato islamico che secondo i media occidentali ha dichiarato guerra all’Europa. La crisi o la  morte del modello europeo, insomma, non sono rappresentate dalle stragi jihadiste ma dal potere e dalla potenza acquisiti da questo dittatore…
 
 
I segnali del nuovo fascismo italiano
 
L’omicidio di Emmanuel è uno dei frammenti di una rappresentazione sociale dove la violenza è istigata dai professionisti politici dell’odio, che parlano di invasione nei loro servizi televisivi facendo vedere immagini di immigrati che dormono per terra…
 
Bologna, 7 luglio 2016 - Emmanuel Chidi Namdi era un richiedente asilo nigeriano di 36 anni, fuggito dal suo paese insieme alla compagna Chimiary, di 24 anni, poiché il suo villaggio cristiano era stato distrutto e la figlioletta di due anni uccisa dal feroce gruppo jiadista Boko Haram. Viaggiarono a lungo. Attraversarono il deserto del Niger, dove la ragazza perse il bambino che aveva in grembo, poi la Libia e infine il Mediterraneo…
 
 I due vennero accolti un anno fa da don Vinicio Albanesi, presso il seminario vescovile di Fermo, un comune marchigiano di 37 mila abitanti. In effetti lì il tema dell’accoglienza ai rifugiati come quello dell’assistenza ai disagiati, vede le chiese della diocesi in prima fila a fare un lavoro sul territorio davvero importante, secondo le direttive di Papa Francesco, per emarginati, tossicodipendenti, migranti… Proprio per questo, tra febbraio e maggio quattro di queste chiese sono state prese di mira da ordigni esplosivi.
 
Don Vinicio, con la sua comunità di Capodarco, presidente della Fondazione Caritas in veritate, è un vero e proprio parroco di confine, in una provincia, quella marchigiana, che dovrebbe essere socialmente sviluppata. I nuovi fascisti italiani lo definirebbero “buonista”… Emmanuel e Chimiary gli espressero il desiderio di sposarsi in chiesa, ma non avendo ancora i documenti, poiché la pratica di protezione internazionale non era stata ancora evasa, il sacerdote decideva di utilizzare un rito medievale costruito sulla promessa di matrimonio, così, da buoni cristiani, poterono dirsi marito e moglie. Festeggiarono il loro matrimonio insieme ai 124 profughi, di cui 19 nigeriani, ospitati dalla fondazione.
 
Passeggiavano per le strade di Fermo, in quel assolato e maledetto martedì 5 luglio, Emmanuel e Chimiary. Poi, una volta in via Veneto, si sentirono chiamare da un gruppetto di fascisti, ultrà della locale squadra di calcio. Erano annoiati, seduti in una panchina, così apostrofavano Chimiary come “scimmia africana”. Emmanuel andò a chiedere spiegazioni. Ci fu una colluttazione. Lo squadrista colpì ripetutamente l’uomo anche quando questo restò per terra inerme, forse già in coma…
 
Emmanuel non ce l’ha fatta, è morto in ospedale tra le lacrime di Chimiary. Così, mentre il sindaco di Fermo, Paolo Calcinaro, aspetta l’esito dell’inchiesta, invitando le parti ad abbassare i toni per difendere il buon nome della cittadina, don Vinicio annuncia che si costituirà parte civile, anche perché tra l’omicidio di Emmanuel e gli attentati dinamitardi alle chiese potrebbe esserci un filo conduttore… Prima però l’assassino dovrà essere preso, visto che allo stato attuale è latitante.
 
Poi c’è l’altra storia invereconda, denunciata dall’Associazione Carta di Roma, che riguarda le solite porcherie di istigazione all’odio razziale propinate dal quotidiano il Giornale, dove il direttore, che tutto può essere considerato tranne che un giornalista, titolava il giorno dopo la strage degli italiani a Dacca in Bangladesh, “Bestie islamiche”.
 
Per questo Carta di Roma e l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione hanno presentato all’Ordine dei giornalisti della Lombardia un esposto in merito all’articolo che portava quel titolo, in quanto “sono state rilevate in particolar modo le violazioni dei principi di tutela della personalità altrui, di lealtà e di buone fede (art. 1 “Testo Unico dei doveri del giornalista”); del principio di rispetto dei diritti fondamentali delle persone (art. 2 lett. b “Testo Unico”); del principio di non discriminazione per motivi religiosi.”
 
Appena poche ore dopo la strage, sempre in una cittadina delle Marche, questa volta a San Benedetto del Tronto, due venditori di rose bangladeshi, venivano fermati da una squadra di improvvisati picchiatori. Ai due veniva chiesto di recitare dei versi del Vangelo, per poi essere pestati per bene. Mentre sui social qualcuno si premurava a dichiarare: “ma mica gli hanno tagliato la testa…” alcune organizzazioni non profit hanno organizzato una manifestazione esponendo cartelli con su scritto: “Anche noi non sappiamo il Vangelo”…
 
Fonti: ANSA, il Manifesto, il Fatto Quotidiano, Gr2, Associazione Carta di Roma
 
 
 
La sindrome dell’invasione che preannuncia il nuovo fascismo europeo
 
Mentre l’esercito turco ammazza 8 profughi, tra cui 4 bambini, al confine con la Siria, il mondo festeggia la giornata del rifugiato. Tutto a pochi giorni dall’assassinio di Jo Cox, la parlamentare inglese impegnata contro la Brexit e per i diritti dei migranti, facendo emergere il reale significato del referendum sull’Unione Europea: accoglienza o rifiuto degli esodi dal sud del mondo.
 
Bologna, 20 giugno 2016 – La giornata mondiale del rifugiato sembra un momento di sintesi degli eventi controversi accaduti negli ultimi giorni in Europa. Perché i bilanci numerici che sottolineano i caratteri epocali legati all’assenza dei diritti umani, a livello planetario, s’incrociano alle contraddizioni di una Unione Europea ormai fallita. Allora vediamoli questi numeri, presenti nell’ultimo rapporto dell’Unhcr, cioè l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, che riguarda la situazione al 2015.
 
Sono 65,3 milioni le persone  fuggite da guerre, persecuzioni e violenze nel mondo, di cui 21,3 di rifugiati,  3,2 di richiedenti asilo e 40,8 milioni di sfollati all'interno del proprio paese. Oltre un milione di rifugiati e migranti arrivati in Europa, di cui 3771 cadaveri. Di questi 7224 ricollocati nei paesi europei a fronte dei 22,504 previsti dallo schema comunitario, quasi tutti provenienti da Turchia, che ne ha 2,7 milioni dentro i suoi confini, la Giordania, intorno ai 700.000 mila, il Libano, più di un milione e mezzo, poco meno della metà dell’intera popolazione.
 
Questi numeri che riguardano i tre paesi mediorientali suddetti sono stati prodotti dalla guerra in Siria, che in tutto ha generato 8 milioni di rifugiati. Ora, dal 2011 al 2015,  348,540 sono stati i richiedenti asilo che si sono affacciati in Europa, meno del 3 per cento della somma complessiva. Stiamo parlando dell’Europa,  un continente di 500 milioni di abitanti, il più ricco del mondo, che se solo volesse accoglierne un milione rappresenterebbero lo 0,2 per cento…
 
La cosa più sconcertante è che negli ultimi due anni, a causa soprattutto del perverso effetto mediatico, si è creata “la paura dello straniero”.  La frase più ricorrente che esprime meglio la sindrome dell’invasione è: “non possiamo ospitarli tutti!”  Ma tutti chi?  Poi, la girandola delle cifre: “stanno arrivando un milione, due, tre. quattro…” In funzione di cosa vengono urlate queste cifre non si comprende…
 
Ma la storia non finisce qui, poiché questa folle sindrome contemporanea ha inaugurato la riemersione di una cultura fascista, anzi potremmo dire un vero e proprio nuovo fascismo, soprattutto proveniente dai paesi dell’est Europa di nuova entrata nell’UE, che con diverse modalità, dai livelli istituzionali dentro le aule parlamentari, ai picchiatori e agli assassini nelle strade e nelle piazze, stanno ricattando la farsesca classe politica europea.
 
L’idea che l’opinione pubblica europea sia complessivamente diventata fascista, dopo le tragedie del ventesimo secolo, poiché pezzi delle società riscoprono razzismo e xenofobia e che questo possa costare in termini elettorali, è un’idea folle, che sta mostrando la debolezza dell’establishment del vecchio continente. Un’idea folle poiché l’Europa dei popoli, anche elettoralmente, come in Austria, esiste e costituisce un argine. Ed è significativa l’inversione di tendenza emersa dai sondaggi in Inghilterra, all’indomani dell’omicidio di Jo Cox, combattente per i diritti dei migranti e avversaria del Brexit, Dalla sicura fuoriuscita inglese dall’Europa, adesso sembra che il popolo si sia stretto attorno a quest’assassinio fascista con dolore. A dimostrazione che anche questo referendum si sta sviluppando sull’equivoco dell’invasione che non c’è…
 
Come spesso accade l’equivoco si traduce in tragedia… Ed è così che può essere tradotto l’accordo tra UE e la Turchia, uno di quei paesi a regime fascista in salsa islamica, per trattenere l’esodo dei rifugiati nei propri confini in cambio di sei miliardi di euro e di visti liberi per i propri cittadini. Tragedia certo, perché in Turchia ormai è dittatura a tutti gli effetti: stampa libera vietata, manifestazioni libere vietate, massacri indiscriminati di donne e bambini kurdi, affari sommersi con l’Isis, schiavismo nei confronti dei rifugiati siriani…
 
Adesso si aggiunge, mentre il regime di Erdogan intasca la prima tranche dei soldi europei, gli assassini indiscriminati dei cittadini siriani che cercano di fuggire dai territori ancora occupati dall’Isis. Quattro adulti e quattro bambini stavano cercando di attraversare il confine tra Kherbet al-Jouz , nel nordest della Siria, e la provincia turca di Hatay. Mentre si trovavano nei pressi della città siriana di Jisr al-Shugour, l’esercito turco ha aperto il fuoco e li ha trucidati. Secondo l'Osservatorio per i diritti umani siriano, la stessa sorte fino ad adesso è toccata ad una sessantina di persone…
 
 
Un nuovo Presidente austriaco dall’Europa dei cittadini 
 
L'elezione di un ecologista, grazie ai voti della capitale, città multietnica per definizione, dimostra che in Europa non necessariamente devono prevalere nuovo fascismo e xenofobia 
 
Bologna, 23 maggio 2016 -  L'ecologista Alexander Van der Bellen è il nuovo presidente dell'Austria, eletto con appena il 50,3 per cento. Il verdetto arrivato nel primo pomeriggio, per il conteggio dei voti per posta, stoppa l'avanzata dell'ultra destra populista, data da tutti i commentatori per vincitrice sicura, con il suo leader Norbert Hofer, visti anche i venti xenofobi, legati alla tendenza del momento di issare i muri contro i rifugiati, persino al Brennero dove non c'è ombra di migranti...
 
Si è detto che per la prima volta in Austria a contendersi la presidenza sono stati due leader di schieramenti nuovi e non quelli tradizionali, nati all'indomani della seconda guerra mondiale. E questo elemento estremamente connotativo rispetto a quello che sta avvenendo in Europa è significativo del modo in cui la classe dirigente del vecchio continente non rappresenta più le tensioni di questo tempo storico.
 
Una classe dirigente che cerca di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, come si suole dire, e che non sa dare risposte di progresso civile, poiché impegnata a fare i calcoli elettorali sulle fobie artificiali generate dagli esodi del Medio Oriente. Perché è chiaro che molti pezzi di popolazioni europee stanno riscoprendo egoismi e nuovi fascismi, ma non è detto che essi debbano necessariamente prevalere, sia dal punto di vista sociale che elettorale.
 
Anche perché l'Austria, da questo punto di vista, è davvero un laboratorio. Un paese che ruota attorno alla sua capitale, Vienna, città cosmopolita, multietnica, progressista, che ha sperimentato prassi legate all'accoglienza ai migranti tra le più efficaci d'Europa. Il leader ecologista è proprio lì che ha vinto: i cittadini viennesi hanno trainato questa tornata elettorale attraverso la loro storia recente...
 
Il 34 per cento della popolazione viennese ha background migratorio e nella capitale sono concentrati più della metà dei cittadini immigrati rispetto all'intero paese. Turchia, ex Jugoslavia, Romania, sud est asiatico, e anche Africa e Americhe, costituiscono la dimensione multietnica, anzi dovremmo dire multi-nazionale, del tessuto metropolitano. Negli ultimi due decenni sono stati incorporati caratteri culturali differenti. I processi migratori, soprattutto legati al mondo asiatico, spiegano come le tradizioni europee, in cui a Vienna risiedono per vocazione storica, sono andate a fondersi con quelle asiatiche, attraverso un processo abbastanza armonico.
 
C’è un luogo che, attraversandolo, ci racconta in qualche modo le storie di migrazioni che si sono avvicendate negli anni, dove le grammatiche e le semantiche si sono fuse alla lingua tedesca e all’inglese: Naschmarkt, il mercato all’aperto di Vienna, situato tra Karlsplatz e Kettenbrückengass. In effetti, come molti mercati europei, è un microcosmo che sintetizza la dimensione mondialista della città, perché oltre alle centinaia di bancarelle di frutta, verdura, alimentari, spezie, provenienti da tutto il mondo, ci sono una miriade di ristorantini e bistrò legati alle varie nazionalità che si sono insediate in città. E’ un vero e proprio luogo d’incontro universale, dove giovani e anziani si ritrovano. E che c'entra tutto questo con i muri?
 
Questa elezione austriaca è il chiaro segnale che esistono due volti dell'Europa, esistono due popoli europei: uno fascista e razzista e l'altro accogliente ed inclusivo. Infatti le prime parole di Van der Bellen, da nuovo presidente austriaco sono state: “Io voglio lavorare per tutti i cittadini...”
 
Il problema vero allora è la classe politica europea, caduta nel baratro, dato che l'unico statista vero che risiede nel vecchio continente si chiama Francesco e fa il Papa...
 
 
La buona accoglienza dei rifugiati in Italia non s'ha da fare 
 
L'inchiesta televisiva di Report sui rifugiati ha dimostrato che è possibile risolvere in modo efficace la gestione dei flussi migratori, spendendo anche meno dal punto di vista della sostenibilità. Ma ad impedire che il problema si trasformi in risorsa è il sistema del privato sociale che gestisce l'accoglienza facendo cassa, per poi restituire il favore ai decisori mediante le campagne elettorali...
 
Bologna, 10 maggio 2016 – La puntata di Report andata in onda domenica 8 maggio ha rappresentato probabilmente uno dei momenti più significativi del giornalismo televisivo degli ultimi tempi. Questo perché è riuscita in un'oretta ad andare a fondo ad una "questione misteriosa" con cui si scontra chi osserva da anni questi temi...
 
 
L'integrazione organizzata
 
      Innanzitutto la puntata ha confrontato il sistema di accoglienza dei paesi avanzati, Germania, Svezia, Danimarca con quello italiano. Nazioni queste che, negli ultimissimi anni, da socialdemocratiche si sono trasformate in xenofobe. Per farla breve, nei centri di accoglienza, dei suddetti paesi vengono utilizzate, per il soggiorno, strutture pubbliche super attrezzate, con aree di formazione, di socializzazione, stanze singole e appartamenti per famiglie accessoriate. Tutto questo nel contesto di un programma intensivo di formazione legato all'apprendimento linguistico, con un monte ore giornaliero; poi la formazione civica sulle leggi ed il rispetto delle norme sociali: "le donne e gli uomini sono eguali, è vietato picchiare i bambini..." Poi ancora un programma d'inserimento professionale, nel quadro di un sistema di incontro tra domande e offerta. Chi vuole restare in quel paese è assolutamente obbligato a conformarsi a questo tipo di attività, anche perché dopo massimo sei mesi si è pronti ad essere un cittadino in grado di camminare con le proprie gambe.
 
La malaccoglienza
 
Poi, si arriva in Italia e qui, solo a sentire certe cose, le lacrime sono amare... Si analizza la gestione delle strutture in mano alle cooperative, i cui amministratori di alcune organizzazioni siciliane sono inquisiti per corruzioni varie. Gli ospiti vivono in ambienti spesso fatiscenti, stanno ammassati come animali in un recinto. Alla domanda ad alcuni di essi: "ma tu cosa fai tutto il giorno?" La risposta è: "Niente, mangio e dormo". Sei ore di apprendimento linguistico la settimana è tendenzialmente quello che concede l'accoglienza. E se queste sono le situazioni peggiori, non è che in altre città italiane, come Bologna o Milano, le cose sono poi tanto diverse, rispetto ai risultati ottenuti... L'inchiesta del Centro per richiedenti asilo, rifugiati e vittime della tortura del Naga a Milano, pubblicata la settimana scorsa, è qualcosa di sconvolgente... Ovviamente non parliamo di Roma visto che lo scandalo Mafia capitale è diventato la chiave di lettura dell'accoglienza rifugiati in Italia...
 
 Lo Sprar è tutto quello che ci possiamo permettere
 
         "Il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) è costituito dalla rete degli enti locali che per la realizzazione di progetti di accoglienza integrata accedono, nei limiti delle risorse disponibili, al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell'asilo. A livello territoriale gli enti locali, con il prezioso supporto delle realtà del terzo settore, garantiscono interventi di "accoglienza integrata" che superano la sola distribuzione di vitto e alloggio, prevedendo in modo complementare anche misure di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento, attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico."
 
Questa è la presentazione, tratta dal sito del Servizio Centrale, del sistema di accoglienza dei rifugiati in Italia, promosso dall'Anci e dal Ministero dell'Interno, da cui si evince come il connubio tra sistema pubblico e terzo settore determini le dinamiche gestionali dell'accoglienza rifugiati. Per ogni rifugiato, giornalmente, lo Sprar assegna alle cooperative 35 euro, mentre all'ospite ne spettano 2,5. Se consideriamo che la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo a suo tempo aveva indicato il sistema italiano assente delle garanzie di rispetto dei diritti umani, possiamo ben comprendere cosa c'è in mezzo a quelle due cifre... Fece parlare una sentenza della magistratura tedesca, prima che scoppiasse la sindrome dei muri, in cui si sconsigliava il respingimento dei richiedenti verso l'Italia poiché, appunto, non venivano garantiti i diritti umani...
 
Un piano di accoglienza nazionale è possibile
 
Allora, la redazione di Report è andata a parlare con esperti urbanisti, ingegneri, tecnici in alcune città italiane, individuando caserme dismesse e luoghi pubblici in disuso, di cui l'Italia è piena, come esempi tipo. Gli esperti hanno dimostrato che in sei mesi questi edifici, che non hanno bisogno di interventi strutturali, potrebbero essere funzionanti, come appunto quelle dei paesi civilizzati di cui sopra. Sergio Rizzo, sul Corriere della Sera ha riportato questi dati... "Per accogliere 200 mila persone l'anno servirebbero 400 immobili. Il costo per rendere idoneo a tale funzione questo patrimonio pubblico si potrebbe aggirare, secondo le stime degli esperti consultati da Report (fra cui l'urbanista Paolo Berdini), intorno ai 2 miliardi. Altri 2 miliardi e 165 milioni l'anno sarebbero necessari per il mantenimento delle strutture, compreso lo stipendio per 25 mila addetti e 400 medici."
 
Cioè in un sol colpo si rimetterebbe in sesto un patrimonio pubblico, si darebbe lavoro a migliaia di persone, si trasformerebbe un problema in una risorsa sociale, si colpirebbe alla radice razzismo e xenofobia diventati i mali di un paese di emigranti come l'Italia. Ma chi pagherebbe? Considerato che sono stati stanziati sei miliardi nelle mani di un dittatore che ha il potere in Turchia, se si presentasse un piano organico nazionale, questo potrebbe essere finanziato dall'Unione Europea, che vedrebbe togliersi le famose castagne dal fuoco... "Se l'Italia mettesse in piedi un piano nazionale complessivo e il governo lo facesse suo presentandolo ufficialmente agli organi europei competenti, sarebbe senz'altro recepito positivamente. Se sono necessari più soldi ne discutiamo nel dettaglio, i soldi ci sono". Queste sono le parole del commissario europeo all'immigrazione Dimitris Avramopoulos ai microfoni di Report...
 
Ma non è possibile farlo poiché l'Italia è un paese corrotto...
 
      La domanda è scontata, quindi: perché non farlo? Purtroppo anche la risposta, che ovviamente la redazione di Report non ha dato, è scontata, ma il retro-testo era chiaro: perché da un piano nazionale come questo verrebbe estromesso non il privato sociale in quanto tale, ma il suo protagonismo economico. Cioè le funzioni delle cooperative e delle associazioni dovrebbero essere ridimensionate rispetto al percorso gestionale, concentrandosi sull'utilizzo degli operatori in relazione ad alcuni pezzi dell'assistenza. Oggi, invece queste organizzazioni sono i gestori diretti dell'accoglienza, i cui disastri sociali sono sotto gli occhi di tutti. Essi, insieme al sistema politico comunale, attraverso i funzionari, cioè gli amministratori pubblici che fanno da ponte, formano quella che viene denominata "terra di mezzo", la quale a seconda delle specifiche dinamiche territoriali, in ogni ambito municipale, assume diverse conformazioni.
     
Mediante i soldi che provengono da un permanente stato di emergenza il privato sociale italiano fa cassa e restituisce il favore diventando zoccolo duro del sistema di consenso, riscattato durante le elezioni a qualsiasi livello esse siano...
 
 
Nessuna pietà nemmeno per i bambini, dall’Europa dei muri
 
La Camera dei Comuni inglese ha votato contro un emendamento bipartisan all'Immigration bill, già approvato alla Camenra Alta, per dare rifugio a 3000 minori siriani non accompagnati, preda delle reti criminali, come denunciato da Europol.
 
Bologna, 27 aprile 2016 - Il tentativi di Save the Children di fare pressione sui parlamentari britannici di tutti gli schieramenti è fallito. La Camera dei Comuni ha respinto l'emendamento alla nuova legge sull'immigrazione, che praticamente chiedeva di salvare la vita a 3000 bambini siriani, cosiddetti non accompagnati. Bambini provenienti da Calais come da altre parti dell'Europa, a cui dare rifugio, sottraendoli alle reti criminali che dai Balcani, alla Germania, fino all'Europa nord occidentale, ormai hanno costituito quella che Europol ha definito "infrastruttura criminale".
 
294 contro 276 è finita la votazione parlamentare, e la motivazione addotta dal Ministro dell'Immigrazione Brokenshire riguarda la necessità di scoraggiare i genitori che abitano in zone di guerra a mandare da soli i loro figli in Europa... Mentre il ministero dell'Interno si affrettava a sottolineare che l'idea del governo inglese è sempre quella di accogliere 3000 minori direttamente dai campi profughi in Medio Oriente, Save the Children la definiva un "riannuncio" di aiuto già promesso mesi or sono e mai attuato... Alla fine del voto si sono sentite dentro l'aula parlamentare molte grida: "Vergogna!"
 
E non può esserci parola più indicata di quella, poiché ormai la barbarie in termini umanitari l'Europa l'ha superata di parecchio, considerato soprattutto la denuncia di Europol fatta a fine gennaio su un conteggio approssimativo di 10000 bambini scomparsi provenienti da zone di guerra. Si perché questa "infrastruttura criminale", che ha fino ad adesso agito prevalentemente tra l'Ungheria, la Germania, l'Italia, fino alla Svezia meridionale, ha costruito un bussines soprattutto legato al mercato della prostituzione, oltre che a quello del lavoro nero. Il fatto ancora più sconcertante, a quanto dicono i funzionari di Europol, è che questi ragazzini spariscono alla gestione delle autorità, ma il più delle volte sono ben visibili nelle città, dove vengono portati dai trafficanti di esseri umani. Tutto questo naturalmente nell'indifferenza del mondo sociale europeo...
 
Fonti The Guardian, Indipendent
 
 
 
La fine dell’Unione Europea e gli egoismi nazionali in odore di nuovo fascismo
 
Da ieri è entrato in vigore il disgustoso accordo tra l'Unione Europea e la dittatura del presidente Turco Erdogan. L'Unione Europa non esiste più, almeno dal punto di vista delle idealità che sono state messe alla base della sua nascita, ma anche rispetto ai trattati e alle leggi che essa stessa si è data, a cominciare dal trattato di Ginevra sul diritto d'asilo a chi fugge da guerre e persecuzioni, stella polare di una comunità continentale voluta dai padri fondatori all'indomani della seconda guerra mondiale: Jean Monnet, Altiero Spinelli, Konrad Adenauer...
 
Bologna, 21 marzo 2016 - L'aspetto più terribile di questo accordo è che si fonda su due grandi menzogne o potremmo dire manipolazioni, pianificate dalla Commissione Europea, dietro sollecitazione dei paesi membri. La prima riguarda il concetto di "migrante irregolare", mentre la seconda considera la Turchia un "paese terzo sicuro" e quindi "paese di primo asilo".
L'aberrante programma di accordo prevede quindi che tutti i "migranti irregolari" che arrivano in Grecia dovranno essere rispediti in Turchia, poiché paese terzo sicuro e quindi paese di primo asilo. Ma all'aberrazione si aggiunge lo sconcerto, poiché, viene sancito un altro concetto, quello delle "porte girevoli": un siriano in Turchia ed un siriano in Europa, come se le persone fossero bestie o numeri. Una ripartizione che viene attuata senza una logica legata all'idea di diritto. E per attuare questo programma l'Unione Europea darà ben sei miliardi di euro al sultano Erdogan...
 
Manipolazioni disgustose dicevamo, contro la realtà e contro la legalità internazionale, partendo proprio dal concetto di "migrante irregolare" che diventa centrale in questo scambio di favori dal sapore delinquenziale...
 
Il fenomeno epocale delle migrazioni, che sta investendo l'Europa, riguarda siriani, iracheni e afgani, cioè persone che scappano da guerre e persecuzioni, e che quindi hanno il diritto di chiedere la protezione internazionale. Come sottoscrivono le leggi europee, questi sono regolarissimi... Perché quindi costruire un sistema di accoglienza su un concetto che non c'entra nulla con quello che realmente succede?
 
E ancora: la Turchia un paese terzo sicuro? In primo luogo non ha mai aderito alla Convenzione di Ginevra del '51 sull'asilo politico, quindi in funzione di questo, come farebbe a rispondere agli obblighi che il trattato impone? Infatti, la Turchia, che ha un paio di milioni di rifugiati, allo stato attuale, non vi risponde per nulla, poiché i profughi in questo paese sono considerati qualcosina in più che animali. Basta andare a vedere la loro mortificante vita nella città di Istanbul...
 
E che dire del fatto che in questo momento in Turchia vi è una guerra civile, non riconosciuta a livello internazionale, con il popolo kurdo, nel sud del paese, il quale combatte con armi alla mano rivendicando i propri diritti di autonomia culturale. Però, per il governo turco, essi sono terroristi e quindi i militari di Ankara possono massacrare anche donne e bambini in modo legittimo.
 
Così, ogni qualvolta che esplode un'autobomba o un kamikaze si fa saltare in aria le responsabilità vengono ufficialmente fatte ricadere sui kurdi. In realtà, soprattutto a Istanbul, esiste un letamaio di violenza fatto da gruppi e gruppuscoli jihadisti che proprio il governo turco ha mantenuto e garantito, nel momento in cui ha iniziato a fare affari con l'Isis, riguardanti i traffici di petrolio, armi e foreign fighters. Così, se un organo di stampa si mette a denunciare queste cose viene chiuso e i giornalisti arrestati, rischiando fino all'ergastolo. Questo, secondo l'Unione Europea, sarebbe un paese sicuro...
 
Da ieri, dunque l'Europa, così come l'avevano pensata i padri fondatori non esiste più...
Questo perché un continente che conta, nei suoi 28 stati aderenti, 508 milioni di abitanti, che si erge a potenza economica nel mondo, non può accogliere un milione di rifugiati che scappano dalle guerre, rispetto alle quali vi sono anche responsabilità della stessa Europa, a partire dalla vendita di armi ai paesi belligeranti per finire agli interessi energetici ed economici.
 
E non può neanche spendere quei sei miliardi regalati ad un governo dittatoriale, per includere i rifugiati nei suoi paesi, secondo programmi civili e avanzati e soprattutto secondo le leggi in vigore...
 
 
Il crollo dell’Europa e la nuova cortina di ferro d’ispirazione fascista
 
Si è svolto a Praga il vertice dei paesi del patto di Visegrad, quelli affernti all'area dell'Europa centro-orientale: Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria, a cui si sono aggiunti Macedonia e Bulgaria. Una nuova cortina di ferro d'ispirazione fascista e islamofobica si erige sulle ceneri dell'Unione Europea.
 
Bologna, 16 febbraio 2016 - Il tema del consesso, guidato dal dittatore bianco Victor Orban, presidente ungherese, era chiaro e forte: escludere dall'area Schengen la Grecia, in modo unilaterale, nel momento in cui non riuscisse a bloccare l'arrivo dei rifugiati che percorrono la rotta balcanica. La proposta, partita proprio da Orban, si configura in un nuovo muro di filo spinato al confine tra la Bulgaria e la Macedonia e appunto la Grecia.
 
Ma questo nuovo muro diventa, a tal punto, il vero inizio della frantumazione dell'Unione Europea, che ritorna a costruire una sorta di cortina di ferro rimodulata tra l'Europa dell'est e la sua parte occidentale. Nel memorandum sottoscritto dai paesi del patto di Visegrad si sottolinea che questo piano è compatibile con i tre miliardi di euro concessi alla Turchia per impedire ai rifugiati provenienti dalla Siria l'accesso ai paesi europei. E' compatibile poiché se la Turchia non riuscisse a fare ciò per cui è stata pagata, allora ci penserebbero loro a fermare i flussi dal Medio Oriente.
 
Tra le timide proteste del governo tedesco ed il silenzio delle istituzioni europee si consuma il nuovo atto della disintegrazione europea che però ha un sapore antico...
 
La sintesi di quanto sta avvenendo nei paesi dell'est è rappresentata dalla situazione politica interna alla Repubblica ceca. Dal punto di vista istituzionale si sta consumando un conflitto ai vertici dello Stato tra le posizioni del presidente Milos Zeman e quelle del premier socialdemocratico Bohuslav Sobotka. Il primo con posizioni islamofobe vicine al fascismo ed il secondo più aperto a posizioni democratiche. Il presidente parla del bisogno che la Repubblica Ceca abbia un uomo forte che sappia fare fronte all'ondata di migranti, delegittimando le posizioni più concilianti del premier.
 
Intanto, a sentire i sondaggi, la maggioranza dei cittadini cechi è d'accordo col suo presidente, mentre le manifestazioni neonaziste continuano ad incutere il terrore tra le strade di Praga. Quella di sabato scorso ha visto l'assalto nei confronti di chi manifestava a favore dei migranti, insieme al tentativo, fortunatamente non riuscito, di dar fuoco ad un centro sociale...
 
 
Uomini, donne e bambini trattati come bestie ai confini
 
Migliaia di persone accalcate ai due confini e impossibilitati ad accedere nei paesi dove ricevere un'accoglienza umana: fotografie di questo momento storico
 
Bologna, 6 febbraio 2016 Sembrano 30.000, ma i numeri di questa folle vicenda potrebbero essere molto superiori. 30.000 uomini, donne, bambini, anziani che scappano da Aleppo, la città siriana dove la coalizione filo-governativa sta facendo man bassa di civili inermi, mentre combatte per riprendere il potere. 30.000 persone accalcate come bestie al confine con la Turchia, che gli impedisce di entrare nel paese, dopo aver sottoscritto l'accordo con l'Unione Europea, per accogliere i rifugiati nel proprio territorio e non farli passare negli stati europei: l'Italia ha già dichiarato che la sua quota di duecento milioni di euro è in pagamento.
 
Due sono i valichi alla frontiera: 20.000 persone a Bab el Salam e 10.000 a Azas. Questa gente fugge dalle bombe a grappolo lanciate dall'aviazione russa e dall'azione militare di terra condotta dagli Hezbollah libanesi e dalle milizie iraniane, cioè la coalizione sunnita che difende il potere di Assad. L'azione militare, che non risparmia nessuno, si scaglia contro tutti, cioè non solo contro l'Isis, che è il nemico della Coalizione Globale o Small Group, la quale si sta organizzando per avviare la guerra in Libia, ma anche contro i gruppi di liberazione democratica della Siria, che sono stati chiamati alla conferenza di Ginevra, sotto l'egida dell'Onu e del suo inviato de Mistura, per avviare i negoziati di pace, falliti miseramente prima di cominciare.
 
Quella di Aleppo, per Assad sembra essere "la madre di tutte le battaglie" per riprendere il potere e schiacciare principalmente l'opposizione interna, prima che i jihadisti. Riprendere Aleppo secondo i piani del regime dittatoriale significherebbe, annientare l'opposizione democratica interna, che vuole la sua defenestrazione, delegittimandola definitivamente.
 
La Turchia, dal canto suo, chiude le frontiere ai rifugiati che scappano aspettando che l'Arabia Saudita, sua alleata sunnita, entri in campo, come ha dichiarato di voler fare, per combattere la sua personale guerra contro il popolo kurdo del Rojava. Si trata della lingua di terra autonoma a nord della Siria, le cui sorti sono direttamente proporzionali alle istanze di libertà, represse nel sangue, dal governo nel sud-est turco.
 
Nel frattempo, una situazione simile si sta creando al confine tra la Grecia e la Macedonia, nel comune greco di Polykastro, dove oltre 4000 persone sono ferme in attesa di poter fare la richiesta di asilo in Austria e Germania. Sembra che i motivi siano legati agli scioperi dei contadini nella repubblica ellenica e dei tassisti in Macedonia, che hanno bloccato la strada in segno di protesta contro il governo. Quattromila persone al freddo, senza cibo, senza luoghi riparati dove poter dormire: questa è l'Europa di oggi!
 
 
Avviato il countdown del collasso europeo, mentre nasce il nuovo nazionalismo dell’est
 
Il 7 marzo si svolgerà l'ultimo vertice europeo utile per trovare un accordo sulla crisi dei rifugiati, dove parteciperà il premier turco, a cui è affidata la sorte dell'Unione. Oltre ai muri sulle frontiere, è nata una nuova cortina di ferro di tipo nazionalistico composta dai paesi del "blocco neoasburgico", capeggiati dall'Austria, e da quelli di Visegrad, al cui comando vi è il governo autoritario ungherese: tutti uniti contro la Grecia.
 
Bologna, 26 febbraio 2016 - Si avvicina la disintegrazione politico-economica dell'Unione Europea, ormai il conto alla rovescia è iniziato. L'ultima occasione utile, è fissata per il 7 marzo, quando i 28 paesi s'incontreranno con il primo ministro turco Davutoglu, per porre rimedio alla situazione di assoluto caos prodotto dalla nuova cortina di ferro, in senso nazionalistico, eretta dai paesi della rotta balcanica.
 
Da un lato c'è il patto di Visegrad composto da Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia. La loro posizione è quella di escludere, in modo unilaterale, Atene dall'area Schengen. La proposta, partita proprio da Orban, l'autoritario premier ungherese, si configura in un nuovo muro di filo spinato al confine tra la Macedonia e appunto la Grecia. Sempre Orban ha annunciato di essere intenzionato a tenere un referendum sulle quote di accoglienza. Proprio lui a settembre, si era schierato contro il piano di redistribuzione di 160mila migranti, e in dicembre 2015 ha presentato, insieme alla Slovacchia, un ricorso contro il suddetto piano.
 
Poi c'è il nuovo "blocco neoasburgico" dei Balcani occidentali, formato da Albania, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Kosovo, ex Repubblica jugoslava di Macedonia (Fyrom), Montenegro, Serbia e Slovenia. Anche la loro posizione è quella di isolare la Grecia da Schengen. Durante il vertice svoltosi a Vienna, la settimana scorsa, hanno sottolineato che: "La Grecia non ha espresso alcun interesse a ridurre i flussi migratori, ma all'opposto continua a farli passare attraverso l'ex Repubblica iugoslava di Macedonia da dove prendono la via per il Nord".
 
Le istituzioni europee, intanto, si limitano ad asserzioni di principio e non riescono a gestire la deriva nazionalistica intrapresa dall'Europa dell'est. Sul referendum annunciato dal premier ungherese Natasha Bertaud, portavoce della Commissione, così si è espressa: "Non riusciamo a capire come possa inserirsi in un processo decisionale approvato da tutti gli Stati membri, inclusa l'Ungheria, con i trattati dell'Unione europea". L'obiettivo di Orban è chiaramente mostrare un largo consenso nazionale, aggirando i trattati europei. Anche perché in tutta l'area balcanica fino alla Germania, i rigurgiti di piazza anti-immigrati stanno sempre di più evolvendo non solo in avversione generalizzata delle opinioni pubbliche nei confronti dei rifugiati, ma in azioni di violenza da parte dei gruppi neo-fascisti.
 
Dal canto suo il Presidente del parlamento europeo Martin Schultz, ammette che la situazione sembra essere senza vie d'uscita: "Vi do delle cifre. I 28 Stati membri dell'Unione europea contano, tutti insieme, 508 milioni di abitanti. Non ci sarebbero problemi se ripartissimo l'attuale milione di rifugiati tra tutti gli Stati. Il problema è che oggi sono soltanto due o tre i Paesi coinvolti dalla crisi. E questo crea disfunzioni. Trovo cinico il rifiuto degli Stati membri a far parte dello schema di redistribuzione, perché cosi non se viene fuori. Anche perché spesso poi si arriva a criticare l'Europa, ritenuta incapace di risolvere le crisi. E' una situazione senza precedenti nella storia europea".
 
La Grecia intanto sembra spazientita dalle decisioni unilaterali della "nuova cortina di ferro". Il Ministro all'immigrazione Yiannis Mouzalas, a proposito della non applicazione del piano di redistribuzione dei 160mila rifugiati, in una intervista rilasciata ad Euronews, ha lasciato intendere che è vicina una vera e propria crisi diplomatica con l'Austria: "Il piano non è stato applicato perché molti Stati membri, inclusa l'Austria, invece di lavorare alla sua messa in atto sono impegnati a recintare i loro confini. Lo abbiamo fatto già presente, dobbiamo scegliere se far parte dell'Unione europea o no. L'Austria è stata fino a oggi un Paese amico, ma ora ha cambiato atteggiamento. Non dico che è un Paese a noi ostile, ma che le sue azioni lo sono e avranno effetti molto dolorosi per il resto dei Paesi europei... Insisteremo a far sentire la nostra voce. E' chiaro che se le azioni comuni perdono di importanza saremo costretti a procedere anche noi in modo unilaterale. E non perché non crediamo all'Europa, ma perché non abbiamo altra scelta."
 
La Turchia, la quale aspetta i tre miliardi promessi dall'UE per accogliere tutti i flussi provenienti dalla Siria e dall'Iraq, nel frattempo continua a fermare e maltrattare i rifugiati sia ai confini che dentro il paese. Realisticamente in pochi fanno affidamento sulle capacità del suo governo di risolvere una situazione che ha tutti i sapori di una svolta epocale. Le guerre mediorientali che determinano un fenomeno globale come quello delle fughe di massa dei rifugiati, possono avere solo una risposta europea nella sua interezza. Scegliere una risposta nazionale, in senso nazionalistico, ad un fenomeno globale determina quel collasso, che ormai sembra inarrestabile.
 
 
Le donne rifugiate molestate che non fanno notizia
 
Un rapporto di Amnesty International denuncia le violenze perpetrate nei confronti delle donne che fuggono da guerre e persecuzioni e fa luce su un fenomeno di cui i media non si occupano, come se l'indignazione nei confronti della violenza di genere fosse riservata solo per gli eventi di Colonia.
 
19 gennaio 2016 - Se i fatti di Colonia hanno destato sconcerto e indignazione da parte dell'opinione pubblica europea, lo stesso non si può dire per ciò che succede periodicamente, ormai da mesi, nei confronti delle donne rifugiate che attraversano la rotta balcanica per salvarsi la vita dai disastri bellici dei loro paesi. Il rapporto di Amnesty International, rivela fatti molto gravi e inquietanti che rientrano nell'ambito della lesione dei diritti umani: "violenze, aggressioni, sfruttamento e molestie sessuali in ogni fase del loro viaggio, anche all'interno del territorio europeo".
 
Se già di per sé attraversare vari paesi, da un continente all'altro, perché la propria vita è in pericolo, rappresenta un trauma immenso per ogni essere umano, se poi ci si trova davanti ad un'Europa che erige muri per impedire alle persone di salvarsi la vita, per le donne che viaggiano da sole l'incubo è ancora più grande. Il costante senso di pericolo per il proprio corpo, ed il fatto che non possono denunciare a nessuno quello che avviene, perché non c'è nessuno pronto ad ascoltarle e difenderle, ha aspetti così inumani, così crudeli che il fatto che nessuno ne parli rende questa tragedia ancora più disgustosa.
 
Gli attori di queste violenze nei confronti delle donne rifugiate, che affrontano il viaggio da sole o con minori, appartengono a tutte le categorie sociali che nel percorso di fuga vengono incontrati. Dapprima i trafficanti che a seconda del tipo di brutalità di cui sono portatori o costringono ad avere rapporti sessuali oppure offrono uno sconto o ancora un minore tempo di attesa per salpare verso il Mediterraneo...
 
Reem, 20 anni, partita dalla Siria con una cugina di 15 anni: "Non ho mai avuto la possibilità di dormire al chiuso, avevo troppa paura che qualcuno mi toccasse. Le tende non erano separate e ho assistito a scene di violenza... Mi sentivo più sicura quando ci muovevamo, soprattutto sui pullman, solo lì sopra riuscivo a chiudere gli occhi e ad addormentarmi. Nei campi è facilissimo essere toccate, non si può denunciare e alla fine ognuna vuole evitare di creare problemi che blocchino il viaggio".
 
Poi le forze dell'ordine. Rania, 19 anni, incinta, proveniente dalla Siria: "La polizia ungherese ci ha trasferiti in un altro posto, persino peggiore del primo. Era pieno di gabbie e non passava aria. Eravamo come in cella. Ci siamo rimasti per due giorni. Ci davano due pasti al giorno. I gabinetti erano peggio degli altri, era come se volessero lasciarli in quelle condizioni per farci soffrire... Il secondo giorno la polizia ha picchiato una siriana di Aleppo, solo perché aveva pregato di lasciarla andare via. Sua sorella ha provato a difenderla, lei parla inglese. Ma le hanno detto che se non stava zitta avrebbero picchiato anche lei. La stessa cosa è successa a un'iraniana, che aveva chiesto un po' di cibo in più per i suoi figli".
 
Infine i rifugiati uomini, che approfittano dell'assenza di separazione tra bagni femminili e maschili. "Alcune donne hanno subito violenza da parte di altri rifugiati o da parte di agenti di polizia, specialmente nei momento in cui il sovraffollamento dei centri faceva salire la tensione richiedendo l'intervento delle forze di sicurezza."
 
Maryan, 16 anni, proveniente dalla Siria: "Eravamo in Grecia. Abbiamo cominciato a piangere e a urlare, così è arrivata la polizia che ha manganellato tutti quanti, anche in testa. Io sono state colpita su un braccio. Picchiavano anche i più piccoli. Ho avuto un capogiro e sono finita a terra, con le persone che mi cadevano sopra. Poi mi sono ripresa. Piangevo, non trovavo più mia madre. Poi hanno chiamato il mio nome e ci siamo ritrovate. Dopo, ho mostrato a un agente di polizia il braccio dove ero stata colpita e quello si è messo a ridere. Allora ho chiesto un dottore e hanno detto a me e a mia madre di andare via".
 
 
La cultura dell’emergenza rifugiati e i terreni di caccia delle terre di mezzo 
 
Esistono esperienze sociali in varie parti d'Italia dove viene dimostrato che la valorizzazione delle abilità dei rifugiati potrebbe rappresentare un elemento di sviluppo per i territori di accoglienza. Ma innescare questo meccanismo è praticamente impossibile poiché verrebbero colpiti gli interessi privati delle terre di mezzo, che si esprimono mantenendo inalterata, da vent'anni a questa parte, la cultura dell'emergenza...
 
Bologna, 16 dicembre 2015 - Via del Milliario è un'arteria che s'incunea direttamente in bocca al fiume Reno, nel quartiere di Borgo Panigale. E' un lembo di terra nella periferia ovest di Bologna, proprio alle spalle dell'aereoporto. Il Centro di Accoglienza Straordinaria per richiedenti è l'ultimo avamposto prima del fiume. Spesso, quando s'ingrossa occorrono barriere di sacchi per impedire che l'acqua invada la strada. Quel pezzo di terra in effetti richiama alla mente un luogo di confine o forse ancor di più racchiude in se una sorta di indeterminatezza propria a quella dimensione spazio-temporale. A pensarci è la medesima indeterminatezza che vivono quei cinquanta ragazzi in attesa che qualcuno decida per loro, che qualcuno indichi la strada del loro destino. Fino a quel momento la vita è solo in stand-by. Meritano oppure no la protezione internazionale? Saranno in grado di convincere la commissione territoriale di Bologna che nel loro paese rischiano l'incolumità fisica? E cosa succederà se non riusciranno a provare che tornare nel loro paese  può significare morte  o comunque  violenze di vario genere?
 
Lì ci sono ragazzi le cui caratteristiche costituiscono un identikit socio-anagrafico molto comune ai luoghi di accoglienza dei rifugiati italiani, come appunto i CAS. Giovani che provengono dall' Africa sub sahariana e dall'Asia. Hanno tra i venti ed i trent'anni,  a bassa scolarizzazione, per cui non scrivono la nella loro lingua madre ufficiale, cioè l'inglese o il francese, e parlano prevalentemente con i loro dialetti nazionali. Paradossalmente però, pur appartenendo a paesi differenti, tra di loro riescono a comunicare perfettamente. In pochissimi, infatti, si concentrano verso l'apprendimento dell'italiano, viste le condizioni in cui vivono.  L'unico sostegno è costruito sul rapporto quotidiano con gli operatori, anch'essi ragazzi di pari età, che cercano di compensare le lacune di un sistema che non funziona. Le caratteristiche psico-sociali raccontano poi un'altra storia ancora: pur avendo un età adulta hanno spesso modalità comportamentali di tipo adolescenziale. Per tale ragione non possono essere trattati come ragazzini, ma al tempo stesso occorrerebbe un intervento molto equilibrato di tipo psico-attivo per costruire un percorso efficace di inclusione. Ma di questo a nessuno importa...
 
L'accoglienza che lo Stato italiano ha riservato a questi ragazzi non può tenere conto, quindi, delle loro fragilità: per loro c'è un'accoglienza straordinaria, come il nome dei luoghi che li ospitano. La straordinarietà sta nel fatto che le quote stabilite dallo Sprar, cioè il programma di accoglienza dei richiedenti e rifugiati italiani, gestito dal Ministero dell'Interno e dall'Anci, non riescono a garantire tutti i richiedenti in ragione di una adeguata cura, per cui ogni anno, aumentando le richieste di asilo, si cerca di fare fronte appunto con la straordinarietà. Questo perché dopo quasi vent'anni ancora in Italia si continua a parlare di emergenza rifugiati. Cioè il problema di chi fugge da guerre e persecuzioni è affrontato come se fosse un problema eccezionale e non strutturale al mondo contemporaneo.
 
La storia del Baobab di via Cupa a Roma è un'altra di quelle emblematiche, di questo paese un pò surreale... Un centro nato per sopperire alle assenze di gestione dei rifugiati, che a Roma spesso vivono in balia di se stessi, che abbiano ricevuto o meno la protezione internazionale. Per non farli girovagare per strada, alcuni volontari hanno adibito, con le loro forze, un luogo di fortuna in centro d'accoglienza. Il tentativo era quello di dare un minimo di dignità a questa gente. Tutto ciò fatto da dei cittadini e non dalle istituzioni. Poi, dopo la strage di Parigi, le forze dell'ordine sono entrate ed hanno sgomberato, poiché ritenuto potenziale ricettacolo di terroristi. "Si tratta di una soluzione inaccettabile, - hanno dichiarato i volontari in una conferenza stampa - con la quale il Comune anziché impegnarsi a definire una risposta organica al problema dei transitanti e rifugiati, relega il problema a mero ordine pubblico. Nessuna ragione di ordine pubblico e nessun allarme terrorismo può giustificare il disinteresse verso la dignità umana e i diritti fondamentali dell'individuo".
 
Del resto basta guardare alle modalità con cui negli ultimi mesi la stessa Unione Europea ha inteso gestire i flussi della rotta balcanica, per farsi un'idea ben precisa del disastro sociale che si preannuncia. Solo ad onor di cronaca, per chi non lo sapesse, dalla rotta balcanica transita chi scappa dalle guerre in corso in Iraq, Afghanistan e principalmente in Siria. Ora, la strategia dell'Unione Europea è quella di fermare questi flussi in un'area cuscinetto nel nord della Turchia, per impedirne l'accesso in Europa. Una strategia concordata con un dittatore islamico che di cognome fa Erdogan, cioè l'attuale presidente turco, che è possibile leggere delle sue orride malefatte nelle cronache di questi mesi. In cambio il califfo turco verrà risarcito con tre miliardi di euro e la facilitazione della sua entrata nell'UE. Non c'è da stupirsi, dunque, se in un paese come l'Italia la cultura delle emergenze, conclamata dallo scandalo di mafia capitale, ha lunga vita proprio perché essa garantisce il lobbismo delle "terre di mezzo" tra pubblico e privato...
 
Quella stradina stretta e lunga che si affaccia sul Reno, in un pezzo di periferia bolognese, racconta ogni giorno un'assurda contraddizione, in un continente le cui istituzioni sembrano aver fallito tutti gli obiettivi di progresso e coesione sociale fissati negli anni passati. Perché quei cinquanta giovani richiedenti di via del Milliario, rappresentano proprio uno spaccato generazionale che si affaccia sull'Europa e che rimane a guardare il mondo che scorre dentro le città, senza poterne essere protagonisti. Sono uomini nascosti che si aggirano come fantasmi notturni. I vissuti rappresentati in via del Milliario narrano una storia fatta di ragazzi che cercano d'inventarsi un modo spontaneistico per sopravvivere,  mettendo a frutto le loro abilità, la loro fantasia, le loro risorse, e tutto questo, solo per uscire la testa fuori dal nulla di cui è intrisa quella accoglienza italiana straordinaria ...
 
Cuciono abiti, recuperano materiali riciclabili, aggiustano e montano biciclette, lavorano i metalli ed il legno anch'essi riciclati.  In quel pezzo di strada che si affaccia al fiume, hanno inventato un vero e proprio mercatino delle pulci, dove cittadini esclusi come loro possono trovare semplici prodotti di scarto che sopperiscono all'assenza di tutto. Quello di via del Milliario è un vero laboratorio di artigianato spicciolo, che si traduce in economia d'uso, che questi ragazzi rivisitano giorno per giorno, per dare contenuto di senso alla loro esistenza, ma anche per mandare qualche soldo alle loro famiglie... Perché quello che la cultura dell'emergenza non ha interesse a concepire è che i giovani provenienti dall'Africa sub-sahariana, come da molte parti dell'Asia, sono portatori di straordinarie risorse legate alla manualità, oltre che a grandi capacità di adattamento delle stesse su vari ambiti quali la meccanica, le lavorazioni di legno e ferro, la sartoria.
 
Tali abilità potrebbero innescare, se valorizzate, dei micro-processi di sviluppo locale, nella misura in cui nuove forme di valore economico si ponessero in termini di proposte finalizzate all'abbassamento dei costi sociali, generati dalla crisi economica. In tal senso la possibilità di rendere attivi i richiedenti  asilo influirebbe sulla loro capacità di inserirsi nei circuiti produttivi metropolitani, attraverso  economie d'uso che sono in essere, in tutti i territori urbani.
 
Pensiamo per un momento ad una città utopica... Una città che in linea teorica però potrebbe esserci in qualsiasi parte d'Italia, dove, anziché prevalere la cultura dell'emergenza, ci fosse un amministrazione del territorio virtuosa, i cui amministratori si ponessero una domanda molto semplice: posso utilizzare il valore delle persone che provengono da altri mondi, per sviluppare il mio territorio? Certo, immaginare che in Italia ci possa essere un'amministrazione comunale che si ponga questa domanda è molto difficoltoso. Ma per un momento immaginiamo che ci possa essere... La risposta a questa ipotetica amministrazione comunale la danno proprio i ragazzi di via del Milliario. Perché in un contesto di esclusione socio-economica sono proprio loro che propongono soluzioni  mettendo a frutto le loro abilità, dando vita a "microeconomie" che vanno a compensare gap economici per una gamma di categorie sociali. Si pensi se tutto questo potesse essere potenziato e messo a sistema...
 
Perché l'emersione di realtà legate al valore d'uso prima che al valore di scambio, va a rispondere da un lato alla crisi economica che ha generato un abbassamento generalizzato del livello di vita, dall'altro propone l'inserimento nel mondo sociale delle categorie produttivamente escluse.
 
In questa stessa prospettiva si allinea un'altro tema aperto, quello di rivitalizzare, attraverso strategie di sviluppo locale, il comparto dei mestieri artigianali che stanno scomparendo a causa della crisi vocazionale, che generazionalmente investe le società cosiddette avanzate. La possibilità di ricucitura di questo strappo generazionale potrebbe provenire proprio dai cittadini migranti, i quali sono portatori di abilità artigianali legate alla caratteristiche produttive dei loro paesi d'origine. In tal senso, riuscire a costruire filiere che possano ridefinire un sistema produttivo che si sta perdendo, dove attori pubblici e privati interagiscano in network, potrebbe rappresentare un modello d'intervento possibile per incrociare domanda e offerta ambedue disattese. Una cultura dell'accoglienza che preveda insomma strategie territoriali funzionali a rivitalizzare i tessuti sociali, grazie all'apporto dei cittadini migranti, in grado di colmare le lacune e i vuoti del mondo della produzione moderna, diventerebbe l'elemento di innovazione e sviluppo ineluttabile, esportabile in molti contesti regionali e nazionali...
 
Ma torniamo alla realtà. Sappiamo che nessuna amministrazione locale italiana avrebbe interesse a porsi la domanda di cui sopra, anche se la risposta è nello stato delle cose. Meglio mantenere sempre viva la cultura dell'emergenza, dopotutto si guadagna di più, ci sono più risorse da spartire per le terre di mezzo... Così, in quella stradina che si affaccia sul fiume, come in tante altre abitate da fantasmi, quei giovani, che vivono in attesa di una vita senza paura, possono restare degli spettri: e che lo sviluppo locale vada a quel paese...
 
 
L’Europa a pezzi e il gioco delle tre carte

Emerge dal summit di Malta che la strategia sui rifugiati sembra essere quella di far diventare il problema di qualcun altro. Intanto nella giungla di Calais torna la calma dopo tre gioni di scontri, la Germania chiude le frontiere, in Slovenia viene issato un'altro muro di filo spinato e i bambini continuano a morire nel mar Egeo.
 
Bologna, 12 novembre 2015 - "Il problema che stiamo affrontando oggi dipende in parte dal fatto che alcuni Paesi in Europa si comportano come una fortezza. Non c‘è parte del mondo che possa essere una fortezza. Dovremmo essere aperti all’immigrazione legale." Nkosazana Dlamini-Zuma, è il portavoce dell’Unione africana, ed ex ministro della sanità sudafricano, le sue parole raccontano la storia del nostro tempo, ma è solo uno degli aspetti emersi al summit di Malta tra l’Europa e l’Unione Africana, sull'esodo dei rifugiati. Un evento presentato dai media come un momento fondamentale per affrontare la questione che sta mandando in frantumi la logica stessa su cui si fondano le ragioni dell'Europa unita.
 
L'assunto è che i governi africani sono coinvolti tanto quanto l'Europa in quella che continuano a chiamare "crisi dei migranti". Quindi i governi europei cosa propongono? Aumento degli aiuti finanziari per la cooperazione e lo sviluppo. Come dire, è un modo per rispondere all'espressione oramai generalizzata del "dobbiamo aiutarli in casa loro". Verrebbe da chiedersi però cosa significa cooperazione e sviluppo, quando gli stati europei, con le loro grandi industrie, esportano armi da guerra, alimentando i conflitti bellici regionali...?
 
Come contropartita, comunque, si chiede all'Unione Africana che cooperi nella gestione dei flussi. Per tali ragioni quindi vi è la necessità di creare vie legali e pacchetti di proposte per l'emigrazione economica. La domanda che sorge spontanea è: ma tutto questo cosa c'entra con quello che sta accadendo sulla rotta balcanica? Si perché quelle centinaia di migliaia di persone, che stanno mettendo in crisi l'Europa, provengono dal Medio Oriente, cioè da Siria, Iraq e Afghanistan, e prima di cercare una vita migliore, dal punto di vista economico, stanno tentando di salvarsi la vita... Cioè per loro vivere una vita migliore significa innanzitutto non morire...
"Spero che faranno qualcosa per farli andare via, non ci spero più di tanto, ma almeno che mettano degli agenti di sicurezza per impedire che passino di qui o che restino nel loro campo perché qui la situazione è diventata invivibile". E' così che si esprime un cittadino di Calais, città di confine di un paese dalla efficiente organizzazione sociale, legata ai valori della laicità e dell'uguaglianza, come la Francia. Sono mesi però che il governo francese ha fatto decomporre una situazione che non riesce a gestire, dove migliaia di rifugiati sono accalcati, in una sorta di favela fatta di tende, in attesa di poter raggiungere la Gran Bretagna.
 
Qui, negli ultimi tre giorni, si sono vissuti momenti di grande tensione, tra scontri e violenze, tanto che è stata ribattezzata la "giungla di Calais". Altri 250 agenti anti-sommossa hanno dunque ristabilito la calma. Con l'inverno che avanza, lì la gente rischia di morire assiderata, quindi alcuni attivisti per i diritti umani stanno distribuendo gli strumenti per oltrepassare le recinzioni. Così il governo francese li accusa di fomentare le rivolte ed il Fronte Nazionale di Marine Le Pene chiede il pugno di ferro. In tutto questo i cittadini di Calais sono al limite della sopportazione: allo stato attuale sono quasi cinquemila le persone che vivono in condizioni disumane. Gestire la situazione con le forze dell'ordine sembra l'unica soluzione che il governo francese riesca a dare...
 
In Germania invece la cancelliera Merkel fa marcia indietro rispetto all'annuncio di quest'estate sull'accoglienza ai migranti siriani, chiudendo loro le frontiere, respingendoli sulla rotta balcanica. Questo perché i sondaggi la danno in caduta libera, visto il fallimentare modello di accoglienza che il governo tedesco ha messo in piedi in questi mesi, legato alle diverse dinamiche normative dei vari lander. Violenze, abusi, roghi, rigurgiti neo-nazisti, hanno contraddistinto la dimensione abitativa dell'accoglienza tedesca.
 
"Non chiuderemo il confine ai passaggi. Un tale flusso potrebbe mettere a rischio la sicurezza della Slovenia, come primo ministro non posso permettere una catastrofe umanitaria. Gli ostacoli tecnici posti al confine serviranno a incanalare l’onda inarrestabile dei migranti verso i punti di accesso a loro destinati, evitandone la dispersione. Faremo il possibile per controllare e limitare il flusso". Un altro muro viene issato in Slovenia, al confine con la Croazia, dove dalle elezioni di qualche giorno non è uscito un chiaro vincitore, facendo sprofondare il paese in una crisi al buio. Questa volta il muro sloveno l'hanno chiamato "barriere tecnica", con quasi trecento poliziotti anti-sommossa a sua protezione. Da inizio ottobre 180 mila persone sono entrate in Slovenia, in fuga da Siria e Afghanistan.
 
Ultima notizia, una di quelle che ormai passa inosservata. La notte del 10 novembre, al largo della costa turca di Ayvacik, a causa del naufragio di un barcone pieno di rifugiati, sono morte 14 persone, tra cui sette bambini...
 
 
Dalla rotta balcanica è partita la dissoluzione dell’Europa
 
La settimana che si chiude ha visto degli eventi che incrociandosi hanno determinato l'inizio di un processo di disintegrazione europea
 
Bologna, 30 ottobre 2015 - Come da previsioni la destra xenofoba e nazionalista si è imposta alle elezioni legislative in Polonia. Il partito Diritto e Giustizia vince con il 39,1 per cento, e la designata alla funzione di premier Beata Szydlo di 52 anni, può esultare, dopo una campagna elettorale fondata sui temi di contrasto ai migranti e alla vicina Germania, vista come il male assoluto, in quanto leader di una Europa a cui contrapporsi. Il primo ministro uscente, un'altra donna, Ewa Kopacz, di Piattaforma civica, si è attestata al 23,4 per cento.
 
La Szydlo sarebbe in grado di formare un goveno con l'appoggio del terzo partito competitore, Kukiz'15, che ha preso il nome dal suo fondatore Pawel Kukiz, un ex cantante rock ultra-nzionalista, che ha ricevuto il 9 per cento dei suffragi. Sotto la soglia di sbarramento dell'8 per cento, per la Camera Bassa, sono rimasti tutti i partiti di sinistra, nati nell'89 dopo la caduta dei muri.
 
Beta Szydlo Si è laureata in Etnografia a Cracovia, è stata, tra il '98 e il 2005, sindachessa di Brzeszcze, una cittadina rurale del sud, nel distretto di Oświęcim, il cosidetto voivodato della Piccola Polonia. Due volte parlamentare e vicepresidente del partito Diritto e Giustizia, quello capeggiato dai due gemelli Jaroslaw e Lech Kaczynski, in uno stranissimo caso di nepotismo istituzionale, quest'ultimo morto nel 2010 in un incidente aereo. Ed è stato Jaroslaw Kaczynski a candidare la Szydlo a premier per queste elezioni. Ambedue nazionalisti convinti, al punto da individuare come centrale il ruolo dello stato in economia.
 
L'elemento particolare che li contraddistingue, e che ha caratterizzato la campagna elettorale, è proprio quello legato ai processi migratori, per quanto la Polonia non è stata investita in modo particolare dal fenomeno che sta colpendo l'Europa: fino ad adesso sono stati ospitati 200 siriani cristiani, grazie all'azione di una fondazione. Ma la propaganda del terrore, su cui l'attuale partito di opposizione, ha voluto puntare, è arrivata a livelli parossistici...
 
La sindrome dell'islamizzazione, tema caro a Viktor Orban, il dittatore bianco ungherese, come a tutte le organizzazioni legate al nuovo fascismo, è stato incentrato sui temi di natura puramente razziale. La teoria è che attraverso i processi migratori potrebbero nascere problemi legati alla salute pubblica dei cittadini, con il diffondersi di epidemie come il colera, diffuso dai rifugiati nelle isole greche, e la dissenteria di cui è stata investita la città di Vienna. "Oggi, i polacchi sono soprattutto preoccupati per la loro sicurezza", continua a ripetere la Szydlo, per cui l'ex sindachessa ripropone la stessa ricetta, che non ha nessun significato di senso dal punto di vista geo-politico, e che viene sbandierata solo a fini manipolatori: "aiutare i profughi nei loro paesi..."
 
Intanto a causa dei muri di filo spinato eretti nei confini tra Ungheria, Serbia e Croazia, in Slovenia continuano a riversarsi migliaia e migliaia di rifugiati, per un conteggio complessivo delle ultime due settimane di 100.000 persone. Numeri ben superiori a quelli che in settembre hanno raggiunto l'Ungheria. Gran parte di questi rifugiati sono scappati dalla recrudescenza dei combattimenti in Siria, a causa soprattutto dei bombardamenti russi per la riconquista di Aleppo... L'UNHCR, l'agenzia ONU per i rifugiati, denuncia che con l'arrivo del freddo invernale le lente procedure e l'assenza di centri di accoglienza produrranno problemi non da poco, dal punto di vista umanitario.
 
Il ministro degli Interni sloveno Vesna Györkös Žnidarha ha accusato l'Unione Europea di non intervenire in Grecia, poiché è da lì che i rifugiati arrivano in modo incontrollato. Quindi ha chiesto aiuti economici, confortato dalla Commissione Europea, che gli ha promesso supporto tecnico e più denaro.
 
Abbiamo dato conto in questi giorni della dichiarazione del capo dell'agenzia dei diritti umani dell'Onu Zeid Raad al-Hussein, che ha accusato la Repubblica Ceca di sistematiche violazioni dei diritti umani ai danni dei rifugiati, durante i 90 giorni di "accoglienza/reclusione", prima del normale disbrigo delle procedure di richiesta asilo. I rifugiati vengono trattenuti, infatti, così a lungo per poter pagare la loro stessa detenzione, cioè queste strutture sottrarrebbero una decina di euro al giorno, destinati ai migranti, per fare cassa. A ciò si aggiunga la storia del centro per rifugiati di Bamberg in Baviera. In effetti quello che è successo in Baviera è soltanto l'ultimo degli eventi dello stesso genere successi in varie parti della Germania, per opera dei neo-nazisti, che danno fuoco ai centri di accoglienza.
 
La sintesi di queste due situazioni la si ritrova per la festa nazionale della Repubblica Ceca, per l'indipendenza dall'Impero austro-ungarico. Manifestanti neo-nazisti sono scesi nelle strade di molte città, lanciando slogan razzisti contro i rifugiati e le politiche dell'Unione Europea, in nome di una sorta di difesa della razza nazionale. L'elemento confortante è che a questi cortei, in quasi tutte le città, se ne sono contrapposti altri in favore dell'accoglienza, e la polizia ha dovuto lavorare per tenerli separati.
 
Alla manifestazione di Praga ha partecipato Lutz Bachmann, leader della formazione anti-islamica tedesca Pegida, proprio quelli che hanno bruciato vari centri di accoglienza, generando il clima che ha portato al ferimento, il giorno prima della scadenza elettorale, la sindachessa di Colonia, per la sua apertura nei confronti del tema accoglienza. Ecco la dichiarazione delirante di Bachmann durante la manifestazione di Praga:"Tutti i patrioti europei devono cooperare ora per essere in grado di affrontare questa minaccia. Siamo forti e riusciremo".
 
Poi c'è Gaziantep, una città turca della regione dell'Anatolia sud orientale, proprio al confine con la Siria. E' lì che ha creato il proprio quartier generale un Forum di 47 organizzazioni non governative, tra cui Human Rights Watch. Da lì è stato diramato un inquietante comunicato, fatto pervenire alle agenzie di stampa, dove si denuncia che l'offensiva in Siria degli eserciti pro Assad, sia di terra, ma soprattutto aerea, guidata dalla Russia, colpisce ripetutamente "bersagli" civili. Questo ha prodotto l'ingigantirsi di un esodo di circa 130.000 persone, che stanno cercando di fuggire per mettersi in salvo dai bombardamenti, proprio quelli che arrivano ogni giorno al confine sloveno.
 
«I raid continuano a prender di mira aree dove c'è un'altra concentrazione di civili. Scuole, ospedali e mercati sono a rischio... Nei giorni scorsi sono stati colpiti centri sanitari che lavorano grazie al sostegno delle Ong locali... I combattimenti sul terreno hanno causato nuovi rischi per i civili, destabilizzando zone che erano state relativamente stabili e sicure. Questa nuova realtà ha costretto almeno 129mila civili a fuggire da Aleppo, Idlib e Hama... Ci sono civili rimasti intrappolati nelle città di Aleppo e Homs. E numerose Ong hanno dovuto sospendere le loro attività».
 
Nella sola Aleppo, città cardine della strategia offensiva russa, nei giorni scorsi il Coordinamento umanitario dell'ONU (OCHA), ma anche fonti mediche, individuavano un numero variabile tra 50 e 70 mila persone in fuga, dalla zona sud della città.
 
Una singolare drammaturgia legata al gioco delle parti viene imbastita a livello internazionale... C'è il Cremlino che continua nelle sue smentite che non smentiscono, accusando Human Rights Watch di manipolare la realtà, come se fosse un soggetto politico, parte in causa nella guerra siriana. Così dichiarava il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, alle agenzie di stampa: «Conosciamo un gran numero di rapporti, notizie infondate, informazioni intenzionalmente fatte trapelare ai media sulle, per così dire, conseguenze dei raid aerei russi».
 
Poi l'incontro a Damasco sulle trattative per la transizione del paese, tra Assad ed il Ministro degli esteri dell'Oman, Yusuf bin Alawi, attuale mediatore in quanto unico alleato degli USA che mantiene buoni rapporti con l'Iran. In questa sede il dittatore siriano ha dichiarato che l'ipotesi di elezioni saranno possibili solo dopo aver sconfitto il terrorismo, senza specificare se per terrorismo s'intende l'Isis o anche i gruppi che combattono sul territorio, come le Forze Democratiche Siriane, un cartello di 13 organizzazioni, che nei giorni scorsi hanno sottoscritto un documento, dove si sottolinea che la lotta contro Assad è finalizzata alla costruzione di una Siria democratica: «...Questo passo in avanti verso la democrazia permetterà l'unità democratica di tutti i popoli siriani sulla base della libertà delle donne. Il nostro obiettivo fondamentale è la fondazione della Siria democratica».
 
Ma c'è stato anche il minivertice di domenica a Bruxelles, tra la Commissione europea e gli undici paesi interessati alla rotta balcanica, otto membri UE, dalla Grecia alla Germania, e tre candidati, come Macedonia, Serbia, e Albania. Da questo incontro è uscito un documento di 17 punti, in cui da un lato si afferma la necessità del trattamento umano da riservare ai rifugiati, in linea con la convenzione di Ginevra e i trattati internazionali, dall'altro però si accentuano gli elementi di tipo securitario, stabilendo misure restrittive, e giocando ancora sull'equivoco di differenziare chi ha diritto all'asilo e chi no, come se il fenomeno epocale della guerra in Siria riguardasse anche i cosiddetti "migranti economici".
 
E' stata fissata la designazione di "punti di contatto" nazionali, che dovranno comunicare sul numero di migranti che arrivano e partono. Inoltre, le persone non registrate, non potranno avere diritto all'accoglienza. E ancora, rientra in scena Frontex, l'agenzia dell'UE che da sempre rappresenta la logica della Fortezza, con una dichiarazione emblematica del premier croato Zoran Milanovic: «Abbiamo concordato che Frontex debba arrivare alla frontiera tra Croazia e Serbia, a guardia dei confini esterni dell'Unione europea. Ciò dovrebbe, in teoria, rallentare il flusso delle persone perché imporrebbe una procedura d'ingresso più rigorosa. Ovviamente, ciò presumendo che il sistema funzioni, dalla Grecia alla Macedonia e in Serbia».
 
Una inchiesta del Washington Post ha anticipato la notizia che il governo statunitense sta mettendo in atto l'ipotesi di inviare truppe di terra in Siria. Le fonti del giornale erano direttamente collegate ai consiglieri della sicurezza nazionale, che trovandosi a constatare la situazione di stallo del conflitto, hanno fatto pressione nei confronti del presidente Obama, per un cambio di strategia. E' presumibile pensare che questo possa essere stato anche dovuto al ruolo giocato dalla Russia in favore del dittatore Assad.
 
Così è arriva la risposta dell'Austria, in seguito al vertice di Bruxelles dei paesi interessati alla rotta balcanica, che ha annunciato di predisporre un sistema di controlli alla frontiera, finalizzato a rallentare il flusso migratorio. La dichiarazione ad Euronews del Ministro dell'Interno austriaca Johanna Mikl-Leitner è davvero significativa: "Non costruiremo di certo un muro dall'Ungheria fino alla Slovenia e all'Austria. È un'utopia realizzare una barriera di 700 chilometri. Ma dobbiamo essere pronti, da ogni parte dei passaggi di frontiera, e stiamo pianificando la costruzione di strutture che possano garantire un accesso controllato".
 
Intanto la minaccia di nuovi muri di filo spinato passa dalla bocca di questo o quel capo di governo o ministro dei paesi posti sulla rotta balcanica, con il Presidente della Commissione Europea Junker che smentisce: "nell'Unione non c'è spazio per barriere". Questo gioco ipocrita delle dichiarazioni e delle smentite continua poi nelle parole del primo ministro sloveno, che afferma, di non voler erigere muri, ma di essere pronti a porre misure idonee, magari di tipo militare, per ostacolare l'accesso al confine con la Croazia. E così è stato. Ma le ultime immagini di uomini, donne e bambini che sfondano gli accessi controllati in Austria spiegano che ormai la situazione all'Europa é scappata dalle mani...
 
Il senso del confine 
 
Bologna, 19 ottobre 2015 - C'è un totem che s'impone nel gioco teatrale della cronaca contemporanea: il senso del confine. Esso assume una fisicità ostentata al di là di qualsivoglia interpretazione geografica o sociale o ancora politica... Nasce da una costruzione dell'immaginario del nostro tempo come se fosse un'elaborazione laboratoriale che cerca di manipolare il senso stesso della nostra esistenza, spesso scindendo le dinamiche dei governi da quelle dei popoli. L'Europa, che di questo gioco è promotrice, ha inteso rielaborare il senso del confine, come se la realtà dei governi e dei popoli separati dal Mediterraneo fosse separata dal resto del tempo. Perché non può esistere una separazione tra dimensione geografica, sociale, politica, economica, nel momento in cui chi promuove il gioco esso stesso ha deciso che queste separazioni, per altri versi, non sono comode.
 
Gli interessi economici e politici dei paesi europei al di là del Mediterraneo, che sia nord Africa, Africa sub sahariana, medio oriente, sono un inevitabile prodotto della storia, precedente alla globalizzazione, che semmai rispetto ad essa sono stati velocizzati. Però al tempo stesso l'Europa ha inteso alzare il totem della fortezza, elaborando un sistema di regolamenti e leggi dove il senso del confine viene santificato. Quest'anno poi si è aggiunto un elemento in più al gioco drammaturgico e totemico europeo, proveniente dai paesi reazionari dell'est, inneggianti ideologicamente alla chiusura autocratica di tipo xenofobo, contraria all'essenza stessa dell'unione europea, dove vige il conservatorismo di matrice liberale che ha creato la fortezza: il filo spinato...
 
C'è da parte dei governi europei, una caparbia negazione del filo diretto che unisce i paesi al di qua e al di là del Mediterraneo, che essi stessi hanno reso inseparabili attraverso la circuitazione degli interessi legati alle risorse o agli affari con i governi corrotti fuori dalla fortezza. Ecco che il senso del confine ritorna nella sua dimensione totemica più forte, cercando di mascherare una realtà storica che non può essere mascherata, perché viceversa questo determina, come sta accadendo, un nuovo olocausto...
 
Allora l'Europa continua nel suo gioco teatrale danzando intorno al totem per trovare le soluzioni a questa contraddizione che generato... In questi giorni la danza ha portato ad individuare una di queste soluzioni nel sottoscrivere un accordo con la Turchia di un altro autocrate, il sultano Erdogan, di cui la sintesi della sua azione politica la si può ritrovare proprio nella strage di Ankara...
 
 
Una strage di stato
 
La manifestazione, organizzata da sindacati e organismi della società civile, era appena cominciata, decine di giovani inneggiavano alla pace in un paese in grande fermento, tra le vicende del popolo curdo e i metodi autoritari dell'attuale potere sunnita del Presidente. Le due esplosioni ravvicinate hanno innescato il terrore, mostrato in un video che ha fatto il giro del web. La manifestazione è stata immediatamente annullata. Il governo ha stigmatizzato l'accaduta, parlando di attacco terroristico, messo a segno da due kamikaze. Fonti giornalistiche hanno elaborato ipotesi sul nazionalismo turco, che però è vicino la potere costituito.
              
Manifestazione a Istanbul per protestare contro il potere autoritario del Presidente Erdogan
 
Lo stesso giorno diecimila persone sono scese in piazza per manifestare la propria rabbia contro il Presidente Erdogan e l'uso del potere autoritario dell'autocrate islamico. I manifestanti si sono diretti verso piazza Taksim al grido di "Erdogan dimettiti". La strage che ha prodotto un centinaio di morti e 400 feriti, viene fatta risalire dai manifestanti e dalla forze di opposizione curda, all'azione repressiva del governo di Ankara nei confronti del PKK, che si è riaccesa nel giugno di quest'anno, quando Erdogan ha rotto l'accordo di pace, arrivando in seguito ad impedire, a pezzi del popolo curdo in Turchia, di andare in soccorso dei combattenti di Kobane contro l'Isis. Da allora è ripresa un'azione di guerriglia per le strade delle città turche, in risposta ai bombardamenti dei villaggi curdi in Turchia che hanno prodotto morti e feriti.
 
Manifestazioni hanno avuto luogo anche in altre città turche, tra cui Smirne, Batman e Diyarbakir, dove la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni per disperdere la folla. Il governo di Ankara, che ha indetto tre giorni di lutto cittadino per l'attentato, che non è stato rivendicato.
Il PKK ha, dal canto suo, ha fatto sapere che fino alle elezioni che si terranno in novembre, se non verranno attaccati, attueranno un cessate il fuoco unilaterale, per garantire che la tornata elettorale possa svolgersi in una situazione sociale di tranquillità.
 
Il PKK mandante contro se stesso
 
In un primo momento, secondo il governo turco i responsabili della strage di Ankara che è costata la vita a più di cento persone e 400 feriti, si aggiravano in un range di tre possibilità: l'Isis, le organizzazioni di estrema sinistra e il PKK.
 
Questa notizia letta così pone in essere un quesito giornalisticamente interessante, perché in quella manifestazione migliaia di ragazzi stavano manifestando proprio per costringere il governo turco a cessare la guerra ai villaggi curdi difesi dal PKK. Il fatto che questa organizzazione possa diventare mandante contro se stessa rivela l'ennesimo tentativo di manipolazione di Erdogan.
 
E ancora, in una situazione in cui un paese che vive una sorta di guerra civile ormai da quest'estate, con la ripresa delle ostilità da parte del governo contro le città curde in Turchia, che è sfociata nell'impedire ai cittadini curdi di andare in soccorso ai combattenti contro l'Isis a Kobane, e dopo che lo stesso PKK ha annunciato di volere unilateralmente cessare le ostilità fino alle elezioni che si terranno fra tre settimane, il governo turco anziché stemperare la tensione, butta benzina sul fuoco continuando a bombardare i villaggi curdi e le postazioni del PKK, implementando lutti e distruzioni...
 
Le urla dei manifestanti in tante città turche, si scagliano contro il potere del sultano, individuando nello slogan "strage di stato" il topic del tragico evento, ma anche potremmo dire di tutta la questione curda, che ricordiamolo ha proprio generato la rabbia di Erdogan nel momento in cui in giugno il partito moderato curdo dell'avvocato dei diritti umani Selahattin Demirtaş, ha praticamente vinto le elezioni, col suo 13 per cento, impedendo di guadagnare la maggioranza assoluta al sultano, per poter fare una repubblica presidenziale e governare ancora più indisturbato.
 
Intanto, il sultano continuava ad intervenire sulla libertà di stampa impedendo alle emittenti televisive turche di mandare in onda le immagini della strage, cercando addirittura di impedire di mettere dei fiori nel luogo del lutto, innalzando insomma il livello della tensione affinché, dicono gli osservatori, potesse gestire col pugno duro la tornata elettorale del primo novembre, che deve a tutti i costi vincere in modo assoluto, se vuole continuare a regnare per un altro decennio.
            
L'Unione Europea stringe un accordo con la Turchia per trattenere i rifugiati, e al confine con la Bulgaria un uomo afghano viene ucciso una volta entrato nel paese
 
L'accordo stretto al summit europeo di Bruxelles con la Turchia sottoscrive la possibilità di trattenere lì i rifugiati che cercano di raggiungere i paesi europei, attraverso una sorta di zona cuscinetto nel nord. La motivazione che la Cancelliera tedesca Merkel ha espresso possiede i contorni di un'ambiguità tipica della Fortezza Europa. Si dice infatti che "i migranti dovrebbero essere ospitati più vicino ai loro Paesi di provenienza piuttosto che mantenerli nei nostri Paesi". In realtà la cancelliera che fino ad un paio di settimane prima era contraria all'entrata della Turchia nell'Unione Europea, adesso ha cambiato idea perché il senso del confine venga rispettato. Se poi un nuovo dittatore bianco viene ammesso nell'UE che importanza ha...
 
Sullo sfondo vi è una situazione complessiva che colpisce... In Turchia infatti, dalla recrudescenza della guerra in Siria, sono arrivati circa 2.000.000 di rifugiati, molti dei quali si sono insediati in città e villaggi nel sud del paese, presso la zona di confine con la Siria. In alcune di queste città il numero dei rifugiati ha superato quello dei residenti, ma questo non ha causato ne scontri, ne conflitti sociali. Anzi, come racconta l'inviato dell'Osservatorio Balcani Caucaso Dimitri Bettoni, molte famiglie turche che lavorano nei campi, hanno ospitato altre famiglie siriane proponendogli di lavorare insieme a loro. Cosa diversa a Istanbul, dove le condizioni di vita dei rifugiati sono precarie, anche perché non esistono programmi di accoglienza, per cui la gente vaga per le strade cercando di arrangiarsi come può.
 
Il paradosso è che l'attuale governo turco, che, come sappiamo, non è certo un esempio di democrazia, pur non rispettando la convenzione di Ginevra, che impone ai governi sottoscrittori di accogliere chi scappa da guerre e persecuzioni, è disponibile ad ospitarne milioni, mentre gli stati europei, litigano per la divisione della quota di 160.000.
 
Nel frattempo al posto di confine tra la Turchia e la Bulgaria, che ha anch'essa eretto muri di filo spinato, nei pressi della città di Sredets, è stato ucciso un rifugiato afghano, che insieme ad un gruppo di 50 connazionali, una volta riusciti ad entrare nel paese, sono stati intercettati dalle guardie di frontiera, le quali hanno sparato colpendo l'uomo. Le autorità bulgare si sono premurate a spiegare che trattandosi di "migranti illegali" essi cercano di entrare da vie più perigliose non coperte dalla recinzione.
 
Mentre l'Organizzazione Internazionale delle Migrazioni emette gli ultimi dati dei processi migratori in Europa, i rifugiati che scappano continuano a morire o ad essere respinti
 
Fino ad adesso nel 2015 sono oltre 613 mila le persone arrivate in Europa, attraversando il Mediterraneo, e 3117 hanno perso la vita in mare. Una delle ultime tragedie è avvenuta nell'Egeo al largo dell'isola di Kalymnos: tre bambini ed una donna sono morti. Intanto l'Ungheria ha murato col filo spinato l'ultimo pezzo di frontiera rimasta aperta, quella con la Croazia, mentre migliaia di rifugiati si stanno riversando dalla Serbia in Crozia per raggiungere l'Europa occidentale. Il governo croato vorrebbe reindirizzare i rifugiati in Slovenia, che ha sospeso il traffico ferroviario per evitare di gestire la cosa...
 
In questo contesto viene chiuso l'accordo non definitivo tra la Turchia e l'Unione Europea. Secondo cui i rifugiati dovrebbero fermarsi in Turchia con l'apertura di tanti campi profughi per tre miliardi e passa di euro.
 
L'autocrate Erdogan, interessato ad avere mano libera nel suo paese, vorrebbe che la Turchia venisse riconosciuta come "paese terzo sicuro", per impedire ai cittadini curdi, che stanno combattendo in Turchia una guerra di resistenza, di chiedere asilo politico in Europa. Poi ci sarebbe la liberalizzazione dei visti dei cittadini turchi per l'Europa, carta questa che il dittatore bianco vorrebbe giocarsi per l'avvicinarsi delle prossime elezioni in novembre, ed infine l'imminente entrata nell'Unione Europea. Il senso del confine è compiuto...
 
 
Fortezza Europa
 
Mentre l'Organizzazione Internazionale delle Migrazioni emette gli ultimi dati dei processi migratori in Europa, i rifugiati che scappano continuano a morire o ad essere respinti.
 
Bologna, 17 ottobre 2015 - Fino ad adesso nel 2015 sono oltre 613 mila le persone arrivate in Europa, attraversando il Mediterraneo, e 3117 hanno perso la vita in mare. L'ultima tragedia è di qualche ora fa, avvenuta nell'Egeo al largo dell'isola di Kalymnos: tre bambini ed una donna sono morti. Intanto, dopo la mezzanotte di ieri l'Ungheria ha murato col filo spinato l'ultimo pezzo di frontiera rimasta aperta, quella con la Croazia, mentre migliaia di rifugiati si stanno riversando dalla Serbia in Crozia per raggiungere l'Europa occidentale. Il governo croato vorrebbe reindirizzare i rifugiati in Slovenia, che ha sospeso il traffico ferroviario per evitare di gestire la cosa...
 
In questo contesto viene chiuso l'accordo non definitivo tra la Turchia e l'Unione Europea. Secondo cui i rifugiati dovrebbero fermarsi in Turchia con l'apertura di tanti campi profughi per tre miliardi e passa di euro.
 
L'autocrate Erdogan, interessato ad avere mano libera nel suo paese, vorrebbe che la Turchia venisse riconosciuta come "paese terzo sicuro", per impedire ai cittadini curdi, che stanno combattendo in Turchia una guerra di resistenza, di chiedere asilo politico in Europa. Poi ci sarebbe la liberalizzazione dei visti dei cittadini turchi per l'Europa, carta questa che il dittatore bianco vorrebbe giocarsi per l'avvicinarsi delle prossime elezioni in novembre.
 
 
I cacciatori di confini
 
Bologna, 20 settembre 2015 - Quello di Röske è uno dei primi campi di raccolta dei rifugiati sorto con la costruzione del filo spinato che costituisce il muro, voluto dal primo ministro ungherese Viktor Orbán, al confine tra Ungheria e Serbia. Non estiste un vero centro abitato: è proprio un campo di concentramento nato nelle scorse settimane. Lì vi era, fino alla proclamazione della legge entrata in vigore il 15 settembre, sull'arresto di chi è senza documenti, uno dei varchi verso la Serbia da cui i rifugiati potevano passare. Ora, il rotolo di rete metallica, quattro metri circa, impedisce la via di fuga.
 
Il contrasto tra il filo spinato e i campi di gran turco hanno fatto da sfondo a immagini raccapriccianti. Da un lato lo smistamento degli esseri umani verso, i treni di cui uno croato letteralmente sequestrato o i pulman, senza conoscere la direzione e la meta: verranno portati dentro il campo di concentramento, per prendere le impronte e poi essere arrestati? Oppure verso il confine con l'Austria, come la polizia continua a ripetere? A ciò si aggiungono le ambigue dichiarazioni che rimbalzano tra est ed Europa occidentale incentrate sulla differenziazione tra migranti economici e richiedenti asilo, perché si continua ad affermare che attraverso gli esodi epocali che stanno coinvolgendo l'Europa, si stanno infiltrando persone che non fuggono da guerre e persecuzioni ma semplicemente dalla povertà...
 
Poi gli scontri. Scena I: le sassaiole di gruppi di giovani rifugiati si contrappongono ai lacrimogeni e ai getti d'acqua dei blindati ungheresi... Scena II: i bambini non ce la fanno e bisogna prenderli in braccio per sfondare il cordone che la polizia ha costituito. Si avvicinano lentamente, poi cominciano a premere, fin quando, sempre con i bimbi sul collo, riescono a sfondare. Qualcuno passa, altri vengono bloccati, non importa se uomini o donne o bambini...
Ma c'è un'altra storia che fa da sfondo a quest'ultima, e riguarda un'altra località di confine, sempre sulla linea tra Ungheria e Serbia. Si tratta di un villaggio ungherese che si chiama Asotthalom. Anche da quelle parti che la polizia ungherese va a caccia di migranti in mezzo alla foresta. Una cittadina di quattromila persone, la cui economia è prevalentemente agricola e il cui sindaco appartiene al patito Jobbik, al governo insieme ad Orbán. Il punto è che i jobbik si ispirano al neo-nazismo, in modo chiaro e lampante, tanto che è stato affisso nella stazione dei bus un avviso alla cittadinanza sul rischio di contagio dalle malattie dei migranti, corredato da due foto manipolate: un braccio devastato da piaghe e una persona morta in barella... Sono arrivati al punto di costruire lo stigma della razza impura...
 
Se questa è la cronaca, le considerazioni che ne possono scaturire, per chi ha coscienza del nostro tempo e della storia, non possono che essere inquietanti. Questo perchè le istituzioni nazionali ed europee continuano a far rientrare l'azione del governo Orbán nella categoria dell'egoismo nazionale, mentre i fatti ci dicono che questa è una nuova forma di fascismo, che racchiude in se i caratteri tradizionali di questo modello autoritario che l'Europa ha conosciuto bene.
 
Scrive la giornalista del Guardian Laurie Penny: "Il fascismo nasce quando una società profondamente divisa viene spinta ad unirsi contro una presunta minaccia esterna. E' quel terrificante LORO che dà la falsa impressione che ci sia un NOI da difendere..." Mentre si prepara un nuovo "asse di ferro" in salsa euro-asiatica tra Russia, Ungheria e Siria, gli elementi dei fascismi del XX secolo si ripropongono inequivocabilmente: c'è un olocausto, c'è una persecuzione, con relative violenze a pezzi di popolazioni, e c'è una mistificazione, con relativo sovvertimento dei significati della realtà, attraverso oculate propagande...