Per sporcarsi le scarpe

"Sporcarsi le scarpe" è il viatico unico ed essenziale per imparare il mestiere di cronista. Cosi fu che tra il 1989 e il 1992, fase finalizzata a raggiungere l'iscrizione all'albo dei giornalisti, divenni cronista di un quotidiano della sera di Catania: l'Espresso Sera. Era una testata storica, poichè agli inizi degli anni settanta il capocronaca era stato proprio Pippo Fava.

Il paradosso sta nel fatto che quello era un giornale edito dallo stesso editore de La Sicilia, cioè la voce ufficiale del sistema massomafioso locale. 

Ora, da antimafioso, scrivere in un giornale edito da uno dei promotori del sottosviluppo catanese, non era una delle mie migliori aspirazioni. Ma questa in realtà era solo una delle chiavi di lettura. 

All'Espresso Sera trovai ad accogliermi un capocronaca sui generis: il buon Salvo Barbagallo. Vecchio cronista, legato al partito socialista di Craxi, il suo ruolo lì dentro non lo riuscii mai ad interpretare.

Si, perché ad un certo punto Barbagallo si mise in testa di insegnarmi il mestiere. Fu così che mi mandò in giro per i comuni etnei a fare reportage, insieme ad un giovane fotografo, di cui sfortunatamente ho dimenticato il nome, scorazzando per chilometri e chilometri con una Fiat 500.

Parliamo di un periodo in cui solo a Catania c'erano una media di 120 morti ammazzati l'anno. E l'area provinciale per certi versi era più selvaggia, soprattutto in quello che veniva denominato il "triangolo della morte", che riuniva tre comuni adiacenti, dove le guerre di mafia erano continuative: Adrano, Biancavilla e Paternò. E non parliamo di Misterbianco, patria del "Malpassotu", cioè l'uomo di Santapaola che governava quel pezzo di territorio...

Ma così come Barbagallo aveva deciso di farmi sporcare le scarpe, e di questo gliene sarò per sempre grato, ciò che non riuscivo a capire era il fatto che pubblicasse i miei pezzi senza censure, garantendo il mio linguaggio da denuncia, contro la mafia, senza peli sulla lingua... 

Solo una volta in due anni e mezzo mi censurò. Era uno dei tre pezzi dedicati all'omicidio un leader democristiano del comune di Misterbianco. Un pezzo, la cui bozza ho recentemente e forse miracolosanmente ritrovata e che è possibile leggere a seguire...

 

 

  • 12 ottobre 1991 - Le vicende amministrative del comune di Misterbianco, negli ultimi vent'anni, sono state caratterizzate da una serie di sommovimenti istituzionali, che hanno segnato i percorsi politici, in linea con un progetto di scalata al potere da parte della Democrazia cristiana.

    Alla guida di questa operazione vi è la struttura forte e consolidata dell'apparato scudocrociato, cioè la corrente andreottiana, guidata a Catania dall'On. Nino Drago.

    Siamo negli anni settanta. La maggioranza assoluta in seno al consiglio comunale appartiene al partito comunista. E' questo il periodo in cui il disegno del compromesso storico tracciato da Enrico Berlinguer iniziava a sorgere con il "governo della non sfiducia".

    Ma l'intesa che avrebbe dovuto portare i comunisti dentro il governo nazionale, era osteggiata da ampi settori democristiani, tra cui gli andreottiani, il cui leader guidava un governo monocolore. Con l'omicidio di Aldo Moro, sostenitore del compromesso storico, si tornava al passato...

    In una strana proiezione degli accadimenti contestuali Misterbianco si avviava verso una fase di ridefinizione degli assetti. Drago aveva bisogno di un uomo forte per competere con i comunisti. Un uomo che conosceva intimamente la politica locale e i suoi meccanismi di controllo. Un uomo che godeva del rispetto della cittadinanza.

    E chi se non Paolo Arena poteva assolvere a questo compito? Segretario comunale del partito e consigliere comunale. Nel '75 Arena non si candidava alle amministrative, al fine di guidare dall'esterno la scalata della Dc ai vertici del potere locale. Del resto i consiglieri democristiani facevano tutti riferimento a lui.

    Nella consultazione elettorale dell'80 l'operazione innescata cinque anni prima andava in porto in modo tecnicamente perfetto: la Dc riusciva a guadagnare la maggioranza relativa. Arena veniva consacrato grande manovratore. Si formava un bicolore Dc-Psi, nel quale egli rifiutava la carica di sindaco, che veniva ricoperta da un socialista. Lui, Arena ricopriva la carica di vicesindaco, ma anche di assessore ai lavori pubblici... Così fino al 1985, quando ancora una volta Arena restava fuori dal consiglio comunale, pur essendo il "padrone della città".

  • E poi c'è l'alleanza con il pci, che tra alti e bassi darà alla luce ben due giunte, fino al commissariamento del comune. Alle ultime elezioni il partito di Arena stravinceva, ritornando al bicolore con i socialisti. Questa volta la sindacatura passava nelle mani democristiane, il cui primo cittadino per sua stessa ammissione dichiarava di essere impossibilitato a governare poiché arenatosi sulle sponde degli appalti per le opere pubbliche, settore vitale del tessuto cittadino.

    All'immobilismo politico-amministrativo si aggiungeva l'impennata della criminalità mafiosa, negli ultimi due anni, e del conseguente spargimento di sangue.

    Una fase questa innaugurata con l'assassinio di Mario Nicotra, detto "U Tuppu". Nicotra era praticamente una sorta di boss carismatico del paese, senza essere legato a nessun clan dell'area metropolitana. Si vedeva spesso in Municipio, poiché aveva una ditta di manutenzione stradale utilizzata, a quanto si dice, dall'Assessorato ai lavori pubblici. Era un uomo che riscuoteva grande popolarità e credibilità.

    Un anno e mezzo fa Nicotra veniva fatto fuori a colpi di lupara, per cui questa è stata la dimostrazione che le organizzazioni mafiose stanno combattendo per la supremazia nel territorio di Misterbianco. *Accusato dell'omicidio Nicotra è un uomo della scuderia del "malpassotu", il colonnello del boss catanese Santapaola, legato ai corleonesi.

    Ma due mesi prima veniva trucidato il geometra dell'ufficio sanatoria del Comune, Nicola Di Marco, ucciso con una dinamica spettacolare, dopo essere stato inseguito per mezzo paese.

    Ma ci sono stati anche altri omicidi, a Misterbianco, questa volta incomprensibili. Come quello di Vittorio Cardia, un tranquillo garagista, che forse si sarà trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Poi c'è stato l'omicidio di Giuseppe Mirabella, lo scorso mese come Cardia...

    La guerra delle cosche, tra "U Tuppu" e "U Malpassotu", per il controllo del sistema territoriale, anche burocratico degli appalti, diventa quindi la cornice dell'omicidio Arena, probabilmente rimasto imbrigliato nei rapporti tra il clan vincente e quello perdente... Una storia questa che definirà gli equilibri futuri della zona.

    *Il nome è stato omesso per il diritto all'oblio

Lezione uno di giornalismo: basta lasciar parlare i fatti...

Come è possibile vedere, il pezzo che Barbagallo mi censurò non è che poi rivelasse qualcosa di scabroso. Era una semplice ricostruzione degli ultimi vent'anni al fine di contestualizzare la figura di quel personaggio all'interno di un quadro logico.

La semplice messa in fila dei fatti, uniti ad una conclusione deduttiva, che poi è il lavoro del giornalista, diventava destabilizzante... Si, perché se la conclusione era che Arena, da uomo del clan perdente, passato con il clan vincente, aveva pagato "lo sgarbo", questa era una verità tanto semplice quanto puerile.Tra l'altro, nel pezzo, non era nenche esplicitata fino in fondo... Ma che nella guerra tra cosche, fosse maturato l'omicidio di un "uomo di peso", dopo tutto quello accaduto a Misterbianco , questa era una certezza disarmante... 

Ma a quel tempo nessuno poteva dare una risposta logica, dato che Arena era un uomo di Drago, imperatore di Catania, proconsole di Andreotti nella Sicilia orientale, il corrispettivo di Lima a Palermo. Quindi era impensabile poter pubblicare quel pezzo...

Così, volente o nolente, il buon Barbagallo mi insegnò la regola base del giornalismo:

non c'è niente di più destabilizzante che mettere in fila i fatti...

La cosa straordinaria è che la verità è uscita completamente alla luce nel 2019, dagli ultimi passaggi giudiziari che hanno visto i pentiti chiarire la vicenda. E' stata confermata, in qualche modo, la nostra deduzione, sulle cause di un omicidio fatto inizialmente passare per "misterioso", anche se noi, almeno, lo abbiamo reso "emblematico".

Riportiamo in basso un pezzo di Catania Today.

CATANIA TODAY

Paolo Arena, gli appalti e il furto delle carte dal municipio dopo l'assassinio

Cronaca

Paolo Arena, gli appalti e il furto delle carte dal municipio dopo l'assassinio

Dalle carte dell'inchiesta che ha portato all'arresto di 26 persone emergono i dettagli del ruolo del politico Dc assassinato nel 1991 e una inquietante incursione dentro il Comune etneo dopo l'omicidio

L’operazione “Gisella”, che ha portato agli arresti di 26 persone, ha consentito agli inquirenti di ricostruire la genesi degli scontri tra i clan per il controllo del territorio della provincia di Catania, in particolare di Misterbianco e Motta Sant’Anastasia e sopratutto i contorni di alcuni omicidi eccellenti.

Tra questi spicca quello di Paolo Arena, esponente della Democrazia Cristiana, freddato dai Tuppi e divenuto una sorta di Salvo Lima catanese.

Filippo Malvagna, del gruppo del Malpassotu, pentito considerato attendibile dagli inquirenti, parla delle amicizie di Mario Nicotra, il capoclan dei Tuppi ucciso nel 1989 a Misterbianco. Rapporti con amministratori locali molto più stretti rispetto al gruppo del Malpassotu come quelle con l'esponente Dc Paolo Arena o con alcuni impiegati comunali.

L’omicidio Arena, avvenuto nel 1991 proprio dinanzi al municipio di Misterbianco, aveva scatenato le ire del Malpassotu perché, secondo la testimonianza di Malvagna, “l'uccisione di un politico aveva creato molto scompenso sul territorio”.

Arena venne ucciso per il suo “tradimento”: sarebbe passato dal sostenere i Tuppi al clan rivale del Malpassotu. Così la sua condanna a morte fu formulata da Gaetano Nicotra ed eseguitda da Luciano Cavallaro e Antonino Rivilli nel 1991.

Ma in cosa consisteva il supporto del politico della Democrazia Cristiana ai clan? Nelle carte dell'inchiesta, lo racconta una conversazione intercettata dagli inquirenti, nel novembre 2017, tra lo stesso Antonino Rivilli a Paolo Pasquarello Conti.

Quest’ultima ricorda che il padre Pippo veniva avvisato da Arena per lavori e appalti: “Quanto costa? Cento milioni? Gli faceva un assegno ... A posto!! L'indomani mattina mio padre faceva strade per cinquecento milioni!”.

Un giro di appalti e soldi fruttuoso per il clan “senza fare niente” in termini di lavori come racconta Conti: “Mio padre mi diceva "io con la bomboletta nemmeno l'asfalto gli mettevo, la dipingevo nera e arrivavano i soldi".

Poi qualcun altro pensava alle pezze di appoggio come fatture e bollettari falsi per testimoniare l’acquisto del materiale per realizzare I lavori. Ma poi, come racconta Conti, “si strappavano, facevano le fatture, si andava al comune di Misterbianco ed uscivano i soldi! Cento milioni ! Duecento! Trecento! Quelli ehe volevamo! Problemi non ce n'erano mai!”.

“Quando è morto quello (ndr; dice Conti riferendosi ad Arena) mio padre ha perso un miliardo, mio padre! Perchè, se c'era lui questi soldi se li andava a prendere”.

Emerge, secondo la conversazione intercettata, un altro particolare inquietante. Dopo l’omicidio Arena, il comune di Misterbianco venne sciolto per infiltrazioni. Ma prima che ciò avvenisse Conti racconta che il padre entrò di notte dentro gli uffici comunali per fare scomparire determine dei lavori e altri documenti perché “l'indomani c'è stata la Commissìone che controllava le gare del Comune”.

Carte scomparse, secondo la versione dell'uomo intercettato, che probabilmente avrebbero portato gli inquirenti del tempo sulla pista degli appalti milionari che arrivavano nelle ditte dei clan grazie al supporto della politica compiacente.

Come detto dai carabinieri, nel corso della conferenza stampa dell'operazione Gisella, "in quel periodo vi erano appalti milionari e gestire un uomo politico come Arena, vicino a noti politici, era importante".

Caddero, nei tumultuosi anni '90 a Misterbianco, anche dipendenti comunali come un geometra dell'ufficio tecnico e un comandante dei vigili urbani venne arrestato. Una lunga scia di sangue frutto della faida tra i due gruppi per il controllo del territorio e degli agganci politici.

 

IL LINK 

 

 

Dentro il ghetto

Picanello ha una sua fisionomia diversa dalle altre. E’ una piccola città nella città, un’area limitrofa alla zona bene di cui, gli abitanti del quartiere, si sentono estranei. All’angolo di un bar, adiacente ad un muro, troviamo Totò, ovviamente il nome è di fantasia. La sua età è indefinibile, ma a prima vista sembra aver da poco raggiunto la maggiore età. Alto, lineamenti marcati, con una leggera balbuzie. Appena lo vediamo ci coglie per un attimo un certo imbarazzo, poiché inizia ad emettere sillabe confuse, con uno strettissimo dialetto che a stento riusciamo a decodificare.

“Faccio il muratore a Siracusa, – puntualizza Totò – ogni tanto non sempre. Ci sono arrivato tramite amici. Però mi fa schifo, non mi piace lavorare, ho problemi con la testa, perché quando ero piccolo cadevo spesso dal motorino e dalle scale…”

Le tipologie d’insediamento dell’area metropolitana, che siano di nascita recente o più antiche, periferiche o extra periferiche, si sono evolute in maniera omogenea, connotandosi per alcuni elementi comuni come il basso costo dei terreni. Ma le caratteristiche socio-ambientali che meglio accomunano queste zone si possono sintetizzare in espressioni indelebilmente legate al vocabolario tipico delle aree urbane meridionali: emarginazione, alienazione, assenza di servizi e infrastrutture, degrado, impossibilità d’interazione tra il quartiere e la società civile. E ovviamente a farne le spese sono i ragazzi come Totò, protagonisti di una drammatica vicenda quotidiana, passando, con estrema facilità, dallo scippo all’omicidio.

La scuola Recupero è proprio ubicata nel cuore del quartiere, ed il suo preside ci parla dei suoi alunni: “I ragazzi che entrano qui dentro vivono una situazione multiproblematica sia dal punto di vista socio-economico che culturale. Fondamentalmente sono soggetti a continue e costanti violenze, alcuni sono addirittura portatori di handicap psicofisici causati dalle percosse subite”.

La cosa che sembra balzare più agli occhi, camminando per le strade del quartiere, è il senso di separazione dal resto del mondo. E’ una separazione culturale che si è storicizzata nei decenni o forse nei secoli e che sembra imprimere un distacco tra dimensioni territoriali attigue, tali da riflettersi anche sulle coscienze. 

“Ti voglio raccontare una cosa – sottolinea Totò – che mi è successa qualche giorno fa. Camminavo per il viale e ho conosciuto un ragazzo. Quando gli ho chiesto dove abitava e se potevamo uscire assieme, lui mi ha risposto che non sarebbe stata una cosa buona andare a casa sua, perché tutti mi avrebbero guardato male… Io vorrei avere amici diversi da me, ma non posso!”

Totò ha frequentato le elementari, poi, una volta che il padre morì, fu costretto a lasciare la scuola per andare a fare lavori saltuari: aveva solo 11 anni. Le sue giornate le passa sempre al bar insieme agli amici. Vorrebbe uscire la sera, andare in discoteca in birreria, ma si ostina a dire che non può:“Dove vuoi che vada con quelli…? Guarda che tipi…”

Entrando dentro il “ghetto” è chiaro lo squilibrio nella mappa dei bisogni, causato da sperequazioni e sfruttamento e dalla composizione di una classe politica che ha prodotto condizioni di vita al di sotto dei valori fondamentali della convivenza civile. Su tutto questo regna l’indifferenza generalizzata di chi grida al lupo al lupo quando il danno è già stato fatto.

“Per questi ragazzi la scuola – conclude il preside – è un punto di riferimento importante. Se sospendo un alunno il giorno dopo me lo ritrovo fuori dal cortile. Ciò vuol dire che il messaggio che noi inviamo loro viene recepito appieno, anche se non possono interiorizzarlo…”

Questo significa che in linea di potenza esiste da parte di ragazzi come Totò una voglia di riscatto che non viene soddisfatta. Certo, lo stigma criminogeno non aiuta un tessuto giovanile invaso di per se dalle influenze devianti. E su questa problematica che si annoda la vita di questa gente.

Intanto davanti al bar Totò si accorge che si sta avvicinando una bella ragazza che ha in mano un sacco dell’immondizia. Si guarda intorno ma non trova il cassonetto. Lui, in un italiano quasi perfetto, le dice:“Guarda che se cerchi il cassonetto è dietro l’angolo!”. La ragazza senza rispondere si allontana diffidente. Poi il giovane, toccandosi sotto la cintura, esclama: Ah che le combinerei a quella!” Quando gli chiedo perché non si trova una ragazza la sua espressione si gonfia in una smorfia di paranoia:“Sarebbe bello! Così potrei avere una famiglia, certo ci vorrebbe un lavoro per sistemarsi…”

Totò certo non ha nulla dello stereotipo che lo vorrebbe manovale di un clan mafioso, piuttosto assomiglia ad un giovane uomo a cui non viene riconosciuta cittadinanza, per il sol fatto d’essere nato in un quartiere ghetto.“L’unica ragazza che m’interessa veramente è quella che lavora al bar, ma è troppo bella e interessa a tanti, però nessuno ha il coraggio di chiederle di uscire, perché se rispondesse di no gli altri lo prenderebbero in giro, ed io non ho nessuna voglia di farmi prendere per in giro da quelli!”

L’oppressione del vuoto

Questo pezzo è stato rielaborato togliendo i riferimenti temporali e nominali, poiché mi sembrato interessante rendere questa storia fuori dal senso del luogo, in quanto potrebbe essersi svolta in qualsiasi comune di una qualsiasi regione del sud Italia.

 

“Si, si, lo sappiamo che poi quelli vengono per i voti… E noi votiamo… Votiamo, mi raccomando…!” Inizia così lo sfogo di una mamma che tiene in grembo la propria figlioletta, innanzi al portone di casa, in una di quelle strade tra le più disagiate del paese… La donna urla a squarciagola in dialetto la propria contrarietà alle condizioni di vita di questa cittadina dell'entroterra siciliano… Se la prende con i politici, che s’interessano a lei solo in periodo di “elezioni”, per prendersi i voti…

Camminiamo in questa città che sembra appesa sul nulla, dove nulla è percepibile tranne che il suo degrado. Sembra un laboratorio dove si sperimentano le pratiche della tragedia sociale. Ed è proprio questo senso di vuoto che è sempre più soffocante. Il vuoto di una riserva protetta per animali in via d’estinzione, dove la convivenza tra la gente è mediata dal senso di instabilità permanente, perché solo attraverso l’instabilità è possibile il dominio… Camminiamo in questa città dolente, dove l’evoluzione del tempo sembra essersi fermata… E’ una civiltà decaduta, in cui il tempo scorre con una ritmica inversa rispetto ai processi di sviluppo della società post-industriale.

C’era un tempo, verso la fine dell’ottocento, quando alcuni intellettuali denunciavano la disperata situazione del mezzogiorno d’Italia: la questione meridionale… Qui, adesso, sembra rimasto tutto come allora… E’ questo è un altro elemento significativo per riuscire a leggere una cittadina di provincia, dell’isola, avamposto d’Europa… Il tempo… Perché il concetto di tempo non ha una chiara definizione, quindi esso non è necessariamente legato al progredire, al trasformare…

Entrando nella città dolente, proprio dall’altra parte della strada dove è posta la segnaletica che indica l’inizio del paese, vi è lo scheletro in cemento armato di un edificio in costruzione. E’ questo il biglietto da visita della città… Inoltrandosi all’interno, ci si imbatte in una quantità innumerevole di edifici lasciati a metà. Sembra un grande cimitero edilizio, dove la parola abusivismo fa da epitaffio buono per tutti…

C’è da dire che qui non esiste un piano regolatore. Quello che venne disegnato agli inizi degli anni settanta non è mai stato applicato, né tanto meno sono state applicate le revisioni al PRG, delineate alla fine degli anni ottanta… Forse è proprio questa la spiegazione che ha portato alla nascita due quartieri totalmente abusivi, legalizzati attraverso i piani di fabbricazione…

Una situazione traducibile complessivamente nella mancanza di opere pubbliche primarie previste in ogni piano, senza le quali una comunità non può dirsi tale, ma tutt’al più può essere assimilata ad uno di quei villaggi del vecchio west dei film di John Ford… Non esiste la minima programmazione sui servizi da destinare alla cittadinanza. Eppure negli anni sono stati stanziati dalla Regione e dalla vecchia Cassa per il Mezzogiorno, circa sedici miliardi di lire per le infrastrutture. Alcuni lavori sono stati avviati, ma mai nessuno è stato portato a termine. Dal Macello comunale alle scuole, dalle strade all’illuminazione… Vi è per esempio in fondo a via Ruggero VII uno spazio originariamente destinato a parco giochi per l’infanzia, e non c’è nient’altro che una squallidissima piazza senza nome, dove un paio di bambini possono rincorrersi con lo skatebord…

Facciamo un giro per questa piazza che non può avere la fortuna neanche di essere chiamata in qualche modo, perché l’amministrazione comunale non ha mai provveduto a titolarla… E’ grandissima ed ha una sorta di piccolo monumento che si può osservare in prospettiva da diversi punti… Uno spazio vuoto in un pieno pomeriggio di sole, il sole accecante della Sicilia… Cerchiamo giovani,  ragazzi con cui parlare, ma niente… Ci viene incontro il responsabile di un’associazione il “Gabbiano”, che mi fa da Virgilio in questo viaggio un po’ kafkiano… Non mi dice il suo vero nome ma semplicemente il soprannome: in paese lo chiamano VanGogh, poiché ha la passione per la pittura… “La pittura mi consente di astrarmi… Mi consente di uscire fuori dai confini dell’alienazione che questa città può rappresentare…” VanGogh in realtà è un impiegato comunale, laureto in Filosofia con 110 e lode, tesi pubblicata, dottorato in Francia, scaricato dall’Università improvvisamente, per far posto al nipote del docente ordinario possessore di cattedra.

Una volta trovatosi per strada, gli venne fatta una proposta da uno zio legato al partito di maggioranza,  per metterlo in quota per un posto di amministrativo al Comune, tramite un concorso per diplomati… C’erano tre posti disponibili: uno al Sindaco e gli altri due ai partiti di maggioranza. “Quello fu l’ultimo concorso effettuato al comune – osserva ironicamente – Che fortuna eh…, che fortuna che ho avuto…”

Ma i giovani? Dove sono i giovani in questa città? Sembra, da quello che racconta VanGogh, che in paese si sia sviluppato uno strano fenomeno di disagio giovanile, quello del vagabondaggio…“Pensaci un attimo – sottolinea VanGogh – in un luogo dove non esiste nessun riferimento sociale ed educativo con cui rapportarsi, quali percorsi possono essere praticabili per gli adolescenti? Non hanno niente, a parte l’oppressione del vuoto e del degrado… Non possono far altro che costruire il proprio protagonismo, in un contesto sociale che non li riconosce, attraverso l’unione di gruppo, dove far convergere le singole frustrazioni…” Il gruppo dunque diventa l’unica espressione di forza, l’unica dimostrazione al mondo dell’essere vivi, fino a far sfociare la propria rabbia negli atti di teppismo che il gruppo/microbanda compie ai danni di una comunità fantasma. Del resto è la solita vicenda di qualsiasi ghetto dove non esiste la presenza “massiva” di una criminalità organizzata, anche perché in quel caso il gruppo sarebbe stato manovalanza per la mafia…

Quello giovanile è sicuramente un problema serio, e l’assenza di strutture sociali adeguate, che possano rispondere ai bisogni, è uno degli aspetti più inquietanti che connota il fenomeno della criminalità spicciola sempre presente. Il risvolto della medaglia è che l’alto tasso di abbandoni scolastici si lega incredibilmente alla carenza di edifici da destinare alla scuola. In paese esiste una scuola elementare ed una scuola media… Ma il copione drammaturgico scritto e riscritto per questi luoghi archetipici dell’abbandono umano vede nella droga il suo atto simbolico conclamatorio. La città dolente ha una densità di sedicimila abitanti, di questi circa mille sono tossicodipendenti. Ma questo non si può dire…

Nessuno infatti ammette l’esistenza del dramma, le famiglie si nascondono dentro i gusci di omertà affinché non si sappia che i propri figli “si fanno le pere”. Non esistono dati ufficiali, e questo rende la tragedia ancora più delirante… Bisogna comunque dire che nella città dolente non è possibile quantificare, mediante lo strumento statistico, proprio un bel niente… E’ gioco forza constatare che non esistono enti sociali che si “approccino” alle problematiche della droga. Anzi no, in effetti questo non è corretto, perché in realtà c’era un’associazione che si occupava di queste cose: “Il Gabbiano”, l’associazione di cui era presidente VanGogh. “L’associazione esiste sulla carta, in questo momento non abbiamo i soldi nemmeno per pagare l’affitto di una sede. Ne abbiamo chiesta una al Comune ma niente. Alla fine degli anni ottanta la Giunta aveva emesso una delibera, stanziando per noi dieci milioni, ma questi soldi non si sono mai visti…”

Ma che razza di posto è questo…? Sembra tutto così irreale… Sembra irreale l’indifferenza della gente, di chi fuori dalle mura non sa. Sembra irreale la tracotanza di un potere che impunemente sottomette la cittadinanza attraverso la stoltezza del non-sviluppo. Sembrano irreali queste macerie sociali su cui è stata costruita la povertà… Sembrano irreali certe storie assurde che raccontano del modo in cui si vive qui…

Dal punto di vista istituzionale, ad esempio, l’Amministrazione comunale sono anni che non assolve neanche al disbrigo dei concorsi pubblici. Non esistono all’interno dell’apparato burocratico dei capo-settore laureati. Esempi emblematici sono quelli dell’Ufficio tecnico, formato da diciassette geometri, senza che vi sia un ingegnere o un architetto che li diriga, e del corpo dei vigili urbani che manca di un comandante… Così la pianta organica diventa una mappa assolutamente aleatoria.

Ma c’è un’altra storia da raccontare... Perché questo paese potrebbe teoricamente vantare una grande ricchezza produttiva, ma paradossalmente questa si trasforma in uno strumento di ricchezza privata per pochi… Accade che i grossi produttori del comparto agrumicolo riescono a smistare, cosa che sembra essere pratica corrente ormai da tempo, le acque della diga esclusivamente nei loro terreni, eliminando così dal mercato i più piccoli concorrenti… E’ questa la spiegazione che viene data rispetto al fatto che il Consorzio di bonifica, pur riscuotendo le tasse dei contribuenti, non manda le acque sulle terre coltivate, causando un arresto inevitabile della produttività per ciò che concerne l’unica risorsa del tessuto economico…

“La gente è esasperata – dice VanGogh – si agita, contesta, non può più sopportare questo stato di cose… L’epoca della cultura mafiosa è l’epoca dei nuovi schiavi, che anziché essere frustati dalle corde dei padroni vengono resi sudditi dalla minaccia della propria disperazione…”

Sedicimila anime e un niente che li sorregge alle angherie a cui quotidianamente sono soggetti. Si dice che qui non c’è la presenza invasiva di clan mafiosi, qualcuno osserva che un posto come questo non è produttivo neanche per la mafia. Ma questa è una città mafiosa, nella rassegnazione all’illegalità, nella resistenza alle leggi morali e civili, nella “voluttà epidermica” nel non osservare le leggi, che grazie agli insegnamenti degli amministratori, si trasforma nell’atavica sfiducia nei riguardi delle regole democratiche… In effetti qui non vi è nessun bisogno di utilizzare la violenza e la coercizione mafiosa, poiché la disperazione diventa la forma di ricatto più facile, soprattutto più politica… E’ la cultura mafiosa appunto, cucita dentro le radici del territorio, che si esprime nelle beghe di un establishment locale impegnato nella corsa allo smantellamento della convivenza civile… Qui non cambierà mai niente…

La città immobile

Le dimissioni del Sindaco possono essere considerate il frutto della triste tradizione amministrativa che il comune può annoverare nella sua storia, considerato che le politiche territoriali sono passate in mano ai clan mafiosi. In effetti, lo smantellamento della società civile sembra essere la linea di congiunzione tra tutti i comuni dell’area metropolitana, il cui fulcro diventano proprio quei meccanismi istituzionali portati alla degenerazione.

Le lotte intestine interne ai singoli partiti, con i loro gruppi di potere dove nessuno riesce in qualche modo a predominare, rende ingovernabile il sistema politico locale. E’ il caso, come al solito, della Democrazia cristiana, partito di maggioranza relativa, i cui equilibri interni si proiettano sui destini della gente. Quella gente la cui città è rappresentata come una base del cosiddetto “triangolo della morte”.

Sono quattro le correnti del partito che all’interno del Consiglio comunale si fanno la guerra, che giunta al culmine ha decretato la morte dell’amministrazione monocolore, che poi si identificava con una di queste correnti appunto. Ma qual è la ragione che ha portato al mutare di questi equilibri? Nessuna cospirazione, nessuna trama particolarmente oscura, semplicemente si ripete lo schema standardizzato, all’interno del quale una corrente aumenta o diminuisce di peso a seconda delle defezioni della stessa e la transumanza in altre. Su questa “conditio” si regge la stagnazione della vita amministrativa, che non permette da parecchi anni le normali attività gestionali da parte dei governi locali.

In sostanza non è possibile governare. Lo strumento più in voga per imbrigliare il sistema è l’assenteismo dalle sedute consiliari. E’ un copione oleato oramai, in cui sono perfettamente descritte le manovre concertate da utilizzarsi. Sono queste le abitudini dei gruppi di potere, in nome del mantenimento del proprio feudo.

Intanto il sindaco, mentre si accingeva a sciogliere la giunta, veniva criticato poiché dichiarava che nel suo comune non esiste la mafia: “Credo di essere stato frainteso,  – si giustifica l’ex sindaco – io sono un amministratore e non tocca a me stabilire se la mafia c’è o non c’è, questo è un compito che spetta alle forze dell’ordine. Poi è innegabile che ci siano delle pressioni, delle infiltrazioni, ma quello che volevo dire è che io non ho mai ricevuto minacce, viceversa mi sarei dimesso”.

L’assetto produttivo della città negli ultimi anni ha subito una sorta di stravolgimento sistemico, a partire dalla crisi dilagante del settore agricolo. Un settore in difficoltà in tutta l’area provinciale, con in più la mancanza di acqua per irrigare i campi, dove un consorzio di bonifica fantasma, viene sostituito dai pozzi privati, attraverso l’uso di apposite pompe a prezzi ovviamente esosi. Ma di questa storia non se ne parla in città, sembra che nessuno ne sappia niente, neanche i coltivatori affogati dai costi del loro lavoro…

Una volta esaurito il filone delle speculazioni edilizie, con l’abusivismo selvaggio degli anni d’oro che comunque generò uno sviluppo irregolare del centro urbano, vi è stata, negli ultimi anni, una proliferazione di esercizi commerciali, sproporzionata alle effettive capacità di consumo del tessuto economico. Una espansione che va al di sopra delle reali possibilità di creare reddito e che quindi non si giustifica…

Ma c’è un’altra storia strana, a prima vista, difficile da capire: qui non si fanno più appalti per le opere pubbliche. A sentire il sindaco dimissionario questa sarebbe la riprova che in città non c’è la mafia. Ma prendiamo un esempio a caso, quello della discarica. Negli ultimi due anni sono stati stanziati cinque miliardi, metà dalla Regione e l’altra dallo Stato. Ma i lavori non sono mai stati appaltati, semplicemente perché l’attuale discarica è privata e quindi deve essere pagata a qualcuno a cui si ha interesse a pagare…

“Il nostro è un comune a rischio – sottolinea il sindaco dimmissionario – per la presenza della delinquenza organizzata. Ma qui il mea culpa lo dobbiamo fare in tanti, sia gli amministratori che i cittadini…”

In effetti i cosiddetti ceti sociali produttivi si sono resi colpevoli di fare da serbatoio clientelare all’establishment locale: una volta la concessione edilizia, un’altra volta la licenza commerciale, e via discorrendo… Una complicità perversa, che ha creato un fertile sottobosco. Ci sono attività di interesse collettivo, come la manutenzione del verde pubblico e la nettezza urbana che anziché essere stati appaltati sono stati attivati da ordinanze del sindaco. Il caso della nettezza urbana si è profilato in termini grotteschi, poiché il sindaco aveva incaricato una cooperativa “amica” appena prima di dimettersi, solo dopo le sue dimissioni è stata bandita la gara d’appalto.

“Durante la mia giunta ho fatto delle delibere per le scuole, – continua l’ex sindaco – la sopraelevazione delle aule del 2° e 3° Circolo, ho requisito i locali dell’Esa per adibirli ad aule, ho avviato un piano commerciale per l’aperture di molti negozi.”

Un altro mistero riguarda l’acquisto di un miliardo di automezzi, una parte forniti dalla ditta incaricata, l’altra parte, cioè gli autocompattatori, da un’altra ditta che non ha chiesto di essere remunerata... Sul versante urbanistico, possiamo dire che esiste un piano regolatore approvato nell’anno di grazia 1977. Da allora sono sorte diverse aree abusive e per tre di esse sono stati approntati i piani di recupero da parte della Regione. Al Comune invece è pressoché inesistente una pianta organica, in compenso c’è il blocco dei concorsi e una scopertura di 400 posti. Mancano nell’ordine: netturbini, vigili urbani, ragionieri, ingegneri, architetti… Circolazione della droga ed estorsioni completano il quadro, solo che nel primo caso, le stime ufficiose parlano di 600 tossicodipendenti, ma non esistono centri di recupero, prevenzione, programmazione, nel secondo caso nessuno vuole parlare di estorsioni e pizzo, come se non esistessero.

“Da più parti mi è stato chiesto di formalizzare la crisi; – conclude l’ex sindaco – da parte mia ho cercato di essere un buon sindaco, ho aiutato coloro che mi hanno eletto, ma anche quelli di altri partiti. Ma ad un certo punto mi sono trovato dimissionato. C’è da dire che è praticamente impossibile amministrare in una situazione come quella che mi sono trovato innanzi, dato il lavoro arretrato delle precedenti giunte.”