Per una redazione di comunicazione giornalistica dal basso

Nel 2008, all'interno della rivista on line "Lucidamente" di Bologna, abbiamo realizzato una esperienza di tipo laboratoriale di comunicazione giornalistica, legata al concetto di citizen journalism, che ha avuto una fase d'aula presso l'Istituto Aldini Valeriani, promossa dalla casa editrice "In Edition", ed una fase di lavoro sul campo, di cui di seguito riportiamo alcuni elementi esemplificativi. 

 

PRASSI TEMATICHE DEL LABORATORIO

COMUNICAZIONE EDITORIALE

  • La formula del “citizen journalism” per comunicare le trasformazioni del territorio
  • Rilettura delle mappe sociali: dal mondo al territorio
  • Ricodifica delle prassi sulla notiziabilità e sui valori-notizia
  • La cronaca come chiave di lettura delle trasformazioni sociali
  • La storia al singolare come fattispecie dell'azione sociale
  • Il Medium è il messaggio: operatori, persone, organizzazioni territoriali vettori della comunicazione
  • La narrazione come percorso di sintesi tra informazione, fatti e spaccati di umanità
  • La rete dei soggetti sociali come punto sorgente delle trasformazioni
  • Fonti e catalogazione delle informazioni quali-quantitative

COMUNICAZIONE RELAZIONALE

  • Come comunicare il disagio sociale
  • Modalità relazionali individuali nel contesto sociale
  • Le dimensioni del comportamento come muscoli da allenare
  • Ridefinizione della mappa mentale in rapporto agli ostacoli sociali
  • Allenare le resistenze al cambiamento nei confronti del disagio e della diversità
  • Come comunicare con chi è diverso da noi
  • Guardarsi come promotori di sviluppo sociale

 

TRACCE NARRATIVE DEI COLLABORATORI DI REDAZIONE

La comunità moldava di Bologna
La comunità moldava di Bologna rientra tra i primi dieci gruppi etnici della provincia; sono un insieme molto compatto ed eterogeneo. Il flusso migratorio moldavo si è fatto consistente al momento della caduta dell’impero sovietico, tra il 1998 e il 2001. A quel tempo erano soprattutto le donne che raggiungevano la nostra penisola per trovare lavoro e poter aiutare il resto della famiglia che rimaneva al di là dei confini. Fino al 2004 la maggior parte di loro finiva sui marciapiedi di Bologna e di altre città, soprattutto del Nord.

Ora, fortunatamente, non è più così, la prostituzione non è più un problema che preoccupa la comunità moldava in Italia. Chi viene a cercare un lavoro è quasi assicurato perché esiste un sistema di tam tam e passaparola, attraverso cui, in Moldavia, si viene a conoscenza delle possibilità d’impiego e di quali siano le richieste del mercato lavorativo italiano.
Poi comincia l’iter burocratico...
 

Prima accoglienza ed ethnic embeddedness
Certo è che quando gli immigrati arrivano a Bologna, spaesati e senza conoscere la lingua, sono esseri nudi e, il più delle volte, privi di qualsivoglia forma di capitale, se non – quando gli va bene – all’interno della stessa comunità d’appartenenza. Ciò però, permette loro di sfruttare solo relazioni, istruzione e simboli della propria cultura di partenza senza permettere l’interazione col contesto d’arrivo.
Hanno bisogno d’una prima accoglienza. Centri come quello di via Pallavicini, Residenza Sociale Temporanea Irnerio, sostengono gli immigrati nella ricerca di lavoro, casa, cibo. Qui dovrebbero transitare per raccogliere quel minimo di capitale economico da cui partire come attori della società, per stabilire relazioni, istruirsi, capire tutta la nuova simbologia del paese Italia.

 

Spazi urbani e integrazione
Il tema dignità/sfruttamento è delicato e s’intreccia alla relazione tra integrazione e trasformazioni del tessuto cittadino. È vero, ci sono segnali d’avvicinamento alle abitudini del paese d’accoglienza, sul piano della fecondità e del sostegno parentale, ma spesso emergono le difficoltà economiche nel trovare un’abitazione separata per i diversi nuclei familiari e la necessità di chiudersi in gruppi allargati.

E poi c’è anche la consapevolezza dello scoglio che rappresenta il non avere origini italiane, in termini di mobilità sociale, affermazione, o addirittura per quanto riguarda la percezione dei propri figli in termini d’intelligenza rispetto ai coetanei italiani. Le famiglie immigrate risiedono per lo più nel centro storico, dove collocano attività commerciali di piccole dimensioni: alimentari, posti telefonici pubblici, mercerie, ecc. o in quartieri abitati da famiglie con reddito medio-basso che negli ultimi anni hanno visto crescere il fenomeno immigratorio.
Di fatto, questi avvenimenti hanno comportato una vera e propria ridefinizione di tali zone che ora sono caratterizzate proprio dalla presenza d’attività commerciali orientate a una clientela “etnicamente definita”.
 

Meglio lo smog che essere colpiti da una pallottola
Roland racconta che da dove viene non c’è giorno che non si speri di restare vivi. «Sopravvivere» dice «vuol dire sperare di essere uccisi da una pallottola piuttosto che restare storpi, senza un braccio, una gamba, o con gli occhi bruciati». È felice della sua vita ora. «Ci sono giorni che non mangio, amico, ma va bene, va bene. Cosa penso di starmene tutto il giorno in mezzo al traffico? Non m’importa, qui mi piace persino respirare lo smog; sto meglio, davvero, poi oggi mi hai dato due euro, è un cappuccino questo». Storie d’immigrazione come questa a Bologna ce ne sono tante, nonostante l’Emilia-Romagna, come ricorda l’Osservatorio dell’Immigrazione, sia tra le prime regioni italiane a essersi dotata d’una normativa che mira al superamento dell’intervento emergenziale ed episodico, includendo richiedenti asilo, rifugiati, e assicurando loro una serie di diritti sociali fondamentali come l’istruzione, la formazione professionale, l’apprendimento linguistico, l’assistenza sanitaria e il diritto al lavoro (art. 2 della legge regionale 5/2004).

 

Comunità “nascoste”, poco visibili
La mancanza di un associazionismo sudamericano, o di una vera unità a Bologna e provincia, si fa sentire nella visibilità di queste comunità.
Se vi sono associazioni, come la Comunità peruviana e l’Abip, esse si occupano di risolvere problemi quotidiani e burocratici dei migranti che vivono in città e non hanno legami particolari con i paesi di origine. I rapporti con la propria patria vengono mantenuti dalle singole persone o famiglie, in qualità di rapporti di amicizia e parentela. Si organizzano raccolte fondi da destinare a progetti nei paesi di origine, tuttavia sempre a titolo personale.
La comunità cilena, nonostante alcune divisioni interne di carattere politico, fu molto visibile tra il 1973 e il 1980: mantenne l’unità nella lotta e nella sensibilizzazione contro il regime dittatoriale di Pinochet, denunciando i crimini da lui commessi. Si organizzavano raccolte fondi per i rispettivi partiti in Cile e per i compagni in carcere. I rifugiati politici cileni tornarono poi sulla scena politico-sociale italiana e mondiale quando fermarono Pinochet nel 1998 a Londra, per chiedere che venisse giudicato all’estero per i reati commessi. Inoltre diversi cileni, raggruppatisi in associazioni culturali, appoggiarono le varie cause latinoamericane.

 

Clandestinità e devianza elementi fisiologici del fenomeno
E mentre «si continua a presupporre che i lavoratori stranieri da assumere aspettino dall’estero la loro chiamata, è risaputo che, in attesa di essere ufficialmente assunti, essi già hanno iniziato a lavorare in Italia», amplificando il fenomeno della clandestinità e tutto ciò che esso comporta. A quote di ingresso non adeguate, vanno quindi aggiunte cause come la scarsa praticabilità dei percorsi stabiliti per l’inserimento legale e per l’incontro tra datori di lavoro e persone da assumere, la diffusione dell’area del lavoro nero, la precarietà dello status di regolari, e la posizione geografica del nostro paese che favorisce l’intensità dei flussi migratori.
 

Dall’Ecuador all’Ue: la tratta degli umani Minorenni come merce di scambio, tra miseria, violenza, paura e abusi: l’inferno di Machala

Minorenni come merce di scambio, tra miseria, violenza, paura e abusi: l’inferno di Machala.

21 novembre 2008 - Testo e foto di Erika Casali

 

In transito verso l’inferno

L’Ecuador è paese di origine, transito e destinazione di individui vittima della tratta di esseri umani, finalizzata soprattutto allo sfruttamento sessuale e al lavoro illegale. Molte delle vittime dello sfruttamento sono bambini e adolescenti. Attualmente, secondo alcune indagini svolte da organizzazioni internazionali, cittadini ecuadoregni sono “trafficati” in Europa Occidentale, principalmente in Spagna e in Italia e in altri paesi dell’America Latina.

La povertà, che ha colpito il paese in seguito alla grave crisi economica, e la conseguente dollarizzazione del 2000 hanno costretto molte famiglie delle aree rurali a mandare i propri figli a lavorare in piantagioni di banane, piccole miniere o a farli emigrare nelle aree urbane o in paesi stranieri dove è facile diventare vittime dei trafficanti di esseri umani.

La prostituzione in Ecuador è un’opzione frequente per donne provenienti da strati sociali marginali: miseria, violenza e abuso sono il primo passo verso la prostituzione per molte bambine e adolescenti.

La Casa de Nosotras di Machala

Nelle società di stampo maschilista, come quella ecuadoriana, il postribolo è il luogo dell’iniziazione sessuale per gli adolescenti di sesso maschile e quindi uno spazio simbolico molto importante che determina il passaggio all’età adulta.

La maggior parte delle malattie a trasmissione sessuale vengono dai postriboli, in cui le prime vittime in realtà sono proprio quelle che oggi vengono chiamate “operatrici sessuali”. Alcune di loro si sono raggruppate in associazioni molto attive a livello di protezione dei diritti, sia come lavoratrici che come esseri umani, che forniscono appoggio di tipo legale e sanitario e offrono un’organizzazione autogestita dei postriboli.

Siamo stati alla Casa de Nosotras di Machala, sulla costa pacifica del paese, inaugurata l’11 gennaio di quest’anno. All’interno di questa struttura hanno trovato posto gli assi portanti del Movimento delle Donne de El Oro (Movimiento de Mujeres de El Oro), una provincia dell’Ecuador, con l’obiettivo di fornire ogni tipo di aiuto di cui le operatrici del sesso e più in generale la popolazione femminile della città, possano aver bisogno: legale, medico, psicologico, sostegno per la crescita infantile e aiuto per le donne vittime di violenza domestica.

Come mai in Ecuador tante donne scelgono la via della prostituzione?

A questa domanda risponde Rosa López, coordinatrice del Movimento delle Donne della Provincia di El Oro, che abbiamo appunto incontrato a Machala presso la Casa de Nosotras:

«La causa principale è la condizione sociale da cui provengono; spesso infatti queste donne vengono da situazioni di miseria estrema, molte volte accompagnate da abusi e violenze domestiche fin dall’infanzia e poi continuate nel matrimonio».

Aggiunge: «Un problema molto grosso della nostra provincia, ma che interessa tutto l’Ecuador, è quello della prostituzione infantile: molte bambine non ancora sviluppate e ancora prive di seno, vengono messe sulla strada oppure tenute prigioniere in casa dalle proprie famiglie che procurano loro i clienti. Oppure vengono vendute a trafficanti internazionali o nazionali di esseri umani che le portano in Europa o in altri paesi dell’America Latina. È inutile dire che questo tipo di esperienza segna la loro vita sotto tutti gli aspetti».

La ragione principale che induce le donne a prostituirsi è quella di avere di che sostenere le proprie famiglie e se stesse; questo è infatti un lavoro che permette di guadagnare somme abbastanza consistenti in tempi brevi. La disoccupazione femminile in Ecuador raggiunge cifre molto alte. Una rappresentante dell’associazione delle lavoratrici autonome 22 di giugno, della provincia di El Oro, ci ha raccontato che: «La prostituzione per lo Stato significa avere un’alternativa comoda alla disoccupazione femminile come risultato dell’incapacità di risolvere le necessità primarie di sopravvivenza di ampi settori della popolazione».

Un tipico postribolo della costa ecuadoregna

Abbiamo visitato un tipico postribolo della costa ecuadoregna: una grande casa a un piano, con un cortile interno di terra battuta su cui si aprono tante porte. Siamo entrati da una di queste porte: l’ambiente è molto ristretto, c’è spazio solo per un letto e due secchi di acqua che servono per lavarsi a servizio concluso. Le condizioni igieniche sono praticamente inesistenti, non c’è aerazione e nemmeno abbastanza spazio per muoversi.

Le donne aspettano i clienti nel cortile centrale, questi poi vengono portati nella camera dove sarà consumato l’atto. Anche nei postriboli ci sono molte minori a cui viene fornito un documento d’identità falso; vengono tenute a bada con minacce di violenza rivolte contro le loro famiglie e contro loro stesse.

Le più giovani

Una giovane operatrice del sesso ci ha raccontato come avviene lo sfruttamento delle più giovani: «La maggior parte sono giovanissime. Le minacciano di dire ai genitori o ai fratelli quello che hanno fatto. Ci sono delle donne che fanno questo lavoro dagli undici o dai dodici anni. In un bar qui vicino c’è una bambina che non riesce ancora a trattenere le lacrime: l’hanno portata lì a forza. La fanno bere. E visto che è piccolina fa parte dello spettacolo del cabaret. Dicono che sia di “Liliana”; è la sua sfruttatrice e con la bambina risponde alle richieste di carne fresca dei clienti».

Un’altra operatrice del sesso della Casa de Nosotras più tardi ci racconta: «Ora la prostituzione è un affare molto grande. Prima c’era poca gente però adesso per le strade e nei bar ci sono delle ragazzine giovanissime. Ci sono bambine di 11 anni a cui le madri trovano i clienti. Io ne conosco di molto giovani. In questa zona per esempio c’è una ragazza che non ha ancora 16 anni».

Educazione sessuale e anticoncezionali
 

Altro grosso problema è l’ignoranza riguardo all’educazione sessuale e ai metodi anticoncezionali.

I contraccettivi più utilizzati in Ecuador sono: la sterilizzazione (una donna su cinque), i dispositivi intrauterini (11,8%) e gli anticoncezionali orali (10,2%). L’uso del preservativo interessa solamente il 2,6% della popolazione.

Situazione questa aggravata dalla forte influenza esercitata dalla Chiesa cattolica che cerca di portare aiuto alle donne incinte e alle famiglie più povere, ma che non diffonde nessun tipo di educazione sessuale e anticoncezionale. 

I destini incrociati: “tratte” e prostitute

Viaggio dalle terre di emigrazione ai supermarket delle nuove mafie

15 marzo 2008 - di Andrea Spartaco

 

Fazzolettini, calzini, accendini

«Dai, amico, compra qualcosa, dai, un caffè». Roland fa su e giù per via Petroni e dintorni tutti i santi giorni. È uno dei tanti ragazzi che girano per le vie del centro di Bologna. Dalla busta che porta fa uscire di tutto. Fazzolettini, calzini, accendini. Viene dalla Liberia, uno dei paesi più poveri dell’Africa sub-sahariana, e ha quarantotto anni. Oggi il suo Paese è dilaniato da una guerra continua tra fazioni, prima per accaparrarsi i diamanti, poi il legname, risorse queste che secondo Greenpeace (Tronchi di guerra) avrebbero un importante «ruolo nel traffico illecito di armi, così come nell’insicurezza e nella destabilizzazione dell’area». E l’Italia è uno di quei paesi che contribuisce a questo stato di cose, in quanto importatore, nonostante nel 2000 la risoluzione 1306 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite abbia provato il legame tra traffico del legno e traffico di armi verso la Sierra Leone. 

 

Meglio lo smog che essere colpiti da una pallottola

 

Roland racconta che da dove viene non c’è giorno che non si speri di restare vivi. «Sopravvivere» dice «vuol dire sperare di essere uccisi da una pallottola piuttosto che restare storpi, senza un braccio, una gamba, o con gli occhi bruciati». È felice della sua vita ora. «Ci sono giorni che non mangio, amico, ma va bene, va bene. Cosa penso di starmene tutto il giorno in mezzo al traffico? Non m’importa, qui mi piace persino respirare lo smog; sto meglio, davvero, poi oggi mi hai dato due euro, è un cappuccino questo». Storie d’immigrazione come questa a Bologna ce ne sono tante, nonostante l’Emilia-Romagna, come ricorda l’Osservatorio dell’Immigrazione, sia tra le prime regioni italiane a essersi dotata d’una normativa che mira al superamento dell’intervento emergenziale ed episodico, includendo richiedenti asilo, rifugiati, e assicurando loro una serie di diritti sociali fondamentali come l’istruzione, la formazione professionale, l’apprendimento linguistico, l’assistenza sanitaria e il diritto al lavoro (art. 2 della legge regionale 5/2004).

Come Amhed invece, che arriva dalla Tunisia, ce ne sono anche di più. Basta frequentare gli internet point che a decine si spargono per la città. A starci dentro si capisce che sono luoghi dove si chiamano le famiglie rimaste nei paesi d’origine, i parenti, gli amici. Ci si incontra, si scambiano notizie, si parla del vissuto bolognese, di politica. C’è gente che fa mestieri diversi. Imbianchini, operai, muratori, badanti, e c’è chi, senza documenti, lavora in nero. Si ride, si piange, come Lia, che ha italianizzato il suo nome ucraino: oggi non riesce a sentire suo figlio di dieci anni. Sono luoghi dove emerge l’integrazione con la città e tra le diverse nazionalità ma anche le difficoltà del vivere quotidiano a Bologna. «Vorrei essere lì» dice arrabbiato Amhed

«vorrei che tutto questo fosse capitato a un altro, che Allah mi perdoni». Giustifica la rabbia con la fatica di vivere. «Pensavo di cambiare tutto, ma a stento riesco a campare, quello che mando alla mia famiglia non basta mai»

 

Il sogno occidentale come prodotto/servizio delle nuove mafie

 

Il divario tra il modello di vita occidentale pubblicizzato dai media dei loro paesi e la realtà socioeconomica d’arrivo per queste persone è spesso un’esperienza forte. Sono quasi 48 mila in provincia di Bologna i titolari di fogli di soggiorno, carte di soggiorno e Carte Ue rilevati all’inizio del 2007 (dati della Questura e dell’Osservatorio dell’Immigrazione di Comune, Provincia e Prefettura U.T.G.), con una quota di minori superiore alla media nazionale, il 21,2 per cento (stime del dossier Caritas/Migrantes 2006). Tra le principali cittadinanze che hanno la carta di soggiorno figurano tunisini, filippini, marocchini, pakistani e bangladesi, albanesi e cinesi. I motivi principali della presenza di stranieri in provincia di Bologna riguardano il lavoro subordinato, i ricongiungimenti familiari, il lavoro autonomo, studio e asilo politico. Gli uomini sono in maggioranza rispetto alle donne per motivi di lavoro e asilo politico. Le donne, che hanno superato la metà dei soggiornanti, prevalgono per motivi familiari, studio, residenza elettiva, e fra le tipologie più marginali, per i permessi a favore del recupero dalla prostituzione. A sentire i loro viaggi per arrivare in Italia si capisce che la maggior parte di queste persone è entrata irregolarmente. È lo stesso Rapporto sulla criminalità del Ministero dell’Interno a confermare che «la componente regolare dell’immigrazione è fatta, in larga misura, da stranieri precedentemente irregolari o, addirittura, clandestini». 

 

La tratta degli esseri umani

 

La fase di trasporto avviene o in forma apparentemente legale, in quanto i migranti vengono dotati di documenti falsi, o illegali; con la “tratta” le organizzazioni fanno viaggiare le persone in situazioni disumane, ricorrendo frequentemente a violenze individuali e collettive. Nella maggioranza dei casi lo sfruttatore fa parte di una rete criminale transnazionale composta da gruppi di persone o singoli individui con un grado di differente specializzazione. Esistono quindi esperti nel reclutamento, nella contraffazione dei documenti, nel trasporto dai Paesi di origine a quelli di destinazione, nello sfruttamento della prostituzione, anche mediante violenza fisica o psicologica, nel riciclaggio dei profitti illeciti. Attualmente verso l’Italia c’è da una parte una forte pressione di flussi criminali provenienti dalla Turchia e dagli stati dell’ex Unione Sovietica, attraverso il Kosovo (citato come “lo stato delle mafie” in un recente quaderno speciale di Limes), e l’Albania. Dall’altra, la pressione via Mediterraneo, gestito, sempre secondo il rapporto del ministero, da organizzazioni «in Libia con ramificazioni nei Paesi di origine e di transito dei flussi migratori, nonché referenti logistici nei Paesi di destinazione utilizzati anche per favorire la fuga dai centri di accoglienza».


Poi c’è la criminalità nigeriana, tra le più attive nella tratta di esseri umani, e quella cinese, che rende i clandestini debitori di chi ne ha organizzato l’espatrio, divenendo in Italia manodopera di straordinaria economicità: paghe bassissime alle quali si aggiunge l’elevata capacità lavorativa. Queste hanno a loro volta rapporti con altre organizzazioni criminali operanti all’interno del territorio peninsulare. Da una parte le organizzazioni italiane forniscono, in alcuni casi, assistenza logistica; dall’altra organizzazioni straniere, ma ormai tanto stabili nel nostro paese che richiedono alle reti criminali transnazionali la fornitura continua di cittadini stranieri, avendo diversificato i settori illeciti in cui utilizzarli: sfruttamento sessuale, lavoro dei campi, segmenti del lavoro in nero.


La via Emilia, arteria fondamentale della regione, lo è anche nello sfruttamento della prostituzione da parte delle organizzazioni criminali, e Bologna ne rappresenta un centro nevralgico. Tutta la rete di prostituzione in città è infatti organizzata seguendo questo asse, passando per la città da San Lazzaro a Borgo Panigale, per giungere fino a Rimini, punto d’arrivo in Italia dall’Est Europa, fino a Modena, da dove possono ripartire verso Germania, Francia, ecc...

 

Un rischioso viaggio dalla Nigeria

 

Nella testa del cliente, che spesso per un falso moralismo all’italiana se ne lamenta quando le  ha sotto casa, sono “vie del sesso”, strade dove può comprare, da giovani donne, prestazioni  sessuali. Nei piani delle organizzazioni mafiose che gestiscono il fenomeno, rappresentano veri e propri supermercati in grado di fruttare enormi profitti, il terzo dopo armi e droga. Come ogni supermercato che si rispetti anche questo ha la sua organizzazione capillare. Il prodotto nell’area di Bologna è costituito, come ricorda Marco Bruno, coordinatore del Progetto “Non sei sola” dell’Onlus Albero di Cirene, dal 1997 operativa nel recupero delle ragazze di strada, da donne provenienti per la maggior parte da Romania, Moldavia, Albania e Nigeria, con una marginalità composta da paesi asiatici, come la prostituzione cinese relegata a una nicchia di connazionali attraverso i centri di massaggio. Età, tra i 16 e i 30 anni. Più del 70% delle nigeriane sono di etnia Edo e provengono da luoghi a forte disagio sociale come Benin City, Lagos, una delle città più povere e popolose dell’Africa. Non diversa la situazione di disagio da cui provengono le ragazze dell’Est Europa.

I costi del trasporto se li addebita uno sponsor. Molte di loro infatti, non trovando risposte ai propri problemi nelle istituzioni dei paesi di provenienza, si affidano a organizzazioni parallele che ne finanziano il viaggio. Spinte spesso da genitori, mariti e naturalmente da quelle stesse organizzazioni per le quali sono fonte di guadagno. È il meccanismo del debito, usato come strumento per ottenere sottomissione e obbedienza. Le ragazze nigeriane possono comprare la loro “serenità” quando finiscono di pagare il debito di 50.000 euro contratto all’atto dello juju con chi gli sponsorizza il viaggio. Un rituale che aggiunge a tradizioni animiste locali una forte componente di violenza psicologica, minacce personali e alla famiglia. «Tutto andrà bene se terrò fede al patto che ho fatto con la mia “madame”», questo potrebbe ripetersi una ventenne nigeriana prima di partire per l’Italia. Trovato lo sponsor si procede a comprare documenti falsi (4/5.000 euro) e trovare chi le porterà a destinazione, con un suo costo che prevede la “corruzione” delle guardie di frontiera in Niger e un primo rischio, il deserto, dove sovente si muore senza lasciare più traccia. In Libia sono altre organizzazioni locali a trasportarle via Mediterraneo fino a noi. Alcune di queste organizzazioni, che rappresentano un vero e proprio boom di “attività criminali” diffuse, si agganciano a organizzazioni più grandi al fine di abbattere “i rischi d’impresa”. Per ogni viaggio scelgono uno dei clandestini che trasportano. Gli insegnano a pilotare le barche con l’offerta di abbonargli il costo del biglietto per l’Italia che va dai 3 ai 10.000 euro, a seconda della fama dell’organizzazione. 

 

La prostituzione come strumento della tratta

 

Anche le ragazze rumene, albanesi, moldave, partono per un riscatto esistenziale, convinte attraverso diverse forme di reclutamento. Una, nuova e inquietante, è rappresentata da donne stesse che sfruttano, reclutano e organizzano il viaggio. In Romania, secondo uno studio della Commissione governativa risulta che l’anno prossimo gli stipendi lordi più alti oscilleranno tra i 600 e i 1.000 euro: settore bancario, amministrazione pubblica e industria estrattiva. Molte donne, che certamente non potranno mai appartenere a questa schiera di fortunati, partono sotto convinzione di prostituirsi per un breve periodo: le organizzazioni dicono loro che se si guadagna bene si può arrivare fino a 20.000 euro al mese. Poi tornare a casa arricchite, comprarsi una macchina, una casa, aprire un’attività. È l’unico modo per cambiare vita. A volte la forma di reclutamento è più cruenta. Per esempio attraverso finti matrimoni, con ragazzi che le sposano con l’idea di fargli cambiare vita in Italia, ma una volta giunti le obbligano con la violenza a prostituirsi. «Il mio ragazzo» è la risposta che danno spesso le giovani alla domanda “chi è il tuo pappone?”. Una volta che si è entrati nel fiorente mercato italiano (sono circa 900 gli uomini che vanno in un mese con una ragazza), le modalità di sfruttamento sono la strada, gli appartamenti, i locali privati, pubblicizzati su quotidiani e giornali, e gli alberghi; le prostitute utilizzano la camera, facendo pagare il cliente, innumerevoli volte in una serata, con fiorenti guadagni anche per gli albergatori collusi.

All’aperto le donne vengono spesso spostate per intralciare l’azione della polizia e delle associazioni impegnate nel settore. Le forme di controllo esercitate su di esse avvengono tramite pedinamenti, percosse, uso di cellulari per conoscerne sempre la posizione. A fare da ronda ci sono anche donne, di solito quelle presenti da più tempo in Italia. Loro danno direttive, conoscono le zone dove piazzare le ragazze e dove fargli consumare i rapporti.

 

Sfruttatori, “papagiro” e altri...

 

Attorno al fenomeno della prostituzione a Bologna, oltre al ruolo dei trafficanti, e della logistica criminale interna ai paesi di arrivo, ci si deve scontrare anche con la connivenza di una particolare tipologia di cliente. Sono i “papagiro”, come li chiamano le ragazze, persone anziane agganciate da chi controlla il racket, che in cambio di prestazioni sessuali le caricano per accompagnarle a casa o sul posto di lavoro. Poi ci sono tutti quegli italiani che rimangono all’ombra delle organizzazioni criminali, quelli che emergono dalle cronache giudiziarie. Sono prestanomi, medici che sotto richiesta del magnaccia fanno abortire le ragazze, finti mariti per regolarizzare la schiava di turno, uomini che le fanno assumere falsamente da imprenditori o da privati loro amici, gente che procura alloggi, che fa da tassista accompagnando le donne sui luoghi della prostituzione per poi riaccompagnarle a casa, nel segreto delle loro abitazioni.

 

Onlus bolognesi contro la tratta

Voodoo e doppifondi per controllare il traffico delle schiave del sesso da Africa ed Est Europa 

 

15 gennaio 2009 -  Testo e foto di Erika Casali

 

I fiori di strada

Sul territorio bolognese si occupano di tratta e sfruttamento a carattere sessuale alcune associazioni ed enti: Fiori di Strada, associazione onlus che si muove sul territorio urbano con pattuglie e accompagnamenti medici; l’Albero di Cirene, altra onlus bolognese che porta avanti il progetto Non sei sola, offre alle ragazze latte e biscotti e l’opportunità di pregare e partecipare alle messe; la Casa delle donne per non subire violenza, che offre accoglienza, case rifugio, gruppi di sostegno e molto altro ancora; il Mit (Movimento identità transessuale), che pattuglia le strade della città notturna; è presente anche la Caritas che dà una mano e un tetto alle prostitute in cerca di aiuto, soprattutto a chi si trova in stato interessante. Tutti questi gruppi operano in stretta collaborazione con le forze dell’ordine cittadine, fornendosi a vicenda informazioni utili ai fini delle eventuali denunce e del riscatto delle ragazze dalle strade.

Le nigeriane

Le giovani nigeriane spesso arrivano sui barconi che vengono accolti a Lampedusa e poi smistati nei vari centri di accoglienza. Sono quindi registrate e viene data loro una prima assistenza; il Cpt (Centro di permanenza temporanea, ora Cie, Centro di identificazione ed espulsione) fornisce sostegno per un massimo di due mesi, poi la ragazza viene messa alla porta con il decreto d’espulsione in mano: libera di finire tra le braccia dello sfruttatore che l’aspetta oltre la soglia.

Esistono dei criminali centri di smistamento internazionali con base nelle principali capitali europee, che riforniscono di donne africane anche il mercato italiano. Sul territorio italiano sono presenti solo le maman, ovvero le donne che tengono d’occhio le vittime, le istruiscono e le puniscono.

Le ragazze che lasciano l’Africa vengono intimidite e “controllate” attraverso i riti voodoo ai quali vengono sottoposte prima di lasciare il proprio Paese. Giurano di fare quello che verrà detto loro per non mettere a rischio i propri nuclei famigliari. Le famiglie delle africane, infatti, sono sempre le prime sulle quali le minacce si concretizzano: padri accecati, madri stuprate e mutilate, sorelle rapite, fratelli scomparsi.

E le prostitute dell’Est?

AntonDercenno, presidente di Fiori di Strada, ci spiega: «Le ragazze dell’Est provengono da situazioni diverse, pur sempre di estrema povertà, ma non sono paralizzate da antiche credenze come le giovani africane. Hanno bisogno di soldi per poter mantenere le famiglie in Ucraina, in Romania, in Moldavia, in Russia».

Le non comunitarie arrivano dopo viaggi che possono durare anche settimane, chiuse nel doppiofondo di un camion assieme ad altre cinquanta persone, con poca acqua e poco cibo per ridurre il problema dei bisogni corporali; fanno lunghi tratti a piedi, tra i boschi; cambiano mezzo molte volte passando dalla macchina, al treno, all’autobus, fino a passare il confine. Una volta in Italia, vengono rinchiuse in un appartamento dove vengono istruite e (s)vestite, attrezzate di preservativi e accompagnate in strada.

Anche le ragazze dell’Est vengono spaventate con intimidazioni, ma le minacce non si concretizzano quasi mai perché la polizia e le autorità giudiziarie di quei Paesi, benché talvolta corruttibili, infliggerebbero punizioni esemplari.

Ma come arrivano in Italia?

«È un sistema abbastanza semplice» – ci spiega Antonio. «Le ragazze vengono contattate, spesso da una donna della loro stessa nazionalità e che quindi parla la loro lingua. Le africane possono essere avvicinate sin dalla scuola, anche dagli insegnanti, viene chiesta loro la disponibilità ad andare a studiare in Europa. Qualche anno dopo tornano a prenderle. In quel caso, vengono scelti pure ragazzi maschi, destinati, probabilmente, al mercato degli organi».

Oggigiorno, il prezzo che dovrà essere restituito per i documenti, il viaggio, il mantenimento e la libertà si aggira intorno ai 70mila euro. Alcune sanno a cosa vanno incontro ma non sanno invece in che condizioni dovranno lavorare e, quando arrivano sulla strada e affrontano la violenza notte dopo notte, non reggono e vorrebbero andarsene, ma ormai è troppo tardi. Altre invece vengono ingannate, credono di venire in Italia per lavorare come badanti, baby sitter, in una fabbrica o in un supermercato, qualsiasi occupazione va bene; la strada non rientra però nel ventaglio delle loro aspettative.

Quando arrivano in Italia, soprattutto le africane, che provengono da culture tanto diverse dalla nostra, si trovano ad affrontare una situazione incomprensibile: vengono vendute appena arrivate nella città di destinazione, spesso ad un’altra connazionale che le condurrà in una casa, fornirà loro vestiti, riempirà la loro borsetta di preservativi e si raccomanderà di fare quello che devono perché, essendo state sottoposte a rito voodoo, metterebbero in pericolo le loro famiglie. Le ragazze non parlano la lingua del luogo, non conoscono nessuno, vengono da un contesto di povertà e si trovano nelle periferie delle nostre città: sono completamente sole e non hanno la più pallida idea di dove sono e di quali possano essere i loro diritti, l’unica cosa che sanno è che nessuno le aiuterà e che se qualcuno le offre qualcosa è perché si aspetta un’altra cosa in cambio.

Il presidente di Fiori di Strada ci spiega inoltre che «per le giovani africane la prostituzione è un disonore grandissimo e, qualora dovessero far ritorno in patria e si venisse a sapere che hanno lavorato sulla strada, verrebbero disonorate e, con buone probabilità, lapidate».

Ricevere il permesso di soggiorno

Il permesso si riceve solo dopo aver sporto denuncia.Molto spesso le ragazze africane continuano a tacere o a mentire ancora per lungo tempo pure dopo aver abbandonato la strada, senza denunciare i loro sfruttatori e le violenze subite, alcune perché non conoscono i nomi e i numeri telefonici, altre perché terrorizzate da quello che potrebbe succedere a loro o alle loro famiglie nel caso dovessero lasciarsi scappare qualcosa. E così è molto difficile aiutarle perché la legge stabilisce che vendere il proprio corpo non è contro la legge, mentre sfruttare esseri umani sì, ma le vittime spesso non se ne rendono conto.

Le nigeriane trovano problemi più grossi di quelle dell’Est nelle pratiche per ricevere il permesso di soggiorno ed essere inserite in programmi di protezione perché non hanno quasi mai niente da dare in cambio. «In Italia funziona così» ci spiega Antonio. «Dopo aver ricevuto la denuncia, la questura chiede il parere del magistrato che la sta seguendo; se la denuncia è rilevante a livello investigativo allora la pratica prosegue, se no, viene interrotta. Le ragazze africane non sono quasi mai in grado di fornire identità, numeri di telefono o indirizzi». Con loro viene affrontato un percorso sociale e cioè privo di denuncia, per questo è tanto difficile sistemarle e la tendenza è quella di non accoglierle perché è davvero complicato e i tempi sono biblici. Solo l’Istituto Papa Giovanni XXIII è sempre ben disposto ad accoglierle.

Per le giovani dell’Est Europa, al contrario, i tempi per i documenti sono più corti e le dinamiche più agili e non è quindi un grosso problema scegliere con loro la via della denuncia; vengono favorite anche dal fatto che hanno più facilità a imparare la lingua e si adattano senza troppi sforzi alla nostra cultura.

 

Bologna e lo sfruttamento del lavoro immigrato

I paradigmi di una nuova cultura mafiosa: regolarizzazioni infinite, caporali da implorare per avere il proprio salario,umiliazioni e minacce.

 

21 novembre 2008  -  di Jessica Ingrami

 

 

Ad inizio 2008 gli stranieri in Italia erano quattro milioni, ovvero il 6,7% della popolazione. Diversi fattori dimostrano la volontà degli immigrati di mettere radici nel nostro paese: aumentano quelli che desiderano acquisire il permesso di soggiorno per lungo residenti, aumentano gli imprenditori immigrati e aumentano gli investimenti per acquistare una casa. Nonostante questo, l’Italia è al primo posto in Europa occidentale per i compensi fuori busta. Sono decine gli immigrati giunti in Italia dal Bangladesh che, per lavorare, sono stati costretti a fare richiesta di asilo politico. Ma nessuna autorità competente li ha informati su cosa significasse chiedere ad uno Stato l’asilo politico, non gli hanno spiegato i presupposti su cui si basa il rilascio.

 

I caso del Bangladesh

 

Convinti di presentarsi davanti all’autorità preposta alla valutazione del caso e di ricevere l’immediato permesso di soggiorno, alla domanda «Perché chiedi asilo politico?» hanno risposto ingenuamente e in tutta onestà: «Mi serve il permesso di soggiorno per poter lavorare». Nessuno gli aveva detto che il diritto di asilo viene concesso a chi non può rientrare nel proprio paese per timore di ritorsioni concrete o per situazioni di evidente difficoltà. Ovviamente tutte le richieste sono state rigettate: «In questo modo – spiega l’avvocato Vincenzo Patera che segue il caso – centinaia di persone torneranno in mezzo ad una strada e saranno sfruttate per colpa di qualcuno che non è più in grado di affrontare il problema». Tali esseri umani, come tanti altri, hanno bisogno del permesso di soggiorno per lavorare. Sono padri, mogli, fratelli e figli che non tornano nei loro paesi da cinque o dieci anni perché se escono non possono più rientrare.

 

Il lavoro nero, una tappa obbligata

 

Nel nostro paese l’esistenza di un “extracomunitario” è legata al permesso di soggiorno, il quale necessita di un posto di lavoro fisso per essere emesso. L’iter impiega mesi e mesi a concludersi. Nel frattempo bisogna sopravvivere e il lavoro nero sembra essere l’unica soluzione: «Non hanno alternativa – spiega Roberto Morgantini dell’ufficio stranieri Cgil – Le attuali leggi italiane li obbligano a lavorare in nero, in attesa di una regolarizzazione che impiega più di un anno a pervenire».

È il caso di un ragazzo circa trentenne, che chiameremo Bader, giunto in Italia ad aprile 2008 per ricongiungimento familiare: solo a gennaio 2009 sarà convocato per la presa delle impronte e dopo altri tre o quattro mesi avrà il permesso di soggiorno. Ma, per un’assurda contraddizione, a Bader, nel frattempo, non viene riconosciuto un lavoro regolare proprio perché non possiede il permesso di soggiorno. «Il problema è a monte – prosegue Morgantini – devono cambiare le leggi perché questa situazione si risolva. C’è troppa burocrazia, così si incoraggia lo sfruttamento e c’è sempre chi ne approfitta».

Ci sono situazioni in cui il datore di lavoro non si fa scrupoli a considerare il lavoro immigrato come manodoperausa e getta: un immigrato viene reclutato per lavorare in nero in un cantiere edile, viene regolarmente pagato i primi mesi, poi le retribuzioni si fanno occasionali finché scompaiono del tutto. Ma il lavoratore continua a presentarsi al cantiere, fiducioso che il suo operato venga riconosciuto, senza sapere che il datore troverà il modo di denunciarlo e farlo così espellere dal paese, senza dovergli corrispondere il denaro del lavoro svolto.

 

Le iniziative della Cgil a tutela dei lavoratori immigrati sfruttati

 

Per abusi del genere la Cgil ha iniziato un’attività di “recupero crediti”: se lo straniero, dopo essere rientrato in Italia, si rivolge a loro indicando il datore insolvente e con testimoni dell’accaduto, si è in grado di contattare l’azienda per recuperare il denaro spettante. «Il problema – come spiega Nadia Tolomelli della Fillea (federazione italiana lavoratori legno, edili e affini) – è che spesso i lavoratori irregolari non sanno nemmeno per chi lavorano. Forse hanno un numero di cellulare e forse sanno che il loro capo si chiama “Mario o Gigi”. Spesso è necessario che ritornino sul posto di lavoro per leggere almeno un cartello».

Una buona parte del settore edilizio funziona per subappalti, nei quali sono ancora presenti i cosiddetti caporaliche portano ogni giorno al cantiere otto o dieci lavoratori stranieri e li pagano secondo le proprie regole. C’è da dire che, nonostante questi percepiscano regolarmente dall’azienda mandante del lavoro il denaro spettante, ai lavoratori stranieri arriva quel che decide il caporale, senza nessuna regola fissa o calcolo delle ore lavorative. In qualche modo viene a crearsi una situazione per cui di fatto un uomo assume il potere discrezionale di decidere se un altro uomo può mangiare domani o se deve aspettare una settimana.

 

L’Europa contro il lavoro sommerso

 

Secondo il Parlamento Europeo l’origine del problema deriva da una mancata inclusione sociale attiva, ovvero la mancata attuazione di quei diritti fondamentali che permettono alla gente di vivere dignitosamente. La necessità è quella di garantire un livello minimo di sussistenza a tutti, così da non mettere le persone in condizione di accettare un qualsiasi lavoro a qualsiasi condizione pur di avere un’entrata.

Durante il dibattito sull’inclusione sociale svoltosi a ottobre 2008 il Parlamento invita gli stati membri ad alleggerire la pressione fiscale ed elaborare un pacchetto di misure di supporto, il quale comprenda agevolazioni sull’alloggio, un sostegno all’istruzione e alla riqualificazione professionale. È importante dare maggiore sostegno alle organizzazioni imprenditoriali e sindacali sotto forma di forti incentivi per chi si impegna a trasformare il lavoro sommerso in economia formale e sanzioni severe per chi continua ad utilizzare manodopera irregolare.

Prostrarsi per sopravvivere

Giacomo Barbieri è il vicepresidente dell’associazione nazionale “Oltre le Frontiere”, la quale si occupa dell’accoglienza e dell’integrazione degli immigrati in Italia, assistendoli su abitazione, casa e servizi. Se si parte dal presupposto che una persona non autosufficiente può essere gestita come meglio conviene, si arriva alla facile conclusione che per lo Stato e per la società un lavoratore irregolare non esiste, non ha tutele e diritti, per non parlare della mancanza di riferimenti su cui far affidamento.
 

«Usando la minaccia costante del licenziamento – osserva Barbieri –, se non addirittura della denuncia e conseguente espulsione, il datore tiene sotto scacco il lavoratore che quindi si sente quasi in obbligo a fare il suo lavoro. In questo modo – conclude il vicepresidente – si innesca un meccanismo che lede la dignità della persona, che lo costringe a prostrarsi e lo fa diventare succube, fisicamente e soprattutto psicologicamente, proprio perchè non ci sono leggi che lo tutelino».