Ricerche accademiche a cura di Marco Marano

 1991: LA GUERRA COME UN SERIAL

Questo laboratorio è stato realizzato all'interno della Cattedra di Sociologia delle Comunicazioni di Massa dell'Università di Catania, nell'anno accademico 1995/96.

 

1. Il nuovo Big Event seriale

 

Le tappe di evoluzione e consolidamento del Villaggio globale, mettono in luce come il sistema delle comunicazioni di massa esprima le tensioni sociali del proprio tempo, in una epoca in cui è il protagonismo della massa sociale a fare da termometro ai processi cambiamento. Se infatti in Vietnam la guerra fu persa prima che sui campi di battaglia nelle case degli americani, la guerra del Golfo offre un nuovo palcoscenico sociale, all'interno del quale gli errori del passato vengono scremati, mentre lo sviluppo tecnologico dei media incalza il sistema politico.

 

Vent'anni dopo il Vietnam, come abbiamo visto, cadono i muri e le frontiere del villaggio globale mutano improvvisamente. Il nemico adesso non è più il comunismo ma l'oltranzismo islamico. E' sempre un'area regionale, lontana dal modo occidentale  a diventare scenario del conflitto bellico, all'interno del quale si giocano i nuovi equilibri internazionali. A combattere non è più la sola America ma quasi tutti gli eserciti della Società Planetaria Liberale, riuniti sotto la bandiera dell'ONU, il quale diventa il referente formale delle dinamiche del conflitto, poiché esso nasce proprio in seguito ad una sua risoluzione. Agli Stati Uniti, naturalmente, tocca il compito  di gestire l'operazione, sia dal punto di vista strategico e organizzativo che politico.

 

Nel Golfo, rispetto al Vietnam, cambia anche lo scenario nel rapporto tra Potere e organi d'informazione. Crolla l'antitesi dei ruoli, o per meglio dire, i media sono tecnicamente impossibilitati ad esprimere tale antagonismo, per i vincoli posti all'accesso delle informazioni. Per evitare i “guai del Vietnam”, dove i giornalisti avevano assoluta libertà di movimento, vengono imposte tutta una serie di limitazioni, finalizzate ad impedire ingerenze mediatiche nelle dinamiche del conflitto. Il giornalista non è più il protagonista  della “storia” alla Cronkite, ma semplice “commesso del supermarket informativo”. Le notizie come le immagini sono controllate dall'apparato militare, che adesso è anche preparato a svolgere funzioni di pubbliche relazioni e comunicazione attraverso i “Briefing”, cioè delle conferenze stampa tenute dagli alti ufficiali del comando alleato, per aggiornare periodicamente sulla situazione bellica. L'unico modo che i giornalisti hanno di mettere piede dentro la battaglia vera e propria sono i “Pool”, squadre formate da reporter accreditati ad accedere in punti prestabiliti e sempre accompagnati.

 

La trama informativa viene allora costruita attorno all'azione della CNN. Vediamo come...

 

Fin dall'agosto del '90, il network aveva mobilitato una struttura organizzativa imponente, seguendo l'evento fin dal suo antefatto, rispondendo perfettamente alla nuova e fondamentale regola del “Supermarket dell'informazione”: non aspettare che l'evento accada ma precederlo. Inoltre, la possibilità di utilizzare un satellite privato, consegna alla rete di Atlanta uno strumento essenziale per disegnare il circuito dei flussi informativi, velocizzando i tempi di produzione della notizia rispetto alle fonti ufficiali. In quel preciso momento uno degli elementi costitutivi della comunicazione giornalistica verrà messo in discussione: le agenzie di stampa. La CNN si sostituirà ad esse, trasformandosi in “agenzia televisiva planetaria”.

 

Il ruolo dell'anchorman, ormai desueto nel nuovo contesto, viene sostituito dall'inviato speciale, ed è Peter Arnett a ricoprirlo. Vincitore del Premio Pultzer, per le sue cronache dal Vietnam, Arnett è l'unico giornalista occidentale a rimanere a Bagdad per tutto il periodo del conflitto. L'unico a poter registrare il vissuto quotidiano della “Città del male”, l'unico al quale Saddam Hussein concede di restare e perfino intervistarlo. Ed è questo, forse, il solo momento analogico col Vietnam, poiché questo evento innescherà un conflitto di ruoli tra l'establishment americano e il network di Atlanta. Si disse, infatti, che così facendo si dava la possibilità al dittatore di usufruire di una eccezionale cassa di risonanza, e che i servizi del giornalista facevano trasparire solo gli aspetti convenienti al governo irakeno, dato che che erano sottoposti a censura. Ci fu, addirittura, chi accusò Arnett di “collaborazionismo” , accusa stigmatizzata da parte della stampa occidentale, soprattutto legata a si sistemi di Political Logic. A tal proposito c'è da fare una proiezione temporale, poiché alcuni anni dopo nasce nell'area mediorientale una versione della CNN in lingua islamica: Al Jazera. Essa accompagnerà le missioni di guerra dell'occidente, dall'Afganistan all'abbattimento del regime di Saddam, diventando emittente della comunicazione, dobbiamo dire sempre giocata con molta professionalità, delle informazioni riguardanti Al Kaida. Naturalmente, dopo i fatti dell'undici settembre, l'accusa di collaborazionismo verso Al Jazera era quasi fisiologica... Il caso Arnett, comunque, nella prima guerra del Golfo,  rappresenta in qualche modo “lo scontro tra poteri”, che fa parte della tradizione giornalistica americana, forse unica variabile non prevista dall'apparato politico americano, che nulla ha potuto fare per impedire che le esigenze produttive del network, venissero compromesse dalla ragion di stato.

 

Se le dinamiche inerenti il rapporto tra media e potere politico si trasformano, di conseguenza subisce una trasformazione anche la funzione dell'opinione pubbica. Essa non è più parte in causa, come nel Vietnam, poiché non ci sono massacri che coinvolgono i soldati occidentali, e quand'anche vi fossero i flussi informativi verrebbero “velinati” dall'apparato militare. Le notizie sono impacchettate , le immagini preparate dallo staff di esperti di comunicazione della Casa Bianca, e mostrano una guerra definita “intelligente”, una guerra computerizzata , una guerra tecnologica, dove non si vedono cadaveri o scene cruente. Una guerra coinvolgente dal punto di vista spettacolare, ma distaccata dal punto di vista umano. Le informazioni erano fittizie e comunque lo squilibrio tra forze in campo rende la fine scontata; l'unica incognita è sul quanto potrà durare.

 

La Guerra nel Golfo è fondamentalmente accettata e voluta dai popoli della Società Planetaria Liberale, che hanno paura del fanatismo islamico, nuova minaccia mondiale che comincia ad affacciarsi, dopo la recentissima morte del socialismo reale. L'opinione pubblica, in questo caso è quindi “Audience”: condanna il nemico e si diverte a guardare...

 

2. Arrivano i nostri!

 

La costruzione mediatica del serial fa emergere, in termini netti la contrapposizione, tra quelle che diventano vere e proprie figure simboliche: i buoni e i cattivi. All'inizio fu così anche per il Vietnam, gradualmente si scoprì, grazie ai mezzi di comunicazione che i buoni si erano resi responsabili di crudeltà tali che la linea divisoria tra ruoli contrapposti divenne linea d'ombra...

 

Nel Golfo, i buoni rimangono invece tali. In parte, a questa domanda abbiamo già risposto, è per questa ragione che occorre un approfondimento dal punto di vista dell'analisi delle tecniche che hanno portato a questo.

 

La “teoria complottista” sottolinea come vi sia stata una interazione tra establishment americano e media nel falsificare le informazioni e le immagini, costruendo una visione della realtà distorta. “La simbiosi tra stampa, tv e establishment fu totale. Il New York Times arrivò a scrivere che assorbendo il Kuwait l'Iraq avrebbe controllato due terzi del delle riserve di petrolio conosciute del Pianeta – il dato reale è invece il venti per cento”. (Fracassi). Naturalmente la teoria complottista parte da presupposti di tipo giornalistici, per cui vengono semplificati meccanicamente le definizioni dei fatti. L'osmosi tra mezzi di comunicazione e potere politico negli Stati Uniti, come abbiamo visto nei percorsi precedenti, ha avuto alterne vicende. Grandi eventi storici hanno ridefinito tale rapporto anche grazie ai mass media. Nel caso della guerra del Golfo questo rapporto deve essere  letto in termini di “cinghia di trasmissione” tra fonti istituzionali e media, questo al di là, naturalmente delle, più o meno dichiarate, idee politiche o la voglia di carrierismo di qualche notista di medi o grandi mezzi d'informazione statunitensi.

 

L'Amministrazione Bush è figlia “primogenità” del reaganismo e da questa ha acquisito le metodologie di controllo delle informazioni. “Voi non diteci come presentare le notizie, noi non vi diremo come trattarle”... Questo slogan sintetizza efficacemente il nuovo rapporto tra l'amministrazione americana e i media, dall'inizio degli anni ottanta, dopo il periodo del sensazionalismo a tutti i costi, anzi è possibile pensare che il nuovo sistema di gestione delle, informazioni di Reagan sia nato proprio per impedire il dilagare del sensazionalismo... C'è anche da dire che da Lyndon Johnson in poi, tutti i presidenti sono stati, in qualche modo viitime dei media... Reagan riesce a mischiare le carte, imbrigliando la capacità dei media di ingerenza negli “affari dell'amministrazione”.

 

3. La cinghia di trasmissione  sulla circolazione delle notizie

 

L'obiettivo è quello di bloccare la cinghia di trasmissione delle informazioni. Se prima i giornalisti avevano la possibilità di accedere alle fonti istituzionali, secondo le proprie capacità professionali, adesso sono costretti a muoversi all'interno di un percorso tracciato dalle istituzioni stesse. Questo impedisce ai mezzi di comunicazione, soprattutto alla tv, di decidere il tema del giorno, non solo ma in questo modo si danno dei tempi istituzionali al flusso delle informazioni. “Per la prima volta dopo vent'anni, il Presidente pone la massima attenzione nel decidere come, quando e dove incontrare i giornalisti. Per la prima volta si difende, resta chiuso nel suo bozzolo per uscirne di rado, e sotto patti precisi... Reagan è un professionista dell'immagine e dell'immaginario, e sa che realtà è solo quello che passa attraverso l'obiettivo”.   ?

 

Con Reagan i flussi d'informazione vengono burocratizzati. Ai dati sull'attività dell'Amministrazione è possibile accedere compilando appositi moduli. Il “White House News Service”, il bollettino della Casa Bianca, viene inviato tramite abbonamento a tutte le strutture informative del paese, esautorando i cronisti accreditati, e propongono una gerarchia di notizie  strutturata soprattutto per gli organi d'informazione su scala distrettuale. La funzione del “Briefing”, poi, veniva radicalmente stravolta, poiché i temi del giorno erano quelli indicati dalla Casa Bianca e non dai giornalisti, pr cui veniavano disertati puntualmente.

 

Ma al sistema di controllo esterno, venne affiancato uno interno, finalizzato ad impedire che dalla Casa Bianca uscisse qualche “Gola profonda”. Venne introdotto il “Polygraph”, la macchina della verità, per quei funzionari che avevano accesso alle informazioni segrete...

 

4. La logica CNN e la ridefinizione dei criteri di notiziabilità

 

Il ruolo svolto dalla CNN, non soltanto all'interno del conflitto belico in questione, ma in generale nella Società Planetaria Liberale dell'Informazione, sottolinea con forza i caratteri del nuovo modello informativo, poiché si trasforma in argine per il sistema reaganiano di gestione delle informazioni. Scriveva Peter Arnett del suo editore Ted Turner: “l'improbabile stemma dell'ONU era il simbolo della filosofia di Turner, della sua decisione di fare della CNN una forza positiva in un mondo in cui predominano i cinici, un'organizzazione che si spera possa riunire nella fratellanza, gentilezza e pace i popoli di questa nazione del mondo”. Retorica a parte, gli effetti di questa filosofia diventano a tutti chiari nel momento in cui la CNN rimane a Bagdad per tutto il conflitto.

 

L'elemento davvero rivoluzionario che ha portato la CNN  durante la guerra del Golfo è stato quello di sovvertire uno dei più importanti criteri sostantivi della notiziabilità:  “il livello gerarchico dei soggetti coinvolti nell'evento”; criterio che individua nel suo più importante valore/notizia il grado di potere istituzionale dei soggetti coinvolti, per cui le fonti prioritarie sono appunto fonti ufficiali. Di fronte alla cinghia di trasmissione istituzionale bloccata dall'establischment americano, la fonte gerarchica è stata esautorata, diventando la CNN stessa fonte istituzionale, perchè in loco e perchè in onda 24 ore su 24, per gli altri organi d'informazione.

 

Grazie alla è stato possibile documentare la strage del bunker con i corpi straziati di donne, vecchi e bambini, uniche immagini di morte sul campo che sono riuscite a circolare. Per un momento i buoni sono tornati ad essere cattivi, ma poi tutto è rientrato poiché i flussi informativi sono tornate in mano al Comando militare. Se, allora, la CNN diventa nel Golfo la fonte primaria per i mezzi di comunicazione di tutto il mondo, le stesse istituzioni americane se ne servirono per avere notizie che altrimenti non potevano avere.

 

5. Rai/Fininvest: due modelli a confronto

 

In Italia come è stata raccontata la guerra nel Golfo? O per meglio dire, quali sono state le dinamiche che hanno prodotto il racconto del serial all'italiana. Prima di tracciare gli aspetti fondamentali, occorre uno sforzo di memoria per contestualizzare l'evento. Era il 1991, L'ultimo anno della prima repubblica, poi scoppierà tangentopoli. Al potere vi erano ancora Craxi, Andreotti, Forlani e gli altri... Berlusconi era un solo un grande imprenditore che era riuscito ad imporre un polo televisivo concorrente alla Rai. La solita crisi economica e sociale attanagliava il paese, come era stato negli anni passati e come lo sarà negli anni futuri. Davvero un'altra epoca...

 

La Guerra nel Golfo segna dunque il primo grande conflitto mediatico all'interno dell'oligopolio, conflitto che solo dieci anni dopo si trasformerà in pax. Infatti il conflitto sarà prima di tutto tra modelli informativi: il modello istituzionale della Rai ed il modello commerciale della Fininvest. Nel primo il presupposto su cui si basa la produzione delle informazioni attiene al rapporto preferenziale tra il media, in quanto servizio pubblico, e le istituzioni. E' questo un approccio basato sul principio della notizia come frutto di conferme istituzionali, cioè siamo di fronte al principale criterio di notiziabilità sostantivo, quello gerarchico, sovvertito dalla CNN.

 

Il modello commerciale invece ripercorre una sorta di “itinerario investigativo” che porta a scoprire il “colpevole”... Si sottopone cioè all'attenzione dell'audience l'intero percorso della notizia, utilizzando non soltanto le fonti canoniche, ma anche fonti alternative, per cui la conferma costituisce semplicemente la fase finale del percorso comunicativo, ecco perchè “Studio Aperto” primo telegiornale fininvest, utilizzerà per primo la CNN come fonte, arrivando sempre per primo alla notizia.

 

Nel caso della guerra nel Golfo, la contrapposizione tra modelli si viene a manifestare in Italia con una “guerra nella guerra”, facendo emergere un fenomeno particolare nel sistema della comunicazione. Da un lato vi è la difficoltà della Rai di anticipare gli eventi sulle notizie non confermate, che poi è l'humus su cui si sviluppa l'evento seriale in diretta. Cosa strana se si pensa al più che trentennale sviluppo delle sinergie tecnologiche e professionali dell'azienda. Di contro c'era il primo notiziario “commerciale”, sfornito di esperienza redazionale e organizzativa, ma che arrivava quasi sempre per primo alla notizia, poiché segue in modo scientifico il percorso della notizia, dal “si dice” alla conferma, al punto da anticipare costantemente il servizio pubblico.

 

6. Il racconto

 

Il conflitto bellico è da sempre l'ambientazione cinematografica da sempre più sfruttata, poiché ha in sé gli elementi narrativi più entusiasmanti per chi osserva:

  • coraggio
  • suspence
  • forza
  • eroismo
  • passione
  • sacrificio
  • vittoria del bene
  • sconfitta del male

La guerra è sicuramente bella da vedere per un osservatore passivo...

 

Non vi è quindi occasione migliore per riprodurre attraverso le metodologie del racconto della fiction: ecco come la guerra si trasforma in un serial in presa diretta. Questo perchè il linguaggio della fiction  è universalmente acquisito, funzionando da modello esplicativo della realtà. Cosa mai accaduta è che la televisione manda in onda un evento seriale informativo di tipo bellico in diretta in tutto il mondo; ricordiamo che la guerra del Vietnam fu coperta solo negli Stati Uniti, in Europa gli organi di informazione non erano ancora pronti per una diretta mondiale.

 

C'è da dire che la fiction non ha mai potuto produrre un serial di tipo bellico, poiché è questo un prodotto tipicamente cinematografico, di difficile trasposizione televisiva poiché poco rassicurante, quindi non assolve alla funzione tipicamente fisiologica del mezzo.

 

Il transfert su cui l'evento viene costruito l'evento “Guerra nel Golfo” è appunto la CNN, poiché i suoi ritmi espressivi si sposano appieno la dimensione dell'evento. Mentre dal punto di vista dell'architettura narrativa possiamo dire che è una commistione tra soap opera e serial poliziesco, che sono poi gli eventi seriali televisivi più caratterizzanti del medium elettronico, e che meglio caratterizzano, dal punto di vista connotativo la propria audience.

 

Ma quali sono i paradigmi produttivi, di questi generi televisivi, che convergono sulle dinamche del racconto?

Propria alla soap è la “assenza di azione”, gli avvenimenti che intercorrono sono raccontati attraverso conversazioni (Cantor). Come abbiamo già detto, nella Guerra nel Golfo mancano le immagini dai campi di battaglia, per cui il circuito delle notizie è colmo di buchi neri a causa del vaglio censorio dell'Alto Comando Alleato. Questo determina la necessità di spostare l'asse del racconto dalla guerra sul campo alla mediazione internazionale: non eventi mostrati ma raccontati...

 

Altro elemento di congiunzione produttiva con la soap è “l'esaurimento della storia”. Nel caso delle soap opera l'esaurimento della storia sfocia in genere in altre storie, e le trame che rimangono insolute, in genere, assorbono residui di conflitti semirisolti (Cantor).

 

Per ciò che concerne la Guerra nel Golfo, in special modo nella prima fase, le storie si esauriscono proporzionalmente alla fisiologia della notiziabilità, cioè l'insieme di elementi attraverso i quali l'apparato informativo controlla e gestisce la quantità e il tipo di eventi da cui selezionare le notizie (Wolf).  Nel momento in cui questi elementi fanno da sintesi ai due generi tradizionali del palinsesto, cioè la fiction e l'informazione, è chiara la motivazione che porta all'effetto narrante della finzione.

 

Restando nel campo della Soap, possiamo estrapolare dal racconto della Guerra una storia centrale, che fa da percorso alla vicenda, e che definiremo “macrotrama”, e delle storie collaterali, che si esauriscono, e che chiameremo microtrame. La prima è incentrata sulle ingarbugliate trattative diplomatiche che attraversano tutto il periodo del conflitto. Le seconde riguardano gli eventi direttamente collegati ai movimenti bellici. La macrotrama è praticamente seguita in diretta, poiché risponde principalmente all'esigenza di verificare minuto dopo minuto se la guerra finirà in seguito alla resa dell'Irak, prodotta dalle trattative internazionali. Le microtrame, invece, si sviluppano in pochi giorni, costruite per lo più su flashback, dove le medesime immagini vengono presentate ripetutamente.

 

A tal punto, però è necessario individuare il terzo elemento dell'interazione tra fiction e realtà, quello proprio al serial poliziesco, che risponde all'esigenza ritmico-espressiava di informare e lasciare col fiato sospeso...  Alla base di questa dimensione vi è l' incognita, cioè la ricerca della verità preposta sull'esattezza o meno delle notizie riguardanti sia la macro e le micotrame. Su questo campo si tesse la competizione tra i diversi mezzi d'informazione.

 

Il serial cerca dunque di svelare i misteri della guerra, e questo attraverso il rincorrere le notizie in tempo reale, dove le conferme o le smentite costituiscono il punto finale di un tracciato percorso interamente.

 

7. Il Serial

 

Dal punto di vista narratologico, gli eventi della guerra possono essere racchiusi in tredici puntate. Nelle prime cinque l'attenzione si sofferma su storie ad esaurimento inerenti ai fatti bellici. Tra la sesta e l'undicesima i riflettori si posano sulle intersecazioni politico-diplomatiche, spostando il baricentro dell'equilibrio informativo. Infine, le ultime due puntate si collocano secondo funzioni narrative differenziate. La dodicesima è la risolutrice del “Big Event” televisivo, cioè la riconquista di Kuwait City, in linea on la tradizione filmografica dell' “arrivano i nostri”. Con l'ultima puntata si ritorna al serial poliziesco, poiché ci si interroga sulla scomparsa del dittatore. Ma non solo. Nel momento in cui il Rais non viene catturato dalle forze americane, ciò presuppone un suo rientro, come poi è stato, al posto di comando, per cui la storia continua, come ogni fine mancata delle soap opera...

 

 

LE PUNTATE

TIPOLOGIA DELLE TRAME

1. HANNO ATTACCATO!

Microtrama

2. PANICO A TEL AVIV

Microtrama

3. I PRIGIONIERI

Microtrama

4. LA BATTAGLIA DI KHAFJI

Microtrama

5. LA STRAGE

Microtrama

6. UN CRUDELE INGANNO

Macrotrama

7. A MOSCA! A MOSCA!

Macrotrama

8. L'ULTIMATUM

Macrotrama

9. GIALLO DIPLOMATICO

Macrotrama

10. LUCE VERDE

Macrotrama

11. PANICO A PALAZZO DI VESTRO

Macrotrama

12. LA CITTA E' SALVA

Microtrama

13. CHE FINE HA FATO SADDAM?

Microtrama

 

 

Hanno attaccato!

 

La prima puntata del serial può essere considerata un vero e proprio “Pilot”. Il “Pilot” è la puntata pilota di ogni serial, che viene sottoposta al giudizio di un pubblico scelto, una sorta di Focus Group, prima di essere prodotta in serie, e che possiede tutti gli elementi contenutistici del prodotto da realizzare. Nel nostro caso è probabilmente la puntata più esaltante, una di quelle che più si avvicina alla finzione...

 

Quella notte le coordinate della comunicazione giornalistica venivano stravolte. Le fonti tradizionali per ogni apparato informativo, cioè le agenzie e le istituzioni, venivano da due reti televisive americane: inizialmente la ABC e poi la CNN. La maggior parte dei dispacci trasmessi dalle agenzie avevano come fonte proprio i due networks. Mentre la notizia ufficiale dello scoppio della guerra, che sarebbe dovuta partire dalla Casa Bianca o dal Pentagono, ritardava a venire, i reporters della CNN avevano già fatto sentire i rumori della guerra dal loro telefono, collegato al satellite.

 

Ecco come descriveva quella sera Bob Woodword in un passo del libro “The Commanders”: “Alla Casa Bianca, Bush, Quayle, Scowcroft e Sununu si riunirono nel piccolo ufficio attiguo allo studio ovale per guardare la televisione. Quando, dietro le voci dei giornalisti che erano ancora nelle loro stanze d'albergo a Bagdad, si sentì il frastuono dei bombardamenti, Bush, visibilmente sollevato disse: proprio come nei piani”.

 

La notizia dello scoppio della guerra la dava Gary Shappard della ABC, mentre i tre cronisti della CNN, Peter Arnett, John Holliman e Bernard Shaw perdevano il collegamento. Dopo un paio di minuti usciva la prima agenzia. La France Press annunciava una “intensa attività aerea su Riad”, così dal Pentagono fonti non ufficiali confermavano la notizia. Shappard nel frattempo descriveva i fuochi della contraerea. Usciva un'Ansa e poco dopo una Reuter citando la CNN. John Holliman lasciava aperto il telefono: si sentivano ancora i rumori delle bombe.

 

A questo punto, il baricentro dell'attenzione informativa viene spostato, poiché non hanno più tanta importanza le notizie sulla guerra, quello che interessa all'apparato informativo è la conferma da parte delle istituzioni americane  che la guerra è iniziata. Un effetto questo piuttosto paradossale, ma che sottolinea la velocità sulla quale si sviluppa la notiziabilità dell'evento.

 

I mezzi di informazione cercano una conferma ufficiale alla Casa Bianca, e visto che non arriva l'attenzione si sposta verso il Pentagono, che parla di “Strane attività aeree su Bagdad”. Una Reuter sottolinea che la capitale irakena sta per essere oscurata. Poi si alternano una serie di dispacci che ripetono informazioni già uscite precedentemente. Bernard Show, dai microfoni CNN a Bagdad, parla di enormi luci gialle, mentre arriva la notizia  che il comando americano avrebbe annunciato ufficialmente l'inizio della guerra. La CNN smentisce le voci che sarebbe stata attaccata Israele.

 

A quasi un'ora dallo scoppio della guerra , vissuta ma non vista, in diretta in tutto il mondo, il portavoce  della Casa Bianca Marlin Fitzwater da l'annuncio ufficiale: “Gli aerei americani hanno attaccato”, la guerra è scoppiata ufficialmente.

 

Flashbach sull'inizio

 

“Hanno attaccato! Hanno attaccato!” Annunciava all'Italia Silvia Kramar, corrispondente dagli Stati Uniti del quotidiano il “Giornale”, a quel tempo diretto da Indro Montanelli. La reporter, in collegamento con “Studio Aperto” di Emilio Fede, che proprio quel giorno innaugurava la diretta del primo telegiornale Fininvest, seguiva semplicemente da un ufficio di corrispondenza di New York i notiziaqri dei network americani. La Kramar si lanciò in un appassionante dialogo con Fede, annunciando in presa diretta lo scoppio della guerra, seguendo di pari passo il caos informativo che nella prima ora si sviluppò.

 

Nel frattempo i Tg Rai non erano ancora collegati. Su Rai 2, mentre il mondo cominciava a tenere il fiato sospeso, veniva trasmesso il film della notte, e solo dopo la sua fine il Tg2 si collegava, dando la notizia “non confermata”. Tutto questo avveniva quando Emilio Fede aveva già fatto sentire i rumori delle bombe dal telefono di Silvia Kramar, che l'aveva appositamente poggiato vicino l'audio del televisore sulla frequenza CNN.

 

Lo spettacolo inventato

 

Nella seconda puntata abbiamo l'esempio più eclatante della maniera in cui la CNN, non potendo seguire la guerra in diretta, nel senso proprio del termine, cioè con le immagini dentro il campo di battaglia, poiché la cinghia di trasmissione è bloccata , trova il modo di surrogare lo scenario bellico. In breve, si tratta di uno spettacolo inventato, che riprende un principio antico dell'informazione televisiva americana: “Lo spettacolo siamo noi!...” Cioè a dire: non è tanto l'evento a fare notizia, ma il fatto stesso che la televisione lo riprenda. E' questo il postulato di McLuhan sul Medium che è il messaggio.

 

E' il secondo giorno di conflitto, la microtrama si incentra sulla sindrome del gas nervino. Sono ore di tensione poiché vi è la convinzione che Saddam possa usare le armi chimiche contro Israele. La maschera antigas, da questo momento, diventerà uno dei simboli feticcio della guerra.

 

Da Bagdad l'attenzione si sposta su Gerusalemme  e Tel Aviv. Vi è un via vai di notizie circa una quantità indefinita di Scud, cioè le bombe irakene, lanciate su alcune aree del territorio  israeliano. La CNN è in collegamento permanente col suo ufficio di corrispondenza a Gerusalemme, e telefonicamente con l'inviato di Tel Aviv, dove si teme maggiormente che si possano verificare gli effetti nefasti del bombardamento chimico. Da Tel Aviv mancano le riprese in diretta, per cui l'ufficio di corrispondenza di Gerusalemme si trasforma nel palcoscenico ideale della rappresentazione della tragedia annunciata.

 

Qui vengono recitate, nel senso proprio del termine, le situazioni create dalla possibilità che possano esplodere  le bombe chimiche. Tutti nello studio, sono costretti dalle autorità, almeno così si dice, ad indossare le maschere antigas. Ma ecco l'imprevisto... Vediamo come lo racconta il giornalista Claudio Fracassi: “Drammatica la scena, terribile il pericolo, d'obligo la maschera. Ma allora perchè quella persona lì in un angolo, inquadrata casualmente per pochi secondi, si sposta tranquillamente senza maschera antigas?” Non vi era insomma nessun pericolo, ma qualcosa di spettacolare bisognava pur mostrare, per cui è la televisione lo spettacolo e non l'evento.

 

In Italia Studio Aperto, che già dal secondo giorno di conflitto, diventa il notiziario guida della guerra, si inventa una fonte anonima, mettendosi in collegamento con una famiglia di Tel Aviv, presa dall'elenco telefonico della città...

 

I Prigionieri

 

La terza puntata ci offre la possibilità di soffermarci sul rapporto tra logica del medium e logica istituzionale, spaccato del sistema informativo italiano. Ancora una volta al centro dell'attenzione è Emilio Fede, che si contrappone al Tg2, il quale lo accusa di speculazione giornalistica per aver dato una notizia non confermata, che si rivelerà poi essere esatta.

 

La microtrama riguarda i prigionieri dell'Alleanza occidentale catturati e mostrati in televisione da Saddam, unico momento il cui il Rais si serve del video per ingaggiare una guerra dei messaggi, in seguito utilizzerà la radio. In questo caso abbiamo una microtrama legata allo specifico italiano, che ha come protagonisti i due ufficiali dell'aviazione Bellini e Cocciolone.

 

La mattina del 20 gennaio la redazione di Studio Aperto mette le mani su un documento ignorato da tutte le altre redazioni nazionali. Si tratta di una confusa conferenza stampa del ministro dell'informazione  irakeno Yassem, il quale annuncia che alcuni prigionieri alleati saranno fatti sfilare in tv. Tra questi il ministro sottolineava che vi erano anche degli italiani. Il Tg2 smentisce la notizia in maniera categorica, e forse anche un po' grossolana. La smentita ruota attorno alla comprensibilità delle parole del ministro irakeno, nella traduzione dall'arabo all'inglese... Ecco come il notiziario del Tg2 la mattina stessa esordisce: “Nella frase c'era la parola The Time, cioè il tempo, che è stata fraintesa, questo ce l'ha spiegato un nostro collaboratore che conosce l'arabo, con italians, cioè italiani”.

 

Nel tardo pomeriggio, l'agenzia Italia e l'Associated Press da Nicosia, che diventerà uno dei principali punti di smistamento delle notizie, inviano dei dispacci in cui riferiscono che secondo la televisione iraniana soldati di nazionalità italiana sarebbero stati mostrati dalle antenne irakene.

 

A tal punto il Tg1 inizia ad interessarsi al fatto dando la notizia nelledizione del pomeriggio, immersa, però, dentro una grande quantità di condizionali. Come se non bastasse Studio Aperto trova un'altra fonte, un radioamatore che asserisce di aver sentito la voce di Cocciolone, uno dei prigionieri presunti, captando la trasmissione via radio. Sarà Peter Arnett dalla CNN a suffragare ogni dubbio: la notizia è confermata.

 

Analisi della comunicazione aberrata

 

Il sistema circuitale delle comunicazioni di massa, come abbiamo visto, caratterizza la società planetaria liberale, riunendola in un unico villaggio globale. Durante la Guerra del Golfo, l'Irak rimase isolato dai flussi informativi, per cui dopo l'esposizione televisiva dei prigionieri le antenne vennero bombardate e l'apparato statale irakeno utilizzò la radio come mezzo di propaganda militante. Ritornarono a galla, dopo cinquant'anni, le stesse metodologie comunicative utilizzate da Hitler e Mussolini.

 

Il Rais ha continuamente giocato con i messaggi, creando molto spesso caos sia informativo che diplomatico. Se messi in relazione al sistema informativo occidentale i messaggi sibillini radiofonici di Saddam possono essere considerati “messaggi aberrati”.

 

Con la fase della comunicazione aberrata entriamo nel vivo della macrotrama. Data l'impossibilità da parte della televisione di seguire la guerra nei campi di battaglia  l'attenzione si concentra principalmente sulle mediazioni internazionali.

 

E' la sesta puntata e Radio Bagdad, captata a Nicosia dalle strutture informative della Società Planetaria Liberale, annuncia che l'Irak è pronta al ritiro dal Kuwait. E' il Consiglio del Comando della Rivoluzione a firmare il comunicato, in realtà è Saddam Hussein che si nasconde dietro questo apparato... Come poi spiegherà Peter Arnett, molto spesso il Rais parlava dietro quest'organo. Il testo della traduzione dall'arabo, lascia molti spazi di ambiguità, tanto che sia la Casa Bianca che l'Opinione pubblica hanno difficoltà di decodifica.

 

La volontà espressa dal fantomatico Consiglio sembra quella di adottare la risoluzione 660 delle Nazioni Unite, quella in cui si chiede il ritiro incondizionato dal Kuwait. Successivamente però viene chiesto l'immediato ritiro delle forze alleate dal Golfo, il ritiro di Israele dai territori occupati e infine il ritiro delle truppe siriane dal Libano.

 

Per le strade di Bagdad, intanto, la CNN riprende scene di gioia collettiva. Il comando militare distanza in Arabia saudita riceve la notizia dal network americano... Al Pentagono vi è ottimismo. Il mondo arabo che fiancheggia gli alleati è fiducioso. Ma la fiducia e l'ottimismo passeranno presto, dopo che lo staff di Bush riconosce quella di Saddam come un'abile mossa propagandistica.

 

Nella settima e ottava puntata Saddam continua a tessere le trappole informative. Cerca la mediazione con l'Unione Sovietica ma al tempo stesso incita il suo popolo attraverso i discorsi radiofonici. Attraverso una rapida analisi semiotica di uno di questi testi, scopriamo che sono presentitermini ripetuti in modo ossessionante, come ad esempio Rifiuto e Ritiro aperti dalla parola Aggressione e chiuse dalla parola Battaglia. Il dittatore ripete lo stesso concetto più volte, basandosi su un modulo narrativo fisso:

 

“Hanno rifiutato di trattare con noi e adesso vogliono il nostro ritiro. Ci hanno aggrediti, ma noi combatteremo...!”

 

Un concetto questo che tende a far presa sull'orgoglio nazionale. Due sono i punti di maggiore interesse attorno al modulo narrativo fisso, supportate da strutture linguistiche tese alla mistificazione. Da un lato viene colpito il sentimento religioso:

 

“Privare l'Irak di tutte le sue caratteristiche, della sua fede...”

“Vogliono sacrificare il nostro popolo”

 

Poi Saddam accusa l'occidente di fare il gioco che lui stesso fa:

 

“Guardate cosa fa Bush, dice una cosa e ne fa un'altra”

 

Il giorno seguente a questo comunicato, il poratvoce di Gorbaciov, ultimo Presidente dell'Unione Sovietica, annuncia l'accordo con Tarek Aziz, ministro degli Esteri irakeno, mente strategica dell'operazione mediatico-diplomatica.

 

Giallo diplomatico

 

Nella nona puntata ci troviamo di fronte un ultimatum dell'Alto comando americano al governo irakeno, e a poche ore dalla scadenza quest'ultimo crea un tilt informativo allo scopo di far slittare l'ultimatum.

 

Sullo sfondo i piani di pace che si accavallavano tra loro. In primo piano una seduta delle nazioni Unite, nella quale l'ambasciatore irakeno annunciava che il suo governo “Ha risposto positivamente alla dichiarazione americana”...  Questo fu il messaggio uscito fuori dal palazzo di vetro. Un messaggio ambiguo, poiché non si capisce a quale dichiarazione americana l'ambasciatore voglia riferirsi. Tra le conferme e le smentite che si susseguono a ritmo incalzante, la tela della comunicazione aberrata si ingrandisce, tanto da trasformare la notizia in oggetto di valutazione assolutamente differenziate sia per ciò che riguardava l'amministrazione americana che i media. C'è chi pensa, addirittura, ad un colpo di stato in Irak, tanto che l'ambasciatore americano all'ONU Pickering chiede al collega irakeno a nome di quale governo stesse parlando. Dalla CNN invece il corrispondente dal Dipartimento di Stato fa l'ipotesi che l'Irak avrebbe accettato la dichiarazione americana solo se a chiederlo fosse l'ONU.

 

La comunicazione sull'esercito

 

L'undicesima puntata è il punto massimo di espressione della comunicazione aberrata. Questa volta anziché essere di una scelta propagandistica pianificata, si tratta di assolvere ad una funzione di tipo spiccatamente militare...

 

Il grande attacco è stato mosso, mentre la diplomazia si prodiga a fermare la fase finale del conflitto. Da Nicosia viene inviata una notizia, rimbalzata tramite l'Associated Press in tutto il mondo. Sembra che da radio Bagdad sia stato lanciato un messaggio secondo il quale saddam avrebbe ordinato alle forze di ritirarsi. All'ONU nessuno ne sa niente, tanto meno l'ambasciatore irakeno. Notizia certa è che i servizi di intelligence  dell'esercito americano hanno confermato “intensi movimenti di truppe dal Kuwait all'Irak...” Ecco che viene nuovamente a saturarsi il circuito informativo.

 

Il mistero verrà svelato poche ore dopo. Il comunicato era stato effettivamente lanciato da radio Bagdad, ma non in quanto annuncio alla popolazione, bensì diretto alle forze armate. Un comunicato teso a dare indicazioni agli ufficiali dell'esercito irakeno: indietreggiare le forze di terra disponendole per la difesa.

 

La radio costituisce l'unico strumento di comunicazione tra il comando militare e il fronte della guerra , e dato che la necessità militare è quella di non disperdere le truppe, probabilmente Saddam ha pensato bene di evitare l'errore di Hitler in Russia, quando l'assenza di informazioni sul fronte di guerra fu uno dei motivi della disfatta nazista.

 

I PROCESSI IN  TV E LA SINDROME DI CLITENNESTRA          

 Questo studio è stato realizzato all'interno della Cattedra di Sociologia delle Comunicazioni di Massa dell'Università di Catania, nell'anno accademico 1996.

 

1. Le schegge di realtà anomale

 

Il processo penale  è un efficace sistema di comunicazione per l'identificazione del "sociale" con la coscienza collettiva. Al suo interno convivono molti degli elementi fondanti della vicenda umana: il bene e il male, le regole, le sanzioni. Proprio per questo la dinamica processuale si scandisce in  dinamica narrativa, attraverso la quale vengono raccontati eventi più o meno tragici, connotati da delitti. La rappresentazione del male come rito collettivo si sviluppa sull'intreccio del racconto, il quale deve trovare risposte tese alla salvaguardia del modello sociale messo in discussione dall'atto criminoso. Il processo diventa così il "luogo di risoluzione mitico" della trasgressione al tabù, nel quale l'azione criminale viene posta all'attenzione della comunità come modello negativo di riferimento.

 

E' una scena, quella all'interno della quale vengono narrati gli accadimenti, dove gli "attori" si muovono in ossequio a funzioni inerenti al proprio ruolo, che hanno scelto di "interpretare" in precedenza. "Il processo penale mira ad inserire schegge di realtà anomale e preoccupanti nella compatta e tranquilla routine quotidiana... Incontriamo la realtà vista attraverso l'ottica dei rappresentanti dell'ordine, socializzati, appunto, a mantenere ordine nella realtà, indotti dal loro ruolo a difendere la vita quotidiana definendo in maniera decisa l'accettabile dall'inaccettabile, il bene dal male..."

 

In tutte le narrazioni vi sono protagonisti e figure secondarie: qui il protagonismo è determinato dalle funzioni dell'accusa e della difesa. Gli altri, in un certo senso, vivono per simbiosi: l'imputato innanzitutto, che pur caratterizzando  l'azione che costituisce il contenuto del processo, è quasi del tutto passivo sulla scena. Il giudice, il quale ha il compito di garantire che tutto si svolga all'interno delle regole. Infine, la giuria, che stabilisce se esiste una trasgressione della legge. I meccanismi che fanno da perno al protagonismo dell'accusa e della difesa vengono innescati al fine di costruire due realtà antitetiche, sulle quali si struttura il racconto. Se il fine dell'accusa è la salvaguardia dell'ordine costituito, quello della difesa è di dimostrare che l'imputato è innocente, oppure patteggiare la pena innanzi alla prova del reato. "Il difensore nel procedimento penale presenta la propria costruzione della realtà... Egli difende il suo assistito dinnanzi ai giudici ma lo difende anche nei confronti dell'altro generalizzato".

           

2. I Tipi sociali

 

Lo sviluppo di un evento drammatico,  nel momento in cui viene descritto alla società, si propone come presa di coscienza della realtà, di cui rende partecipi i cittadini. Le radici di questo tipo di  rappresentazione possono essere rintracciate nella tragedia greca. Se Clitennestra uccide il marito Agamennone, la sua mano è armata dagli dei o l'atto deriva da una sua volontà preordinata? Due verità a confronto, rappresentate e rese problematiche dal teatro. Attraverso la tragedia di Eschilo la città scopre il delitto e s'interroga su di esso; prende se stessa come oggetto di rappresentazione, mette in causa il "sociale", ponendosi in termini dialettici col suo mondo mitico, portando il mito vicino al cittadino.

 

La forma espressiva della tragedia può fornire un' interessante chiave di lettura per comprendere il legame tra rappresentazione dell'evento drammatico e comunità: un legame sinergico, il cui contenuto simbolico è finalizzato alla consapevolezza della collettività, e il cui rapporto con l'autorità è ancestrale. Il senso dell'autorità, in quanto ordine superiore, è espresso dalla simbologia legata agli dei antropomorfi, le cui più alte rappresentazioni possono essere rintracciate nei poemi omerici, ripresi appunto dagli autori drammatici. "E' possibile che il senso d'atterrita pietà ancora spirante nella tragedia greca per la sorte dell'individuo abbandonato come un fuscello alla incurante ferocia degli dei sia un residuo dell'antichissimo terrore dell'uomo verso i cataclismi naturali, contro i quali aveva si debole difesa".

Il rapporto tra rappresentazione dell'evento drammatico e comunità può essere considerato un elemento di statica sociale, che coinvolge tutte le epoche. Va però contestualizzato nell'ambito delle due tipologie che vogliamo esaminare: società tradizionale (teatrale) e società di massa (televisiva). Ci è utile comprendere i due "tipi sociali" sulla base di differenze e somiglianze che, di rimando, coinvolgono l'uso sociale dei mezzi di comunicazione. Alla base del processo di rappresentazione sta la relazione "individuo-società". Utilizzando i paradigmi durkheimiani, individuiamo il significato della società nell'interazione delle coscienze individuali che formano un'autonoma coscienza collettiva, che si   erge     ad    autorità   morale,  senza la quale l'uomo non potrebbe realizzare se stesso. La natura umana, dunque, non può essere che sociale: "Competizione, diffidenza, gloria mostrano l'essenza che sta al fondo di tutte le costruzioni sociali della realtà... Ogni determinazione storica della società è solo una forma di cui il sociale si riveste...".

 

Nella dialettica tra "società e sociale" risiede il senso dell'evoluzione delle due tipologie... La società tradizionale è una società fortemente stratificata, dove non si dà voce  all'individualità, quindi la funzione del soggetto coincide con quella del gruppo di appartenenza, che dà senso al sociale. La società di massa è invece debolmente stratificata; al suo centro sta l'individuo con la sua capacità di mobilità sociale, autonoma  dalla coscienza collettiva. "L'economia borghese, attraverso il valore di scambio, libera il sociale dalle sue determinazioni storiche, culturali e simboliche, dunque dalla stessa società, al punto che sociale e valore di scambio coincidono...".

In sostanza, nella società tradizionale l'indole sociale dell'uomo era collegata alla finalità della natura o degli dei, mentre nella società di massa l'indole sociale può svilupparsi illimitatamente, in quanto processo infinito di capitalizzazione.

              

In merito alla rappresentazione dell'evento possono esservi due piani di osservazione: il mezzo di comunicazione ed il rapporto tra pensiero sociale e pensiero giuridico. Per ciò che concerne la storicizzazione del mezzo ci sembra pertinente ricordare l'approccio di McLuhan in relazione agli effetti di nuove tecnologie comunicative sugli scenari sociali, come produttori di processi di alfabetizzazione: "Coloro che per primi sperimentano l'affermarsi di  una nuova tecnologia, sia esso l'alfabeto o la radio, rispondono calorosamente poichè i nuovi rapporti tra i sensi che all'improvviso si instaurano per la dilatazione tecnologica dell'occhio e dell'orecchio, pongono davanti a loro un mondo nuovo e sorprendente che fa intravedere un nuovo e vigoroso rinserrarsi, ovvero un nuovo modello d'intreccio tra tutti i sensi insieme... Ma lo shock iniziale gradatamente svanisce mentre l'intera comunità assorbe le nuove abitudini in tutti i settori di lavoro e di scambio. La vera rivoluzione ha luogo in questa seconda fase di adattamento al nuovo modello di percezione creato dalla nuova tecnologia".

             

La tragedia greca vive dell'influsso rivoluzionario che la nascita d'una lingua strutturata come l'alfabeto ha per l'intera civiltà. Attraverso il linguaggio alfabetico inizia l'elaborazione  compiuta del mito, rappresentato dal teatro sotto forma di conflitto permanente. Nella società televisiva, il processo di adattamento all'alfabetizzazione è molto più veloce, e la produzione d'una mitologia di massa risponde alle esigenze di consumo proprie al sistema capitalistico.

           

Se i punti in comune sono l'alfabetizzazione e la costruzione d'una mitologia, esistono delle naturali differenze inerenti al ruolo del pubblico e alla funzione sociale. Il pubblico nella tragedia è partecipe, assiste in prima persona all'evento come risultato di un "atto di purificazione" che precede la rappresentazione. Il teatro da spazio d'interazione comunicativo assurge a sistema di significazione simbolica, nella determinazione dei valori propri alla collettività. Sull'identificazione d'un sistema di significazione simbolica si fonda il senso stesso della comunità sociale, elemento centrale su cui si forma la coscienza collettiva. Simboli di appartenenza e condivisione esperienziale formano i pilastri del sistema normativo a cui l' "uomo sociale" fa riferimento. Il mezzo di comunicazione è la fonte di un'attività rituale, a cui è demandato il compito di regolare l'immaginario collettivo e incardinarlo nell'ordine sociale.

 

Nella società di massa è la televisione a rispondere alle esigenze dell'attività rituale, tesa a sviluppare un processo emozionale, puntando su oggetti e situazioni sociali definite, che si trasformeranno in senso di appartenenza. Il mezzo esprime le sue dinamiche comunicative in maniera direttamente proporzionale al tipo di legame sociale. Si tratta di una società "compartimentata", dove non è l'individuo a recarsi al "tempio", ma è il messaggio che arriva direttamente a casa sua, in un processo di omologazione sociale individualizzato.

              

A proposito del secondo piano di osservazione ripetiamo che la problematicità dell'evento rappresentato si sviluppa in una tensione continua tra valori giuridici e tradizione. Il "caso Clitennestra" è emblematico di un'azione sociale, che può essere determinata da due fattori:  dalla volontà o dalla determinazione divina. Siamo ancora in una fase in cui il diritto non ha una compiuta significazione nella comunità. Aristotele parla di "atto morale", che rappresenta le modalità d'azione situazionale: compiuto per costrizione esterna  o per proprio piacimento... In questa fase il concetto di "colpa" è labile, perchè nel primo caso non sarebbe sanzionabile.

Ma, insomma, Clitennestra è colpevole? La "realtà giuridica" rappresentata e resa problematica dal coro sottolinea la premeditazione e sottintende la sanzione. La controrealtà di Clitennestra, la difesa, pur ammettendo la premeditazione si richiama agli dei che hanno armato la sua mano sacrificale.

              

Con la laicizzazione del diritto, compiuta in tempi moderni, i concetti di responsabilità e colpa assumono una connotazione diversa. Il diritto infatti diventa lo strumento razionale di una società razionale, teso a garantire l'individuo. Secondo Hegel, il diritto rappresenta in termini assoluti la libertà autocosciente: è proprio in virtù del diritto che l'individuo esiste in quanto persona. La nascita della società borghese segna in sostanza l'avvento dell'autonomia sociale dell'individuo in rapporto alla società, quindi il soggetto è proprietario di se stesso, nel rispetto delle potenzialità individuali. Ecco  il concetto di autodeterminazione, come diritto di proprietà.

 

3. Spettacolarizzazione e costruzione simbolica

 

Il problema della rappresentazione televisiva si pone nel momento in cui, a causa della spettacolarizzazione, il medium può snaturare il senso del rito processuale. Quando il processo penale viene ripreso dalle telecamere, soprattutto se in diretta, si corre il rischio che esso perda la sua funzione giuridica per modellarsi al semplice intrattenimento. Questo può accadere a causa del fatto che le modalità espressive del messaggio, nella neotelevisione, non sono univocamente proprie ad un genere, per una sorta di commistione tra fiction, intrattenimento e informazione, generi del palinsesto che ormai vivono simbioticamente.

               

Nel mondo dell'informazione questa omologazione ai ritmi dello "Show" provoca spesso e volentieri delle cadute, trasformando il "luogo della conoscenza" in un "circo mediatico". Gli elementi propri alla spettacolarizzazione del processo televisivo sono da un lato l'enfasi amplificatoria, che può essere utilizzata a fini manipolativi, a cui si aggiunge il "modo di raccontare" proprio ai meccanismi della fiction. "Qualsiasi mezzo di pubblicizzazione del rito processuale non è uno strumento neutrale di illustrazione di ciò che accade, ma può essere portatore di messaggi parziali, enfatizzati o scoloriti, e comunque fuorvianti".

                

In merito al "modo di raccontare" ricordiamo che il processo penale è tradizionalmente una delle ambientazioni televisive più caratterizzanti del racconto mimetico con la realtà, ponendosi come modello esplicativo della realtà stessa: Perry Mason ne è l'esempio ricorrente. Il rito processuale è uno spaccato della realtà (così come la guerra) su cui la fabbrica culturale ha tradizionalmente costruito una notevole fetta dei prodotti di fiction destinati all'immaginario collettivo. Questo perchè l'iter processuale si presta a soddisfare le esigenze espressive di cinema e televisione. "Si ritiene che la forma narrativa non abbia a che vedere soltanto con uno specifico atto semiotico, ma che essa costituisca in generale uno dei modi fondamentali tramite i quali noi rappresentiamo, innanzitutto noi stessi, gli eventi cui assistiamo o del cui accadere veniamo a conoscenza".

              

Un evento rappresentato mediaticamente può esprimere il modello simbolico di una tipologia sociale, e attraverso tale meccanismo si ha la costruzione di una mitologia che ha come vettore il linguaggio. Prendendo per buona l'accezione di Barthes, possiamo dire dunque che il mito è un sistema di comunicazione che non si definisce dal suo messaggio, ma dal modo in cui lo si proferisce. Oggi al mondo dell'informazione, anche se non soltanto ad esso, è demandata la funzione di creare miti. C'è anche da dire che, come nel passato, anche oggi il mito possiede una funzione totemica, per cui soggetti e oggetti veicolati dai media assumono forte valore simbolico.

              

Sappiamo dunque che solo per il modo di trattare un argomento o un personaggio, l'informazione li può tradurre in simboli e miti. Dobbiamo dunque chiederci: la rappresentazione mediatica, data questa sua potenziale capacità, può contribuire alla costruzione di una realtà esterna, magari alternativa a quelle espresse nel processo? Se ciò fosse vero, quali sono le ragioni che pongono in essere questo tipo di esperienza?

              

Abbiamo visto in precedenza come nella nostra epoca la realtà sociale abbia acquistato autonomia dalla società, liberando le possibilità di sviluppare l'indole dell'individuo... E' possibile che questo abbia determinato una linea d'ombra nell'identità del soggetto sociale, allentata dal medium televisivo. Se questa è un'ipotesi, di certo c'è che la televisione deve comunque collegarsi al sociale per fare audience e quindi avere peso nella società. 

              

Se la dinamica sociale s'incardina in quella processuale, è possibile che venga a generarsi l'autoreferenzialità del sistema informativo. In altri termini, se il rito processuale viene condizionato dalle dinamiche proprie al sociale, attraverso l'intervento dei media, questo non può che alimentare il sistema informativo, che seguirà i suoi percorsi autonomamente rispetto all'iter giudiziario. Il sistema informativo, nutrendosi di "sociale", è pronto così a contribuire alla costruzione di una realtà da porre, appunto, all'attenzione collettiva. Una realtà esterna che sottolinea come il concetto stesso di Diritto possa essere alterato. Se se ciò avvenisse dovremmo rivedere un altro concetto ad esso collegato: la "colpa". Nel momento in cui una sentenza di  tribunale fosse frutto dell'umore sociale, anzichè delle prove, il concetto di colpa verrebbe traslato e ritornerebbe ad assumere una funzione non più razionale e normativa ma etico-umorale: ecco la "Sindrome di Clitennestra" che ritorna nella civiltà massificata...

 

4. I modelli giuridici

 

Nella storia giuridica americana, soprattutto recente, i casi di potenziale condizionamento mediatico sono stati numerosi,  e molti di questi, sia che si trattasse di uomini pubblici o di perfetti sconosciuti, hanno connotato il momento storico e la tipologia sociale, in quanto modelli di riferimento.

              

Abbiamo già detto che la "trama" dell'iter processuale si struttura attorno al protagonismo dell'accusa e della difesa; nella tradizione forense americana questa situazione viene tradotta nel detto per cui la giuria non deve stabilire se esiste un colpevole, ma chi è il miglior avvocato... Infatti la figura del "Prosecutor" possiede delle caratteristiche particolari, da cui si evince la differenziazione sistemica dell'apparato processuale americano da quello italiano, pur trovandoci in ambo i casi di fronte a modelli accusatori. Il Prosecutor è un avvocato e non un magistrato come il nostro Sostituto Procuratore: il suo dovere, ovviamente, non è di ottenere la condanna dell'imputato ma di fare giustizia, ma il problema nasce dal fatto che questa condizione viene rispettata solo nella fase che attiene alla ricerca delle prove. Nella fase dibattimentale questo ruolo viene stravolto per consuetudine, trasformandolo in una sorta di "partisan prosecutor", il cui intento è quello di ottenere a tutti i costi una condanna. "L'impulso di vincere del prosecutor deriva non solo dal suo interesse ad ottenere  un gran numero di condanne utilizzabili come biglietto da visita elettorale, ma anche dal fatto che la quasi totalità dei componenti degli uffici dell'accusa provengono dalle file degli avvocati e sono quindi naturalmente portati ad assumere nel dibattimento un atteggiamento marcatamente di parte". Questo elemento può essere rivelatore di una precisa condizione del processo americano, nel senso che esso rappresenta non un modello dominante in sè, ma uno dei possibili modelli simbolici. Il contrario avviene in Italia, dove il sostituto procuratore è un magistrato che rappresenta la certezza della legalità. La problematica che oggi investe il sistema giudiziario italiano, che secondo alcuni, potrebbe inficiare tale certezza, riguarda la separazione delle carriere tra magistrato inquirente e giudicante, funzioni che nell'attuale ordinamento possono essere ricoperte dal magistrato tout court.

               

Nel processo penale del sistema americano la parità giuridica tra le due parti processuali si trasforma nella parità delle significazioni simboliche espresse dalle costruzioni della realtà che si contrappongono. Queste "realtà" prendono forma attraverso la tecnica di escussione testimoniale, che implica appunto modalità narrative determinanti del raccontare, su cui si edificano i modelli simbolici di riferimento. "Direct examination" e "Cross-examination" sono gli strumenti dibattimentali della difesa e dell'accusa per procedere negli interrogatori, strutturando il percorso delle rispettive "realtà".

               

La difesa utilizza la direct examination facendo leva su due punti di forza: il concetto della presunzione d'innocenza, per cui nel dibattimento essa possiede ampi margini di aggressività, al fine di scongiurare che un innocente  venga condannato. Inoltre, vi è dalla parte dell'imputato la regola secondo cui l'accusa deve riuscire a provare la colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio...

               

Il sistema giudiziario italiano, pur ristrutturato dal nuovo codice, risponde a dinamiche sociali diverse da quelle insite nello scenario statunitense. Il rito accusatorio non pone al centro della scena di rappresentazione  l'accusa e la difesa come elementi di un processo dialettico tra tesi e antitesi. Si può ipotizzare che ciò avvenga anche in conseguenza di una peculiare e doppia tipologia sociale. Da un lato, un livello di criminalità interagente con lo Stato, che hanno portato a Tangentopoli e ai grandi processi per mafia, che per essere gestiti avevano bisogno di "Pool" inquirenti data l'imponenza delle inchieste. I processi, in tal modo, non possono che essere gestiti ancora sui verbali. Dall'altro lato, un sistema informativo che per essere tradizionalmente legato all'establishment politico, non ha potuto e saputo svolgere la sua funzione originaria di portavoce della collettività e di denuncia sociale. Per un processo entropico, questo ruolo negli anni novanta  è stato assunto dalla magistratura. Nell'ambito dei grandi processi di devianza di massa il sistema informativo non ha fatto altro che rendere conto dei fatti giudiziari, inseguendo notizie, ottenute sulla base di rapporti preferenziali con magistrati e funzionali agli interessi di questi ultimi.

             

Abbiamo accennato a questi punti come possibile retroterra di un'azione mediatica nei "casi" giudiziari, per offrirne alcuni esempi significativi in relazione al paradigma della "sindrome di Clitennestra".

 

5. Processo Simpson

 

Nel processo Simpson l'elemento che ha caratterizzato la sentenza di assoluzione è stato il dubbio. La difesa è infatti riuscita ad insinuarlo nella giuria,  anche minando la credibilità dei testi attraverso la cross-examination. Il perno di tutto il procedimento accusatorio era rappresentato da un detective, Mark Fuhrman, il quale  trovò la prova schiacciante dell'omicidio: il guanto insanguinato... La difesa, indagando sul detective, e facendo leva su una certa ambiguità e approssimazione nella raccolta dei referti, costruisce una controrealtà...

               

Fuhrmann, secondo il "dream team" di difesa, preleva quel guanto dalla scena del delitto e lo colloca nella villa di Simpson esclusivamente perchè è un razzista, appoggiato dalla polizia di Los Angeles. L'attore diventa il capro espiatorio. La difesa riesce a trovare una registrazione nel quale Fuhrmann esplicita il suo razzismo, esprimendosi con i peggiori epiteti nei riguardi del suo capo, che è casualmente  la moglie del giudice del processo, Ito, il quale, dopo aver sentito la registrazione, scoppia in una crisi di pianto.

               

Ecco che il principale problema dibattimentale non è più la colpevolezza di Simpson, che non ha un alibi, e che tutta l'America ha visto in Tv in una rocambolesca fuga subito dopo l'omicidio, ma la prova che il suo accusatore è un razzista. L'odio razziale diventa la controrealtà del processo, stigmatizzata dalla difesa e massificata dai media; "realtà"  questa che in una città come Los Angeles, luogo in cui si svolse l'atto criminoso e teatro di una rivolta urbana per questioni razziali, poteva avere effetti deflagranti.

              

Così, la "sindrome della rivolta", fattore esterno al processo, sembra essere stata la motivazione che più di ogni altra, ha indotto la giuria a scagionare Simpson. In tale situazione che funzione hanno avuto i media? Senza l'amplificazione del sistema informativo, il collegio di difesa di Simpson avrebbe comunque potuto sfruttare efficacemente l'odio razziale per capovolgere l'assetto del processo? La risposta è implicita poichè la serialità rituale del sistema mediologico, nella mimesi con la fiction, ha costituito lo strumento in mano alla difesa al fine di erigere un modello simbolico alternativo a quello rappresentato dai "Prosecutors" in nome dello Stato. Vi è stata probabilmente la riformulazione del tabù sociale, attraverso i media, dal delitto al razzismo. Ecco il modo in cui viene azionato il paradigma della "Sindrome di Clitennestra", attraverso cui un fattore, esterno ai contenuti del dibattimento, condiziona l'esito finale del processo...  

 

6. Processo Bobbitt

 

Il processo  Bobbitt rappresenta un evento davvero straordinario, che solo in parte ha a che vedere col fatto di giustizia: la vicenda non è una storia ma è la storia. Non siamo cioè di fronte ad un particolare evento delittuoso, ma ad una situazione sociale tipica della società   americana,   che   è    di  per sè      un modello

 simbolico.

              

John e Lorena sono due giovani sposi, vivono nelle campagne della Virginia. Lei viene dall'Ecuador, e non parla neanche troppo bene l'inglese. Lui è un ex marine a cui piace bere e pavoneggiarsi. Una coppia in crisi, con tanti sogni irrealizzati, che diventano piccole e laceranti meschinerie quotidiane. Presto la loro diventa una vita infernale. Lui torna spesso a casa ubriaco e picchia la moglie in modo selvaggio. Spesso la obbliga a sottostare alle sue voglie sessuali. Giorno dopo giorno si consuma una tragedia domestica fatta di violenza e di stupro...

               

Questa è la storia di John e Lorena Bobbitt così come, mediamente, è stata veicolata dalle cronache giornalistiche, ma potrebbe essere la storia di centinaia di migliaia di donne americane ed europee che vivono il dramma della violenza domestica, come anche il soggetto di un film o  il segmento di una soap opera. Cos'è allora che li distingue? Cos'è, insomma, che distingue la realtà dalla finzione? In questo caso nulla, nel momento in cui sia l'una che l'altra sono "mediatizzate" dalla televisione. Posseggono gli stessi meccanismi narrativi, sono ambedue specchio di un sociale e modelli esplicativi della realtà.

               

La notte del 23 giugno del '93, John, rientrato a casa ubriaco, costringe la moglie a pratiche sessuali sadomasochistiche contro la sua volontà. La donna allora reagisce, dopo la violenza, evirando il marito con un coltello da cucina. La domanda da porsi, dal punto di vista giuridico, è se l'atto del marito può essere considerato uno stupro. Questa, infatti è l'accusa che viene rivolta al giovane da un tribunale, da cui viene scagionato. Se non c'è stata violenza sessuale allora l'atto della moglie può essere perseguibile, e così sarà, visto che Lorena viene a sua volta incriminata per aver evirato il marito...           

              

Il processo viene ripreso in diretta dalla CNN e dalla Court Tv, una rete televisiva specializzata in avvenimenti giudiziari. La comunità sociale si specchia nella storia, confrontandosi con le contraddizioni del proprio tempo. 

    

Una società sessuofoba è quella in cui si specchia l'America, che ha rinunciato al valore della qualità per la quantità, tratto tipico del valore di scambio e della mercificazione dell'essere umano. Il sesso diventa il parametro di misurazione quotidiana del valore di scambio. Tutto ciò in un contesto in cui vengono sovvertiti i ruoli sociali, che, al di là delle rivendicazioni ideologiche del femminismo, trova nel ruolo della donna un protagonismo tradizionalmente sconosciuto. Una sorta di revanscismo maschile produce un "conflitto dei sessi", dove da un lato la donna, dal punto di vista dell'immaginario comunicativo, è icona di fisicità, tipica del valore di scambio appunto, dall'altro però è ormai entrata nei posti chiave dell'organizzazione sociale. Una condizione questa che crea fratture nell'ambito del privato, generando violenza.  Lorena Bobbitt, col suo gesto, fa accendere i riflettori sullo scenario domestico americano, che riporta, in termini di massificazione sociale, alcuni temi cari all'uomo contemporaneo. Uno di questi è la psicosi della castrazione, di freudiana memoria, dove il simbolo fallico assurge a mito di potenza permanentemente in pericolo.

               

E' dunque chiaro come in questo caso, prima che l'evento giudiziario si verifichi, si è di fronte ad un evento proprio al sociale, che, durante l'iter processuale, dal sociale prende legittimità, e questo ovviamente grazie alla mediazione televisiva che permette lo svolgimento del processo giorno per giorno nelle case americane, dove possibilmente si perpetrano le medesime violenze che ha dovuto subire Lorena, che a causa di un particolare ingranaggio giudiziario si trova nella condizione di imputata. Ed è proprio qui che entra in gioco la sindrome di Clitennestra, perchè grazie all'intervento esterno del sociale, tramite il livello mediatico, Lorena si trasforma da imputata in vittima...

               

Come nel caso Simpson, anche qui è determinante l'azione del collegio di difesa, che trasforma un dibattito processuale in un caso umano... Per far questo l'iniziale collegio di difesa tutto al maschile chiama al suo interno  una giovane avvocatessa, che possa trasmettere alla giuria processuale e a quella televisiva, le sensazioni e l'emozionalità femminile in un grave atto di violenza. Lisa Kemler fin dall'inizio invoca la legittima difesa e la temporanea infermità mentale, provocata dalla "sindrome della donna violentata". A tal punto ricostruisce l'immagine dell'imputata, un  look    semplice,   per sottolineare      le    caratteristiche somatiche del viso di Lorena intrise di ingenuità, quindi un diverso taglio di capelli. Di fronte ad una platea di duecentocinquanta milioni di telespettatori la Kemler crea il caso nazionale. Cita dati statistici: "il settanta percento delle donne che minaccia di lasciare il marito viene ucciso". Ha un atteggiamento fiero nei confronti del giudice, il quale per parte sua tiene a dimostrare alla nazione di avere rispetto nei confronti dell'avvocato donna. Nel frattempo la società si mobilita: dalle manifestazioni del movimento femminista, agli specialisti televisivi che si alternano nei dibattiti. Lorena è la vittima, da giudicare nel tempio sacrale del simbolismo televisivo. La sua significazione sociale viene modellata in funzione di un atto di trasgressione penale, che diventa atto di liberazione sociale, come se la sua mano fosse stata armata dagli stessi dei che armarono Clitennestra. Visto che gli dei del nostro tempo risiedono nel Diritto in quanto strumento di garanzia umana, la seminfermità legittima l'atto. Cosi Lorena diventa eroina della guerra dei sessi, una nuova Giovanna d'Arco, di cui si tenta di sacrificare il destino per giustificare il vacillante impero maschile, in questa America ossessionata dal sesso.

              

Ma il punto di maggiore sacralità pagana, che dà il senso a tutta la vicenda, televisivamente parlando, lo si ha con la testimonianza di Lorena, teatrale, per la tensione emotiva della ragazza, struggente, per il racconto della violenza. Racconto che l'avvocato difensore impone nei minimi particolari: "Mi prendeva come e quando voleva..." "Mi faceva male alla vagina..." La Kemler obbliga la ragazza a nominare chiaramente l'organo maschile, e a pronunciare con tutta schiettezza le cose subite. Ma Lorena non resiste. Il suo interrogatorio è cadenzato da un lungo e straziante pianto, che commuove l'America. Nell'arringa finale l'avvocatessa argomenterà la sua seminfermità strutturandola su una frase: "Ha visto il pene di lui contro la sua vita..."

              

Lorena sarà assolta;  la sua storia è rimasta nella memoria collettiva come modello di conflitto e liberazione sessuale del mondo contemporaneo. Una sentenza evidentemente dal valore umano più che giuridico, che sottolinea comunque la dinamicità della giustizia americana  a ridiscutere i rapporti tra sesso e diritto. Forse in questo caso la sindrome di Clitennestra ha avuto la funzione di impedire un' ingiustizia. Ma non è sempre così, come abbiamo visto per Simpson e come fu, in un certo senso, per Kennedy-Smith, nipote trentenne del Presidente JFK, accusato di stupro nei confronti di Patricia Bowman. La violenza fu consumata nella villa dei Kennedy a Palm Beach. All'evento era presente lo zio Ted, quello dell'incidente di Chappaquiddick. Determinante fu proprio la testimonianza del senatore Kennedy, a prescindere dalla colpevolezza o meno del ragazzo, e non tanto per la conoscenza dei fatti, ma per il richiamo ai suoi fratelli uccisi, che rappresentano il sacrificio dell'America per la libertà. Sia la giuria televisiva che quella processuale scagionarono il giovane Kennedy.

 

7. Processo Cusani

               

Col processo Cusani entriamo all'interno della prima grande esperienza del rito accusatorio nel processo penale in Italia, ma i suoi primati  non si fermano certo quì, perchè è un evento che racchiude in sè tutti gli elementi e le contraddizioni che hanno portato l'Italia ad una "rivoluzione giudiziaria", che ha permesso la caduta di un intero sistema politico. E' dunque chiaro che non siamo di fronte all'ordinarietà di un processo penale i cui delitti possono essere ascritti a fenomeni causali di devianza psicosociale, come uno stupro o un omicidio. Qui siamo di fronte ad un     fenomeno che è già stato definito di "devianza di massa",    ascrivibile a un tipo sociale all'interno del quale  sono state alterate le norme che regolano il sistema, generando un vuoto anomico. Ma Tangentopoli, con Milano come capitale, non è il solo fenomeno di devianza di massa del tipo sociale italiano. In questa categoria possono essere annoverati i grandi processi di mafia, che come capitale hanno Palermo. 

              

Dal punto di vista giudiziario la denominazione "processo Cusani" potrebbe essere errata; forse meglio sarebbe chiamarlo processo Enimont. Il conflitto tra denominazioni non è un banale gioco semantico, ma rivela di per sè una contraddizione in termini...  Sergio Cusani è il rappresentante della Montedison, accusato di illecito finanziamento ai partiti e falso in bilancio. Ma i "fatti in causa", come li definisce l'accusa, si sviluppano su procedimenti paralleli: "La corruzione di pubblici ufficiali

 in concorso con esponenti politici e in concorso con esponenti, amministratori e dirigenti della Montedison e della Ferfin..." In altre parole si sviluppa un procedimento di concussione e corruzione. In questi casi,  l'accusa si propone di determinare, rispetto ai risultati in divenire del processo, in che termini si possono ripartire le responsabilità. A tal proposito essa riesce ad ottenere la convocazione dei cinque segretari dei partiti di maggioranza dell'epoca, in qualità di indagati.

               

La linea difensiva mira ad ottenere una graduazione delle responsabilità, cioè a stabilire se abbia avuto più colpa Cusani dei politici corrotti o degli imprenditori corruttori. La difesa non punta  ovviamente sulla responsabilità di un uomo, ma sulla fisiologia di un sistema di illegalità a cui l'uomo non poteva sottrarsi... Questo processo è nei confronti dell'uomo o nei confronti del sistema di illegalità ai più alti livelli istituzionali? Per i media, inizialmente, il processo è all'uomo, per la naturale predisposizione narrativa del mezzo alla personalizzazione dell'evento; per l'accusa il processo è anche, e forse soprattutto, al sistema. Questa lettura è possibile per la presenza stessa del secondo troncone procedurale, che permette all'accusa di chiamare alla sbarra, come inquisiti, i maggiori rappresentanti del sistema politico. E' in questo campo che si oggettivizza la sindrome di Clitennestra...

               

Analizziamo i tre poteri sistemici in campo: sistema politico, sistema dei media e sistema giudiziario. Il sistema informativo in Italia ha tradizionali caratteristiche che lo differenziano dal modello statunitense,  perchè ha esautorato la propria autonomia  in ragione d'un processo simbiotico col potere politico. Una simile condizione ha tolto la possibilità al mondo dell'informazione di ergersi  a vero e proprio "Quarto potere", nella sua funzione di contrappeso al potere politico. I media non hanno quasi mai potuto svolgere un ruolo proponente, in linea con le aspettative del sociale, come nel modello americano, ma hanno registrato eventi, manipolandoli in difesa della parte politica ad essi più vicina.  I motivi di questa situazione storica sono diversi, fatto sta che il maxi scandalo di Tangentopoli, trasformatosi in "rivoluzione", non è stato prodotto dai media ma dalla magistratura. In questo contesto i media si sono trovati in una situazione mai verificatasi in precedenza, per cui i loro obiettivi sono confluiti in quelli della magistratura. "Ecco l'obiettivo strategico su cui gli interessi dei media-men e gli interessi dei magistrati coincidono: la creazione di una fascia di consenso quanto più larga possibile, la cui protezione serve per superare le soglie di insabbiamento, di autocensure, di connivenze che per tanti anni le avevano bloccate; e serve ai media, oltre che per vendere copie, per salvarsi dall'autodafè e legittimarsi di fronte a qualunque futuro inquilino del Palazzo (in alcuni casi - anche - per ritrovare il gusto per la professione)".

              

L'interazione tra la magistratura e informazione sposta l'asse del ragionamento su un nuovo versante, che attiene ai ruoli e alle funzioni ricoperte dai singoli sistemi. Se è la magistratura a tenere il gioco sulla circolazione delle notizie, che siano esse dibattimentali o confidenziali, ai media resta un'unica funzione, quella di legarsi alle aspettative del sociale, con l' "eroica" defenestrazione del potere politico, elemento esterno alle ragioni proprie del dibattimento: è la "sindrome del cambiamento". Adesso anche per i media il processo non è a Cusani ma al Palazzo. Impossibilitati a costruire una loro realtà, hanno assecondato del sociale l'umore del riscatto dal giogo di un Potere, quasi hobbesiano. Per i meccanismi insiti nei processi di costruzione della mitologia di massa prima descritti, l'umore del riscatto ha trovato facile rispondenza nella figura del giudice Di Pietro. Le ragioni sono diverse: in primo luogo perchè è stato l'inquisitore del sistema politico corrotto, colui il quale è riuscito a mettere alla sbarra i grandi potenti. E' infatti questo il momento più significativo del processo Cusani, ed è questo il segmento del dibattimento che connota il personaggio di fronte al sociale e lo rende epico ed eroico. Di Pietro è poi un uomo che parla il linguaggio della gente comune, poco lineare e a volte volutamente marcato (la frase "che c'azzecca" è ormai entrata nel lessico comune): è un giudice che sembra abbattere i tabù non solo dal punto di vista del potere, ma anche dell'immagine. E' vicino ai cittadini proprio perchè è uno di loro. Infine, nella sua originaria essenza, che richiama l'onestà e la pulizia, spiccano i suoi metodi, che sono dinamici, in alcuni casi forse troppo, e moderni, soprattutto nell'uso dell'informatica.

              

8. Funzioni e modelli

                

Dal punto di vista narrativo le dinamiche nei due modelli non divergono. In ambo i casi è presente una "sindrome di Clitennestra", originata dal meccanismo di identificazione col sociale, innescato dal "medium", in quanto elemento esterno al contenuto intrinseco del procedimento dibattimentale. Nel modello americano questo è un elemento tradizionalmente costante nella funzione dei media, mentre in quello italiano compare per la prima volta, poichè ci si è trovati quasi all'improvviso di fronte ad un complessivo slittamento di ruolo tra sistema politico, sistema giudiziario e sistema dei media.

              

I soggetti delle rappresentazioni mediali nei due modelli invece divergono. In quello statunitense il gioco tra realtà e controrealtà, quindi tra tesi e antitesi è strutturato attorno al protagonismo dell'accusa e della difesa, la quale utilizza i media al fine di azionare la "sindrome di Clitennestra", per mobilitare l'opinione pubblica su un fatto e trasformarlo da giudiziario, a umano, sociale, razziale o quant'altro.

              

Nel caso italiano (non possiamo parlare di modello poichè non esiste un universo di casi statistici  per considerarlo tale) non vi sono una realtà e una controrealtà, una tesi ed una antitesi tra accusa e difesa. Questo perchè l'interesse del dibattimento non è che un anonimo finanziere facesse da mediatore in fatti di corruzione, ma che tramite questo finanziere si potesse risalire nominalmente al ceto politico corrotto, e quindi inquisito nell'ambito del processo. Non essendoci nessuna realtà da contrapporre, dal punto di vista massmediologico, la via non poteva che essere quella di seguire l'umore sociale, non come tesi ma come cambiamento generazionale. L'eroe non può in questo caso essere "Perry Mason", cioè un avvocato e quindi un cittadino privato, ma colui il quale è istituzionalmente l'espressione della certezza e della supremazia del  diritto: il magistrato, l'inquisitore dei malvagi...

 

 

DIDASCALIE SULLE COMUNICAZIONI DI MASSA

Questa dispensa è stata usata per un seminario di Comunicazione politica presso la cattedra di Sociologia delle comunicazioni di massa dell'Università di Catania, nell'anno accademico1993/94 

 

1. Funzioni produttive e organizzazione aziendale

 

            Il diagramma della comunicazione di massa, formulato da Schramm, attiene all’organizzazione di emissione dei messaggi e delinea in sostanza le modalità di organizzazione dei mezzi di comunicazione di massa, in relazione alle funzioni produttive, regolate da norme e competenze proprie al sistema industriale e alla sua organizzazione aziendale.

            Le fasi del processo produttivo del sistema aziendale sono tre: Ideazione, Manipolazione, Distribuzione.

            Le idee e le informazioni trasmesse vengono affidati a due funzioni…

Funzione intuitiva – Concerne l’uso di fonti varie a seconda della tipologia del messaggio: agenzie di stampa o fonti ideologiche.

Funzione regolativa – Si avvale del cosiddetto “feedback deduttivo”, cioè a dire indicatori che una volta restituiti all’emittente, sottoforma di canali di ritorno, possono trarre fondate deduzioni in ordine ai problemi di diffusione (es.: indici di ascolto o tiratura dei giornali).

            A differenza della comunicazione interpersonale il messaggio assume una valenza economica per cui non è rivolta unicamente ad un soggetto ricevente ma ad un “universo ricevente”.

 

            In campo scientifico il dibattito apertosi a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta vedeva scontrarsi due scuole tradizionali: Comportamentisti e Fenomenisti.

 Il “comportamentismo”, nasce dalla psicologia behaviorista, il cui scopo è studiare il comportamento umano con gli stessi metodi sperimentali delle scienze naturali, e si basa sul modello “Stimolo-Risposta”. Su questo modello viene costruita la teoria dell’Ago Ipodermico, la quale asserisce che i media hanno un enorme influenza nel manipolare il comportamento umano che può essere neutralizzato da appropriati stimoli emessi dai media.

             Il modello “Stimolo-Risposta”, venne superato dall’Approccio empirico-sperimentale, che aggiunse un elemento fondamentale al modello comportamentista: “Stimolo-Organismo-Risposta”. Gli effetti sui media non sono gli stessi su tutti gli individui, ma vengono appunto mediati dalla specificità dell’organismo, attraverso meccanismi psicologici. Vediamo quali sono: a) Interesse ad acquisire informazioni; b) Esposizione selettiva; c) Memorizzazione selettiva; d) Percezione selettiva.

            A chiudere il capitolo delle “teorie taumaturgiche” fu J. Klapper, con uno studio dal titolo “Gli effetti delle comunicazioni di massa” del 1964. Attraverso una maestosa produzione scientifica, frutto di decennali ricerche, Klapper introduce il concetto di “effetti limitati”, secondo la quale i mezzi di comunicazione di massa, nella stragrande maggioranza dei casi, producono “effetti rafforzanti”, su opinioni, atteggiamenti e valori preesistenti alla ricezione dei massaggi. Gli studi klapperiani rappresentarono uno spartiacque generazionale, “punto di non ritorno” come venne definito dagli studiosi dell’epoca, con cui tutte le ricerche successive dovranno necessariamente confrontrarsi.

            Inghilterra, 1968. J. Blumler e D. McQuail analizzano, con un approccio metodologico nuovo, la vittoria del partito liberale durante le elezioni del ’64, nella ricerca dal titolo “Television in Politics”. Essi scoprono che il successo liberale è dovuto in parte all’alto grado di esposizione televisiva ai programmi del partito da parte di audiences assidui alle trasmissioni televisive, prescindendo dal loro contenuto. Questa teoria verrà ripresa qualche anno più tardi dallo stesso Blumler per aggiungersi ad altre ricerche, che porteranno alla nascita di un nuovo modello: “Usi e Gratificazioni”. Viene superato il concetto klapperiano di rafforzamento delle idee per approdare a quello delle “aspettative”: sapere per chi votare, stare aggiornati sulla campagna, crescita delle informazioni, percezioni di una scala d’importanza dei problemi.

            Con la fine degli anni settanta la ricerca scientifica compie un ulteriore passo in avanti con il modello di “Agenda-Setting”, il quale sostiene che i media non cercano di persuadere, ma descrivendo la realtà, forniscono una lista di ciò intorno a cui avere un’opinione. Da una prima ricerca condotta sulla campagna elettorale americana del ’72 si è poi scoperto che l’esposizione alle notizie televisive ha avuto una incidenza minore rispetto a quelle della carta stampata, poiché quest’ultima ha una più forte capacità di indicare la rilevanza di un problema.

            E’ comunque chiaro, rispetto ai dati dell’elaborazione scientifica, che l’effetto prioritario dei mass media è la “tematizzazione” degli argomenti. Un potere fondamentale nelle democrazie occidentali, poiché è indirizzato alla capacità di risposta del sistema politico.

 

2. La credibilità del medium

 

            Quando il pubblico vuole formarsi una idea credibile sulle questioni politiche, cerca la verità in qualche fonte d'informazione attendibile. La televisione  è spesso identificata come tale. Essa gode di un alto grado di credibilità. I motivi non sono inerenti solo al mezzo ma anche all'emittente e al tipo di messaggio. La Tv è ritenuta abbastanza acriticamente credibile, più della carta stampata, per quanto essa informi di più, e per questo può avere un migliore effetto persuasivo.

I motivi della maggiore credibilità della televisione non sono inerenti solo al mezzo ma anche all'emittente e al tipo di messaggio, per cui la credibilità è comunque subordinata a chi appare concretamente sul teleschermo.

 

3. I fattori legati al messaggio

Credibilità del comunicatore -

La reputazione della fonte è un fattore  che influenza i mutamenti d'opinione? Il materiale attribuito ad una fonte credibile produce un mutamento di opinione significativamente maggiore di quello attribuito ad una fonte poco credibile. Se invece la misurazione avviene dopo un certo intervallo di tempo, l'influenza della credibilità della fonte ritenuta non attendibile diminuisce a mano a mano che sfuma  l'immagine della fonte stessa e la sua non credibilità, consentendo quindi un maggior apprendimento e una maggiore assimilazione dei contenuti.

L'ordine delle argomentazioni -

In un dibattito, sono  più efficaci le argomentazioni iniziali (Effetto Primacy) a favore di una posizione o piuttosto quelle finali (Effetto recency) a sostegno della posizione contraria?  La ricerca ha concluso che pur in assenza di tendenze univoche, la conoscenza e la familiarità con il tema sembra andare di pari passo con l'effetto recency, mentre se i destinatari non hanno alcuna conoscenza  su di esso tende a presentarsi un effetto primacy.

- La completezza delle argomentazioni -

Occorre presentare un solo aspetto o tutti gli aspetti di un tema controverso? Se il tipo di audiences da persuadere è di parere opposto al candidato occorre presentare tutti i lati del problema , e la stessa cosa si può dire per una audiences ad alta scolarizzazione. Per le persone vicine al candidato e per le meno istruite, affrontare il problema da tutti i lati è controproducente.

- L'esplicitazione delle conclusioni -

 E' più efficace un messaggio che esplicita  le conclusioni o meno? L'efficacia della struttura dei messaggi varia col variare di alcune caratteristiche dei destinatari, e  gli effetti delle comunicazioni di massa dipendono essenzialmente dalle interazioni che si instaurano tra questi fattori.

 

4. Le Audiences

 

         Come abbiamo già detto, nella tradizione massmediologica una delle tematiche tra le più “problematizzate” è sicuramente quella che riguarda gli effetti dei media sull'audience. Per lungo tempo si è creduto che fosse il contenuto del messaggio l'elemento coaugulante del processo persuasivo, tanto da considerare l'audience come una massa anonima e inerme ai messaggi. La Teoria Critica dei francofortesi costituisce una roccaforte ideologica, che induce a pensare ai media in termini di apocalisse.

          Da McLuhan in poi, l'esperienza empirica e quindi la ricerca scientifica hanno chiarito che così non è, nè per ciò che concerne il tema di fondo che riguarda storicamente la televisione, cioè l'induzione alla violenza, nè di conseguenza, per la comunicazione politico-elettorale.

          Già negli anni sessanta la teoria degli effetti a lungo termine chiariva che non è il contenuto del messaggio in quanto tale a possedere effetti persuasivi, ma la sua esposizione nel tempo, cioè nel lungo periodo. Proprio sul lungo periodo si sofferma una delle ultime grandi ricerche condotta da J. Meyrowitz, che pone l'accento sul modo in cui i media anzichè persuadere creano scenari all'interno dei quali è possibile identificarsi.

            L'audience non è quindi una massa inerme, e l'elettore non è soggetto passivo di fronte all'invasione dei messaggi. Questo perchè egli si esprime all'interno dell'articolata rete delle relazioni sociali e interpersonali. L'elettore, cioè, fa parte di quelli che vengono definiti Gruppi primari e secondari, che esercitano una loro influenza.

 

5. Uses and Gratifications

 

           La ricerca sugli usi e gratificazioni, punta i suoi riflettori non su cosa fa la televisione allo spettatore, ma sull'uso che lo spettatore fa della televisione, poichè l'accettazione o meno di un messaggio dipende dalle sue capacità gratificanti. E' questa una linea teorica che si sposta dal modello comportamentista dello stimolo-organismo-risposta, allo struttural-funzionalismo.

 

                Postulato: La teoria sociologica dello strutturalfunzionalismo sottolinea la funzione dell'azione sociale, e non il comportamento, nella sua aderenza ai modelli di valore interiorizzati. Il sistema sociale nella sua globalità viene inteso come organismo le cui diverse parti svolgono delle funzioni di integrazione e di mantenimento al sistema.

 

In tal senso, anche se differenziamo i bisogni dalle funzioni è possibile concepire in termini funzionali la gratificazione dei bisogni percepiti dagli individui.   

 

           Esempio

Seguendo la lettura storiografica delle quattro fasi, nel processo evolutivo della società di massa, possiamo notare come i concetti di Usi e gratificazioni, nella terza società di massa, con la messa in opera del Villaggio Globale da parte della CNN, facciano da retroterra alla logica sistemica e di mercato della new television degli anni ottanta. E' la rappresentazione della quotidianità planetaria che viene prodotta dalla CNN per essere venduta, e che obbliga i networks a svecchiare la logica di strutturazione dei palinsesti. E' il cittadino planetario che deve scegliere, secondo i propri referenti, a quale spettacolo avvicinarsi. La televisione deve mettergli a disposizione quanto più materiale possibile: è il Supermarket dell'informazione.

E' per tal motivo che nella terza fase della società di massa, quella della messa in opera del villaggio globale, non è più utile parlare di audience indifferenziata ma di segmenti, dunque Audiences.

 

6. I fattori relativi all'audience nell'approccio Empirico-sperimentale

 

- Interesse ad acquisire informazioni - Correlata al ruolo dell'interesse e della motivazione a informarsi è la presenza di una  parte del pubblico che non possiede conoscenza.

- Esposizione selettiva - I componenti dell'audience tendono ad esporsi all'informazione congeniale alle loro attitudini e a evitare i messaggi che sono invece difformi. Le campagne di persuasione sono ricevute soprattutto da individui che sono già d'accordo con i temi proposti.

- Percezione selettiva - L'interpretazione trasforma e modella il significato del messaggio ricevuto, improntandolo alle attitudini e ai valori del destinatario, talvolta fino a mutare radicalmente il senso del messaggio stesso.

- Memorizzazione selettiva - La memorizzazione seleziona gli elementi più significativi per il soggetto a scapito di quelli più difformi o culturalmente distanti.

 

7. Two Step-flow of Communication

 

Tra messaggio e recettore interviene la mediazione dei cosiddetti leader d'opinione, che per una serie di predisposizioni personali sono maggiormente recettivi ai messaggi, che essi ritrasmettono, con la conversazione, cioè a livello di comunicazione sociale, alla rete informale  delle persone meno attente.

 

8. Teoria degli effetti limitati

 

             Postulato: L'efficacia dei mass media è analizzabile   soltanto entro il contesto sociale in cui essi agiscono. La loro influenza deriva più ancora che dal contenuto che essi diffondono, dalle caratteristiche del sistema sociale circostante.

 

            I mass media in generale e la televisione in particolare detengono un potere d'influenza che non si concretizza in effetti persuasori... Gli effetti maggiormente registrabili sono da una parte l'aumento dell'informazione  e dell'interesse politico, la crescita della partecipazione politica, la funzione di socializzazione politica dei giovani, la strutturazione di una scala d'importanza dei problemi politici.

 

TEORIA DEL MEDIUM E RIFONDAZIONE DEI CRITERI STORIOGRAFICI

 Questo laboratorio è stato realizzato all'interno della Cattedra di Sociologia delle Comunicazioni di Massa dell'Università di Catania, nell'anno accademico 1994/95.

 

1. Il nuovo approccio storiografico

McLuhan parte dal presupposto che storicamente l’emersione di un nuovo medium o sistema di comunicazione altera quello precedente, senza farlo scomparire ma ricodificandolo. Secondo lo studioso canadese, la nascita di un medium è strettamente connessa ad una riformulazione dello spazio sociale in relazione all’equilibrio sensoriale colpito. Per cui quando in una cultura si inserisce un nuovo medium esso modifica la funzione, i significati e gli effetti dei media precedenti. In tal modo egli rilegge la storia dell’uomo in tre grandi fasi, ognuna legata all’emersione di un medium: Società letterata, l’emittente dei messaggi è unicamente l’Autorità morale o politica, per cui i messaggi non possono che essere direzionali verso il popolo e quindi sacralizzati, per questo si può parlare di uomo diretto; Galassia Gutemberg, nasce il torchio a stampa, modificando i processi di scolarizzazione e i processi di produzione, l’uomo inizia a prendere coscienza di se stesso, per cui si può parlare di uomo autodiretto; Galassia elettrica, corrisponde al novecento, poiché si ha l’invenzione dell’elettricità e quindi dei medium elettrici, radio, televisione e media interattivi trasformeranno l’uomo in eterodiretto, nel senso che esistono più autorità potenziali a dirigere l’uomo...

 

Questa nuova lettura della storia viene descritta in termini cosmici poiché, appunto, la nascita di un medium, come ad esempio il torchio a stampa, condiziona l’intero pianeta. Il nuovo medium costringe le società strutturate ed evolute a servirsene, ricodificando le rispettive organizzazioni sociali. Se a questo rapportiamo la lettura tradizionale della storia ci accorgiamo che, ad esempio, il crollo dell’impero romano segna l’avvio del medioevo solo per quelle culture che furono protagoniste di quel trapasso storico, in Cina o in Giappone il concetto di medioevo non è riconoscibile, mentre è riconoscibile la rivoluzione che in questi paesi compie l’invenzione di un mezzo di comunicazione come il torchio a stampa.

 

2. La Società illetterata

 

“Le popolazioni non letterate passano la loro esistenza quasi del tutto in un mondo dei suoni, mentre i popoli dell’occidente europeo vivono in buona misura in un mondo visivo. I suoni sono in un certo senso oggetti dinamici, essi indicano sempre una realtà dinamica: movimenti, eventi, attività nei confronti dei quali l’uomo, allorché si trova sottoposto ai pericoli della vita, deve sempre rimanere all’erta. Mentre per gli europei in genere vedere vuol dire credere…”

Come osserva McLuhan la società orale o illetterata è una società tribale, dove viene a svilupparsi una cultura dell’orecchio, fatta di simultaneità e  di circolarità. La società orale è dunque una società chiusa, dove le popolazioni hanno esperienze mitiche, che vanno in profondità, in cui tutti i sensi vivono in armonia.

 

Con la nascita dell’alfabeto fonetico iniziò il processo di detribalizzazione umana, poiché il passaggio alla traduzione dei suoni in un codice visivo ha introdotto l’uomo in un mondo di significati totalmente trasformati.

 

Coloro che per primi sperimentano l’affermarsi di una nuova tecnologia, sia essa l’alfabeto o la radio,  rispondono calorosamente poiché i nuovi rapporti tra i sensi che all’improvviso si instaurano per la dilatazione tecnologica dell’occhio e dell’orecchio, pongono davanti a loro un mondo nuovo e sorprendente che fa intravedere un nuovo e vigoroso rinserrarsi, ovvero un nuovo modello di intreccio tra tutti i sensi insieme. Ma lo shock iniziale gradatamente svanisce, mentre l’intera comunità assorbe le nuove abitudini percettive in tutti i suoi settori di lavoro e di scambio. La vera rivoluzione ha luogo in questa seconda fase di adattamento di tutta la vita individuale e sociale al nuovo modello di percezione creato dalla nuova tecnologia”.

 

La rottura della fiducia totale nella comunicazione orale permette agli individui di diventare più introspettivi, razionali e individualistici, sviluppando così il pensiero astratto.

 

3. La Galassia Gutemberg

Con la nascita del torchio a stampa per opera di Gutemberg, questo processo detribalizzante viene accentuato, determinando molte caratteristiche di razionalità occidentale e del comportamento civilizzato.

L’invenzione della tipografia, come sottolinea McLuhan, è un esempio dell’applicazione della conoscenza di arti tradizionali a un particolare problema visivo, essa segna il confine tra la tecnologia medievale e quella moderna.

Il concetto di immaginazione, proprio alle arti rinascimentali, verrà praticamente riadattato alle possibilità di visualizzazione delle stesse. In tal senso la meccanizzazione dell’arte fu probabilmente la prima riduzione in termini meccanici del movimento, in una serie di fotogrammi statici.

 

“In tal senso la tipografia è per molti versi assimilabile al cinema… Il lettore muove la serie di lettere stampate davanti a se a una velocità compatibile con la comprensione  dei movimenti nella mente dell’autore”

 

Ma la stampa fu anche il primo esempio di produzione di massa, oltre che la prima merce uniforme e ripetibile. La catena di montaggio dei caratteri mobili rese possibile un manufatto che aveva le caratteristiche di ripetibilità e di uniformità proprie di un esperimento scientifico. L’avvento del torchio a stampa corrisponde all’avvento del pensiero lineare:    

 

“Ciascuna parola stampata rappresenta una serie di istruzioni per la realizzazione di uno specifico ordine lineare di movimenti che una volta eseguiti risultano in una successione di suoni”.

 

La riduzione di tutta l’esperienza ad un solo senso, la vista, come risultato della tipografia sarà rivoluzionata nel ventesimo secolo con la nascita della società elettrica e l’avvento del pensiero circolare.

 

4. La Galassia elettrica: nascita della società di massa

 

“Dopo tremila anni di espansione in ogni settore e di crescente alienazione specializzata nelle innumerevoli estensioni del  corpo umano e delle sue funzioni, il nostro mondo, con drammatico rovesciamento di prospetti, si è ora improvvisamente contratto. L’elettricità ha ridotto il globo a poco più che un villaggio e, riunendo con repentina implosione tutte le funzioni sociali e politiche, ha intensificato in misura straordinaria la consapevolezza delle responsabilità umane. E’ questa componente che modifica la posizione dei negri, degli adolescenti e via dicendo. Non è più possibile contenere politicamente questi gruppi sociali entro limiti determinati; essi sono ora, grazie ai media elettronici, coinvolti nella nostra vita, come noi nella loro”.

 

McLuhan ci dice quattro cose fondamentali. La prima è che i media elettronici hanno la funzione di prolungare i sensi del sistema fisiologico:

 

“Oggi, dopo un secolo d’impiego tecnologico dell’elettricità, abbiamo esteso il nostro sistema nervoso centrale in un abbraccio globale, che almeno per quanto concerne il nostro pianeta, abolisce tanto il tempo quanto lo spazio. Ci stiamo rapidamente avvicinando alla fase finale dell’estensione dell’uomo: quella cioè, in cui, attraverso la simulazione tecnologica, il processo creativo di conoscenza verrà collettivamente esteso all’intera società umana, proprio come, tramite i vari media, abbiamo esteso i nostri nervi…”

 

L’altra grande intuizione è che il “medium è il messaggio”. E’ ricorrente in tal senso l’esempio della luce elettrica, poiché essa è un medium senza messaggio, quindi senza contenuto. Nel momento in cui la luce elettrica viene usata per una operazione chirurgica o per una partita di calcio, queste attività diventano contenuto della luce elettrica senza del quale non potrebbero esistere.

Poi, McLuhan fa una divisione tipologica tra diversi medium, suddividendoli in “mezzi caldi” e “mezzi freddi”. Sono caldi quei mezzi a bassa definizione di immagini come la radio, mentre sono freddi quelli ad alta definizione visiva come la televisione.

           

Infine lo studioso canadese, alla fine degli anni sessanta, conia il concetto di “villaggio globale”, osservando che l’elettricità ha in qualche modo ricreato le dinamiche sociali del villaggio antico, dove la circolazione delle informazioni era pressoché immediata, tutti sapevano tutto non appena succedeva, abolendo lo steccato che separava il pubblico dal privato. La televisione ha annullato i confini spazio-temporali riducendo il pianeta alla stessa stregua di un villaggio, poiché un qualsiasi fatto pubblico o privato, anche se accade dall’altra parte del mondo è possibile saperlo immediatamente…           

 

La società radiofonica

 

5. La società delle masse

Nel ventesimo secolo il concetto di “massa” diventa dunque, nel bene e nel male, centrale, non soltanto in quanto entità economico-produttiva, dove la fabbrica assurge a simbolo di contrazione spazio-temporale, ma anche per la ridefinizione degli assetti sociali  che investono il piano politico con l’avvento delle ideologie di massa… Ecco come Gustave Le Bon spiegava il fenomeno nel 1895: “Non più di un secolo fa, la politica tradizionale degli stati e la rivalità tra i principi costituivano i principali fattori degli avvenimenti. L’opinione delle folle, nella maggioranza dei casi, non contava affatto. Oggi, invece, le tradizioni politiche, le tendenze individuali dei sovrani e le rivalità esistenti tra questi ultimi hanno ben scarso peso. La voce delle folle è divenuta preponderante. Detta ordini al re. E’ nell’anima della folla, e non più nei consigli dei   principi, che si preparano i destini delle nazioni”.

            La società di massa è insomma il prodotto del processo innescato dalla rivoluzione industriale a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Un processo questo che potremmo definire di geografia sociale. Partendo dall’assunto che il centro della società è polarizzato dalle istituzioni, che fondano la loro legittimità su valori ad essa propri, possiamo dire che questi valori  nell’ottocento erano ancora condivisi da una ristretta cerchia della società, mentre la massa era relegata della periferia della stessa.

In seguito alla rivoluzione industriale la massa si sposta al centro della società, in linea col fenomeno di omologazione delle classi sociali, poiché il sistema di produzione risponde ai bisogni valoriali di tutti, anche perché i processi di inurbamento hanno determinato nuovi equilibri nelle comunità sociali.

            Seguendo la definizione storiografica compiuta da McLuhan, diventa interessante scomporre il XX secolo, che tradizionalmente è codificato come “storia contemporanea”, in relazione all’avvento di nuovi mezzi di comunicazione, che come abbiamo visto, hanno bisogno di processi di alfabetizzazione planetari, costringendo le società evolute ad adeguarvisi.

            Nel ventesimo secolo si riproducono le stesse dinamiche dei secoli precedenti, con la differenza che le trasformazioni, in seguito all’invenzione dell’elettricità, sono velocissime. Nell’arco di un secolo, infatti, possiamo contare quattro tipologie sociali diverse, segnate dall’avvento di mezzi e forme di comunicazione di massa diversi.

            La “prima società di massa” è la società radiofonica, che caratterizza la drammatica fase che abbraccia le due guerre mondiali. L’ avvento di massa della televisione, che possiamo far risalire agli inizi degli anni cinquanta, rappresenta la “seconda società di massa”, che vede l’imposizione del modello statunitense in  tutto il mondo occidentale, sia dal punto di vista politico-economico, che comunicativo. Con l’inizio degli anni ottanta si ha la “terza società di massa”, è qui infatti che il concetto di villaggio globale viene compiutamente realizzato, in tutto il mondo evoluto, grazie alla nascita della Tv via cavo, con una sua maggiore espansione alla fine del decennio, in seguito alla “caduta dei muri”, che integra i paesi ex comunisti dell’est Europa all’interno della “Società planetaria liberale dell’informazione”. Infine gli anni  novanta possono essere codificati come “quarta società di massa”, poiché il mondo viene sconvolto dall’invenzione di Internet, un sistema di comunicazione di massa anziché un mezzo. 

6. La stampa popolare

            “Fini e sostegni commerciali hanno indirettamente esercitato un influenza notevole sui contenuti, rendendo alcuni settori della stampa implicitamente favorevoli al mondo degli affari, al consumismo e alla libera iniziativa se non alla destra politica… E’ importante notare, come risultato della commercializzazione, l’emergere di un nuovo tipo di giornale: più leggero e piacevole, più sensazionale nella sua attenzione verso il crimine, la violenza, gli scandali e i divi, con un pubblico di lettori in cui prevalgono largamente gruppi di persone di basso livello economico e di istruzione” (McQuail).

            Il tipo di esperienza descritta da McQuail nasce agli inizi del secolo: il giornale popolare, che negli Stati Uniti rappresenta il primo salto verso la società di massa. Nato dal giornale liberale ottocentesco, è il primo segnale della nascente industria culturale, ma è anche la costruzione di un nuovo potere, poiché, diversamente dal secolo precedente ha allargato quello che oggi chiameremmo “target”. Orson Wells, con uno dei più grandi capolavori della storia del cinema, racconta di questo “Quarto potere”, attraverso il delirio di onnipotenza di un magnate dell’editoria. Wells lo chiama “il cittadino Kane”, ma la sua opera cinematografica prende ispirazione dalla storia  di uno dei fondatori dell’industria culturale americana, nel settore del giornalismo popolare: William Randolph Hearst.

            Il ritratto del cittadino Kane è il ritratto di quella America in cui il cinema hollywoodiano, la radio, il taylorismo e la Ford esprimono la nuova tipologia sociale.

7. Il cinema

            Il cinema, meglio di qualsiasi medium di massa, negli anni venti, ha saputo esprimere il rapporto tra archetipi e stereotipi dei modelli insiti nei vari sistemi culturali. Proprio per questa ragione ci sembra interessante capire come attraverso il cinema siano state rappresentate  le culture di massa di Stati Uniti e Germania, in quanto chiavi di lettura delle modalità antitetiche con cui verrà risolta la crisi anomica che investe i due paesi alla fine degli anni venti.

            Iniziamo questa analisi con un postulato paradigmatico di McQuail…

“Fu parzialmente una risposta sia all’invenzione del tempo libero sia alla domanda di modi economici che permettessero alla famiglia di spendere il tempo libero. Di conseguenza fornì alla classe lavoratrice alcuni benefici culturali già goduti dalle classi superiori… Occorre inoltre considerare quegli elementi ideologici ed implicitamente propagandistici che si trovano, appena dissimulati, in molti film destinati all’intrattenimento popolare, fenomeno che sembra indipendente dalla presenza o dall’assenza di libertà all’interno della società”.

            Detto questo, è necessario utilizzare uno strumento comparativo tra le diverse tipologie cinematografiche e relativi sistemi culturali. In questa ottica ci vengono incontro Galli e Rositi, i quali hanno studiato questo tipo di problematiche…

            “La contrapposizione di fondo tra cinema americano e cinema tedesco non è già nella contrapposizione tra valori collettivi espliciti di segno diverso (più democratici in Usa, più autoritari in Germania); ma nella contrapposizione di valori che investono la sfera del privato (dai problemi morali, all’amore, al denaro), che sfociano in un maggiore accento nel cinema americano rispetto a quello tedesco, su una serie di elementi con caratteristiche euforiche anziché disforiche”.

            Il cinema della Germania di Weimar, nei suoi contenuti più intimamente disforici è legato al movimento espressionista, che proietta totalmente l’artista verso l’espressione dei sentimenti interiori. L’espressionismo cinematografico è meglio connotato nella fase del muto, dove si andavano ad affermare modalità narrative fantasticamente e mostruosamente deformanti la realtà. Uno dei maestri dell’espressionismo cinematografico tedesco è Fritz Lang, il quale coglie il senso più profondo di questo approccio attraverso due pellicole cult: “Metropolis” (muto) e “Il mostro di Dusseldorf” (parlato).

            Il cinema americano a tendenza euforica è un cinema ottimistico, definito dell’ “happy end”, per il prevalere di narrazioni fantastiche, che rappresentavano ideali e modelli di azione eccedenti le concrete quotidiane condizioni di vita del pubblico medio, ma che non erano tali da impedire ogni concreta possibilità di identificazione imitativa…

            In definitiva possiamo dire che negli anni venti alla cultura di massa di tipo hollywoodiano se ne accosta un’altra di tipo tedesco, che dagli anni quaranta in poi si incontreranno all’interno della medesima industria culturale.

8. La stanza degli echi

“La radio tocca intimamente, personalmente, quasi tutti in quanto presenta un mondo di comunicazioni sottintese tra l’insieme scrittore-speaker e l’ascoltatore. E’ questo il suo aspetto immediato: un’esperienza privata. Le sue profondità subliminali sono cariche di echi risonanti di corni tribali e di antichi tamburi. Ciò è insito nella natura stessa del medium, per il suo potere di trasformare la psiche e la società in un'unica stanza degli echi…” (McLuhan).

 In questo passo  McLuhan offre un’analisi della radio, dibattuta e controversa dalla successiva pubblicistica massmediologica. L’astrazione archetipica che ne fa lo studioso canadese attraversa la metafora della stanza degli echi: spazio di fusione tra psiche e società.

            “La radio, come qualunque altro medium, ha un suo manto che la rende invisibile. Ci si presenta apparentemente in una forma diretta e personale che è privata e intima, mentre per ciò che più conta è una subliminale stanza degli echi che ha il potere magico di toccare le corde remote dimenticate…La radio è un’estensione del sistema nervoso centrale alla quale può essere accostato soltanto il discorso umano. Non merita forse riflessione il fatto che sia particolarmente accordata su quella prima estensione del nostro sistema nervoso centrale, su quel mass medium aborigeno che è la lingua parlata?” (McLuhan).

            McLuhan sottolinea con forza l’importanza dell’immagine auditiva della radio e lo fa accostando due personaggi che negli anni trenta debbono il loro successo alla “stanza degli echi”, protagonisti di una sorta di “neotribalizzazione” delle società evolute: Orson Welles e Adolf Hitler.

            “La famosa trasmissione di Orson Welles sull’invasione dei marziani era una semplice dimostrazione della portata onnicomprensiva e totalmente coinvolgente dell’immagine auditiva della radio. E fu Hitler a trattare sul serio la radio alla maniera di Welles. L’esistenza politica di Hitler deriva direttamente dai modi di rivolgersi al pubblico. Ciò non significa che tali media trasmettessero effettivamente al popolo tedesco i suoi pensieri. Questi ultimi in realtà avevano pochissima importanza. La radio fornì la prima grande esperienza di implosione elettronica, cioè di un totale capovolgimento degli indirizzi e dei significati della civiltà alfabeta occidentale” (McLuhan).

            C’è un particolare aspetto da sottolineare sulla trasmissione di Welles “La guerra dei mondi” , e cioè che la data di emissione risale al 1938, mentre Hitler va al potere nel 1932. E allora perché McLuhan sottolinea che è Hitler ad utilizzare la radio alla Welles e non viceversa? La risposta più plausibile può essere sintetizzata nel fatto che Hitler utilizza la radio  in linea con l’uso che ne fa l’industria culturale hollywoodiana…

            Nella mitologia hollywoodiana il posto ricoperto da Orson Welles è atipico rispetto alle grandi star del cinema americano, poiché, a parte la geniale filmografia, dai ritratti d’ambiente alle messe in scena shaksperiane, può essere considerato un grande esperto di comunicazione. Con “The war of the worlds” e “Quarto potere”  Welles fu il grande narratore della prima società di massa, colui il quale spiegò tra gli anni trenta e quaranta in che tipo di società il mondo evoluto era entrato.

            La guerra dei mondi era un radiodramma, prodotto dalla CBS, su una ipotetica invasione dei marziani nel New England. La storia, sceneggiata oltre che da Welles da Howard Kock, non veniva presentata dall’emittente come un normale programma di fiction, ma veniva simulata come una cronaca giornalistica in diretta. I dialoghi erano dunque tra giornalisti impersonati da attori della compagnia del  futuro cineasta. Le situazioni erano raccontate mirando all’effetto realtà: dalla trasmissione precedente interrotta bruscamente, alle interruzioni audio per significare la cattiva ricezione del messaggio, a tutti i generi di effetti sonori che potessero rappresentare il panico. Non una descrizione dei marziani, non una notizia inerente alle dinamiche dell’invasione; tutto era giocato sulle sensazioni sonorizzate.

            Il risultato della trasmissione radiofonica fu una notte di pazzia americana. L’evento fu recepito dagli ascoltatori per reale, scatenando il panico di massa, e a nulla valsero le comunicazioni radiofoniche che ristabilivano la realtà: la gente volle credere  di stare per soccombere ai marziani.

            Come dice Omar Calabrese, “La guerra dei mondi” può essere considerato uno studio scientifico sulle comunicazioni di massa, precorrendo McLuhan in relazione al fatto che il medium è il messaggio e descrivendo Hitler sull’importanza della forma sul contenuto.

            “Una trasmissione che coinvolge milioni di persone con un’impressione di contemporaneità ed eccezionalità provoca reazioni illogiche ed incontrollabili esplosioni emotive che bloccano il ragionamento… Come poteva essere riuscita una burla così enorme? Evidentemente solo se il pubblico modernizzato dalle tecnologie, razionalizzato dallo scientismo del progresso, covava per contrappeso un profondo desiderio di irrazionale…” (Calabrese).

            Cerchiamo di capire a tal punto attraverso quali meccanismi si è sviluppata l’operazione radiofonica di Welles, utilizzando l’analisi di Rudolf  Arnheim, uno dei massimi esponenti della psicologia dell’arte, che agli inizi degli anni trenta aveva studiato il linguaggio del mezzo radiofonico, interessandosi in particolar  modo della fiction.

            Interessante può essere l’approccio di Arnheim, in primo luogo perché la sua opera è precedente all’evento in questione, ma anche perché è il primo studio scientifico sul mezzo radiofonico, a pochi anni di distanza dalla sua nascita…

            Arnheim s’interessa al radiodramma, mediante una continua comparazione con la fiction teatrale e cinematografica, osservando che l’arte uditiva della radio è più idonea dell’arte visiva per rappresentare lo svolgimento drammatico, questo perché “le percezioni acustiche che ci comunicano dei cambiamenti, a differenza di quello che succede nel campo ottico, prevalgono così notevolmente sulle percezioni che ci rimandano a qualcosa di persistente e immutato” (Arnheim).

            Tra campo visivo e campo acustico cambia la connotazione del testo, poiché nel secondo caso la parola assurge a suono, all’interno di un mondo di suoni. Ecco che ritorna quell’effetto “tribalizzante” di cui parla McLuhan: “Quest’arte uditiva ci porta indietro fino ai tempi preistorici, molto prima dell’invenzione del linguaggio umano vero e proprio, le grida di richiamo e di avvertimento degli esseri viventi erano intellegibili solo in quanto erano suono per la forza espressiva di questo suono, così come succede ancora oggi per il linguaggio animale” (Arnheim ).

            I suoni, quindi, come sceneggiatura del mezzo radiofonico… Entriamo così all’interno di una dimensione suggestiva, una sorta di semantica del suono, strutturata su un codice che non è segnico ma sonoro, che su queste modalità espressive forma il linguaggio del mezzo. Ed è proprio in relazione al tipo di modalità espressive proprie alla radio che è possibile accostare il bisogno di irrazionalità dell’uomo tribale con l’uomo-massa.

 

Dalla televisione alla rete

 DALL'AMERICAN  DREAM  ALLA  ROTTURA  DEL PATTO FIDUCIARIO

 

 

1. La società televisiva

Seguendo la divisione del sistema capitalistico in Centro (società industrializzate, economicamente autonome), Periferia (società deboli soggette al controllo del centro), Semiperiferia (società in via d’industrializzazione, poco soggette al controllo del centro), emerge, dalla fine della seconda guerra mondiale, un complessivo stravolgimento dei rapporti di forza internazionali, dove il ruolo di protagonista viene ricoperto dagli Stati Uniti d’America, nazione guida del centro capitalistico. Il suo ruolo si è ulteriormente rafforzato poiché è l’unica nazione uscita indenne dallo sconquasso della guerra, assumendosi perciò l’onere finanziario e militare per la salvaguardia del sistema capitalistico.

Nel 1949 nasce la NATO, organismo internazionale di difesa militare dei valori capitalistici contro la minaccia comunista, che rappresenterà l’altro blocco socioeconomico nelle ripartizione del pianeta.

Negli anni ’50, la guerra di Corea, segna la primissima fase dello scontro bellico tra i due blocchi, quello capitalistico e quello comunista, nelle rispettive aree d’influenza… In occidente invece è guerra fredda, conflitto combattuto a tutti i livelli e che investe di conseguenza l’ambito dei costumi culturali. I mezzi di comunicazione ne diventano strumento essenziale. Vediamo come…

Lo sviluppo delle risorse produttive, è negli anni cinquanta il principale nodo da sciogliere per i governi delle società centrali. Di pari passo un rapido processo di sviluppo industriale, stimolato dagli Stati Uniti coinvolge le stesse verso il raggiungimento di quelle mete collettive strutturate attorno ad un insieme di valori quali la felicità e il benessere per tutti. Questi vengono veicolati dalla diffusione di consumi di massa, strutturando un vero e proprio sistema culturale, che interagisce con quello economico. Entrano così di scena i beni simbolici.

“I beni simbolici (messaggi culturali) che circolano nel mercato culturale hanno una realtà a due facce: sono allo stesso tempo merci e significazioni” (Bechelloni).

E’ il “dominio” della cultura di massa che si accinge a costruire un sistema mitologico moderno legato intimamente all’immaginario collettivo, rendendolo d’uso quotidiano, poiché prodotto secondo schemi di fabbricazione industriale.

La cultura di massa indirizza la sua simbologia qualsiasi livello della stratificazione sociale,  omogeneizzandone i bisogni. E’ la nascita di una nuova civiltà,  una società della comunicazione che trova nei paesi del centro capitalistico i punti di più forte irradiazione di quell’ordine socioeconomico contrapposto al comunismo, fondato su quei messaggi che le tecniche di divulgazione offrono alla “massa sociale”, con un impressionante potere di penetrazione.

Società, cultura, comunicazione sono gli elementi di un sistema che vede nell’esaltazione della “partecipazione collettiva” ai meccanismi di strutturazione della “vita associata”, le fondamenta del modello occidentale. Questa civiltà priva in teoria di divisioni e barriere, almeno per le società del centro, è tale poiché formulata mediante i codici della classe egemone.

Scrive Umberto Eco: “Abbiamo così la situazione singolare di una cultura di massa nel cui ambito un proletario consuma modelli culturali borghesi ritenendoli una propria espressione autonoma (…) Tutti gli appartenenti alla comunità diventano, in misura diversa, consumatori di una produzione intensiva di messaggi a getto continuo elaborati industrialmente in serie e trasmessi secondo i canali commerciali di un consumo retto dalla domanda e dall’offerta”.

2. Il secolo americano

Il “Secolo americano”, è forse lo slogan più interessante per indicare il profondo convincimento sul ruolo dell’America, fulcro della libertà e del benessere planetario.

Dice Mammarella: “Lideologia del neocapitalismo si incentra sulle tesi di una rigenerazione del sistema della libera iniziativa”. Stiamo parlando di quello che verrà definito “capitalismo democratico”, un sistema in grado di dispensare benessere a tutte le classi sociali, grazie ad un aumento della crescita economica. Questi concetti formeranno lo statuto dei ceti produttivi oltre che dell’establishment politico, concetti sposati anche dall’opinione pubblica, per cucirsi addosso il ruolo di popolo guida dei processi post-industriali. Con l’anticomunismo si completa l’assetto della ideologia americanista. Un anticomunismo che attecchisce nel mondo intellettuale, convertendo su posizioni conservatrici molta di quella intellighenzia dalle “simpatie marxiste”, cresciuta durante il New Deal. 

Su queste radici va a tessersi la “Caccia alle streghe”, una delle pagine più oscure della storia americana. Un fenomeno che prenderà il nome dal suo promotore, almeno formalmente, il senatore repubblicano Joseph R. McCarty. Ma il maccartismo riflette anche tutta una serie di opportunità politiche manovrate dal partito repubblicano e dal suo leader Eisenhower. 

Mammarella: “Davanti al rischio di rimanere ancora esclusi per lungo periodo, i repubblicani, già prima dell’arrivo di McCarty, non esiteranno a ricorrere a qualsiasi mezzo pur di screditare e colpire l’amministrazione Truman e attraverso essa la politica di Roosevelt, e, in ultimo sforzo per scardinare le fondamenta, decideranno di utilizzare l’occasione offerta da McCarty, uomo privo di un passato politico e che s’impone all’attenzione del paese con le sue qualità di tribuno, una grande ambizione e un’eccezionale aggressività”.

La campagna maccartista può essere considerata, in sostanza, una delle più indovinate strategie politico-mediali della storia americana, poiché sull’anticomunismo confluirono gli interessi politico-ideologici dell’establishment politico e dei grandi potentati economici che gestivano i mezzi di informazione. Il più alto esponente dell’industria mediale del periodo fu un personaggio mitico per l’epoca: Henry Luce, marito dell’ambasciatrice americana in Italia, proprietario delle due testate più famose d’America, Time e Life, le cui sedi erano nell’ancor più mitica Madison Avenue di New York City, la strada dove erano accentrate originariamente gran parte delle imprese della comunicazione e comunque simbolo della mentalità imperante dei mezzi d’informazione.

A tal proposito, è bene sottolineare che la società americana stessa nasce sulla condivisione di valori dominanti, che formano il senso stesso dell’essere americano, e che tradizionalmente accomunano sia l’opinione pubblica che il potere politico che ancora i mezzi d’informazione, creando un patto fiduciario fra i tre “poteri”…  

I principi etici su cui era costituito il maccartismo, sono, infatti,  fioriti come esperienza di massa attraverso i mezzi di comunicazione, poiché il referente a livello di audience era quello definito da Mammarella dell’ “America Way of Life”, cioè la filosofia americanista che vede come protagonista la cosiddetta “Middle Class”. Gli anni cinquanta segnano l’ascesa della classe media che copre una vastissima area socioculturale, grazie all’espansione dei redditi. Questi infatti determinano una capacità di consumo su cui si basa l’assetto produttivo del sistema statunitense. La televisione in quanto simbolo della neomassificazione produttiva, diventa il principale veicolo dei beni di consumo, che sono poi gli status symbol del progresso americano.          

Mammarella: “Dopo la prima automobile, che ormai è alla portata di tutti molti acquistano o programmano di acquistare la seconda, gli studi universitari per i

Figli, il viaggio all’estero, la prima e domani la seconda casa, tutto rientra nel novero dei traguardi possibili e il loro raggiungimento appare solo questione di tempo”.

3. Il kennedismo e le grandi trasformazioni

“La televisione serve da teste, da notaio, da autentificazione, da prova finale di ciò che sta accadendo. Usare la registrazione a schermo pieno quando una bomba fa saltare in aria persino un giornalista, è il più straordinario espediente di deposizione sulla realtà” (F. Colombo).

Negli anni sessanta, dopo la morte del Presidente Kennedy emerge un nuovo modello di comunicazione, che vede la televisione come lo strumento consacratorio  dei cambiamenti in corso nella società americana. 

Nella formula informazioni – immagini – spettacolo, rientra la condizione di un modello narrativo – visuale su cui si strutturano le funzioni del medium.

Ma vi è un momento ben preciso che segna lo stravolgimento nel rapporto comunicazione – informazione televisiva, che innesca una consapevolezza che ancora fino a quel momento non era prassi.

Un momento che tragicamente è in qualche modo legato ancora al nome di Kennedy: l’ assassinio in diretta di Lee Harvey Oswald, colui il quale è stato accusato di essere il responsabile materiale della morte del Presidente.

Oswald viene ucciso mentre sta per essere trasportato dalla polizia per l’interrogatorio. Tra i flashes dei reporter, le domande dei giornalisti, la folla che accalcava, sbucava improvvisamente un uomo, identificato come Jack Ruby, che estraeva la pistola, puntandola al petto di Oswald, sparando un colpo con freddezza impressionante. L’America inorridiva. In quel momento il paese era collegato dai teleschermi. Il popolo americano assisteva in tempo reale all’assassinio di un uomo.

“Il momento stesso in cui Jack Ruby ha estratto la sua piccola pistola puntandola lentamente contro il petto di Oswald, davanti a tutti, e in tempo reale ha cominciato a far fuoco, ha svelato che non vi è alcuna relazione tra questo strumento e il cinema, o il teatro o i giornali o la letteratura o ogni altro mezzo d’informazione e di comunicazione finora conosciuto. A partire da quel momento è diventato chiaro per tutti che dire bello o brutto di un programma vuol dire usare una categoria di giudizio priva di senso e del tutto irrilevante” (Colombo, 74).

In sostanza, quello che viene a verificarsi, è che la televisione viene a porsi come tramite della realtà, registrando le variazioni continue di questa che diventa una forma di spettacolo vera e propria, come può essere un quiz, dove le alterazioni e le incognite fanno parte integrante dello show.        

4. L'era delle passioni

Quello che Colombo chiama “Il nuovo paesaggio dello spettacolo di notizie”, si può benissimo estrapolare dalla guerra del Vietnam. Questa infatti farà da stimolo verso un processo che segnerà profondamente il sistema di valori americano come delle comunicazioni di massa. Due momenti che interagiscono sulla integrazione della società americana con i movimenti di massa esplosi alla fine degli anni sessanta.

“La vera sede della violenza televisiva sospettata, in America, come altrove, delle più gravi colpe sociali del paese, proveniva dallo spettacolo-notizia della guerra in Vietnam non dal giallo sbrigativo e povero di scrupoli. L’ondata di violenza sociale in coincidenza col pericolo del Vietnam è stato enorme. Un simile rapporto di crescita non si è mai riscontrato in relazione a nessun altro fatto o spettacolo di massa”. Colombo '74

I processi di trasformazione della comunicazione portano al mutamento del ruolo del giornalista che “non è più un osservatore ma un protagonista”. Il reporter segue le grandi manifestazioni per i diritti civili, gli scontri con la polizia, come quelli di Chicago nel ’68, dove addirittura le troupe televisive si infiltrarono tra la folla con i blindati.

E’ questa la fase in cui esce fuori il giornalismo di denuncia che assimila alcuni elementi del giornalismo d’opinione, in quanto struttura narrativa che dal fatto sfocia all’analisi.

Glisenti-Pesenti: “Il periodo d’oro dei grandi reportage e delle grandi inchieste firmati da nomi celebri del giornalismo scritto e televisivo (…) era coinciso con l’esplosione di fortissime passioni nazionali, suscitate dal movimento per i diritti civili, dalle marce antisegregazioniste, dalle rivolte studentesche, dalla nuova ondata del movimento femminista”.

5. Cronkite: “Abbiamo perso!” 

La televisione assume una importanza rilevante in questo contesto, poiché pur essendo un processo che vede coinvolto il mondo dell’informazione nel suo complesso, attraverso le immagini, gli americani possono entrare all’interno dei grandi conflitti. In Vietnam le telecamere entrano nei campi di battaglia, insieme ai soldati. Tutti possono assistere ai massacri. La televisione diventa per gli americani l’unico referente con cui confrontarsi, esautorando lo stesso governo. 

E’ proprio il ruolo dell’anchorman ad assumere un peso determinante. L’anchorman d’America è Walter Cronkite, un uomo su cui si è tessuta la leggenda che lo vuole il principale artefice della fine della guerra. In effetti, Cronkite, col suo carisma, con la sua capacità di analisi, con la sua personalità, ha inciso in quel tempo profondamente sulla coscienza degli americani, i quali sono riusciti a trovare in lui quella verità che spesso, ai tempi del Vietnam veniva a scontrarsi con i dispacci del governo.

Il comandante delle truppe americane distanza in Vietnam William Westreland: “Io cercavo di adempiere le mie funzioni militari evitando politica e diplomazia. Bisogna dire che i militari non sono molto bravi a tenere le pubbliche relazioni. La svolta fu con la sconfitta del Tet. Militarmente la vincemmo noi, ma due giorni dopo il suo inizio Walter Cronkite annunciò in tv che noi avevamo perso, e quella diventò la verità”,

Il Vietnam rappresenta quindi il momento in cui il rapporto fiduciario tra l’opinione pubblica e l’establishment comincia a sgretolarsi. C’è chi sostiene che la guerra fu persa nelle case americane a causa delle immagini trasmesse in Tv.

Glisenti-Pesenti: “Il filo di questo rapporto fiduciario di adesione al modello dei valori generali della società democratica americana, si è rotto nel momento in cui il mondo dell’informazione si ritiene tradito, quando il rapporto fiduciario da sempre riconosciuto tra giornalisti e istituzioni politiche viene compromesso”.

L’opinione pubblica nel sistema americano non ha il tramite del partito per esprimere il proprio stato d’animo, innesca delle spinte dal basso che esplodono violentemente e che trovano nei mezzi di comunicazione di massa il miglior strumento di raccordo tra il proprio malessere e le scelte del potere politico.

Dice Ben Bradlee, storico direttore del Washington Post: “Il Vietnam ha cambiato tutte le regole. Ci avevano ingozzato di bugie e solo allora ci accorgemmo di come eravamo stati inconsapevoli altoparlanti…” 

6. Tutti gli uomini del Presidente

Sul versante della carta stampata proprio il  Washington Post si rese artefice dell’evento che ruppe definitivamente il patto fiduciario tra establishment politico e opinione pubblica…

Giugno ’72. Negli Stati Uniti sono in corso le primarie per l’elezione del Presidente, che si dovranno tenere nel novembre dello stesso anno. I due contendenti sono il Presidente Nixon e lo sfidante democratico McGovern.

Nella sede democratica, il palazzo del Watergate, vengono sorpresi alcuni uomini mentre manomettono l’ufficio centrale del comitato elettorale. Ma l’effrazione al Watergate non sembra destare particolare scalpore, vista la concitata atmosfera elettorale.

Sono solo due cronisti del Washington Post a fiutare qualcosa di oscuro: Bob Woodword e Carl Berstin, che con l’appoggio del capocronista Barry Sussman e del direttore Bradlee, tessono una complicata inchiesta tra lo scetticismo complessivo.In breve tempo i due cronisti risalgono a tutta una serie di personaggi che, attraverso dei finanziamenti mascherati come contributi alla campagna elettorale di Nixon, hanno avuto incarichi poco chiari da altri esponenti dell’establishment. Lentamente i pezzi che i due giornalisti cercano con difficoltà, ma con tenacia, di mettere assieme, formano un percorso che porta direttamente a Nixon.

Ottobre ’72. La televisione inizia ad interessarsi del caso Watergate. Walter Cronkite, dagli schermi della CBS dedica due trasmissioni di news costruite interamente sui montaggi di prime pagine del Post. Infatti per quasi un anno gli unici ad interessarsi al caso sono i due reporter del Post, anche se il Senato, a maggioranza democratica, si avvia ad aprire una inchiesta.

Contemporaneamente si apre la seconda fase del caso giudiziario condotto dal Giudice John Sirica. Cadono nella rete parecchi uomini dell’entourage del Presidente, come l’ex ministro della Giustizia Mitcell.

In breve tempo seguono le confessioni del consigliere particolare di Nixon, l’avvocato John Dean, che aveva avuto l’incarico dal Presidente di insabbiare il caso, diventato per questo il capro espiatorio.

Aprile ’73. Nixon, rieletto Presidente in novembre, parla in televisione, assumendosi la responsabilità del fatto, chiarendo però che egli era allo scuro di tutto. Ma Dean lo smentisce, facendo luce sulle attività illegali dell’amministrazione, e non solo sul caso Watergate. Saltano fuori dei nastri che proverebbero l’accusa di alto tradimento. Ma Nixon rifiuta di consegnarli, adducendo motivi di sicurezza nazionale.

Mammarella: “L’atto che più danneggiò il Presidente di fronte all’opinione pubblica, che nel corso dell’estate aveva seguito con crescente stupore e indignazione le udienze teletrasmesse dal comitato congressuale fu la decisione di Nixon di licenziare Cox*, poiché quest’ultimo aveva rifiutato il compromesso proposto dal Presidente. La  reazione  del   pubblico  di fronte  a  quest’ultima   manifestazione  di

arroganza del potere fu tale che Nixon fu costretto a promettere la consegna dei nastri, ma quanto esso avvenne i nastri risultarono compromessi e incompleti…”          

Agosto ’74. Richard Nixon si dimette dalla carica di Presidente degli Stati Uniti d’America.                 

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*Archibald Cox, docente di Diritto ad Harward, nominato dal Presidente Nixon, su imposizione del Senato, come inquirente speciale per il proseguimento dell’inchiesta giudiziaria.

7. L'epoca del  villaggio globale

“Dopo tremila anni di espansione in ogni settore e di crescente alienazione specializzata nelle innumerevoli estensioni del corpo umano e delle sue funzioni, il nostro mondo, con drammatico rovesciamento di prospetti, si è ora improvvisamente contratto. L'elettricità ha ridotto il globo a poco più che un villaggio e, riunendo con repentina implosione tutte le sue funzioni sociali e politiche, ha intensificato in misura straordinaria, la consapevolezza delle responsabilità umane...”

Quello descritto da Marschall McLuhan, è “un mondo in cui vengono stravolti gli indirizzi significanti della civiltà evoluta. I media elettronici riportano la comunità sociale alle dimensioni del villaggio antico, dove la conoscenza degli eventi si fondava sulla comunicazione interpersonale. L'elettricità ha massificato la conoscenza, intesa come flusso di informazioni, esautorando lo spazio fisico... Come accadeva nell'antica comunità sociale, le esperienze individuali si trasformano in collettive, nel nostro caso globali, portando l'individuo, come afferma Joshua Meyrowitz, ad acquisire una “percezione riflessa del sé”. 

Quando negli anni sessanta McLuhan costruiva il suo sistema analitico, all'interno della Teoria del Medium, la società di massa era nella sua seconda fase di sviluppo, poiché l'avvento della televisione, nel decennio precedente, aveva ridisegnato il rapporto tra individuo e società con un segno di discontinuità rispetto alla società radiofonica, delle guerre mondiali. Si era già cominciato a capire come la televisione riusciva a ri-codificare il rapporto tra spazio e tempo, spostando i confini dimensionali della percezione umana nella comunità sociale. Ma vi erano ancora delle frontiere, costituite dalla lentezza delle informazioni, provenienti dall'esterno. C'è da dire, che i processi di sviluppo dei sistemi televisivi negli anni sessanta erano abbastanza differenziati tra Stati Uniti ed Europa. Bisogna sempre considerare che il modello statunitense è il modello originario, non solo dal punto di vista delle routine produttive ma come livello di investimenti. Ecco perchè in quella fase, nel mercato televisivo statunitense, si susseguirono grandi rivoluzioni culturali, legate soprattutto alla novità di poter vedere gli eventi in presa diretta, cioè nel momento stesso in cui avvenivano. In Europa non era così. Il primo vero e grande evento in diretta fu lo sbarco nella luna... Dunque, mentre negli Stati Uniti il Big Event televisivo, legato alla diretta, era un fatto sociale periodico, in Europa era invece eccezionale.

Solo negli anni ottanta iniziano a cadere le barriere grazie all'avvento della Tv via cavo, e prima vera protagonista fu la “Cable News Network”, meglio nota come CNN. Inizia l'era della New Television. La CNN sancisce la nascita della terza società di massa, poiché attraverso il nuovo sistema televisivo vengono tenuti in collegamento tutti i punti della terra, possibilmente in diretta. Cambia anche il rapporto d'interazione tra media e opinione pubblica o per meglio dire audience, poiché non esiste più eccezionalità dell'evento per il sol fatto che il medium si avvicini ad esso... La rappresentazione della quotidianità ha molte facce e tutte eccezionali, di per se diventa Big Event. 

Adesso il cittadino sociale ha possibilità di scelta, secondo i propri gusti, a quale spettacolo avvicinarsi. La televisione deve mettergli a disposizione  quanto più materiale possibile: è l'era del supermarket dell'informazione. La CNN, e più in generale la Tv via cavo, hanno contribuito a far crollare i muri di separazione tra gli elementi tradizionali del palinsesto: intrattenimento, informazione, fiction. Da un lato il cittadino sociale può costruirsi  il proprio palinsesto a seconda dei propri bisogni di consumo, dall'altro vi è stata la presa di coscienza che la realtà può intrattenere, tenere col fiato sospeso, e informare allo stesso tempo. Ma se la realtà assurge a spettacolo dominante, per essere fruibile deve essere raccontata secondo gli schemi narrativi della fiction.

Gli anni ottanta, dicevamo sono il decennio in cui l'intuizione di McLuhan si realizza, il mondo si trasforma in un villaggio informativo, tutti sono a conoscenza di tutto, tanto da far parlare i massmediologi di sovraccarico delle informazioni. Informazioni su ogni cosa e da ogni luogo, in tempi sempre più stretti, che hanno avuto bisogno  di tecnologie sempre più avanzate per essere gestite e canalizzate. Potremmo definire quella degli anni ottanta la “Società Planetaria Liberale dell'Informazione”, con i suoi luoghi di rappresentazione e soprattutto le sue icone... Michail Gorbaciov, innanzitutto, il primo ed ultimo leader sovietico ad utilizzare gli approcci comunicativi della società capitalistica, diventando mito occidentale, e, paradossalmente, alla fine del suo mandato, odiato al suo interno. Glasnost, Perestroika, sono diventati slogan usati in termini positivi in occidente, poiché sono diventati sinonimi di liberazione dalla guerra fredda: è con la caduta dei muri. In questo caso la New Television ha un ruolo nevralgico, poiché si trasforma in mezzo liberatorio per i popoli, impedendo gli spargimenti di sangue. Vediamo come sintetizza questo fenomeno il politologo Giovanni Sartori: “Se c'è stata una rivoluzione pacifica, è stata probabilmente perchè era vista in televisione. Le autorità che avevano smesso di credere nel loro potere, non hanno avuto il coraggio di schiacciarlo con uno spargimento di sangue. Lo stesso vale per la Cina. Fino a quando c'era la televisione la rivolta era protetta, non appena si sono spente le telecamere è stata annientata sulla piazza Tien An Men”.

Con la caduta dei muri nasce un nuovo ordine internazionale: la società planetaria liberale ingloba l'est Europa, ma un nuovo conflitto s'intravede... Se infatti la televisione contribuisce all'annientamento indolore dei regimi a socialismo reale, dal nuovo assetto esce fuori un ennesimo conflitto, quello tra nord e sud del mondo. Un conflitto tra processi di sviluppo differenziati, e quindi diverso utilizzo dei sistemi tecnologici, che fa emergere proprio lo squilibrio nella circuitazione dei flussi di informazione: massificati al nord e quasi del tutto assenti al sud. Un conflitto tra chi possiede la “risorsa” della comunicazione di massa, e chi sostituisce questa col credo religioso.

L'Iraq di Saddam Hussein diventa lo stato dove meglio viene sintetizzato questo conflitto, che ovviamente nasconde interessi legati al controllo del petrolio, ambito di studio non di nostra competenza, ma che sulla comunicazione costruisce in qualche modo le sue dinamiche, poiché viene rappresentato con le caratteristiche produttive di un  serial televisivo, in presa diretta. La sceneggiatura è legata alla difesa della società planetaria liberale, e delle sue aree d'influenza nel sud, dal dittatore mediorientale, fornita di un grande apparato bellico, ma senza apparato mediatico, quindi isolato dal sistema circuitale della comunicazione. E' il primo vero Big Event seriale dopo la caduta dei muri, che apre le porte agli anni novanta, caratterizzati dalla rivoluzione della rete: internet rappresenta infatti la quarta società di massa. Altri Big Event seriali seguiranno sempre in Unione Sovietica il colpo di Stato contro Gorbaciov, la salita al potere di Yelstin, i vari processi mediatici degli anni novanta e la seconda guerra del Golfo...

 8. L'effetto liberatorio

Se la missione di un organo d’informazione è condensata nel „valore pubblico della notizia“, che dovrebbe fare da specchio della realtà, il suo contraltare, in certa cultura informativa, si può manifestare nella mistificazione della stessa.
 
Le tecniche di mistificazione mediatica sono fortemente strutturate in paesi, come l’Italia, dove esiste la convergenza tra sistema dei media e sistema politico: Media Logic e Political Logic. A volte, per interessi convergenti, la mistificazione può anche essere innescata in quei paesi dove esiste la separazione tra le due dimensioni, attraverso quelle che vengono definite le “non notizie”.
 
Questo postulato è il punto di snodo di un ragionamento secolarizzato ormai che vede i media di massa, secondo la famosa visione apocalittica, essere gli strumenti dei sistemi di potere per manipolare le coscienze. Dopo tanti anni di dibattiti, studi, ricerche si è capito che non è proprio così, poiché l’attenzione si è concentrata sull’uso che le audiences fanno dei mezzi di comunicazione.
 
In effetti, a parte gli studi e le ricerche, è la storia degli ultimi trent’anni che ci parla di questo… Perché un determinato uso dei mezzi di comunicazione di massa può creare quello che alla fine degli anni ottanta, grazie alle rivoluzioni che portarono alla caduta dei muri, venne definito “l’effetto liberatorio”. A quel tempo a seguire le rivoluzioni in diretta c’era la CNN, che grazie al suo sistema produttivo, costruito su un palinsesto di sole informazioni 24 ore su 24, aveva creato un argine contro lo spargimento di sangue, trainando i popoli verso la libertà.
 
 
Oggi, rispetto a quello che sta avvenendo nei paesi arabi, non vi è più la CNN, ma altre due reti via cavo che trasmettono in loco 24 ore su 24: Al Jazeera ed Al Arabiya. Ma c’è qualcosa di più. Ai media si è aggiunto un nuovo sistema di comunicazione, cioè quello dei social network via internet: Twitter e Facebook.
 
Questa novità ha reso più prorompente l’effetto liberatorio, poiché attraverso i social network i popoli hanno potuto trovare uno strumento organizzativo per fomentare le ribellioni. Infatti, il primo intervento dei regimi autocratici per sedare le rivolte è quello di oscurare internet ed impedire ai network via cavo di trasmettere.
 
Ecco allora che gli effetti positivi della globalizzazione vanno a scontrarsi con i suoi effetti negativi, legati fondamentalmente alla legittimazione da parte delle democrazie occidentali, e soprattutto dell’Italia, nei confronti delle dittature autocratiche, poiché esse garantiscono l’equilibrio del sistema occidentale mediante lo sfruttamento delle risorse energetiche e più in generale degli affari economici.

 
Il 24 febbraio 2011, dopo la notizia dei 10.000 morti in Libia, sul quotidiano la Repubblica, il Presidente della Commissione Esteri della Camera Lamberto Dini, con serafica semplicità, osservava: “L’Italia non auspica la fine del Colonnello, non abbiamo ragioni per volere la caduta di un leader che oggi intrattiene buoni rapporti con tutta la comunità internazionale…”
 
In queste parole non vi è nulla di sconcertante, esse sono la chiave di lettura della classe politica italiana, ormai implosa su se stessa, poiché corrotta prima ancora che nelle prassi quotidiane nella sua dimensione etica. Ciò vuol dire che le trasformazioni del mondo, non sono leggibili, da parte di questa classe politica, proprio perché endemicamente corrotta.
 
Ecco spiegato il motivo per cui nel salotto di Bruno Vespa, che rappresenta la messa in scena del sistema di potere italiano, non si parla dei popoli vogliosi di democrazia che si sono ribellati alle dittature, ma si dibatte invece sul fatto che se il fondamentalismo islamico prende il potere gli affari non possono più essere garantiti.
 
Stia tranquilla la classe dirigente italiana, oggi grazie alla dimensione positiva della globalizzazione, i popoli, in prima persona, sono in condizione di innescare un effetto liberatorio per il proprio destino… Se poi gli Stati, cosiddetti democratici, facessero la loro parte, appoggiando il riscatto delle genti verso la libertà, forse tra qualche anno il mondo sarebbe migliore. 
 

9. La Società in rete e la de-territorializzazione

Meyrowitz sviluppa un altro concetto poi centrale nelle riflessioni sulla deterritorializzazione quale quello da lui definito dei cacciatori e raccoglitori dell’era informatica. trova che gli antichi popoli nomadi con il loro rapporto di scarsa fedeltà con il territorio presentano un modello di organizzazione sociale più simile a quello nostro futuro di quanto si possa essere portati ad immaginare. Sostanzia, infine, che tra tutti i tipi di società che hanno preceduto la nostra quelle dei cacciatori-raccoglitori sono state le più egualitarie nei rapporti sociali. Vi era un effettivo controllo sociale comunitario simile a quello auspicato da Habermas nelle sue definizioni del ruolo dell’opinione pubblica; vi era un tipo di apprendimento non lineare, acronologico, non gerarchizzato; e, soprattutto una gestione dell’autorità in senso persuasivo piuttosto che coercitivo. L’autore sostiene, quindi, che la società dell’informazione si basa sulla caccia e sulla raccolta non tanto del cibo quanto di informazioni, reperibili, per altro, in (sovra)abbondanza. 

La tendenza, dunque, che prevale nelle relazioni sociali mediate dal computer è quella di una radicale messa in discussione del confine fra spazio pubblico e spazio privato, fra ribalta e retroscena. Nella lotta per il riconoscimento dei pari che si svolge fra membri delle comunità virtuali non è più possibile ottenere un riconoscimento di status fondato sul ruolo sociale. Tutti sono costretti a spiegare “chi sono io” accendendo le luci non solo sulla ribalta ma anche e soprattutto sul retroscena, esponendo allo sguardo altrui i “segreti” su cui si fondano sapere (reale o presunto), carisma, carattere, virtù, dell’individuo-attore. Parlare di fine dell’anonimato urbano e di ritorno al pervasivo controllo del vicinato (elettronico) è probabilmente eccessivo, se non altro perché nel nuovo “villaggio” manca la presenza fisica del vicino.

 

I CRITERI DI NOTIZIABILITA'

 I criteri di notiziabilità rappresentano gli strumenti fondamentali della professione giornalistica, e possono essere considerati parte integrante di un sistema pressochè istituzionalizzato in tutto il mondo, storicamente parlando... Le trasformazioni della società legate all'emersione dei nuovi media, della rete e quindi della globalizzazione nel suo complesso hanno un pò deteriorato le tradizioni informative legate ai valori notizia, facendo emergere nuove dinamiche sociali e dunque nuovi bisogni informativi, non corrisposti dal sistema istituzionale dell'informazione. Quello esposto di seguito è una traccia di un corso didattico legato alla tradizione storicamente istituzionalizzata dei valori-notizia, che rappresenta la prima tappa di un percorso  funzionale a comprendere come si è arrivati all'oggi, cioè all'epoca del "citizen journalism".

 

I CRITERI DEVONO ESSERE... 

La selezione delle notizie  è un processo decisionale e di scelta realizzato velocemente:

  • i criteri devono essere applicabili facilmente e rapidamente, così che le scelte possano essere fatte, senza rifletterci troppo;
  • i criteri di notiziabilità devono essere relazionabili e comparabili, dato che l'opportunità di una notizia dipende sempre da quali altre sono disponibili:
  • i criteri devono essere facilmente razionalizzabili, così che se una notizia è rimpiazzata da un'altra ci sia sempre un motivo accettabile per farlo;
  • i criteri devono essere orientati all'efficienza, così da garantire il necessario rifornimento di notizie adatte, con il minimo dispendio di tempo, sforzo e denaro.

 

I QUATTRO CRITERI

 

CRITERI SOSTANTIVI

Sono i criteri relativi al contenuto, cioè il fatto da trasformare in notizia

CRITERI RELATIVI AL PRODOTTO

Sono i criteri che riguardano la disponibilità del materiale in funzione ai processi di produzione e realizzazione

CRITERI RELATIVI AL PUBBLICO

Sono i criteri che riguardano l'immagine che i giornalisti hanno dei destinatari

CRITERI RELATIVI ALLA CONCORRENZA

Sono i criteri che riguardano i rapporti tra i media presenti sul mercato informativo

 

CRITERI SOSTANTIVI 

I criteri sostantivi si articolano essenzialmente in due fattori:

  • l'importanza
  • l'interesse

Sono quattro le variabili che entrano in gioco...

1. Grado e livello gerarchico dei soggetti coinvolti nell'evento notiziabile

2. Impatto sulla nazione e interesse nazionale

3. Quantità delle persone che il fatto coinvolge

4. Rilevanza e significatività del fatto rispetto agli sviluppi futuri di una determinata situazione

 

Grado e livello gerarchico dei soggetti coinvolti nell'evento notiziabile 

Quanto più l'avvenimento interessa le nazioni d'élite, tanto più probabilmente diventerà notizia

 

I FATTORI IN GIOCO DELLA VARIABILE GERARCHICA

  • Grado di potere istituzionale
  • Il rilievo di altre gerarchie non istituzionali
  • La loro riconoscibilità
  • L'ampiezza e il peso di queste organizzazioni sociali

Questo criterio favorisce l'uso di fonti ufficiali, esso non razionalizza semplicemente la scelta di tali fonti, ma funziona come una componente autonoma  nella determinazione della notiziabilità. 

Impatto sulla nazione e interesse nazionale 

  • Il  primo valore/notizia è legato al concetto di “significatività”.

Essere significativo vuol dire “interpretabile entro il contesto culturale del pubblico di riferimento”

  • Il secondo valore/notizia è quello  della “prossimità”.

La prossimità geografica si riferisce alla regola della precedenza delle notizie interne e alla disposizione delle notizie estere a seconda della loro vicinanza al pubblico

  • Il terzo valore/notizia è la “distorsione della raccolta di notizie”.

I sistemi informativi hanno generalmente una gerarchia geografica strutturata, che può prescindere dalla notizia stessa.

Quantità delle persone che il fatto coinvolge 

Maggiore è il numero di individui coinvolti coinvolti in un disastro oppure la presenza di grandi nomi in una occasione formale, maggiore è la visibilità.

Questo valore/notizia è complementare ad altri valori/notizia: significatività e prossimità.

Un evento che coinvolge un limitato numero di persone, ma accade vicino, è più notiziabile dello stesso tipo di evento che coinvolge molte più vittime ma che accada assai lontano.

 

La legge di McLurg

Graduatoria del giornalista inglese che stabilisce la notiziabilità dei disastri:

Un europeo equivale a 28 cinesi

Due minatori gallesi equivalgono a 100 pakistani 

Rilevanza e significatività del fatto rispetto agli sviluppi futuri di una determinata situazione 

Questo fattore è primariamente legato ad eventi che hanno una durata prolungata nel tempo:

  • Guerre
  • Processi
  • Campagne elettorali  

Il valore/notizia che sta alla base di questo fattore è la “capacità di intrattenimento”. Questo valore, nel momento in cui viene utilizzato per approcciarsi ad altre categorie di fatti rispetto a quelli elencati, introduce qualche elemento di contraddizione con l'importanza intrinseca di un evento. La capacità di intrattenere rischia di essere fine a se stessa.

Vediamo quali sono alcune categorie che rientrano in  questo valore-notizia:

  • Storie di gente comune che si trova ad agire in situazioni insolite
  • Storie di uomini pubblici colti nella loro vita privata quotidiana
  • Storie in cui c'è un rovesciamento dei ruoli (l'uomo che morde un cane)
  • Storie di interesse umano
  • Storie di imprese eccezionali o eroiche

 

CRITERI RELATIVI AL PRODOTTO

Questi criteri dipendono da:

  • quanto l'evento è accessibile ai giornalisti
  • quanto è tecnicamente trattabile
  • quanto può essere facilmente coperto
  • quanto dispendio di mezzi richiede per coprirlo

Gli elementi da annoverare nei criteri sul prodotto

Brevità

  • Per consentire una scelta più vasta di notizie

Ideologia della notizia

  • Gli eventi cattivi fanno più notizia di quelli buoni

Qualità

  • Azione, ritmo, completezza, chiarezza del linguaggio, standard tecnici ‏

Bilanciamento

  • Rientrare nella categoria giusta rispetto al mix di notizie che un medium è abituato a dare

I criteri relativi al medium riguardano soprattutto telegiornali 

Qualità del materiale visivo

  • La forza descrittiva ed emozionale delle immagini

Frequenza

  • Il tempo necessario all'avvenimento per acquistare significato. Si tratta di avvenimenti unici conchiusi in un breve lasso di tempo: la frequenza di un avvenimento in questo caso è simile alla frequenza del medium (Radio/televisione)‏

Formato

  • I limiti spazio-temporali che caratterizzano il sistema radio-televisivo: il numero dei servizi filmati, la loro durata, la lunghezza dei pezzi

 

CRITERI RELATIVI AL PUBBLICO 

Ogni medium si costruisce sulla propria audience e sulle sue caratteristiche principali

Sono rilevanti:

- Chiarezza del linguaggio

- Difficoltà del tema

- Struttura narrativa

- Protezione:

da accordare alla sensibilità del pubblico di riferimento, rispetto a materie che ne urterebbero il gusto, la coscienza morale, ecc...

Rapporto tra pubblico e mezzo:

a. notizie che favoriscono l'identificazione

b. notizie di servizio

c. notizie di intrattenimento

 

CRITERI RELATIVI ALLA CONCORRENZA 

Fino agli anni settanta questi criteri riguardavano la ricerca dello scoop: la notizia clamorosa che nessuno ha...

Gli anni ottanta e novanta invece sono andati nel senso della:

Ricerca dell'esclusiva

  • Gianni Minà che intervista Fidel Castro
  • Carmen La Sorela che intervista Siad Barre

Caratterizzazione di mercato:

Tener conto di quello che fanno gli altri e contrapporsi ad essi soprattutto nella definizione del proprio pubblico

Definizione di standard professionali:

Essi attengono principalmente ai criteri sostantivi e qualitativi, disinteressandosi dei criteri relativi al mezzo, al pubblico e al formato