R.I.G.A.

CoRRuzIone SepoltA Bologna, tra dinamiche corruttive e strumenti anticorruzione

 

Novembre 2019

 

Mondo Sepolto. Come contabilizzare la corruzione: sulla tracce del denaro

 di Marco Marano


I punti nevralgici di Mondo Sepolto

Sepolto Nella vicenda di Mondo Sepolto, uno dei punti nevralgici di tutto il sistema illecito è stata la macchina per generare fondi neri. Questi diventavano il meccanismo per controllare il mercato, garantendo un sistema a rete di interessi convergenti tra persone fisiche e persone giuridiche, finalizzati all’arricchimento fuori dalle regole del gioco.

Seguendo la ragnatela di tali interessi si intercetta il flusso di denaro: questo diventava prima “nero”, per poi essere riutilizzato. E ad ogni evasione di denaro sarebbero corrisposte forme di corruzione e di riciclaggio. Questo avveniva attraverso un sistema a rete la cui struttura esprime una visione imprenditoriale, ma che connota, comunque, una cultura diffusa verso l’illegalità.

La gestione centralizzata: il Bunker

All’interno del C.I.F., il presidente del CdA Massimo Benetti, individuava, secondo gli investigatori, la necessità di definire un modello organizzativo, relativamente alla gestione contabile, più efficiente e dinamico, ma che soprattutto passasse dalla sua supervisione. Ad un certo momento vi è stata la necessità di creare un unico punto di raccordo tra tutte le imprese del Consorzio, considerando che le singole aziende gestivano, con i loro addetti alla contabilità, gli introiti dei funerali.

La reale necessità di Benetti sembrava, quindi, quella di avere una sintesi tra lui e i titolari delle aziende consorziate. Avrebbe così individuato nella ‘contabile’ Patrizia Bertagni la figura che potesse assolvere a questa sintesi.

Al centro della riorganizzazione del sistema contabile vi era quello che dagli “associati” veniva definito il “bunker”, cioè il luogo fisico dove convogliare i proventi delle attività illecite e strutturare le operazioni per le quotidiane attività sia di corruzione che di riciclaggio.
Il bunker era sito in vicolo della Ghirlanda 2, una location pressoché segreta, conosciuta da pochissimi associati: lì si incontravano la contabile e la sua collaboratrice Roberta Mazzucchelli. In questo immobile ci sarebbe stata, ufficialmente, la sede dell’associazione “Oltre”, il cui legale rappresentante era sempre Massimo Benetti. Tipico paravento per attività illecite, la storia di questa associazione culturale parte dal giugno del 2005. Era un’associazione ombra, senza neanche un conto corrente bancario, né beni patrimoniali o dipendenti o risorse di alcun genere.

Ma è proprio nell’associazione Oltre che troviamo la famiglia Lelli. Sì, perché il proprietario dell’immobile è Stefano Lelli, di professione avvocato, fratello e socio di Lorenzo Lelli - della impresa funebre Lelli srl - che nel 2004 lo acquistava dall’Immobiliare Omega Srl, di cui egli stesso era vicepresidente, nonché socio dell’impresa Roncato Marmi Srl, in più possessore di una piccola quota della stessa C.I.F. Con Omega Srl si aggiunge un altro pezzo di questa rete, perché l’unica dipendente era proprio l’assistente contabile del “nero” Roberta Mazzucchelli, poi passata formalmente ad una delle imprese del consorzio.

La gestione d’impresa: il pagamento del funerale

Se il Bunker era in qualche modo la rappresentazione centralizzata dei proventi illeciti di tutte le imprese del consorzio, queste, singolarmente, avevano un loro referente che gestiva direttamente il flusso di denaro in nero, parte del quale veniva poi reindirizzato alla cassa centrale. Nadia Mazzini, era la tesoriera dell’impresa Franceschelli Srl, la struttura più importante del C.I.F.. Il meccanismo operativo sarebbe avvenuto calibrando il prezzo del funerale. Per far questo erano di fondamentale importanza le informazioni degli intermediari sulla famiglia che richiedeva l’intervento dell’impresa: i familiari si sarebbe rivolti a loro liberamente o attraverso gli operatori della camera mortuaria collegati alla Franceschelli. In quest’ultimo caso era assolutamente necessario “calibrare” il prezzo, poiché occorreva pagare gli operatori corrotti.

La Mazzini nel formulare la proposta finale del prezzo doveva infatti considerare, secondo quanto emerge dall’indagine, il costo in nero di 220 euro, da pagare agli operatori della camera mortuaria. Calibrare il prezzo significava in sostanza chiedere parte del pagamento in contanti, per coprire il costo della corruzione ai collaboratori delle camere mortuarie.

Il ruolo degli intermediari

Come abbiamo visto, la camera mortuaria dell’Ospedale S.Orsola, era praticamente il luogo dove il sistema illecito aveva inizio, sotto gli occhi di molti. Secondo quanto emerge dalle indagini il luogo era infatti permanentemente presidiato dagli intermediari delle imprese, che, grazie al gancio degli operatori mortuari, infermieri o OSS, intercettavano i parenti dei defunti.

Nadia Mazzini sollecitava sistematicamente lo “staff” ad una sempre più stretta compartimentazione della camera mortuaria. Gli intermediari, una volta agganciata la famiglia grazie alla corruzione degli operatori, avviavano una prima contrattazione sul prezzo e sulle modalità di pagamento del funerale. Poi, sempre secondo gli investigatori, la chiusura dell’accordo veniva fatta dalla Mazzini: incasso in contanti e senza fatturazione di circa 500-900 euro per ogni singolo funerale.

Ma non sempre diventava possibile convincere i clienti a pagare in contanti, per cui il piano B diventava un pagamento con doppio assegno, di cui uno senza intestatario. Questa opzione però non era la più sicura: il contante garantiva infatti la certezza della non tracciabilità. Un metodo che era in ogni caso meglio del bonifico, assolutamente da scongiurare poiché sarebbe saltato il prezzo della corruzione.

La migliore modalità: il contante

Il contante restava quindi la migliore modalità per assecondare le prassi evasive. La stessa Mazzini si occupava direttamente di convincere il cliente verso tale modalità, nel momento in cui l’intermediario che lo aveva agganciato si era reso conto che l’interlocutore era condizionabile. Ma sembrano essere stati rari i casi in cui il pagatore non abbia accettato il pagamento in nero.

In tal senso, c’è sicuramente un grande spazio di ambiguità sul consenso delle famiglie ad assecondare i fini evasivi delle imprese funebri. Sembra che la contabile del nero utilizzasse come motivazione per convincere i clienti quella che la cifra era esente da Iva, poiché già anticipata. La Mazzini, secondo gli investigatori, preparava le buste con i soldi per i corrotti delle camere mortuarie, e questo avveniva a fine mese. Fatta una attenta analisi, individuava il dovuto per ogni operatore. Il denaro in nero non tracciabile diventava così il mezzo con cui il sistema messo in piedi dall’organizzazione funzionava: ogni mese il ricavato netto sarebbe stato dai dieci ai quindicimila euro.

Infine, l’ultimo pezzo del processo illecito era il passaggio di denaro dalla contabilità dell’impresa Franceschelli al Bunker. Ciò sarebbe avvenuto sempre mensilmente, in base agli accordi tra la responsabile della contabilità centralizzata Patrizia Bertagni e la Mazzini.

Il conto corrente

Il denaro non tracciabile, proveniente dalle aziende C.I.F. e Roncato Marmi, era stato canalizzato su di un conto corrente con intestatario fittizio dal febbraio 2003 al marzo 2013. È questa la vicenda che forse meglio racconta le modalità attraverso cui la rete organizzativa faceva leva su legami di interessi tra famiglie.

Anche qui, l’ideatore sarebbe Massimo Benetti, il quale nel 2003, secondo quanto emerge, si accorda con Fiorella Bonafede, la direttrice di filiale della Carisbo di San Matteo della Decima, nell’area metropolitana di Bologna. L’accordo prevedeva la gestione e la copertura da parte della Direttrice di questo conto corrente praticamente falso, in cambio dell’assunzione a tempo indeterminato del figlio di lei Riccardo, proprio presso il Consorzio di Imprese Funebri.
Benetti sceglieva un prestanome ignaro: un anziano signore, Enrico Stefanelli, nato nel 1926, a cui poter intestare il conto. Ma l’uomo non ne era a conoscenza:. Benetti e la Bonafede avrebbero escogitato infatti l’accesso alla documentazione non per domiciliazione ma per casella di posta, in modo tale da impedire a Stefanelli di scoprire la cosa. Le entrate erano certamente cospicue: secondo quanto emerge dall’indagine, più di 400.000 euro. Per mettersi formalmente a riparo rispetto alla soglia minima per le segnalazioni antiriciclaggio, le operazioni in entrata erano rispettose delle norme, e avvenivano prevalentemente attraverso gli sportelli con il contante in mano.

Quello che ovviamente non veniva denunciato dalla banca, probabilmente grazie alla complicità della sua direttrice, era il fatto che le movimentazioni non rispondevano certo allo status economico dell’ignaro correntista, quindi veniva omessa in tal senso l’obbligatorietà della segnalazione alle autorità competenti e quindi alla Banca d’Italia. Il conto corrente veniva estinto appena prima del trasferimento in altra sede della Bonafede.