QUELLE SPORCHE STORIE DI MAFIA

Racconti giornalistici al di là del luogo, del tempo e dello spazio 

di Marco Marano

 

Le interzone del mondo

C’è una parafrasi che lo “scrittore maledetto” William Burroughs utilizzava per descrivere i luoghi del mondo che la società occidentale dell’opulenza ha deciso di sacrificare: le “interzone”… Sono dimensioni sociali ai confini del mondo, per lui Tangeri era l’interzona per eccellenza,  dove è ancora in atto la ricerca della libertà, intesa in senso illuministico. Luoghi depressi, luoghi devianti, luoghi privi di umanità…

Oggi, il concetto di interzona, in qualche modo può essere utilizzato come sintesi di quei territori del mondo, dove il tribalismo, o meglio sarebbe dire il neotribalismo del nostro tempo, diventa modello sociale. Innanzitutto occorrerebbe definire il concetto di “neotribalismo”. Una definizione possibile potrebbe essere la seguente: quando l’esercizio della violenza contro le popolazioni inermi diventa il principale strumento di controllo sociale, che sia esso definito da un sistema di potere costituito o meno. L’aspetto antropologicamente interessante sta nel fatto che le dinamiche tribali, in tutte le latitudini e longitudini, vengono tradotte, in relazione al controllo dei territori, attraverso pratiche mafiose nei confronti dei cittadini: sottomissione, affiliazione, taglieggiamento, minaccia, ricatto, violenza, silenzio, morte… C’è dunque una linea di continuità tra occidente depresso e sud del mondo…

 

Il tribalismo mafioso italiano 

Su questo versante c’è un altro ragionamento da fare relativo al meridione italiano, dove la ricchezza del sistema di vita post-industriale, capitalistico e tecnologizzato convive con il neotribalismo della gestione mafiosa del territorio. Infatti, in questi luoghi sociali esistono prassi estremamente simili a quelli del terzo e quarto mondo, nella gestione del territorio, poiché la legittimità del concetto di autorità, come quello di norma collettiva condivisa non vengono necessariamente riconosciti allo Stato ma a terzi. Il potere decisionale passa attraverso le oligarchie che si trasformano in lobbies, clan, famiglie, gruppi imprenditoriali che attraverso il sistema politico-burocratico canalizzano le risorse economiche. Ecco perché in questi luoghi sociali aumenta sempre di più la forbice tra chi ha tantissimo e chi ha niente o poco, processo che ha praticamente eroso la classe media, e che la crisi economica ha semplicemente acuito.

 

I paradigmi dell’interzona

Gli elementi comuni tra occidente e sud del mondo possono essere, quindi, sintetizzati nell'anomia sociale, nell'assenza dei diritti di cittadinanza, nell'esautoramento dello stato di diritto e quindi dei luoghi di legittimazione del potere istituzionale, e soprattutto nella presenza di eserciti irregolari, legati a famiglie, che, in modo omnicomprensivo, possiamo definire mafiose, e che concorrono, con gli altri gruppi, alla gestione delle risorse economiche. Quest'ultimo elemento è quello più connotativo, poiché la presenza di eserciti irregolari o in regime di monopolio o antagonisti tra loro, ci riporta alla società tribale, cioè ad una società dove le tribù si combattono sul territorio per l'affermazione del proprio potere.

Il sistema di potere di tipo mafioso si contraddistingue per l’esercizio della violenza sul territorio, attraverso eserciti irregolari che hanno le loro zone protette, quartieri ghetto nelle città del sud Italia, le banlieu marsigliesi, le favelas  ai tropici, gli slums in Asia o i clan di ribelli nell’africa sub sahariana...  Il fatto che il sistema oligarchico sia presente, con modalità istituzionali differenti, nei paesi mediterranei del sud, vedi  Italia e Grecia o anche balcanici, come l’Ungheria e altri paesi dell’ex impero sovietico, come tra i paesi cosiddetti sottosviluppati, ci porta a ragionare sull’elemento che fa da sintesi tra questi territori, geograficamente ed economicamente lontani, e che si identifica con lo sviluppo storico di questi paesi: l’anomia, cioè assenza di norme o regole. Se l’anomia è un concetto sociologico, dal punto di vista sociale, è possibile tradurlo in termini di illegalità diffusa o sistemica o ancora meglio nei termini di esautoramento dello stato di diritto. Cioè, laddove lo stato di diritto viene esautorato non esistono più confini tra lecito e illecito, e come abbiamo visto non dipende dal tipo di sviluppo economico, ma dal tipo di evoluzione culturale che quel paese ha avuto. E’ così che la linea rossa si sposta a seconda che le situazioni sociali lo richiedono.

 

Lo schiavismo il business delle nuove mafie

La via Emilia è oggi l’arteria principale, nel contesto del Nord Italia, dove viaggia un fenomeno che connota il nuovo schiavismo di massa… Siamo stati abituati a pensare, studiando i libri di storia, che lo schiavismo si fosse esaurito, agli albori della storia contemporanea, con la Guerra di secessione. Un fenomeno che si è travestito a fini di business, in prostituzione… E la prostituzione nelle strade, si sa, infastidisce il cittadino, turba il suo focolare domestico, per questo è necessario fare battere le ragazzine di quindici anni, rapite dall’Est, in luoghi lontani da scuole e servizi pubblici… È questa la lettura del fenomeno fece nel 2008 il celeberrimo pacchetto Amato, come quella di multare i clienti, facendogli arrivare le sanzioni nelle proprie abitazioni, come deterrente, come la legge Carfagna qualche tempo dopo… Nel frattempo, le nuove organizzazioni mafiose dell’Est Europa hanno guadagnano milioni di euro con la tratta degli esseri umani, potendo contare sulla complicità di cittadini italiani, nel nostro caso bolognesi, attraverso coperture territoriali e, peggio ancora, affari immobiliari. 

VENTO DI MEZZOGIORNO

Preambolo

 

Aruanà – Shii… Lo senti questo canto?

Viaggiatore – Si cos’è…?

Aruanà – E’ un canto d’amore. Parla del vento che tocca i cuori e le menti. E’ il segreto del tempo che raccoglie le passioni del mondo e le fa assomigliare le une alle altre…

Viaggiatore – Di che vento parli?

Aruanà – Immagina le città del mondo… Dove ricchezza e povertà convivono in un unico scenario… Dove i diritti di cittadinanza sono calpestati… Dove le razze si uniscono, ma spesso non riescono a convivere… Dove i più deboli sono destinati alla sconfitta sociale…

Viaggiatore – Si, ma che c’entra il vento?

Aruanà – Immagina un vento caldo che trasporta suoni, e che bacia tutte queste  città… E’ la musica che accoglie le storie delle donne e degli uomini di queste città…

Viaggiatore – La musica? Ma di cosa parli? Sempre cose complicate ti piace dire…!

Aruanà – Non c’è nulla di complicato nella musica. La musica unisce gli spazi, costruisce una unica identità… Così chi non ha niente può gridare al mondo che è ingiusto. Lo può fare con la rabbia, ma anche col sorriso… Perché ci sono storie, nelle città del mondo che parlano di noi stessi… della nostracattiva coscienza… Perché la società globale siamo noi stessi…

Viaggiatore – Ah, la società globale, giusto! Ma cos’è la società globale…?

Aruanà – Sono le città del mondo… Dove le culture si uniscono… Dove le razze interagiscono… Dove le dimensioni sociali che prima erano separate ora sono l’una a contatto dell’altra…

Viaggiatore – Ma da come ne parli sembra che sia un luogo fantastico…

Aruanà – Potrebbe esserlo se ci pensi bene… Il problema sono le merci…

Viaggiatore – Le merci? In che senso?

Aruanà – Nel senso che la società globale è dominata dalle merci: chi ha più da scambiare può dominare, chi non ha niente da scambiare è un dominato…

Viaggiatore – Ah, ho capito parli del terzo mondo…

Aruanà – Non necessariamente… Parlo di donne e di uomini, parlo di bambini… Parlo di quartieri… Parlo di povertà e ricchezza… E queste cose sono dappertutto….

Arriva il vento

Quando arriva da levante
 
Quando il vento caldo plana sull’asfalto è come se il tempo si fermasse. I movimenti sono sempre più lenti, le gote iniziano a sudare e la città sembra ridursi ad un involucro da cui è necessario uscire se si vuole respirare. E’ lo scirocco, i pescatori lo chiamano il vento di mezzogiorno, perché proviene da levante. Un vento caldo e umido che soffia in modo costante dai deserti africani. Quando è sul mare la sua potenza è massima, non appena rientra sulla costa s’indebolisce, ma l’aumento della pressione atmosferica rende il clima afoso e umido. E’ il vento del sud, insomma, che tocca i paesi caldi, a cui stranamente si rivela come chiave di lettura delle terre che raggiunge. Sono terre arroventate dal sole, dalle passioni, dagli umori. Sono terre dove i colori si riflettono con luci accecanti, dove le relazioni umane si confrontano con le passioni degli istinti, dove le regole comuni a tutti gli uomini vengono ridefinite all’interno di dinamiche che nulla hanno di comunitario ma che al tempo stesso si fondano sui sensi.
 
Le terre toccate dai venti del sud
 
Sono le terre toccate dai venti del sud a rappresentare la spia sociale di un mondo capovolto, non solo nell’area mediterranea ma in tutti i sud del mondo dove i venti caldi e umidi investono le interazioni umane, dove i significati e i significanti assumono dimensioni poco codificabili da quei popoli che il vento non tocca. E’ una sorta di comune denominatore che lega le traiettorie geografiche nell’insolvenza di astrazioni cosmiche. Qualcuno parla di regole non scritte, qualcun altro di fisiologico sottosviluppo dei sistemi e delle coscienze, fatto sta che questi popoli raggiunti dal vento del sud si definiscono in funzione di sistemi di significazione simbolica a se stanti, e questo a partire dal potere o per meglio dire dalla concezione del potere…
 
Le appartenenze
 
Il Potere è sinonimo di legame appartenenza, parentela, che si tramanda nel tempo. La città viene coperta. I luoghi dove il potere si esplica non sono i palazzi istituzionali, ma sono i salotti, le logge, le consorterie che assumono le conformazioni che meglio si addicono al contesto. L’affiliazione alla famiglia costituisce la credenziale e al tempo stesso la legittimazione per concorrere alla gestione delle risorse. L’appartenenza, l’affiliazione sono elementi fortemente connessi al tessuto culturale, che diventano fondamentali per poter ricoprire un ruolo nella società civile.
 
I diritti negati
 
I diritti negati di ogni singolo cittadino, in quanto soggetto individuale, possono essere riscattati solo con l’affiliazione, come semplice oggetto di scambio. E’ un sistema tradizionale, questo, dove la famiglia è il nucleo basilare dell’organizzazione sociale, che in qualche modo esautora il sistema istituzionale. Un sistema che si erge sulle sorti di popoli antropologicamente soggiogati e che amano farsi soggiogare, voltando spesso dall’altra parte lo sguardo quando si tratta di scontrarsi in prima persona con le contraddizioni della propria terra.

Le oligarchie mediterranee

 
 C’è una parola che da qualche tempo rimbalza qua e là, tra le bocche dei politici italiani o le pagine dei media: “antipolitica”. Spiegava Saviano, in una delle sue apparizioni televisive, come le parole siano state espropriate dei loro significati. Parole importanti come famiglia e onore ad esempio sono diventate sinonimi di mafiosità.
 
Al di là di qualsivoglia interpretazione semiotica, la verità è che il rapporto tra significante e significato, cioè tra piano del contenuto e piano della forma di sassuriana memoria, non è più legato allo specifico linguistico di un paese ma piuttosto al contesto storico-sociale in cui si evolve.

Il concetto di antipolitica riporta a significati legati alla negazione della politica quale strumento per la salvaguardia del senso di comunità, del bene pubblico, del benessere sociale. Perché è di questo che la politica dovrebbe occuparsi. Del resto, questi sono gli elementi fondamentali dello statuto etico su cui si regge un sistema politico liberal-democratico.

Qualche settimana fa la Presidentessa del Brasile Dilma Rousseff, che ricordiamo ha un passato di comunista combattente durante la dittatura, per questo arrestata e torturata, in un recente servizio del New Yorker criticava l’Europa per la gestione politica della crisi economica, osservando che alla base della rinascita brasiliana vi è un semplice assunto, tra l'altro, legato alla tradizione liberal-democratica: “migliorare le condizioni di vita del popolo”.

Si, però, c’è qualcosa che non torna. Lasciamo perdere l’assenza di dimensione politica dell’Unione Europea, ormai conclamatasi in “Unione Bancaria Europea”, visto che il fallimento della Grecia, con quello che significa dal punto di vista sociale, lascia praticamente tutti indifferenti, concentriamoci sull’Italia e sullo statuto etico alla base del suo sistema politico.

Se, come diceva Dilma Rousseff, la politica, in democrazia, dovrebbe identificarsi col miglioramento delle condizioni di vita del popolo, in Italia a chi dovrebbe essere affibbiato il concetto di antipolitica, ai partiti tradizionali o ad esempio al Movimento Cinque Stelle?

Andando a spulciare gli ultimi rapporti statistici tra Istat ed Eurobarometro, tanto per non restare legati alla vita quotidiana di ognuno di noi, esce fuori una fotografia incredibile, al di là della crisi economica.

Il 52 per cento delle pensioni è sotto i mille euro, il 16 per cento dei minori è in povertà relativa, gli stipendi sono i più bassi e le tasse sono le più alte tra i paesi industrializzati, le tasse sul lavoro sono le più alte d’Europa, e il livello di evasione fiscale è il più alto tra i paesi occidentali. Due persone su tre entrano nel mercato del lavoro per clientela, ecco perché, oltre al tasso catastrofico di disoccupazione, vi è una larga fetta di popolazione giovanile che non avendo rapporti di clientela familistici, rinuncia a cercare lavoro.
 
Praticamente cinque regioni della penisola hanno i territori controllati da apparati militari irregolari, mafia, camorra, ndrangheta, dove esercitano il controllo dei sistemi economici illeciti, maggiore del prodotto interno lordo lecito: ma questa è storia antica, anzi antichissima. Una storia antica con prove e riscontri sul fatto che questi eserciti irregolari hanno il “lascia passere” del sistema politico, il quale anziché puntare sul miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini utilizza i fondi pubblici per il proprio arricchimento: dalla Cassa per il Mezzogiorno al Fondo Sociale Europeo.

I parlamentari italiani sono i più pagati d’Europa, dopo un referendum che aboliva il finanziamento pubblico dei partiti, hanno cambiato il nome chiamandoli rimborsi elettorali. Entrare nel parlamento italiano significa “fare i soldi”, anche perché i partiti, proprio per questi meccanismi e dunque per l’ingente mola di danaro che gestiscono, senza nessun obbligo contabile, poiché non sono soggetti giuridici, assomigliano più a dei sistemi bancari che non ad organizzazioni politiche.

Per tali ragioni, dalla pubblicistica, questo sistema è stato connotato in termini di “casta”. E le caste difficilmente lasciano le proprie “rendite di posizione”. Ecco perché è tecnicamente impossibile che in Italia ci possa essere un ricambio generazionale del sistema politico, come in ogni sistema liberal-democratico che si rispetti, dove una volta finito il proprio ciclo vitale gli uomini politici escono di scena. 
 
Inoltre, come ogni casta oligarchica, essa è assolutamente incapace di leggere la realtà poiché è concentrata sul mantenimento della propria realtà. Ciò significa che le leggi che vengono prodotte anziché migliorare le condizioni di vita della gente il più delle volte le peggiorano.

Due esempi per tutti… Chi si ricorda della legge Biagi, o per meglio dire “pseudo” Biagi? Una legge che era stata salutata come la panacea di tutti i mali, che avrebbe migliorato il mondo del lavoro italiano… E cosa hanno fatto gli oligarchi? Hanno inventato miriadi di forme contrattuali, mantenendo precarietà e vassallaggio, hanno messo l’obbligo per il lavoratori autonomi di aprirsi le partite iva, aumentandone le spese di gestione e le tasse. Per un lavoratore autonomo che fattura 15000 euro l’anno cosa significa aprire una partita iva, migliorare o peggiorare le condizioni di vita? Oppure, cosa significa per un lavoratore autonomo essere “assunto informalmente” da un’azienda attraverso la partita iva, migliorare o peggiorare le sue condizioni di vita?

E che dire della legge contro l’immigrazione, con la creazione dei CIE, dove chi non è in regola con il permesso di soggiorno viene arrestato. Bisogna ricordare che attraverso di essa sono stati respinti cittadini dell’Africa sub sahariana in possesso dei requisiti per la domanda di protezione internazionale, sancita dal diritto internazionale, vedi Convenzione di Ginevra del ‘51, e questo avveniva quando i dittatori, prima della primavera araba, erano partner privilegiati dell’Italia, i quali hanno accolto i respinti nelle loro galere tra torture, stupri e massacri silenziosi; quei respingimenti sono stati poi sanzionati dalla Corte di giustizia europea.

Ma un’altra brevissima storia vogliamo raccontare, quella di un giovane che vuole fare l’imprenditore, ammesso che abbia dei soldi o delle rendite familiari che possano garantire i crediti bancari, perché viceversa nessuna banca lo finanzierebbe. Ecco, quel giovane imprenditore dovrà fare una via crucis di mesi o anni tra le carte bollate e gli adempimenti burocratici, poiché solo per spostare un fascicolo da una scrivania ad un'altra in un ufficio della pubblica amministrazione qualsivoglia possono passare mesi. Se quell’imprenditore vive in Sicilia prima o poi gli verrà offerto l’aiuto di questo o quel boss per “risolvere la situazione” per poi tornare il favore a futura memoria, vita natural durante, se invece vive in Lombardia basta una o più mazzette a questo o quel impiegato di turno o politico di riferimento.
 
Ma un altro quesito sorge spontaneo: la fotografia di un paese come questo è più simile alle nazioni industrializzate di tipo liberal-democratico o piuttosto agli stati oligarchici sudamericani o africani? La risposta appare scontata, per cui si potrebbe parlare di uno strano caso di "oligarchia mediterranea", dove, appunto, viene corrotto lo statuto etico del sistema politico, non più legato al miglioramento delle condizioni di vita del popolo, ma all’arricchimento delle oligarchie in quanto tali.
 
In termini ancora più peggiorativi è lo stesso modello costruito in Grecia all’indomani della dittatura dei colonnelli, che ha portato negli ultimi anni l’establishment a truccare i conti delle leggi di bilancio. Ma è anche la condizione della Spagna, dove la corruzione dello statuto etico del sistema politico sta portando il paese verso la catastrofe. Ecco perché possiamo parlare in questi casi non di sistemi libelral-democratici ma di oligarchie mediterranee, che sono poi quelle che rischiano di essere espulse dalla zona euro, proprio perché la crisi internazionale ha evidenziato le loro difformità.
 
Abbiamo allora la certezza, per ritornare alla domanda iniziale sul significato della parola “antipolitica”, che essa non si riferisce al significato semantico del termine, perché se così fosse in Italia l’antipolitica sarebbe rappresentata proprio dallo stesso sistema politico, costruito sulle fidejussioni bancarie, sulle rendite di posizione delle “famiglie” interne ai partiti e sulle carriere dei singoli parlamentari.
 
Però attenzione, non bisogna dirle queste cose a chiare lettere e neanche con semplificazioni del tipo “sono tutti uguali, sono tutti ladri!” Al limite si potrebbe semplicemente bisbigliare perché se no si rischia seriamente di essere presi per qualunquisti oppure populisti e perché no anche demagoghi…
 

LA CITTA' COPERTA 

La festa del santo patrono

Quel giorno Santa Maria Chiarenza era addobbata di tutto punto. Era la festa del santo patrono, una liturgia importante per il paese… La gente in strada appresso al santo sembrava che fosse uscita da uno strano letargo, perché solitamente la sera non c’era nessuno per le strade, per una specie di coprifuoco dovuto alla paura di situazioni delinquenziali… In realtà non era una questione di delinquenza, ma piuttosto di mafia… In piazza del Duomo s’era creato, intanto, una specie di piccolo assembramento spontaneo: “Mizzica, c’è u sindacu…” Gridava qualcuno, e tutti a vedere cosa stesse succedendo. Il sindaco, con quella sua baldanzosa camminata passeggiava con portaborse e vigili urbani, e parlava improvvisando un comizio tra amici… “Ma quale mafia e mafia, qua, cari concittadini, siamo distanti dall’ondata di criminalità che invade la nostra isola… Ogni tanto può succedere qualche situazione di delinquenza, certo, ma che c’entra la mafia… Che siamo a Palermo qui…?”
 
La festa, così la chiamavano, era davvero un grande evento, tutti facevano finta di essere felici, come se dovesse essere una cosa dovuta… In effetti la festa era tale per i bambini e le ragazzine che potevano girare in gruppi di quattro o cinque senza i genitori, che restavano incollati alla processione… Anche Rosaria quella sera era felice, poteva girovagare con le amichette tra zuccheri filati e commenti nascosti sui ragazzi che si facevano notare impennando con i loro motorini… Sotto i portici della piazza, tra bar e circoli, gli anziani commentavano la processione seduti sulle loro sedie di corda, mentre la società che contava poteva incontrarsi fra strette di mano e pacche sulle spalle…
 
C’era anche Domenico Russo quella sera per le strade del paese. Ma questa volta non era in divisa come solitamente girava lui, era, come si dice, in borghese. Accanto a lui c’era la sua giovane moglie Claudia, di venticinque anni. Insieme spingevano il passeggino della figlioletta di appena un anno, la piccola Gloria… Domenico era un giovane ufficiale della Guardia di Finanza, vent’otto anni compiuti proprio il giorno prima. Era nato a Padova di padre emigrante salernitano e madre napoletana. Quello era il suo primo incarico da ufficiale, appena trasferito in Sicilia. Era felice di poter fare quel lavoro e di essere insieme alla sua famiglia, si, proprio la sua famiglia. Si sentiva importante Domenico, perché sapeva di avere delle responsabilità, sapeva di fare un lavoro difficile per il bene della collettività. Si sentiva un vero uomo… Domenico era un ragazzo dolce, che riusciva a prendersi cura di un cagnolino con la zampetta spezzata, come di una vecchina per attraversare la strada… Domenico era un ragazzo di cuore a cui piaceva dare alle persone, lui non si tirava mai indietro di fronte alle avversità, era un piccolo grande uomo…
 
Era dai tempi di Ferdinando II di Borbone che si festeggiava il santo, quando la contea venne divisa in due… Era un paese ricco fin da allora o più che altro la borghesia dell’epoca era molto ricca. Commercianti, possidenti, sensali ne costituivano il tessuto economico. Come tutte le città portuali era un punto d’approdo di traffici più o meno occulti, soprattutto in riferimento all’area levantina del decadente impero ottomano… Forse per questo l’illegalità e la sperequazione si sono tramandate, costituendo un’antropologia criminogena sui generis… Perché quegli uomini che passeggiavano tra i portici delle arcate dei palazzi in piazza del Duomo, che stringevano mani e davano pacche sulle spalle costituivano gli apparti del potere cittadino, che tradizionalmente avevano trovato il modo di atomizzare le proprie posizioni di privilegio… Il potere era in mano alle famiglie, integrate tra le classi medio-alte e che controllano la circolazione delle ricchezze.
 
Il sindaco continuava a interloquire con i cittadini in attesa dell’arrivo del santo e dei conseguenti fuochi d’artificio, quando si ferma improvvisamente e dice a voce alta: “Minchia c’è u Zu Liu…!” I suoi intendenti richiamavano l’attenzione su questo personaggio estremamente celebre tra quella piccola folla:“Minchia c’è u Zu Liu…!” Il primo cittadino gli si avvicina e lo abbraccia fraternamente… Ma chi era “Zu Liu”? Il rappresentante del clan mafioso vincente che aveva preso il controllo del territorio provinciale. Verrà ucciso da una scarica di lupara sette anni dopo. Immagine suggestiva quella del sindaco che abbraccia il boss del paese… Vicino al boss c’era Gaetano Scandurra, quello che può essere considerato a tutti gli effetti il primo spacciatore del paese… La sua attività criminale era stata inaugurata una decina d’anni prima alla fine della guerra provinciale tra le cosche… Lui apparteneva alla famiglia vincente anche se alle rapine si era sempre dedicato e poi anche alle estorsioni. Pochi anni dopo la guerra, quando la famiglia vincente si stava radicando, fu arrestato nel primo grande blitz della polizia. Da lì il curriculum carcerario di Scandurra si fece sempre più intenso. Entrava ed usciva dal carcere continuamente, per cui in un modo o nell’altro riusciva a gestire il traffico di stupefacenti per conto della famiglia…
 
Domenico cercava di capire la gente del paese. Certo, aveva sangue del sud nelle vene, però era un ragazzo borghese veneto, cresciuto in mezzo alle abitudini culturali di una terra completamente diversa dalla Sicilia. La sua sorpresa più grande per lui era il significato delle parole; cercava di spiegare a sua moglie, anch’essa padovana, come spesso l’ordine logico delle frasi assumeva un significato opposto a quello della pianura padana… Cioè le parole avevano un sistema di significazione diverso. Per non parlare dei venditori ambulanti delle fiere rionali, lui e sua moglie li visitavano tutti. Erano colpiti anche da quelle feste di paese, dove la processione religiosa diventava un veicolo di festa popolare e raccolta delle anime…
 
“Andiamo Rosaria, andiamo a mangiarci un arancino – invocavano le amiche – andiamo che ancora ce ne vuole per i fuochi…!” Le ragazzine si dileguarono tra la folla, camminando a passo spedito. C’erano dei ragazzi che volevano vedere senza essere viste… Rosaria era molto graziosa, aveva uno sguardo vispo e bello, malgrado i suoi sedici anni era una donna fatta, procace e seducente… Era una delle più osservate dai suoi coetanei, e non solo… C’era in particolare un ragazzo che s’era invaghito di lei… Fin dal pomeriggio l’aveva seguita… Jano si chiamava, Jano Scuderi, aveva diciotto anni ed era un pupillo di Scandurra. Appena le ragazze si avviarono verso il Cafè Umberto, Jano, in sella al suo boxer, si mise sul loro passo. Le seguiva senza farsi notare, cercando di carpire il momento giusto…
 
I venditori di calia, semenza e torroni facevano affari d’oro in piazza… Il sindaco continuava le sue passeggiate parlando sempre con un tono di voce alto… U Zu Liu, accompagnato da Gaetano Scandurra, veniva riverito praticamente da tutti, sembrava lui il vero sindaco e forse lo era veramente: “Baciamo le mani Zu Liu, baciamo le mani…!” La sua fama, il Boss, l’aveva acquisita proprio in seguito alla guerra, poiché in paese era il referente della famiglia vincente. Fu lui infatti a sterminare la famiglia concorrente… Prima che andasse al potere, i traffici illeciti in paese, gestiti dalla famiglia perdente, erano praticamente concentrati sui taglieggiamenti. Non esisteva un esercizio che non venisse taglieggiato. Era lo status quo, tanto che non servivano neanche più le minacce, il pizzo al clan era praticamente messo tra i costi fissi, insieme alle tasse, per chi le pagava… Paradossalmente i commercianti avevano più interesse a pagare il pizzo che non l’erario… Una volta arrivato al potere per “Zu Liu” il taglieggiamento era solo una quota minima degli introiti dell’economia mafiosa, perché il business più grande era quello dell’eroina e delle altre droghe psicotrope di massa.
 
Rosaria insieme alle amiche continuava a girovagare tra la piazza del Duomo e il corso Umberto, in una sera piena di folla e di gioia… Jano, nel frattempo aveva già piazzato una decina di stecche da diecimila lire di marijuana, e di questo era contento, anche perché aveva ricevuto già i complimenti di Scandurra. Via delle Calcare era una perpendicolare di via Umberto che arrivava direttamente alla chiesa del Duomo… Rosaria si staccò dalle amiche e percorse quella strada. Jano la seguiva senza farsi scoprire, fino a quando accelerava il boxer blu per bloccare la ragazza. E così fece. “Che vuoi, tu…? Chi ti conosce…? Vattene!” Intanto il ragazzo aveva già messo il boxer sul cavalletto e si accingeva a proiettarsi verso la giovane.
 
“Minchia che schizzinosa che sei…?”
“Lassami stari… Guarda che chiamo a mio padre…!”
“E perché? Che ti sto facendo qualche cosa io? Un bacio, solo un bacio voglio da te!”
“Tu si pazzu! Vatinni! Vatinni!”
 
Il ragazzo la cingeva col braccio destro da dietro, prendendola per i seni; sembrava davvero impazzito. Rosaria riusciva a dargli una gomitata, costringendolo a mollare la presa. Poi si diede alla fuga. Corse qualche metro ma Jano la riprese. Proprio in quel momento entrava in quella strada Domenico con la sua famiglia, anche lui da via delle Calcare stava tagliando la piazza, dall’altro lato però, per andare a mangiare gli arancini al Cafè Umberto. Domenico sentì le urla della ragazza, che chiedeva di lasciarla in pace. “Che succede….? Che succede laggiù…?” Urlava il finanziere. Finchè lasciava la carrozzina per andare in soccorso di Rosaria. Prese il ragazzo per un braccio e gli ordinò di fermarsi. Jano cercava di difendersi alla meno peggio, ma per Domenico il ragazzo era una piuma. Nel frattempo Rosaria era già scappata, andando a cercare disperatamente i suoi genitori dietro la processione. Quando Jano si ammansì Domenico lo lasciò… Il viso del ragazzo si tinse di odio…
 
“Ma tu cu cazzu si? Picchi non ti fai i cazzi to…?”
“Sono della guardia di finanza, e ora vattene prima che ci ripensi…”
“Minni vaiu, minni vaiu…”
 
Dietro quel “me ne vado” Jano però nascondeva il significato opposto, quel significato opposto delle parole che da sempre aveva destabilizzato il modo di pensare del giovane finanziere padovano. Infatti così fu. In sella al suo boxer Jano percorse la via Umberto in senso vietato. Aggirò immediatamente la piazza del Duomo. Era nervosissimo. Cercava con insistenza i suoi boss. Covava una vendetta feroce. Era assolutamente impazzito. Li trovò innanzi al circolo della caccia. Scandurra parlottava di donne con un suo uomo, con la solita volgarità che lo contraddistingueva. Zu Liu, accanto a lui parlava a mezze parole con un consigliere comunale della maggioranza, uno che cominciava a palesare l’intenzione di far fuori politicamente il sindaco. Appena Scandurra vide il ragazzo, non si rese subito conto che era stravolto dalla rabbia, quindi lo chiamò prendendolo in giro: “Giuvine, a si ancora cagniolo…” Sei ancora un cagnolino voleva dirgli, ma in termini dispregiativi…
 
“Fighiu di buttana” Urlò Jano rivolgendosi a Scandurra, il quale un po’ spaventato rispose: “Minchi, Jano, ti sei offeso… Ma io schezzavo….!”
“Figghiu di buttana!” Riprese Jano “è un figghiu di buttana… Ma no tu…” Jano raccontò la storia, soffermandosi sull’affronto che aveva subito. Scandurra si arrabbiò molto… “Zu Liu, l’aviti sentita sta storia…?” Il Boss volle capire bene di chi si trattava, e quando capì che si trattava dello sbirro del nord, diede il benestare: “Trovici na pistola o carusu…!” E Scandurrà obbedì. Disse al ragazzo di aspettarlo lì per mezzora circa e si allontanò tempestivamente. Tornò come promesso e chiamò il ragazzo con se. Lo portò in auto e gli diede una pistola: “Ammazzulu a du bastardu!”.
 
Mezzanotte circa. Il santo stava ormai per affacciarsi in piazza del Duomo. Aveva già percorso quasi del tutto corso Umberto. L’intero paese era riversato nella piazza. Jano è sempre in sella al suo motorino, ha una pistola con se che sa usare e che è intenzionato ad usare. Cerca quel giovane finanziere che ha difeso la ragazza che lui voleva baciare, e che ha reso innocuo il suo sfoggio di virilità… Domenico, con la sua famiglia e lì, appresso al santo, che mastica noccioline e sorride alla vita, vicino all’amore suo Claudia… E’ ignaro Domenico, non sa che un pazzo vuole ammazzarlo… Il santo entra nella piazza e Domenico si sposta dentro le arcate per paura che vengano schiacciati dalla folla. Si mettono lì di fronte all’ingresso del bar del Duomo, e aspettano di assistere ai fuochi, anche perché casualmente quello era risultato un buon posto per la visione dello spettacolo.
 
La cosa paradossale, che Domenico non poteva sapere, è che quel posto era ottimamente posizionato anche per essere avvistati da qualcuno che ti cerca in mezzo alla folla… E così fu… Il ragazzo si mise un passamontagna fece qualche metro, arrivò alle spalle del finanziere, che non ebbe il tempo di rendersi conto di nulla: un braccio sul collo e la pistola su un fianco. Sparò tre colpi col silenziatore. Sembrava una esecuzione fatta da un professionista del crimine. Tra la confusione generale si allontanò sentendo alle spalle le urla della moglie nel vedere il marito insanguinato cadere per terra… Così era morto un ragazzo felice di vivere e di fare il finanziere in una lontana terra di Sicilia. Così venne avviato al crimine professionista un ragazzo di diciotto anni che non riusciva a trattenersi dal baciare una ragazza… I fuochi d’artificio non smettevano di esplodere…

L'intifada catanese

È un compito assai complesso “raccontare” una città immersa nel mondo contemporaneo, poiché le variabili che si intrecciano hanno un sapore inestricabile. Già, si dovrebbe partire dalla dimensione della società globale, prodotto della sintesi tra mezzi e merci, tipica appunto del nostro tempo.

Oppure si potrebbe parlare dell’assenza come suo concetto fondante: assenza di certezze, spesso di diritti, assenza di valori, ma anche di identità collettiva, assenza di regole condivise, ma anche di limiti, poiché attraverso il prevalere della quantità sulla qualità tutto è concesso...

O, ancora, si potrebbe tirare fuori il vecchio, ma sempre attuale, ragionamento sulle mete da raggiungere: ricchezza, successo, benessere, insomma, che nella realtà non sono concessi a tutti.

Beh, certo, queste sono tutte variabili che possono permettere di raccontare una città del nostro tempo, ma non una città in terra di Sicilia... Qui le variabili sono altre... Quando le immagini della piccola intifada catanese hanno raggiunto tutto il mondo, un moto di rabbia, collera, indignazione, ha colpito i cuori di tutti gli esseri umani civilizzati. Tutti abbiamo ricevuto una piccola scossa dopo aver osservato le immagini di una rivolta urbana a sfondo calcistico, nel corso della quale un uomo veniva ucciso. Tutti, dicevamo, tranne una parte della città stessa. Ma è possibile che una parte della città sia rimasta indifferente? Ecco, forse abbiamo trovato la variabile che ci serviva per raccontare la nostra storia...
 
Chi è siciliano o ha vissuto in terra di mafia a questa osservazione potrebbe rispondere che in una città dove si spara e si ammazza frequentemente diventa facile l’indifferenza alla barbarie. Sì, ma qui la cosa è più sottile perché a morire non era un mafioso ma un poliziotto. «Sbirri bastaddi, vannu ammazzari a tutti pari...!» (vi devono uccidere tutti) così esordiva il custode dello stadio Massimino di Catania prima di essere arrestato... Sì, perché il custode, insieme alla sua famiglia, “custodivano”, prima che la struttura pubblica, armamentari vari per i “clan” degli ultrà... Filippo Raciti, insomma, non era un uomo bensì uno sbirro, e sembra quasi una ridefinizione dei paradigmi sciasciani de Il giorno della civetta...
 
La mattina dopo la guerriglia, in piazza Spedini, davanti allo stadio, come se nulla fosse successo, c’era il mercatino rionale; uomini e donne tra una bancarella e l’altra facevano le loro compere... Nel frattempo le strade della città si coloravano a festa per la patrona, sant’Agata. Festa vissuta in modo mesto da quella parte della cittadinanza indifferente, non perché un uomo era stato ucciso ma perché i fuochi d’artificio erano stati annullati... «Non è come gli altri anni,» continuavano a ripetere le persone per strada «mancano i fuochi...».

Cos’è dunque che nasconde questa indifferenza? Nei primi anni Ottanta, il sociologo Raimondo Catanzaro scriveva nel saggio Il delitto come impresa. Storia sociale della mafia che ciò che contraddistingue il siciliano è la sua voluttà epidermica nell’aggirare le regole. Negli stessi anni Pippo Fava, il più grande giornalista isolano, ucciso dal clan Santapaola, sottolineava provocatoriamente che «noi siciliani siamo tutti mafiosi».
 
Cose antiche e secolari queste, certo, su cui si è potuta costruire la cultura mafiosa, che appartiene a tutti i livelli della stratificazione sociale. Sciascia, prima di morire, diceva che per risolvere i problemi della Sicilia basta una cosa semplice (ma impossibile, aggiungiamo noi): l’affermazione dello stato di diritto... E, allora, lo “sbirro” chi è, se non l’esecutore dello stato di diritto, cioè l’esecutore di una cosa impossibile da realizzare... Uno degli slogan tra i più cantati dagli ultrà che hanno dato vita alla piccola intifada rossoazzurra era il seguente: «Son contento solo se vedo morire uno sbirro, calci e pugni nella schiena, tanto a noi non ci fai pena».
 
Certo c'è da dire che dopo i fatti del G8 di Genova, che hanno scoperchiato un apparato di sicurezza eticamente corrotto, la fiducia nelle forze dell'ordine italiane è molto blanda, perché in questo paese senza accorgertene ti può capitare di tutto. Ma al di là di questo la vicenda dell'intifada catanese è una chiave di lettura antropologica di questo territorio mafioso. Per cui ci sono delle domande retoriche che diventa difficile non farsi...
 
Chi deve essere portatore dello stato di diritto? Le istituzioni in primo luogo. Ma quali istituzioni? Quelle che hanno generato quartieri come Librino? Perché è da lì che arrivavano i giovani assassini dell’ispettore Raciti. Già, Librino, il quartiere che sta proprio alle spalle dell’areoporto... Ogni italiano almeno una volta nella vita dovrebbe andarci in un quartiere come quello, per vergognarsi di essere italiano...
 
E dire che era stato progettato da Kenzo Tange, alla fine degli anni Sessanta. Spazi verdi, infrastutture per i giovani e gli anziani, abitazioni e luoghi rispettosi della sostenibilità urbana. Era un progetto modello. Poi le istituzioni hanno costruito chilometri di palazzoni, dimenticando tutto il resto, in molti casi scordandosi perfino degli scarichi fognari... Da modello a spettro della cultura mafiosa, dove posizionare quella fetta di popolazione senza diritti, nel senso proprio del termine... Una riproposizione della cittadinanza passiva che vigeva in Europa fino al XIX secolo. Una riproposizione, è ovvio, poiché questi cittadini hanno il diritto di voto, possono cioè eleggere i loro rappresentanti nelle istituzioni...
 
 Giuseppe Arena è uno degli astri nascenti di Alleanza Nazionale in città. Quando entra allo stadio saluta con le pacche sulle spalle chiunque si avvicini... Qualche bacio e la celebre frase: «Tutto apposto...?». Chi ci parla di lui, sicuramente un “detrattore”, ci dice che è il classico “parolaio”, cioè uno che parla, uno che promette mari e monti... Arena, astro nascente di An in città, è il vicesindaco di Umberto Scapagnini, il medico personale di Berlusconi, secondo cui il Cavaliere sarebbe potenzialmente immortale, ma questa è un’altra storia... U sinnacu, ormai al secondo mandato, è un personaggio sui generis: vecchio massone, ex craxiano, passato alle cronache per le sue amanti sudamericane... 
 
U sinnacu, anzichè interrompere la festa di sant’Agata per lutto cittadino, ha voluto lamentarsi della “manipolazione” dei dati de Il Sole 24 Ore, che, nella graduatoria di vivibilità delle città italiane, assegnava l’ultimo posto alla comunità da lui amministrata. Ma torniamo ad Arena. Perché, se si vanno a scorrere le deleghe degli assessori comunali, si scopre che il giovane leone di An e vicesindaco, ha la delega al “Catania Calcio”. Sì, proprio così; per quanto possa sembrare una barzelletta, è proprio così... Domanda un po’ ingenua: ma politicamente a che serve una delega al Catania Calcio?
 
 Medioevo prossimo venturo scriveva Roberto Vacca negli anni Settanta, preconizzando per il nuovo secolo un ritorno della società all’oscurantismo. Ma in Sicilia il feudalesimo, in altre forme da quello medievale, è più che mai un modus vivendi... È feudalesimo una scuola elementare, sempre a Librino, che deve chiudere perché il Comune non ha pagato l’Enel. È feudalesimo la sassaiola a una macchina della polizia che, ancora a Librino, cerca di arrestare uno spacciatore. È feudalesimo il potere culturale, sociale ed economico dei clan mafiosi su tutto il territorio. È feudalesimo il fatto che dei ragazzini possano essere allevati dalla mafia per fare i killer.
 
È feudalesimo un salario di trecento euro al mese, per otto ore di lavoro al giorno, “concesso” alle commesse dei negozi, così come ai praticanti commercialisti. È feudalesimo la sudditanza dei cittadini sia passivi che attivi (la borghesia) nei confronti del politico di turno per un posto di lavoro... Già la borghesia, ribattezzata qualche tempo fa da Piero Grasso, coordinatore nazionale antimafia, borghesia mafiosa, cioè quella che proprio sull’assenza dello stato di diritto prospera... Anche la borghesia mafiosa è naturalmente rimasta scontenta che i fuochi di sant’Agata non siano stati esplosi, quella borghesia che, insieme ai giovani di Librino, urlano allo stadio che il poliziotto è il “primo nemico”. Perché anche questo succede...

A chi il dovere di difendere lo stato di diritto, dunque, in una città dove i significati della civiltà alfabeta, per dirla alla McLuhan, sono stati invertiti? È difficile contestualizzare un concetto come questo all’interno della dimensione dello stadio, anche perché esso è un porto franco, dove, a prescindere dalla partita di calcio, è possibile esprimere al massimo della furia i significati invertiti del senso di appartenenza: no alle leggi, morte allo sbirro... Anche qui siamo di fronte a una ridefinizione storica, quella dell’antica Roma, dove la violenza e la morte messa in scena dai gladiatori era lo spettacolo della comunità sociale. Lo stadio ribalta le parti poiché gli spalti diventano un luogo autonomo dall’evento sportivo.
 
Lì, allo stadio, per definizione, non esistono leggi: le armi per la guerriglia possono essere ben nascoste prima della partita, anche perché il custode è “cosa nostra”. Chi normalmente andava allo stadio Massimino di Catania sapeva che gli ultrà, giorni prima della partita, nascondevano lì dentro le loro armi dal sapore medievale, perché la struttura è sempre aperta...
 
 Se questa è la realtà, è mai possibile che un magistrato o la polizia stessa o anche la società Catania Calcio, non abbiano mai pensato di intervenire per prevenire? Ci sono particolari che, seppure di poca importanza nel contesto generale, rimangono un po’ inquietanti, come ad esempio chi e perché ha assegnato quel posto di lavoro al custode ultrà... Così come alcuni quesiti, anche questi forse di poca importanza, rimangono senza risposta...
 
Non si poteva immaginare che lasciare aperto lo stadio senza controlli avrebbe costituito un potenziale pericolo? Il mercatino, dopo l’infausta notte, non si poteva evitare di farlo svolgere...? La festa di sant’Agata non si poteva sospendere? Piccole cose... Però rimane la certezza che queste piccole cose sarebbero state fatte in tutte quelle città che possono essere raccontate attraverso le variabili del nostro tempo storico, dove, malgrado il caos epocale, vige lo stato di diritto...

 

San Berillo, una storia mediterranea

Da tradizionale ghetto della prostituzione a modello auto-organizzato d'inclusione sociale

 

Storie di casa nostra

La storia di San Berillo, uno dei quartieri più antichi di Catania, raccoglie in qualche modo tutti gli elementi delle storie di saccheggio e depravazione politica che hanno caratterizzato, attraverso le speculazioni edilizie, il sistematico sventramento dei territori urbani italiani dal dopoguerra ad oggi. Se una data plausibile da cui fare partire questa storia è il 1949, quando l'allora amministrazione comunale nominava la commissione di aggiornamento al piano regolatore, dove si sarebbe incubatala la speculazione di San Berillo, è anche vero che una data di chiusura non c'è, per il semplice fatto che questa storia è ancora aperta... Il 1950 fu l'anno in cui il Consiglio comunale di Catania approvò, la demolizione e la ricostruzione di questo pezzo della città posizionata tra la stazione, il centro ed il mare. Il progetto veniva affidato ad una società creata ad hoc, legata alla Società Generale Immobiliare di proprietà del Vaticano: l'Istica, presieduta dal deputato democistiano Claudio Maiorana. Il progetto veniva poi inserito nel piano regolatore del commissario prefittizio. Una cascata di miliardi di lire erogati dallo Stato e dalla Regione per demolire un'area di 240.000 m2 e ricostruire 1.800.000 m3. A ciò si aggiungeva il business legato agli edifici costruiti per le 30.000 persone deportate in un altra parte della città, nel quartiere di San Leone, che diventerà per proprietà transitiva, San Berillo Nuovo. Mai si era visto e mai si potrà vedere una vera e propria deportazione da un territorio ad un altro dentro una città, sradicando vite e tradizioni a cui erano legate le decine e decine di botteghe, che costituivano l'anima del territorio. C'erano i maestri liutai che convivevano con i maestri pupari, c'erano piccoli mobilifici che le famiglie del quartiere si erano tramandate: era un polmone economico e produttivo della città. I lavori iniziarono nel 1957, l'area venne rasa al suolo, e in seguito in parte ricostruita. Solo un uomo, l'ingegnere Giuseppe Mignemi, capo di una commissione di collaudo, denunciò negli anni sessanta il saccheggio che era stato compiuto ai danni della collettività, portando alla luce una delle più grandi speculazioni edilizie della storia europea. Nel frattempo San Berillo, dall'entrata in vigore della legge Merlin, quando le case chiuse si chiusero alla legalità, diventò poco più che un ghetto, con una decina di strade ed una piazzetta.

L'unico processo penale avviato portò prima alla condanna e poi all'assoluzione il Sindaco dell'epoca La Ferlita, uno dei grandi capri espiatori di questa storia: l'accusa imputava la distrazione di due miliardi e passa di lire in favore dell'Istica. Si perché il vero manovratore di tutta la vicenda fu l'eminenza grigia della politica catanese, il vero e unico imperatore della città: Nino Drago, proconsole di Andreotti nella Sicilia orientale, il quale era riuscito, qualche anno prima, a far arrestare Mignemi per calunnia nei suoi confronti. La vera denuncia dell'ingegnere era proprio contro Drago, che considerava una vera e propria mente criminale. Ma essendo rimasta una opera urbanisticamente incompiuta, essa non poteva che produrre ghettizzazione sociale. E così fu... San Berillo venne da allora consacrato come il quartiere “clandestino” a luci rosse di Catania, dato che la sua anima storica, quella delle botteghe artigiane gli era stata strappata per sempre. Oggi il segno più evidente di questo sventramento, ossidatosi in sessant'anni, è lo squarcio che c'è nell'arteria centrale che dalla stazione si prolunga verso il centro, cioè Corso dei Martiri, con quei 160.000 m2 di pietra lavica, che hanno tutto l'aspetto di vere e proprie catacombe...

Un modello di drammaturgia sociale

In questa storia ci stanno tutti i "segni distintivi" tipici di un modello di drammaturgia sociale del nostro tempo, che diventa in qualche modo modello simbolico, utile per interpretare la realtà. C'è il Potere, in quanto regolatore della dimensione pubblica che perde la sua funzione originaria, per trasformarsi in salvaguardia degli interessi privati. Ma non è soltanto questo. San Berillo è anche il primo grande evento di criminalità politico-territoriale, che come in un laboratorio ha fatto da sintesi a due diverse modalità di organizzazione sociale: quella massonica e quella mafiosa. La prima costituì le ragioni attraverso cui il sistema di "appartenenze" al rito scozzese fece da viatico, nel 1943, alla formazione, per opera degli alleati anglosassoni, di una nuova classe dirigente etnea. La seconda, definì le modalità sub-culturali del gruppo di potere insediatosi nella Democrazia Cristiana agli inizi degli anni cinquanta, conosciuto da tutti con la denominazione di "Giovani Turchi", di cui Nino Drago fu il capo indiscusso...

Il primo a spiegare il sistema di interessi fondiari catanesi attraverso la lente massomafiosa, fu il professore Giuseppe D'Urso, urbanista dell'Università di Catania e uno dei fondatori della Rete di Leoluca Orlando, figlio del vicesindaco di quella amministrazione del '49 da cui partì tutta la vicenda... Ma a che serve ancora raccontare questa storia? Forse perché questa storia racconta il motivo per cui oggi l'Italia può essere considerato un paese fallito. Un paese che grazie all'opera di oligarchie funzionali al sistema stesso, hanno fatto man bassa del territorio, non negli ultimi vent'anni, ma negli ultimi sessanta... Forse perché quello che succede oggi non è soltanto causa di una crisi economica, ma che questa ha semplicemente aperto un vaso di pandora... Oppure perché è giusto ricordare, a chi in Italia ha fatto finta di non accorgersi, durante le ultime tre generazioni, che le vicende miserande del meridione sono sempre dovute restare tali, per far arricchire un pugno di “famelici avvoltoi”, dentro e fuori l'apparato dello Stato. Ma anche perché oggi San Berillo può diventare un segno distintivo di qualcos'altro, di una parola che in Sicilia non è molto conosciuta: riscossa... Ma qui un'altra maschera fuoriesce, questa volta diversa dal passato, è la maschera della consapevolezza, identificabile in un gruppo di cittadini i quali hanno deciso che è arrivato il momento di fare a soli. Hanno costituito un Comitato nel segno della cittadinanza attiva: “La nostra mission – osserva Roberto, membro del Comitato - è quella di includere e non escludere, attraverso progetti di cittadinanza attiva: che siano prostitute, che siano senegalesi che siano cittadini singoli o associazioni... Noi siamo una ventina di persone che abitano e che attivamente lavorano nel quartiere, siamo consulenti, professionisti, ingegneri, ecc... E con le istituzioni vogliamo mettere a disposizione le nostre competenze per migliorare il luogo in cui viviamo.”

Quando c'era il regno

Negli anni novanta, dai frequentatori del luogo, San Berillo venne soprannominato "Il regno", a voler sottolineare le sue caratteristiche di entità autonoma dal resto della città, una sorta di porto franco dalla morale collettiva. Un posto davvero sui generis, dove sporcizia, degrado, sfruttamento, violenza, convivevano tutte le notti, quando le porte si aprivano e centinaia di uomini si aggiravano nel buio tra quei vicoli stretti e decadenti... Poi nel 2000 una retata in stile film americano mise fine al regno... Il quartiere bordello si svuotò ma alcune donne e qualche travestito, soprattutto chi aveva case di proprietà, rimase a praticare la sua professione... Franchina è uno di questi, ha da poco preso parte alla pellicola di Maria Arena “Gesù è morto per i peccati degli altri”, film che ha partecipato al Festival dei Popoli di Firenze. Ma Franchina è anche uno scrittore. "Davanti alla porta" è il titolo del libro sulla sua vita nel quartiere: "Molte delle case che negli anni sono rimaste chiuse, - ci racconta Franchina - sono state poi occupate da altri per lavorarci... Il paradosso è che i proprietari sono irrintracciabili, per cui non è possibile fare nessun intervento edilizio..." Cioè in poche parole, non è possibile risanare gli edifici perché i possessori delle case non possono essere rintracciati. Certo, in tal senso non si capisce se questo sia un bene o un male, visto che dopo sessant'anni c'è chi vorrebbe radere ancora tutto al suolo. Esistono interessi fondiari che dagli anni cinquanta si sono proiettati ai giorni nostri, con i nuovi proprietari entrati in campo dopo il fallimento dell'Istica. Ed è questo coacervo di interessi contro cui devono combattere i cittadini del comitato, interessi che vedono famiglie vecchie e nuove, legate agli establishment di destra e di sinistra, fare affari.

C'era una frase che il Prof D'Urso usava citare per descrivere la borghesia catanese: “Catania, città di bancarellari con le sue feste private e pubbliche, dove ognuno espone la propria mercanzia pronto allo scambio. Il guaio è che gli espositori sono politici, imprenditori, operatori economici, alti prelati e ovviamente il grande editore Ciancio...” Ora, in una terra di mafia, se si vuole distruggere socialmente qualcuno o qualcosa prima di tutto lo si delegittima. Il quotidiano La Sicilia, negli anni dell'impero di Drago, aveva proprio la funzione di sistematica legittimazione del sistema e delegittimazione delle richieste sociali contrarie agli interessi del sistema. Questa prassi fu utilissima nella gestione di tutte le questioni, compresi gli scandali, legate al piano regolatore, che non sarà mai applicato, proprio per lasciare mano libera alle speculazioni. La funzione svolta dall'informazione dell'editore Ciancio, uomo dagli straordinari interessi fondiari, è sempre stata direttamente proporzionale alla diffusione della cultura mafiosa e, laddove ce ne fosse stato bisogno, alla delegittimazione di questo o quel nemico. In tanti ricorderanno come il giornale La Sicilia dopo l'omicidio mafioso del giornalista Pippo Fava, di cui proprio oggi cade il trentunesimo anniversario della morte, cercò all'inizio di far rientrare la cosa in “storie di corna”, con una modalità mistificatoria disgustosa.

Nella situazione che stiamo raccontando però ad essere colpito non è il singolo cittadino o la singola organizzazione ma addirittura un intero quartiere. La denuncia è stata lanciata dal settimanale l'Espresso, attraverso un'intervista al regista Edoardo Morabito, autore del primo film grato nel 2013: “I fantasmi di San Berillo”, e quello che dice sembra davvero qualcosa di surreale. In breve, un'associazione denominata Panvision, organizza giri turistici in quello che fu il puttanaio a cielo aperto più grande d'Europa. Ingaggia all'occorrenza prostitute o travestiti come guide turistiche, con la motivazione formale di reinserire le persone nel mondo del lavoro. Quando arrivano tante adesioni al punto da formare un gruppo, al prezzo di 10 euro con l'iscrizione all'associazione, parte il giro chiamato “Catania segreta tour”, alla scoperta della desolazione urbana, per ammirare le case decrepite che non possono essere demolite... C'è qualcosa di totemico in tutto questo, come una sorta di santificazione del degrado che fa parte delle bellezze di una città mafiosa... Il regista Morabito, definisce questa iniziativa turistica una operazione da “zoo piccolo borghese”. Può darsi che sia anche così, ma uno zoo sociale si connota per definizione in quanto ghetto, perché ghetto deve restare, soprattutto se si vuole demolire per ricostruire...

E' la storia di San Berillo insomma... Ma questa volta la resistenza culturale assume forma nell'azione dei cittadini, che vogliono far rinascere il loro luogo in quanto territorio e non ghetto, perché quel territorio è vivo malgrado ci siano puttane e senegalesi, anzi forse proprio per questo può essere definito l'unico luogo letterario della città, da cui ripensare la città...

La resistenza attiva dei cittadini

Qui – osserva Roberto – dentro il quartiere non c'è presenza mafiosa, per cui il rapporto con la città è unicamente dimensionato rispetto all'esercizio della prostituzione. Esercitare la prostituzione in Italia non è un reato, però è chiaramente contraria alla morale comune, forse per questo l'amministrazione ci ascolta ma allo stesso tempo è come se ci tenesse a distanza...” Una bella sfida per questi cittadini, riuscire cioè a riqualificare il loro quartiere che porta lo stigma di un luogo per rifiuti della società. Se si aggiunge poi che questa è la motivazione non esplicitata della borghesia mafiosa per demolire quel che rimane, e completare, dopo sessant'anni, il saccheggio, il quadro è completo. Il progetto da cui il comitato è partito si chiama “mappe urbane”, realizzato in collaborazione con l'Università di Catania, attraverso cui alcuni ricercatori hanno somministrato interviste e indagato sulla storia del quartiere, per ricostruire una identità che lo sventramento ha estirpato. “Stiamo lavorando – prosegue Roberto - con dei sociologi urbani della facoltà di Scienze Politiche per individuare proposte di riqualificazione urbana che partano dalle vocazioni del territorio, per svilupparne le potenzialità.” Si avverte come una necessità impellente, camminando per i vicoli di San Berillo, quella cioè di riappropriarsi del passato, di un passato che la città ha dimenticato e non è interessata a ricordare. Un passato rubato che impedisce l'affermazione dei diritti di cittadinanza nei confronti delle puttane e dei travestiti. Ma anche dei senegalesi, che negli ultimi anni hanno costituito una sorta di società chiusa a San Berillo, che si differenzia dalle altre società chiuse di tipo etnico presenti in tutte le città del mondo, perché in questo caso non vi è una volontà a slegarsi dal resto del territorio, ma una necessità, semplicemente perché a San Berillo riescono a trovare un tetto sulla testa a costi per loro sostenibili, che tradotto vuol dire in condizioni inumane... “Noi vogliamo – incalza Roberto - far rinascere questo quartiere in positivo e ci adoperiamo ognuno con le nostre competenze: questa è cittadinanza attiva... Si parla da anni di fare un distretto dell'artigianato, ma non si è mai fatto niente, come sempre a Catania...” Beh, pensare di fare un distretto dell'artigianato, sarebbe una cosa estremamente virtuosa per una città dove deve essere mantenuto lo status quo. Sarebbe un riappropriarsi del proprio passato, delle proprie origini, della propria identità. Probabilmente creare un distretto dell'artigianato a San Berillo sarebbe l'atto antimafioso più straordinario che la città possa fare: forse per questo non si farà mai...

La città coperta 

C'era un'altra descrizione del sistema massomafioso catanese cara al Professor D'Urso, che forse spiega meglio la funzione della borghesia: “Catania e i suoi governi, i suoi affari sommersi, i legami parentali e occulti che si sono tramandati di generazione in generazione e che hanno costituito un reticolo intrinsecamente legato al territorio. Una città rigidamente coperta dagli interessi dei ceti salottieri riuniti in logge, che hanno tessuto le loro attività trasformando l'illegalità in ordine costituito.” Il concetto di città coperta è quindi a fondamento della filosofia massomafiosa, dove i legami parentali e le alleanze trasversali diventano un tutt'uno. Ci sono alcune figure politiche, nei sessant'anni di vicende legate a San Berillo, che in qualche modo rientrano appieno in questa descrizione. Sappiamo essere centrale la figura di Nino Drago, che è stata raccontata in spettacoli teatrali come la “Ballata per San Berillo” di Turi Zinna ed Elio Gimbo, dove vengono teatralizzate le caratteristiche cinicamente criminogene di questa specie di Scarface della politica, che ha tenuto sotto scacco una città per quarant'anni.

 

Ma ci sono alcuni personaggi interessanti da raccontare, che davvero sono maschere di un potere oligarchico di tipo mediterraneo i cui caratteri sono quelli dell'oggi. Nessuno ha mai parlato, ad esempio, delle maschere del Potere che tra il '49 e il '53, utilizzarono l'affare di San Berillo come viatico per costruire rendite di posizione personali, istituzionalizzate dalla Democrazia Cristiana. Forse in pochi ricordano che la vera mente strategica dello sventramento di San Berillo fu il maestro di Nino Drago, colui il quale gli fece da sponsor: Domenico Magrì. Era un uomo vicino alla famiglia Segni che iniziò la sua scalata al potere nel '46, come assessore della giunta Pittari. Ma fu nella giunta successiva che diventò burattinaio, cioè durante la sindacatura di Giovanni Perni. Perché la nomina della nuova commissione di aggiornamento del piano regolatore fu realizzata proprio per produrre le condizioni giuridiche affinché l'operazione potesse essere realizzata.

La Democrazia Cristiana dell'epoca era ancora prevalentemente legata ai notabili dell'azione cattolica antifascista, molti dei quali massoni, della corrente sturziana. Una esigua minoranza di questi chiese a gran voce che l'operazione venisse condotta da un ente pubblico, cioè l'Istituto Autonomo Case Popolari, ma la gran parte del partito era tutta schierata con Magrì, che già aveva preso accordi con il Vaticano. Magrì si adoperò per far nascere un altro ente apposito che prendesse l'appalto: l'Istica. A Perni seguì l'anno dopo l'amministrazione Gallo Poggi, un indipendentista alla cui famiglia viene fatto risalire l'incendio del Municipio di Catania nel '44, sotto forma di sommossa popolare, come ritorsione per non essere entrata dentro il nascituro sistema di potere locale. E qui che si ha il voto del Consiglio comunale per far partire l'operazione e che vede pure il sostegno del partito comunista... Di questa storia andammo a parlare nel '91 con Franco Pezzino, uno degli esponenti storici del Pci catanese, ma lui sottolineò con insistenza di non ricordarsi affatto di quel voto... Nel '52 Magrì diventa Sindaco, ma è semplicemente il trampolino che lo porterà poi in parlamento, guadagnandosi grazie a San Berillo i galloni sul campo. Infatti alla fine del '53 Magrì esce di scena e lascia la sindacatura ad un altro vecchio sturziano, Luigi La Ferlita, che la terrà per sette anni, giusto il tempo di far partire i lavori di sventramento e restare impigliato nella fittissima rete di corruzione creata da Drago, dopo la fase celebrata dalla pubblicistica come “la compravendita delle tessere”. Come ormai scritto nei libri di storia, da quel momento Drago diventa il padrone assoluto della DC e quindi della città, grazie a quei giovani imprenditori che anni dopo saranno denominati da Pippo Fava, i cavalieri dell'apocalisse mafiosa...

Il mondo davanti

Il nostro è un modello – conclude Roberto – di socialità solidale. La settimana scorsa gli abitanti di uno di questi vicoli hanno voluto organizzare un pranzo per tutti i residenti del quartiere, con una tavolata lungo la strada, e oggi gli abitanti di un'altra strada ricambiano il favore...” Il punto è che una cultura tendente alla socialità solidale è un bisogno sempre più impellente dei tessuti urbani di tutte le città italiane, ne è una prova il laboratorio bolognese delle “social street”, che nel giro di un anno e mezzo ha diffuso, attraverso facebook, un nuovo modello di cittadinanza attiva in tutto il mondo, studiato anche da alcune università italiane.  Si tratta di un  prototipo di socialità sostenibile, che fa da legame alle differenze culturali, etniche, ed economiche presenti in un territorio, per una migliore qualità della vita, partendo dalla strada in cui si abita. Una strada dove i cittadini stessi si aiutano vicendevolmente sui bisogni quotidiani, ma dove partecipano attivamente, decidendo di fare insieme delle cose che riguardano tutti, di cui tutti ne possano beneficiare. In buona sostanza è questo il lavoro del Comitato dei cittadini attivi di San Berillo, in linea con le poche innovazioni dal basso che si stanno sviluppando in Italia.

Ma a ben guardare il mondo davanti a San Berillo avrebbe bisogno di tanti comitati di cittadini che utilizzassero lo stesso modello di cittadinanza attiva e di inclusione sociale. Perché la Catania di oggi è una città ormai socialmente decomposta, dove la cultura mafiosa ha prevalso sulle dinamiche collettive in modo inarrestabile. Dove il livello di aggressività e inciviltà tra le persone hanno superato il punto di non ritorno. Dove il continuo bisogno di sopraffazione ha trasformato il sistema di relazione tra le persone, nel vissuto quotidiano della città... Ci sono alcuni momenti, come scatti fotografici, che possono essere utilizzati per raccontare una città così... La spiaggia libera della playa, ad esempio, in pieno agosto ricoperta di immondizia, e la gente sdraiata accanto che prende il sole... La donna seduta in una panchina che in seguito ad un colpo di vento viene uccisa da una palma cadutale addosso violentemente, perché a quell'albero non era stata fatta manutenzione... L'assalto mafioso dei “paninari” sul lungomare contro coloro che protestano per l'invadenza di questi carrozzoni abusivi, che sporcano ed evadono le tasse... Le bande dei ragazzini che in centro assaltano altri ragazzini, in una sorta di mimesi da favela... Il parco pubblico dove viene proposto un evento teatrale innovativo per la città, desolante e desolato, persino senza luce elettrica e senza nessun tipo di manutenzione e controllo, tanto che gli spettatori sembrano dover assistere ad un rito satanico. L'accoglienza dei migranti dell'operazione Mare Nostrum, presso il palazzetto dello sport, più simile all'organizzazione di un campo di concentramento che di una emergenza socio-sanitaria... La gestione del Cara di Mineo, entrata nell'inchiesta “Mafia Capitale”, il cui snodo degli interessi era la presidenza della provincia, e in cui sembra che il tesoriere del partito democratico sia anche revisore dei conti delle cooperative che gestiscono la struttura.

In un disastro come questo è impossibile non citare un'altra maschera, quella del sindaco democratico Enzo Bianco. Se dovessimo coniare un titolo da prima pagina per descriverlo potremmo dire"Cerca l'inquadratura giusta ma non si accorge che il territorio è già sprofondato". Un uomo che è l'ombra di se stesso, nel ricordo degli anni novanta, quando si parlava della sua primavera... Quando la sua amministrazione stimolò sicuramente un certo risveglio culturale della città, senza però mai toccare gli interessi fondiari, che dopo la fase dei cavalieri dell'apocalisse, videro la centralità della coppia imprenditoriale Ciancio-Virlinzi. Ovviamente anche nella stagione della primavera il piano regolatore non venne realizzato... Poi entrò nel grande gioco nazionale ma ne uscì quasi subito per inconsistenza politica, stessa sorte toccata a Rutelli. C'è un fatto strano da annotare, e cioè che quando Bianco diventò Ministro dell'Interno, il suo capoufficio stampa fu proprio un giornalista di Ciancio... Questo spiega i caratteri dell'ultima maschera di questa storia: l'Editore... Un uomo ricchissimo e potentissimo, che entra nel gioco politico, diventato per transitività massonica gioco degli affari, come fosse il padrone, anche quando trattasi di primavere... C'è da dire che una volta ritornato a fare il primo cittadino di Catania, Bianco ha ereditato una città completamente saccheggiata dagli ultimi due sindaci. La giunta che costituisce però è senza forza propulsiva, senza innovazione, senza una idea su come leggere i problemi della città... Quest'uomo sembra sia rimasto vittima della sua immagine e forse del suo passato... La ricerca spasmodica delle telecamere in tutte le sue uscite pubbliche sembra proprio patologica...

Ma il mondo davanti a San Berillo è anche rappresentato da un edificio che si erge a poche centinaia di metri dal quartiere, e che fa uscire fuori un'altra città, quella del rispetto e della tolleranza nei confronti degli altri credi religiosi: la moschea. La sua inaugurazione è di due anni fa, ma la cosa che più colpisce è che si è potuta realizzare anche grazie ad una colletta a cui tutti i cittadini del quartiere hanno partecipato, soprattutto i meno abbienti: “perché questa gente diversa da noi deve avere un luogo dove pregare il suo dio...”

L'ORRORE ORA

Solo andata per l'inferno

Percezione straniero

Individuare un possibile punto di partenza per poter ragionare sugli esodi dal terzo al primo mondo, non è certo semplice, una proposta potrebbe essere quella di partire dal concetto di percezione sociale. Perché sembra che l’opinione pubblica non possiede una precisa cognizione di ciò che succede a quelle persone „diverse da loro“ che incontrano per le strade o sull’autobus o al supermercato o ancora sullo stesso pianerottolo. E questo, oggi, diventa uno dei temi centrali sull’inclusione sociale nel nostro paese. Anche perché l’impoverimento diffuso delle condizioni di vita dei cittadini italiani aumenta le fratture nei confronti di chi proviene da altri paesi.

C’è da dire che l’iconografia del continente africano riporta alla mente lo stereotipo della fame nel mondo. Si, perché il tema della scarsità di risorse, non riguarda la maggioranza delle persone „dalla pelle scura“ che incontriamo sull’autobus o sul pianerottolo. Molte di quelle persone, sembrerà strano, arrivano da paesi dove le risorse ci sono. La Nigeria ad esempio, è il sesto paese al mondo produttore di petrolio, ma lì non c’è benzina a basso costo, dato che il Paese dipende dall'estero per gli approvvigionamenti di carburante, e i proventi delle ricchezze prodotte dall’estrazione petrolifera rimangono nelle mani delle gerarchie governative.
 
In Nigeria c’è una delle più grandi diaspore del nostro tempo. 150 milioni di abitanti, 400 etnie, una miriade di lingue diverse fanno da contorno allo scontro tra ceppi etnico-religiosi: a nord regna la sharia e a sud il cristianesimo. Ma c’è anche la violenta ribellione del Mend, gruppo armato del Delta, contro le grandi compagnie petrolifere, che hanno annientato l’ecosistema per l’assenza dei meccanismi di sicurezza degli impianti, trasformando in deserti paludosi interi villaggi, dove pesca e agricoltura rappresentavano il sostentamento per migliaia di persone. E che dire del raket di Benin City, dove violenza, riti wodoo, superstizioni, sono gli strumenti per la riduzione in schiavitù per migliaia di ragazze. E che dire della classe politica nigeriana, che fa della corruzione e della violenza la sua ragion d’essere, come alle ultime elezioni, dove i partiti che gareggiavano assoldavano bande armate contro la popolazione.
 
La fuga da un paese come questo, riporta alla Convenzione di Ginevra del 1951, dove viene sancito l’obbligo dei paesi all’ospitalità per chi rischia l’incolumità fisica per motivi religiosi, etnici, politici. Quale significato allora è possibile dare al concetto di inclusione sociale, se questa è percepita come una minaccia per il mio mancato benessere? Ecco, forse è proprio questo il punto: lo stretto rapporto tra percezione sociale, senza conoscenza, e insicurezza innesca l‘ancestrale fobia.

C’è dunque una frattura a livello simbolico tra inclusione ed esclusione sociale di cui il sistema mediatico nè è sicuramente la cassa di risonanza. Se pensiamo che in pochissimi anni le città italiane, soprattutto a causa delle spinte neotribali del continente africano, ma non solo, sono state „travolte“ progressivamente da esodi, dove interi popoli vengono perseguitati, questo ha generato una trasformazione della morfologia sociale stessa delle città, dove persiste una mancata visione del modo in cui i territori devono rispondere a queste trasformazioni.

L’assenza di strategie territoriali, rappresenta quindi la causa originaria di tutti i problemi legati all’inclusione sociale poiché fisiologicamente dove c’è un’assenza di pianificazione territoriale emarginazione, violenza ed esasperazione sociale implodono nel territorio stesso. Se a questo si aggiunge la stereotipia creata sull‘equazione tra straniero e deviante, diventa semplice trasferire l’assenza“ della dimensione pubblica nella dimensione privata. 

Le ragazze di Benin

Il tempo capovolto

A Benin City,  in Nigeria,  sembra che il tempo si sia capovolto. Due milioni e mezzo di abitanti e le sue strade sono decadenti, sporche e piene di buche. Le case sono simili a baracche. La vita qui costa poco e non vale quasi niente. Bastano pochi spiccioli per mangiare il solito piatto di riso e pesce secco. Ma per pochi spiccioli una famiglia può anche “vendere” il proprio bimbo come domestico nelle case di chi sta un  meglio.

Ogni notte vado sulla strada per pagarmi la libertà. Vogliono cinquantamila euro, è questo il debito che ho con loro. Sono tre anni che faccio questa vita e sono riuscita a restituirgliene solo ventimila, chissà quanto tempo dovrà passare prima che questo incubo finisca. Mi avevano detto che avrei trovato un lavoro onesto, che così potevo aiutare i miei, e invece si sono presi la mia vita.

La mafia controlla la mia famiglia
 
Di lavoro a Benin City non ce n’è ed è difficile capire come la gente riesca a cavarsela. C’è sempre un gran via vai di persone in strada, nei mercati, ovunque. Una miriade di attività informali.  Ma di lavoro vero e proprio, poco o nulla. Al contempo però in città convivono simboli di ricchezza e sviluppo: fuoristrada americani ultimo modello, campi da golf con il prato all’inglese, ville sontuose protette come fortezze.
 
L’altra notte un cliente gentile mi ha detto che potrei uscire da tutto questo, ma non è così semplice. La mafia controlla la mia famiglia e se non gli restituisco i soldi fanno del male a mio padre e a mia madre. Io non voglio problemi, loro sono potenti, controllano tutto. Sono cattivi. Ogni tanto mi picchiano, mi dicono che devo restituirgli i soldi e finchè non lo faccio appartengo a loro.
Giurare obbedienza
 
Camminando per le strade si sente una cruenta fame di danaro e questo si percepisce in tutte le dimensioni sociali: chi può procurarsi danaro con qualsiasi mezzo sembra legittimato a farlo, poiché le istituzioni pubbliche stesse lo fanno al di fuori di qualsiasi regola e rispetto umano.
 
Quando sono arrivata in Italia hanno fatto il rito ju ju a me e ad altre due ragazze. Hanno preso le mie mutandine dove c’era del sangue mestruale, poi mi hanno tagliato una ciocca di capelli e hanno mischiato tutto. Lo stregone ci ha fatto bere un liquido disgustoso, facendoci giurare che avremmo sempre obbedito, se no la mala sorte avrebbe colpito le nostre famiglie.

 

Non risultavano i conti

C’è tanta voglia di scappare, ecco perché i cybercafé, sono ovunque affollati di giovani. È il business che va per la maggiore. Alcuni cercano una scuola o un lavoro all’estero; le ragazze chattano con “fidanzati” che sperano di raggiungere in Europa. Altri si sono specializzati in truffe telematiche. Tutti paiono proiettati verso l’estero, il paradiso immaginato, inseguito, voluto a ogni costo.

L’altra notte ad una mia amica le hanno dato tante botte. Piangeva, piangeva tanto, voleva andare all’ospedale  ma non ce l’hanno portata per non avere problemi. Non risultavano i conti, i preservativi non corrispondevano ai soldi che ha dato, mancavano trenta euro. Lei ha spiegato che l’aveva perso. 

La morte come pensiero permanente
 
Ma cosa vuol dire scappare da un contesto come questo? Forse ritrovare la dignità di esseri umani, dignità rubata dai governi corrotti e violenti, con cui gli stati evoluti fanno affari, rubata dalle grandi holding petrolifere occidentali, che hanno saccheggiato la Nigeria. Allora com’è possibile che in uno dei più grandi paesi produttori di petrolio ci siano pochissimi ricchi e tantissimi poveri…? Benin City è proprio questa.
 
Come vedo la mia vita? Sarebbe bello un giorno avere un marito italiano che mi vuole bene e mi porta via da tutto questo. Sarebbe bello poter crescere dei figli e riuscire ad aiutare la mia famiglia. Ma certe volte ho un brutto pensiero,  penso di stare per morire e che questo è solo un sogno irraggiungibile.

 

L'inferno nigeriano

 
Boko Haram è una organizzazione fondamentalista musulmana sunnita. Il suo nome in lingua hausa significa “l’educazione occidentale è peccato”; essa è divisa in fazioni ed è diventata nota in seguito alla recrudescenza della violenza religiosa nel 2009 contro i cristiani e le loro chiese. Nata nel 2002 per opera dell’imam Mohammed Yusuf nella città di Maiduguri, capitale dello stato del Borno, nel nord-est del Paese, Boko Haram mira alla creazione di uno stato islamico in Nigeria, all’imposizione della Sharia nella sua interpretazione più radicale e ad un’interpretazione letterale del Corano.
 
C’è da dire che non sono ben chiari i rapporti con il resto del movimento jiadista, presente in Africa e Medio Oriente, anche se negli ultimi mesi sembra che sia stato stretto un legame con le reti presenti in Mali, tanto da auspicare, da parte del Presidente nigeriano Goodluck Jonathan, l’intervento francese per reprimere la ramificazione dell’organizzazione, dove sembra essere inserita nel traffico di droga, funzionale a far cassa. Il governo nigeriano ha tentato di smantellare l’organizzazione nel 2009 con l’arresto e morte di Yusuf. Il successore, Abubakar bin Muhammad Shekau, più radicale, ha sviluppato l’organizzazione dal punto di vista militare, attraverso nuovi obiettivi: le infrastrutture governative.
 
I loro attacchi sono principalmente rivolti, oltre che contro le chiese, contro le scuole, tanto che nel 2012 circa 10000 alunni della città di Maiduguri sono stati costretti ad abbandonare l’istruzione, poiché bisogna anche considerare che in Nigeria tutti i diritti fondamentali sono difficilmente garantiti, quindi se una scuola viene distrutta non vi è la possibilità di costruirne un'altra o di spostare gli alunni da qualche altra parte… In questo senso la sua strategia jiadista si differenzia dalle altre grandi organizzazioni territoriali come al-Qaeda o Al Shabab. Le azioni eclatanti sono state rivolte contro il quartier generale della polizia nella capitale federale Abuja, nel giugno 2011, e due mesi dopo alla sede dell’Onu nella stessa città.
 
L’ultimo evento luttuoso, in larga scala, è di questi giorni con l'assalto al carcere della città di Bama, nel nord est del paese, liberando 105 detenuti. Inoltre hanno dato alle fiamme alloggiamenti militari, una stazione di polizia, edifici governativi, causando una strage. Sono rimasti uccisi 22 poliziotti, 14 guardie carcerarie, due soldati, quattro civili e 13 fondamentalisti.
 
Boko Haram è fondamentalmente diviso in fazioni, sembra che siano tre quelle certe, che agiscono spesso autonomamente, per cui se qualcuno lancia messaggi all’esterno ciò non vuol dire che parli a nome di tutta l’organizzazione. In tal senso non si comprende bene il sistema organizzativo interno, a partire dalla catena di comando. Ecco perché diventa difficile da parte delle autorità nigeriane, instaurare un possibile dialogo, anche se c’è da dire che neanche il governo nutre di attendibilità visto che le forze dell’ordine sono spesso autonome dalle direttive governative, diventando protagonisti di innumerevoli violazioni dei diritti umani, che contribuiscono ad alimentare sfiducia nelle istituzioni.
 
Negli ultimi tempi una delle fazioni di Boko Haram si è specializzata nel rapimento di ostaggi per finanziare l’organizzazione, si chiama Ansaru, e i suoi leader hanno dichiarato la loro vicinanza ad altri movimenti jiadisti come Aqmi attivo, appunto, nel nord del Mali. Una delle loro vittime fu proprio Silvano Trevisan, rapito insieme ad altri sei ostaggi e ucciso lo scorso anno, per motivi ufficialmente legati ad una sorta di ritorsione contro i paesi europei presenti in Mali e Afganistan. In un video uno dei presunti leader di questa fazione ha anche dichiarato di prendere le distanze dalla disumanità delle azioni di Boko Haram perché coinvolge anche la comunità musulmana moderata.
Il radicamento dell’organizzazione affonda nel contesto locale della Nigeria del nord. Un’area in cui il rifiuto dell’autorità centrale ha radici storiche, individuabili anche nei contrasti per il controllo del petrolio. Gli abitanti delle regioni settentrionali si considerano svantaggiati proprio per l’alto tasso di corruzione del sistema politico, che non permette alla popolazione di beneficiare delle risorse dello stato africano più popoloso, il quarto esportatore di petrolio, uno dei più poveri del mondo, dal punto di vista della popolazione.
 
C’è da dire che il mistero sulla effettiva catena di comando sembra nascondere legami e sostegni ambigui con alcuni centri del potere politico nel nord. C’è una inchiesta, ad esempio, su due senatori del People Democratic Party, il partito di governo, Ahmed Zanna e Mohammed Ali Ndume o voci sull’ex dittatore Ibrahim Babangida, che si difende accusando di complotto il Presidente in carica. C’è una tradizione da parte dei gruppi di potere del nord, di supportare l’instabilità, come il sostegno al Mend, il movimento di emancipazione nella regione petrolifera del Delta. Ciò che è sicuro è che l’autorità del capo dello Stato in carica è vacillante, considerate anche le guerre di posiszione all’interno delle istituzioni in vista delle nuove elezioni del 2015, anche se, come la storia insegna, le elezioni in Nigeria si vincono con intimidazioni, violenza organizzata e brogli.

Le ragazze di Chibok

 
La storia che stiamo per raccontare è di quelle che mette i brividi sulla schiena e non solo per l’agghiacciante brutalità del fatto, ma anche perché nella stampa italiana è stata trattata secondo le normali prassi: l’articolo del giorno e domani passiamo ad altro… Non un approfondimento televisivo, non un dibattito sul paese in questione o sull’inerzia dell’occidente, non una parola sulle donne offese e brutalizzate di questa storia, come se i problemi di genere e la violenza sulle donne fosse legittimo parlarne solo rispetto a quello che accade in Italia…
 
Era la notte tra il 14 e 15 aprile scorso, in una scuola superiore della città di Chibok, Stato del Borno, nel nord est della Nigeria. Le ragazze stanno dormendo quando il dormitorio della scuola viene preso d’assalto da un commando del gruppo oltranzista islamico Boko Haran. Forse, insieme ad Al-Shabbah, che opera in Somalia e in Kenia, è l’organizzazione jihadista più violenta, non fosse altro perché prioritariamente prende di mira le scuole, dandogli a fuoco, uccidendo insegnanti e studenti. I motivi stanno nel nome stesso dell’organizzazione cioè: “l’educazione occidentale è proibita”.
 
Ma in quella notte di aprile viene compiuto un salto di qualità nella strategia del terrore che questa organizzazione ormai semina da anni nel nord del paese,  che poi è la parte più povera, poiché i proventi dell’estrazione del petrolio sono gestite da “oligarchi” del sud cristiano, in partnership con le grandi compagnie europee e americane.
 
Quella notte 276 ragazze tra i 15 e i 18 anni vengono fatte salire su dei camion e rapite. Durante il tragitto 53 di esse riescono a scappare, per un guasto al motore che costringe la vettura a fermarsi. Alcune di loro hanno raccontato la dinamica dell’assalto, al giornale nigeriano “The Punch”: "Sono entrati nella nostra scuola e ci hanno fatto credere che erano soldati, indossavano divise militari: quando abbiamo scoperto la verità era troppo tardi e non abbiamo potuto fare molto. Gridavano, erano maleducati. Ecco perché  abbiamo capito che erano ribelli. Poi hanno cominciato a sparare e hanno appiccato il fuoco alla scuola. Hanno anche sparato alle guardie armate di protezione della scuola". Amina e Thabita poi si sono soffermate sulla fuga: "Il nostro veicolo aveva un problema e si è dovuto fermare. Ne abbiamo approfittato per cominciare a correre e ci siamo nascoste nei cespugli…”  Le notizie che si succedono, nel frattempo sono inquietanti, perché le ragazze dovrebbero essere state deportate in altri paesi africani limitrofi, dove i terroristi hanno forti insediamenti: Camerun e Ciad.
 
Dopo due settimane di angoscia delle famiglie, e varie manifestazioni di piazza, dove le madri hanno manifestato la loro rabbia e protestato contro le istituzioni nigeriane per la liberazione delle figlie, è arrivata la doccia fredda. Boko Haran, attraverso le parole del proprio leader, Abubakar Shekau, ha fatto pervenire un video, dove si annuncia che un parte delle giovani sarebbero state vendute come schiave al prezzo di 12 dollari, mentre un’altra parte sarebbero state costrette a sposarsi con la forza.
 
Quest’ultimo atto è tanto aberrante quanto le motivazioni che ne stanno alla base, che risalgono ad una filosofia jihadista chiamata “Jihad Al-Nikah” o più comunemente “Sex-jihad fatwa”, nata all’interno della comunità sunnita, che individua il ruolo delle donne, nel processo di costituzione dello Stato islamico, come confort sessuali dei guerrieri che combattono per la jihad. Nella filosofia sunnita la donna sceglie volontariamente questo ruolo, mentre per i Boko Haran, sunniti anch’essi, la costrizione equivale alla volontarietà.
 
Solo dopo l'uscita del video il Presidente nigeriano Goodluck Jonathan, ha ammesso l’incredibile accadimento, chiedendo ufficialmente agli Stati Uniti un supporto per liberare le ragazze. C’è da dire che questo folcloristico personaggio, di religione cristiana, è il prodotto di una oligarchia di potere che gestisce la sua autorità in modo corrotto e manipolatorio, in un paese che rappresenta il colosso africano sia per dimensioni che per capacità produttiva, visto che è il primo esportatore di petrolio, che viene però raffinato negli Stati Uniti, per ritornare in Nigeria a prezzi triplicati.
 
In questa federazione di 36 Stati, 160 milioni di abitanti, 250 gruppi etnici, con un nord povero e musulmano (i tre quarti della popolazione vivono al di sotto della soglia di povertà), e un sud più ricco e cristiano, dove al saccheggio delle risorse e alla rovina dell’eco sistema di diversi villaggi (Eni e Shell hanno per anni estratto il petrolio senza sistemi di sicurezza), hanno assiduamente partecipato le grandi potenze occidentali.
 
In un paese così esistono vari livelli di aberrazione criminale, come quello legato alle organizzazioni mafiose nigeriane, che attraverso riti religiosi, ricatti e minacce alle famiglie deportano le ragazze in Europa per farle prostituire. E poi c’è il Mend, Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger, dove sono appunto concentrati i pozzi di petrolio, i cui guerriglieri rapiscono solitamente i dipendenti  europei delle grandi compagnie  a scopo di riscatto economico, dato che rivendicano i proventi del petrolio per il popolo del Delta.
Da un paese così scappano migliaia di persone per chiedere la protezione internazionale a quegli stati occidentali che hanno contribuito a massacrare la Nigeria, gli stessi stati che lamentano l’invasione degli emigranti africani, i quali, ad esempio,  hanno il torto di togliere il lavoro agli italiani…
 
Un paese così non merita neanche un approfondimento in un telegiornale. Un paese così non merita neanche qualche post su facebook da parte di quelle donne che fanno le sacrosante battaglie sulla violenza di genere… Tutto questo è davvero molto triste…!

FAVELA DO MUNDO

Ragazzi di favela

 
Da dove cominciare per raccontare il Brasile di oggi? La domanda non è affatto sibillina, poiché questo paese, grande quasi come un continente, è considerato, insieme all’India, l’economia emergente del mondo contemporaneo, però come in India, gli indici finanziari non spiegano, le condizioni socio-economiche e culturali, di tipo terzomondista, in cui versano ampie fasce di popolazione, compresi i soggetti vulnerabili come i minori.
 
Diciamo subito che negli ultimi dieci anni, cioè dall’insediamento di Lula al potere, il Brasile è molto cambiato e questo perché  più di venti milioni di persone, che vivevano sotto la soglia di povertà, sono riusciti a risalire su per la scala sociale, uscendo fuori dalla situazione di bisogno, mentre quasi la metà, almeno secondo l’Ocse, dei centonovanta milioni di brasiliani, oggi, appartengono alla classe media, nuovo baricentro sociale del paese.
 
In Brasile esistono cinque classi sociali suddivise per lettere: A e B sono i ricchissimi, C e D rappresentano la classe media, E sono quelli al di sotto della soglia di sopravvivenza. Lula ha saputo valorizzare la produzione interna con l’aggancio a nuovi mercati, rafforzando il potere di acquisto, permettendo il passaggio dalla classe E alle classi C e D ad una fetta di popolazione. Infatti, quando la domanda estera è calata a causa della crisi internazionale il Brasile ha retto il colpo grazie alla crescente capacità di spesa interna.
 
Se nuovi mercati esteri e investimenti dall’estero hanno reso il Brasile una economia dinamica ed emergente, e la capacità di spesa dei brasiliani è aumentata, ma allora perché nell’estate del 2013 centinaia di migliaia di brasiliani hanno protestato per le strade delle città dove si giocava la confederation cup? Perché lo sviluppo della nazione brasiliana in realtà non è così lineare...
C’è la storia del sistema creditizio, ad esempio, che ha inguaiato migliaia di famiglie, poiché negli anni dell’espansione economica le banche hanno concesso crediti senza che queste avessero la capacità di farne fronte, ed infatti, poi, non hanno potuto corrispondere al prestito e si sono indebitate fino a raggiungere l’abisso.
 
Poi c’è la storia dei senza terra che va avanti da più di vent’anni, con una riforma agraria che lo stesso Lula non è riuscito a portare avanti poiché la lobby dei “fazenderos” è così potente che questa riforma, che dovrebbe ridistribuire le terre ai lavoratori, potrebbe realmente risolvere il problema della povertà assoluta in Brasile una volta per tutte. Anche perché è dagli anni settanta che dalle campagne c'è l'esodo verso le favelas delle metropoli o megalopoli brasiliane, importando forza lavoro senza nessun tipo di scolarizzazione né competenze: sono eserciti di disperati, che, come è fisiologico, vengono intercettati dalle organizzazioni criminali.
 
E qui siamo al punto più dolente, forse, perché sul tema delle favelas la presidenza Lula è mancata all’appuntamento con la storia. Questo perché si è deciso di intervenire solo perché nel giro di due anni in Brasile si terranno i campionati del mondo e le olimpiadi; la necessità indotta da questi due eventi è stata quella non di fare un piano nazionale di risanamento sociale ed economico delle favelas, garantendo vita dignitosa per tutti, ma di “pacificarle”.
 
Questo significa che è stato creato un corpo speciale dell’esercito per affiancare la polizia, che ha “ripulito” le maggiori favelas di Rio e San Paolo dai clan di narcotrafficanti, per garantire lo svolgimento dei due mega eventi. Forse se Lula dieci anni fa avesse programmato una pacificazione legata all’ordine pubblico ma anche al risanamento socio economico delle favelas tutto sarebbe diverso. Anche perché le guerre innescate per la pacificazione sono soltanto uno dei pezzi di veri e propri conflitti urbani, in un paese in cui vi è una media di un omicidio ogni nove minuti. E che dire della pratica del turismo sessuale o dell’abuso sui minori, garantito da reti locali, tra cui anche familiari, e i nuovi conquistadores che vengono dall’Europa...
 
Ma l’elemento che immobilizza di più il paese e che ha fatto scendere in piazza i brasiliani è sicuramente la corruzione pubblica.  E’ questa la dimensione più drammatica, da un certo punto di vista, poiché qualsiasi operatore di un ufficio pubblico, grazie ad un sistema burocratico ottocentesco, esercita un potere di ricatto sui cittadini, che devono subirlo inermi, poiché non hanno nessuno strumento di liberazione da questo sistema mafioso di gestione della cosa pubblica. Ecco che se un cittadino brasiliano chiede un passaporto agli uffici comunali di una qualsiasi città, dovrà attendere tempi lunghissimi ed una trafila da far paura, per ottenere quel documento, a meno che non passi una tangente dall’operatore di turno che in un attimo risolve la pratica. Per cui quando occorre rivolgersi ad un ente pubblico, il cittadino stesso mette nel conto quanto quella pratica gli costerà per ottenerla informalmente.
 
Ma la corruzione pubblica non riguarda solo il sistema burocratico ma anche le forze dell’ordine, che a vario livello diventano portatori di illegalità… Una delle ultime e più macroscopiche vicende è legata alla polizia di San Paolo. Nel 2012 vi è stata una recrudescenza nella guerra tra narcos e forze dell’ordine con più di mille vittime, tra cui moltissimi minorenni. L’aspetto più particolare sta nel fatto che i proventi della droga fanno gola ad una fantomatica organizzazione di ex agenti di polizia, che sottraggono profitti ai narcos, diventando parte in causa nello scontro armato.

Cronache di un conflitto urbano

 
“Non esistono parole per descrivere lo stretto necessario a coloro che non sanno cosa significhi l'orrore. L'orrore ha un volto e bisogna essere amici dell'orrore. L'orrore ed il terrore morale ci sono amici. In caso contrario allora diventano nemici da temere. Sono i veri nemici...”
 
Queste parole sono del colonnello Kurtz, nel celebre film di Francis Ford Coppola Apocalypse Now, che racconta, nella sua essenza più profonda, il senso della guerra del Vietnam. Da allora l’orrore è stata una costante nei fatti del mondo, come anche il terrore morale. Ambedue sono i nemici del nostro tempo, per chi volesse leggere i fatti del mondo. Ma queste parole del Colonnello Kurtz oggi non sono soltanto associabili alle più o meno tradizionali guerre tra popoli, ma anche a quello che succede in molte strade delle città del mondo,:Brasile, Messico, Venezuela...
 
Nei giorni di novembre del 2012, nella megalopoli brasiliana di San Paolo, vi furono una serie sconcertante di eventi delittuosi da record, sia per numero che per intensità, simili ad un vero e proprio conflitto bellico, dove però i principali protagonisti, in termini di decessi, furono prevalentemente ragazzi delle favelas. Questo succedeva appena due anni prima dai mondiali di calcio, evento che ha indotto a “pacificare” le favelas da parte delle autorità costituite. Ovviamente il concetto semantico di pacificazione era soltanto uno specchio per le allodole, poiché si è trattato di un vero e proprio attacco militare che ha fatto morti e deportati da un luogo ad un altro… La guerra contro il narcotraffico, in sostanza è stata velocizzata dall’urgenza di chiudere con i clan mafiosi delle favelas, prima che iniziassero i mondiali…
 
Il 19 novembre del 2012 l’agenzia “Avante Brasil” pubblicava un rapporto nel quale venivano analizzati i dati relativi ai morti ammazzati nelle città del mondo. Una classifica che nel contesto delle maggiori economie del pianeta, collocava il Brasile al primo posto, con un morto ammazzato ogni 9 minuti e 48 secondi: numeri da conflitto bellico appunto. Negli Stati Uniti sono stati conteggiati un decesso ogni 34 minuti, mentre in Giappone un omicidio ogni 813 minuti e in Canada uno ogni 861 minuti. Il quotidiano Folha de São Paulo, lo stesso giorno, faceva il punto sui morti ammazzati in città: 14 persone uccise e 12 ferite in una sola notte, 140 uccise nelle ultime due settimane, 144 nel mese di settembre, 982 nei primi nove mesi del 2012. San Paolo diventava sicuramente il centro degli scontri tra cartelli mafiosi dediti al narcotraffico e le forze dell'ordine, almeno questa era la versione ufficiale... Perché l'acuirsi a San Paolo del numero di morti ammazzati e l'intensità della violenza di quelle settimane non riguardava solo scontro tra forze dell'ordine e cartelli mafiosi... Ma vediamo alcuni fatti tra il 12 e il 13 novembre...
 
Alcune testimonianze, da fonti giornalistiche, parlavano di un particolare nervosismo da parte della polizia a cominciare dalla sparatoria del venerdì sera, quando un agente fuori servizio, Edcarlos Oliveira Lima, vedeva innanzi a se un'auto sbandare, estraeva la pistola di ordinanza e sparava al conducente, uccidendolo insieme ad un accompagnatore seduto accanto a lui. Secondo quanto dichiarava l'agente, l'atto di sparare fu dettato dalla convinzione di aver visto uno degli uomini, dentro l'auto, con una pistola in mano, che avrebbe usato contro di lui. Chi ha assistette alla scena, insieme a parenti e amici delle vittime, parlò invece di un omicidio a sangue freddo. La notte successiva diverse azioni di commando si videro in varie parti della città. I primi spari si udivano a São Bernardo do Campo, quando un uomo a bordo di una moto di grossa cilindrata faceva irruzione in una casa, uccidendo due uomini, per fuggire via in modo fulmineo. Un'ora più tardi, poco vicino, un'auto della polizia aveva uno scontro a fuoco con due uomini, che venivano sopraffatti e uccisi. Dall'altra parte della città veniva trovato il corpo di un uomo con un proiettile nel cervello, a sottolineare che si trattava una esecuzione da giustizia sommaria. L'azione più efferata vedeva coinvolti sei giovanissimi tra i 14 e i 18 anni. Stavano mangiando le esfihas, i panini di carne, nei pressi di un chiosco, quando tre uomini, di cui stranamente soltanto uno era incappucciato, gli si avvicinano, li obbligavano a schierarsi dietro un muro e li fucilavano. In sintesi 14 morti e 12 feriti.
 
Una notte di guerra che è anche il racconto di una megalopoli dove viene combattuta una guerra con le sole armi da fuoco, non ci sono missili tipo a Gaza, non ci sono no fly zone, non ci sono navi che presidiano le coste, non ci sono strategie di posizione, ci sono pistole e mitragliatrici che fanno mattanze. Ci sono i clan mafiosi, sotto forma di cartelli della droga, ci sono i ragazzi che fanno da manovalanza, quindi i primi a morire, in quanto soldati semplici. E poi ci sono le forze dell'ordine, cioè la polizia civile, ma anche  il  Batalhão de Trânsito, una sorta di polizia militare, particolarmente dura, che è stata quella che direttamente è entrata nelle favelas per “pacificarle”. Ma non è tutto. Perché la realtà di San Paolo è molto particolare nel contesto della nazione brasiliana. Ora, che il livello di corruzione del sistema pubblico brasiliano sia altissimo questo è un triste dato di fatto, tra l'altro uno dei motivi che ha spinto alle proteste di massa i brasiliani durante i mondiali di calcio. Che la polizia brasiliana sia una delle più corrotte del mondo anche questo è un fatto, basta essere andato almeno una volta in vacanza da queste parti... Ma quello che sembra succedere a San Paolo ha dell'incredibile...
 
Torniamo per un attimo ai clan che controllano le favelas. Fino a qualche mese prima Rio de Janeiro aveva il record dei morti ammazzati perché tra i cartelli carioca non prevaleva nessuno, quindi erano sempre in guerra per il monopolio del traffico di droga sulla città, in una sorta di faida permanente. A San Paolo invece, c'era la supremazia del Primer Comando Capital, attivo dagli inizi degli anni novanta. E questa supremazia si diceva che garantiva una sorta di pax mafiosa. E forse anche per questo che San Paolo paradossalmente non è affatto considerata la città più violenta del Brasile. Comunque, la spiegazione della polizia civile sui rigurgiti di violenza bellica era che questa fosse stata ordinata dai capi del Primer Comando Capital detenuti, in risposta ad un giro di vite della sul traffico droga. Una spiegazione che spiegava poco... Non spiegava per esempio le modalità da vera e propria guerra tra clan, con uomini e ragazzini giustiziati sulla pubblica piazza... Una spiegazione la diedero alcune organizzazioni non governative: a San Paolo si era formata una specie di milizia di ex agenti di polizia e agenti in servizio, entrata a partecipare ai profitti del traffico di droga, in forma di estorsione ai trafficanti stessi. Ecco spiegato perché in un anno 92 ex agenti rimasero uccisi... In questo contesto metropolitano le istituzioni cittadine avevano in quei giorni istituito una sorta di coprifuoco, anticipando gli orari di chiusura di scuole e uffici pubblici, per far rientrare la gente prima che facesse buio, e nei tropici il buio arriva alle sei del pomeriggio. Queste misure le autorità cittadine venivano costretti a prenderle dopo aver minimizzato sulla gravità della situazione.
 
Cosa avrebbe detto il Colonnello Kurtz di tutto questo: “Come si dice quando gli assassini accusano altri assassini? Mentono! Loro mentono e noi dobbiamo essere clementi con coloro che mentono?! Quei nababbi… io li odio! Li odio profondamente!” 

Come piccole risonanze

Per raccontare il Brasile con storie diverse
 
Storie da raccontare
 
Vogliamo  raccontare una storia… Una storia di donne e uomini, ognuno con le proprie tensioni morali. Donne e uomini, che si spostano verso direzioni contemplate, mentre il mondo gira vorticosamente... E' una storia fatta di tante storie, unite da un senso comune. E' la storia della Società Globale. La società delle merci. La società del “quanto”. La società elettronica, dove merci e informazioni, si vendono in un mercato, in cui niente ti appartiene per più di 5 minuti. E’ la storia di tutte le città del mondo, di un Interzona che le attraversa, dove i significati della civiltà alfabeta sono capovolti. Dove vivere e morire non sono separati da nessun filo d’ombra. E’ la storia di Calixto...giovane poeta di una Favela brasiliana che vive delle sue emozioni, della  sua arte, della sua vita.
 
 La musica è un valore espressivo
 
Calixto era un meninos da rua, un dispregiativo per indicare i bambini che vivono per la strada, con gli squadroni della morte che cercano di farli fuori come topi. E’ cresciuto a Campo Limpo, la favela più a sud di San Paolo. La vita dei bambini lì si basa sul concetto di assenza… Assenza di una vera e propria famiglia… Assenza di una casa dignitosa, si vive in baracche tirate su con mattoni e lamiera, senza acqua corrente, senza un sistema fognario… Assenza di futuro. Se ci sei nato è difficile pensare di poter uscire un giorno dagli stretti vicoli che dividono le “case” di fango e lamiera. Calixto c’è nato a Campo Limpo la sua storia è la storia dei bambini del Brasile, i meninos da rua… E’ storia di soprusi, di abbandono, di criminalità, di droga… Ma anche di salvezza, grazie alla poesia, grazie alla musica… Calixto è’ il poeta della favela.
 
L’uomo di sua madre!!!!??? L’uomo di sua madre!!!!??? L’uomo di sua madre non era suo padre… Per lei era stata una storia veloce con un altro. E quel piccolo appena nato era già il bastardo! Non poteva far parte di quella famiglia…non lo volevano perché suo padre non era sposato con sua madre…Allora siccome erano in fondo brava gente, invece di buttarlo nell’immondizia  lo mettono in un orfanotrofio!  Lì passa i suoi primi cinque anni di vita… Poi la madre venne a riprenderselo, e da lì è iniziata la sua vita nella favela. Campo Limpo … Già Campo limpo… appena entrato imparò a drogarsi con la colla, poi coi solventi, e poi vernici, pillole, qualsiasi cosa potesse essere utile… A 17 anni però l’esame del diploma: passa al crack però misto alla marijuana…
 
Finalmente smettere di fumare
 
Calixto attraversa così l’adolescenza… comincia come scippatore in una banda di Campo Limpo, ma fa subito carriera viene promosso a rubare auto. Ormai è pronto per essere assunto dal crimine organizzato!  Poi un giorno… Era pomeriggio. Calixto era seduto nel cortile di casa. Era con altri amici suoi che scherzava come si fa tra ragazzini, sembrava che la vita per qualche momento gli avesse restituito l’adolescenza, aveva diciassette anni, anche se parlava come un adulto: “Questa è l’ultima sigaretta che fumo – diceva agli amici.  Gli amici giù a ridere, lo prendevano in giro per quello che aveva detto, gli davano dello sbruffone. E lui si faceva serio, come per darsi un tono, “E’ così. Lo giuro!” e quelli a sbellicarsi ancora di più. Fuori, sulla strada, ad un tratto si sentono rumori di macchine impazzite e quasi immediatamente spari: “cazzo. Queste sono 2 pistole”… I ragazzi scappano a vedere. C’erano dei poliziotti con le pistole in mano e molta confusione in quel pezzo di favela di Campo Limpo. Un ragazzo era per terra in una pozza di sangue, senza vita: “Calixto è tuo fratello! E’ il fratello di Calixto” …ora Calixto è in piedi davanti a quel corpo di ragazzo esanime…che versa il proprio sangue in una pozzanghera.
 
Da allora Calixto ha veramente smesso di fumare. Davanti al corpo del fratello decide di riprendersi il controllo della mente. Si obbligherà, ogni giorno che Dio manda su Campo Limpo, qualunque cosa faccia, se cammina per strada o se gira per il quartiere, ad osservare la realtà per mantenere il controllo sui suoi pensieri, e si obbligherà a leggere, tutto quello che gli capita per mano, e Calisto legge, legge e impara, impara che se si stimola la memoria questa diventa infinita e ti perette di colpire gli altri, dopo un po’ la gente di favela comincia a trattarlo in modo diverso, gli chiedono di recitare o cantare una poesia o una filastrocca, Calisto comincia a inventarne di sue le mischia con i ritmi hip hop e dopo un po’ è tanto bravo che queste filastrocche rimangono in testa a chi le ascolta, e tutti le canticchiano, così Calisto diventa il poeta della Favela.
 
La pietra del male
 
Ci sarebbero tante cose da dire sul Brasile… Gli squadroni della morte, ad esempio…sono delle organizzazioni paramilitari private. Hanno un solo obiettivo: “ripulire” le strade dai meninos da rua… Ma a chi può venire in mente di organizzare eserciti per massacrare i bambini? Sono i padroni degli esercizi commerciali che organizzano questi stermini sistematici. E i ceti più abbienti rimangono indifferenti, cosa che rende lo sterminio un fatto dovuto.
 
In effetti c'è una differenza da fare: i meninos da rua sono i bambini che vivono giorno e notte in strada, facendo i lustrascarpe o i lavavetri, abbandonati dalla famiglia o fuggiti da casa. Poi ci sono i "meninos na rua", i bambini nella strada, che conservano legami con la famiglia, costretti a lavorare da questi in strada.  Sono questi i soggetti deboli della società globale, ultimo anello della catena sociale. In Brasile la realtà dei minori rappresenta forse una tra le più grandi aberrazioni della società globale. Venti milioni circa di bambini brasiliani, di età compresa tra gli 0 e i 14 anni vivono così sono il 40 % della popolazione compresa in questa fascia di età. un terzo di questi non arriva al diciottesimo anno di vita. Il loro sogno è diventare “aviaozinho”, aeroplanino, così si chiamano i fattorini della droga al servizio dei tanti narcotrafficanti locali.
 
Rodrigo ha 13 anni ed è un esempio tipico di meninos da rua: “Smettere, smettere, perché dovrei smettere con la droga? passare dalla colla al crack, alla mia età è normale amico; Io sto bene così, capisci!!?? E poi se la pietra fa male fa male a me…tu che c’entri? Vuoi che diventi pazzo pensando che forse potrei rimetterci…? Ma rimetterci cosa…? La vita? Ehih… ma non capisci che io così ci guadagno invece! Ah, Ma non capisci allora! Io per me ho già vissuto abbastanza, e fumare mi fa star bene. Ecco tutto! Non esiste questa storia di morire per la pietra… Anzi meno male che ne ho sempre un bel po’ dietro. Vuoi un tiro? Una ventina al giorno e sto bene, io sono tranquillo…!!!! Certo ci sono quelli che escono fuori di testa, ma non è così per me…Chi sono? Ma sono sballati, fuori di testa, che fumano tutto il giorno e non fanno altro. Sono talmente fuori che non sanno neanche il proprio nome…Fumare è grande, ma io so controllarmi! Non ti preoccupare so quello che faccio, amico!”
 
Rodrigo in realtà non è un bambino. E’ un uomo, di appena 13 anni, già tossico. Nato per imparare a sopravvivere… Addestrato a sopravvivere. Lui ancora è preso dal delirio della sua condizione: potrebbe salvarsi, ma è più probabile che ci lasci le penne. Calixto del resto alla sua età era come lui. Poi però la musica gli ha indicato la strada della vita. Dopo la morte di suo fratello ha sviluppato pian piano uno stile poetico e ritmico molto personale, i suoi testi sono tutti centrati su temi sociali legati all’ambiente giovanile e alla  condizione precaria della vita di favela. I suoi rap riescono ad essere un modello positivo di ispirazione e stimolo per i suoi coetanei. Queste semplici filastrocche rimanevano per giorni nelle teste dei suoi amici, e allora perché limitarsi alle filastrocche, perché non cercare di aiutarli comunicandogli un messaggio? E allora ha deciso: facciamo piazza pulita, o a dirla tutta, facciamo Campo Limpo…! Anche queste sono piccole risonanze.
 
Bum! Bum!
 
A campo Limpo è sera. C’è molta confusione per le strade, la polizia si accinge a formare un posto di blocco. La telecamera di un videoamatore filma tutto quello che succederà da lì a poco. C’è Reginaldo José dos Santos, detto “Rambo”, a comandare questa squadra. Il cielo terso fa da sfondo a quello che diventerà un inferno di lì a poco… Due uomini di Rambo fermano una macchina. Alla guida vi è un ragazzo di ventotto anni. Viene fatto uscire fuori e preso a legnate. Dopo un po’ lo lasciano andare. Il ragazzo si rimette in auto e mentre sta per partire: BUM!!! BUM!!! i due poliziotti gli sparano.Viene fermata un’altra auto. Un altro ragazzo. Lo prendono e lo sbattono per terra. Da quel momento inizia il suo calvario. Viene calpestato e preso a manganellate, c’è un operatore della televisione che riprende tutto, nel video si contano 38 manganellate in tre minuti. Con Rambo lì che ride e si diverte. Ad un certo punto la scena cambia. Rambo se lo trascina in  disparte, dove il video non arriva a filmare. Pochi secondi però e BUM!!! BUM!!! si sentono nitidamente gli spari che tolgono la vita al ragazzo.
 
La tecnica del calcione
 
Anna Vasconcelos è un’avvocatessa di Rio che si occupa gratuitamente di meninas, le bambine avviate dai genitori alla prostituzione, racconta così: "Stavo  seguendo una conversazione tra due ragazzine rimasi colpita da un'espressione usata come sinonimo di aborto mai sentita prima. Effettivamente è una parola strana: "calcione". Una stava raccontando all'amica che un mese prima aveva abortito. Finalmente liberata da quell'impiccio che le faceva perdere i clienti sulla strada. E come hai fatto? Volle sapere l'amica, con il calcione, rispose l'altra. Mi avvicinai incuriosita e chiesi cosa fosse. Rimasi agghiacciata dalla spiegazione. Consiste nel farsi dare un forte calcio nella pancia. È facile, e il risultato è certo, assicurò la ragazzina, che aggiunse: e non costa niente, è sufficiente trovare qualcuno che ti dia un bel calcio, tutto qui!".
 
Com'era bello quel motel
 
Com’era bello quel motel! Avevo 15 anni e mi sembrava di vivere in un film. La signora Santos ci portava spesso lì per lavorare. C’erano tante piante e luci colorate. Certo la casa di Vila Mariana era anche meglio. Poi la signora era brava ad organizzare le feste. I clienti erano sempre contenti di lei… Avevo 15 anni e mi sentivo una vip… Vivevo con mia madre, allora… Lei faceva la donna delle pulizie e dopo che ebbi lasciato la scuola, passavo le giornate ad oziare. Non avevo mai soldi in tasca. Lei lo diceva sempre: “la signora Santos ti può sistemare, tu sei bella, e ti prenderebbe subito! Se no c’è la lavanderia, puoi lavorare lì. Basta che ti decidi!” Lavorare in una lavanderia? Io? No! Non mi andava proprio. Poi lo dicevano tutti che ero bella, e che avrei potuto fare di meglio. Una sera mi trovai in una festa nella Bolla… La Bolla è il centro di San Paolo, dove ci sono i quartieri ricchi. Fuori dalla Bolla ci sono le favelas… C’era un sacco di gente, non ricordo neanche come ci fossi capitata in quel posto… Ricordo che c’era Marcia con me, che lavorava già per la signora. Quella sera aveva un vestito meraviglioso… Mi disse che era costato 500 reais, circa 270 euro… considerato che 100 reais era un mese di lavoro in una lavanderia…
 
Marcia si vantava della sua vita e di tutta la gente che incontrava che la faceva sentire una regina. Marcia aveva quattordici anni, ed era una delle ragazze più richieste della signora Santos. Aveva cominciato a lavorare per lei a dodici anni, fu la madre stessa che la portò dalla signora, le vendette la sua verginità, cosa che nel mercato è molto richiesta. “Tu la verginità l’hai già persa!” Mi diceva, “quindi di cosa hai paura. Con la signora diventi una regina pure tu”.  Mi chiese di provare una volta a fare una marchetta, e se fosse andata bene mi avrebbe portato dalla signora… Marcia mi disse che c’era un suo cliente che mi voleva quella sera stessa. Per 50 reais avrei potuto anche dargliela.
 
Era sulla sessantina. Sembrava una persona gentile, a modo. Era un proprietario di terre. Marcia si raccomandò con lui di non farmi male, perché era la prima volta. E quando glielo disse, sembrava che gli occhi gli luccicassero… Salimmo sulla sua macchina. Chiuse il vetro che lo separava dall’autista e inizio a spogliarmi… Non mi fece male, fu gentile, solo qualche sculacciata, gli piaceva sculacciare le sue bambine, come diceva sempre, ma non mi fece molto male, e poi a me quella cosa un po’ mi divertiva… Sentirmi la sua bambina, dico…
 
Con quei soldi comprai rossetti e sigarette… Due giorni dopo lavoravo già per la signora Santos… All’inizio ero insieme a tre ragazze del mio stesso quartiere, quasi sempre al motel… La mia prima marchetta per la signora la feci con loro… Il cliente era un industriale che aveva prenotato quattro ragazze, ma appena mi vide volle solo me e le altre rimasero in macchina per quella sera. Io ero contenta che aveva scelto solo me… Mi faceva sentire importante, anche se il cliente era un po’ violento. Gli piaceva il dominio, senza picchiarmi però, ma quando mi prendeva lo faceva con violenza…
 
Da quando hanno arrestato la signora Santos, sto in strada, non che batto la strada attenzione, frequento posti e ho il mio giro… Peccato però, con la signora stavo bene… L’hanno beccata per una intercettazione telefonica con uno importante industriale: Serafin de Tommazo che ha un’industria di famiglia legata al guaranà. Era un cinquantenne sposato e con un  figlio di 16 anni. Al telefono Tommazo chiese una vergine… la signora gli fece la proposta di una bimba di undici anni, offerta dalla stessa madre… Serafin de Tommazo fu entusiasta della proposta… La signora gli chiese 1000 reais per un incontro. Ma lui protestò, protesto vivamente: 1000 reais per un incontro? Una follia! Contrattarono per alcuni minuti. Poi trovarono un accordo 2000 reais per quattro incontri. Con una clausola però, che se la bimba non avesse sanguinato voleva dire che non era vergine, allora tutto sarebbe saltato, e lui avrebbe pagato una normale marchetta.
 
Furono arrestati tutti, anche i clienti. La chiamarono l’operazione San Paolo. La cosa fu strana perché solitamente i clienti sono intoccabili, anche perché se dovessero arrestare tutti gli uomini che in Brasile cercano sesso con le ragazzine non basterebbero tutte le prigioni… Almeno era questo che diceva sempre la polizia…
 
Specchi d’acqua e specchi di terra
 
Raccontare il Brasile si può fare come uno specchio d’acqua, dove i piccoli sassi lanciati formano delle piccole risonanze. Luogo in cui fare viaggiare una speranza. La storia di Calixto la si racconta dalla fine, comincia da oggi, dall’idea di un incontro, Sì, un incontro tra persone di paesi sparsi nel mondo; Un incontro tra musicisti, produttori indipendenti, operatori sociali che si conoscono, per caso, in una estate qualunque E decidono… che sono loro la società globale, e che attraverso loro il mondo può rinascere. E allora decidono! Decidono di andare a San Paolo per incidere un disco e per costruire una scuola di musica… E in quella scuola quindici, venti, trenta meninos delle favelas possono  imparare la musica… Possono salvarsi la vita… come Calixto. Quanto può essere importante un incontro? Così, magicamente, parte un tam tam per il mondo, che produce adesioni di altri artisti. E  ognuno di essi è l'espressione di culture diverse…per questo decisero di chiamarsi Orchestra Do Mundo.
 
La musica è fatta di colori, intonazioni, sonorità che possono in un certo senso cominciare a trasformare il mondo…Il Brasile è solo un luogo. Possono esserci tanti altri posti. Oggi c’è un interzona che attraversa ogni città, lì è possibile fare viaggiare una speranza attraverso la musica. Basta un incontro. Ci sarà sempre qualcuno che dirà: “Una scuola di musica per trenta bambini non potrà mai risolvere i problemi di tutti i bambini che ci sono in Brasile”…Ma è come quando lanci un oggetto in mare: se il masso è grande farà un grosso schizzo e poi imploderà, ritraendosi subito, ma se lanci un sasso piccolo, insieme ad altri piccoli sassi ci sarà un effetto di risonanza, che si perpetuerà nel tempo. E’ così che un piccolo gesto, un piccolo intervento, può invece innescare grandi cambiamenti, con le piccole risonanze che si porta dietro Pensate se tutti gli Stati  facessero così…
 
Altre storie da raccontare
 
Vogliamo raccontarvi altre storie. Quali?  Storie di piccole risonanze… Storia di donne e uomini… Storie che ne raccolgono altre... Storie che parlino di cittadini e di speranza… Sono le storia di tutti gli uomini e le donne che ancora creano i piccoli cambiamenti, e se tutti gli Stati del mondo facessero la stessa cosa ogni piccolo cambiamento diventerebbe molto più grande… e le piccole risonanze diventerebbero immense… Forse il mondo non si e capovolto del tutto! Rodrigo Baggio, giovane imprenditore italo-argentino, ha creato a San Paolo il comitato di democratizzazione informatica, un ente no profit, con l’intento di alfabetizzare le popolazioni povere del Brasile. In dieci anni ha già aperto in 17 Stati del Brasile 208 scuole di informatica dove i poveri possono ricevere una istruzione, una coscienza di cittadini, che è la prima cosa di cui è sprovvisto il Brasile. Beethoven, ha 11 anni, abita in una casa di fango di Morro di São Carlos, una favela di Rio de Janeiro. Lì è nata una scuola d’informatica e cittadinanza. Bethoveen ha seguito sia il corso base che quello speciale. Poi ha deciso di impegnarsi come volontario.
 
Sono piccole risonanze come questi racconti ma come cerchi di pietruzze nell’acqua diventano sempre più grandi, sempre più grandi, sempre più grandi.

 

SULLA VIA EMILIA

Quelle mafie che corrono per la via Emilia

 

Chi l'avrebbe detto che un esempio di buon governo e di sviluppo virtuoso del territorio come l'Emilia Romagna, si fosse antropologicamente trasformata in terra di mafia. A prima vista sembra inspiegabile, soprattutto agli occhi di chi nelle terre controllate dagli eserciti mafiosi c'è nato, ma a leggere l'analisi della Direzione Nazionale Antimafia, alla fin fine è tutto molto lineare...

"In tale direzione vi sono stati importanti risultati investigativi e processuali, che hanno disvelato il fenomeno criminale presente da anni ed operativo in molte zone del territorio, con una 'ndrangheta insinuata in tutti i settori della vita economica e sociale, con una gestione del potere attraverso una fitta rete di relazioni con rappresentanti del mondo istituzionale, delle professioni e dell’imprenditoria, (rete) in grado di soddisfare molteplici interessi, in primis quelli di natura economica".

Non c'è stato bisogno di militarizzare il territorio perchè l'ingordigia della borghesia emiliano-romagnola, tesa alla capitalizzazione di risorse economiche, ha fatto si che i clan ndranghetisti diventassero il collante economico degli affari, al di sopra delle regole.

"L’immissione nel circuito legale di denaro di provenienza illecita, il radicamento nel territorio di rappresentanti del sodalizio in giacca e cravatta e dotati di competenze professionali e manageriali, il sostegno di una parte della stampa locale, il colpevole silenzio delle istituzioni, preoccupate dalle conseguenze derivanti dalla diffusione di notizie sulle presenze mafiose nei territori amministrati, la forza di intimidazione propria del gruppo operante in Emilia, hanno determinato una vera e propria trasformazione sociale, e del tessuto economico ed imprenditoriale."

La storia inizia gia nella metà degli anni ottanta, quando le famiglie cutresi iniziarono ad insediarsi nell'area metropolitana di Reggio Emilia, per avere una impennata alla fine degli anni novanta, quando l'allora sindaco modificò il piano regolatore, dando il via ad una speculazione edilizia senza precedenti. Una impennata che diede la possibilità al clan Gande Aracri di Cutro di investire ingenti capitali di provenienza illecita nella costruzione di appartamenti. Un fenomeno questo che ha portato ad una quantità enorme di immobili invenduti nel momento in cui, dal 2008 in poi, la crisi economica ha investito il paese.

E l'indagine Aemilia, da poco avviata a processo, ha "scoperchiato" proprio questo sistema di stupro del territorio, grazie alla colpevole interazione trasversale di quella che un tempo poteva essere definita la società attiva della regione. I numeri in breve parlano da soli: 117 ordinanze di custodia cautelare e ad un processo in corso con oltre 200 imputati, tra rito abbreviato e ordinario.

"Non è un caso che all’elevato numero delle attività criminali riconducibili alla ‘Ndrangheta”, così come ricostruito nelle indagini e nelle sentenze, non ne corrisponda uno altrettanto apprezzabile di denunce da parte delle vittime".

Omertà, silenzi, connivenze, tutti gli elementi più caratterizzanti della cultura mafiosa in Emilia Romagna hanno trovato nuove sponde e nuove rigenerazioni, e la storia di Bresciello, il mitico paese di Peppone e Don Camillo, ne è la fotografia più caratterizzante. "Un vero e proprio inquinamento della società civile, del mondo economico e politico di quelle terre fino a condizionarne le elezioni, seppure nei piccoli comuni, dove la presenza calabrese riesce ad ottimizzare i suoi voti".

A Bresciello il dieci per cento della popolazione proviene proprio dal comune calabrese di Cutro, tra cui il boss Francesco Grande Aracri, condannato in via definitiva per associazione a delinquere di stampo mafioso, e fratello di Nicolino, il boss dei boss... Lì la famiglia aveva costituito il suo quartier generale, tanto da determinare le dinamiche stesse del sistema politico locale. Infatti la contiguità tra l'amministrazione comunale, guidata dal sindaco Marcello Coffrini e la cosca ha generato la nascita di una commissione prefittizia che si è insediata nel paesino narrato negli anni cinquanta nei film degli eroi di Guareschi.

La straordinaria assimilazione culturale, anche nel linguaggio, di questa borghesia mafiosa del nord, con i caratteri della cultura mafiosa meridionale, è davvero sconcertante se si va a guardare come il sindaco sia stato smascherato nella sua contiguità al clan. Intervistato dalla webtv Cortocircuito, costui dichiarava che il boss condannato Francesco Grande Aracri era "una persona normalissima, gentile, che saluta per strada quando lo si incontra", un uomo educato insomma... Una volta sputtanatosi il sindaco non potè fare altro che dare le dimissioni, ma il paese intero lo difese... In quei giorni ai giornalisti, che intervistavano la gente per le strade di Bresciello, veniva risposto pressappoco: "ma che mafia e mafia... qui non ce n'è mafia... la mafia è a Roma..." Se qualcuno dovesse andare su youtube a cercare i reportage fatti negli anni settanta del giornalista Pippo Fava, ucciso dal clan Santapaola, per le strade dei paesini mafiosi dell'entroterra siciliano, sentirà le stesse risposte, ma con una inflessione dialettale diversa...

E che dire di Don Evandro Gherardi, il parroco di Bresciello, anche lui estrenuo difensore del sindaco, contro delle male lingue che infangano il suo paese. Attenzione, questo parroco lo ritroviamo come Presidente dell'Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero, l'ente che eroga gli stipendi dei prelati, ad emanazione territoriale, direttamente dipendente della Conferenza Episcopale Italiana, che non dipende dunque dal Vescovo di riferimento. Ecco, questo ente è proprietario di vari immobili nel reggiano, tra cui l'ex magazzino formaggi, situato nell'area nord di Reggio Emilia, quella negli anni passati non interessata alla speculazione edilizia degli appartamenti.

Due anni fa questo stabile abbandonato veniva occupato da una rete di attivisti, per dare riparo a dei rifugiati usciti fuori dal programma Emergenza Nord Africa, messi a dormire all'agghiaccio. Lì veniva fondata una ciclofficina che sta contribuendo a ridare cittadinanza e dignità a dei ragazzi a cui è stata strappata sia l'una che l'altra. Bene, il parroco di Bresciello a fine gennaio si presentava con i vigili urbani nell'edificio, minacciando lo sgombero, poiché quell'attività veniva considerata "clandestina", e comunque a lui serviva lo stabile poichè quel terreno dov'è situato è troppo importante...

In realtà, in quella zona si sta velocemente sviluppando una nuova urbanizzazione non più legata agli appartamenti ma ai servizi, con lo sviluppo della stazione Mediopadana, per l'alta velocità...

 

Zaman, dalla guerra in Libia alla morsa di ‘ndrangheta e speculazione

Dal Pakistan alla Libia di Gheddafi. Poi la guerra civile e infine a Reggio Emilia, una "clessidra dell'ingiustizia" in cui italiani e migranti sono costretti a inventarsi nuove socialità tra le sacche del malaffare.

 

Si chiama Zaman Abdullah, ha 29 anni ed è nato a Lahore, in Pakistan. La sua è una storia del nostro tempo, che riguarda i processi migratori legati alle fughe da guerre e vessazioni. Ha vissuto la prima grande ondata di esodi nel Mediterraneo, dopo le primavere arabe, quella che in Italia fu denominata Emergenza Nord Africa (ENA) e che riguardava le persone fuggite dalla Libia in seguito alla caduta di Gheddafi. Abbiamo incontrato Zaman a Reggio Emilia, presso l’ex Magazzino Formaggi, un edificio in disuso di proprietà dell’Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero, occupato due anni or sono da una rete di attivisti il cui fulcro è l’Associazione Città Migrante. Lì è stata creata una piccola comunità di rifugiati, usciti proprio dal programma ENA.
 
In effetti sul territorio reggiano esiste una rete solidale ormai consolidata, dove ogni organizzazione svolge una sua funzione sociale differenziata. C’è il Laboratorio AQ16, centro sociale storico; Casa Bettola, un mercato di prodotti agricoli freschi e biologici, nonché luogo di ristorazione e socializzazione. E poi c’è Arsave dove confluiscono queste realtà insieme ad altre. “È un invito alla partecipazione politica dal basso”, spiegano i promotori. “Un laboratorio di teoria e pratica in cui sperimentare percorsi di pensiero e forme di lotta per determinare insieme lo sviluppo della città e costruire esperienze di mutualismo nella crisi, ormai strutturale e sistemica. Di fronte all’idea dell’unica strada possibile vogliamo dimostrare che ci sono tante strade, e se le intrecciamo l’una con l’altra abbiamo la forza collettiva per costruire la città e la società che vogliamo”.
 
In una giornata uggiosa Zaman e Daniele Codeluppi, attivista del Laboratorio AQ16, ci portano a visitare l’ex Magazzino Formaggi occupato. Ci sembra di scoprire una comunità integrata; allo spazio abitativo si è aggiunta “RaggiResistenti”, la ciclofficina nel quale vengono riparate biciclette, dietro donazioni, che servono a pagare le spese del gas per cucinare e della legna per scaldarsi, ma anche per il disbrigo burocratico dei documenti. Un luogo, questo, sotto minaccia di sgombero da parte della curia, di cui vi abbiamo già raccontato in una precedente inchiesta. Una sorta di “clessidra delle ingiustizie”, mediante la quale, in un tempo definito, tutto quello che togli a chi non ha niente, a chi è perseguitato dai regimi o dalla vita, ritorna in termini di ricchezza indebita nelle mani di pochi gruppi sociali, riuniti in consorterie, lobby, comitati d’affari.
 
“Avevo 4 anni – racconta Zaman – quando con la mia famiglia mi sono trasferito in Libia: prima a Misurata, poi nel 2005 a Tripoli. Mio padre all’inizio riparava elettrodomestici, dopo abbiamo avviato un’attività di oreficeria: ci occupavamo prevalentemente di collane e orecchini. A Misurata, studiavo e lavoravo insieme. Una volta arrivato a Tripoli invece potei dedicarmi unicamente al lavoro”.
 
E che dire del diritto inalienabile di una casa dove abitare. Il problema della casa in una città come Reggio Emilia assume toni paradossali, visto che è il tema centrale di Aemilia, il più grande processo di mafia del nord Italia. È la storia di una scientifica e violenta speculazione edilizia, guidata dal clan Grande Aratri di Cutro, paese del crotonese, che in vent’anni ha visto un esodo di massa verso il reggiano. Una speculazione il cui apice è stato raggiunto con l’approvazione del nuovo piano regolatore della città, partorito alla fine degli anni novanta. Aree agricole trasformate in edificabili, zone di interesse pubblico riconvertite in residenziali, immissione nel circuito legale di denaro di provenienza illecita, ampi settori della borghesia produttiva, come spiega la relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia, lanciati verso capitalizzazioni economiche illegali, professionisti e manager in cerca di fatturazioni false garantite dai cutresi. Ma c’è di più: imprese che importavano operai dall’est Europa e dal nord Africa, mantenendoli in stato di clandestinità, sottopagati, ovviamente in nero (in tantissimi casi proprio non pagati), maltrattati e schiavizzati dai caporali. Sono questi i pilastri su cui si è sventarto il territorio di Reggio Emilia, mediante un’espansione edilizia che non corrispondeva ai bisogni abitativi.
 
Da Reggio Emilia alla rovescia, un’analisi condotta dalla rete solidale, leggiamo: “Negli ultimi trent’anni il suolo abitativo è più che raddoppiato e nei primi 5 anni del piano regolatore del 1999 si è costruito il corrispondente numero di immobili sorti a Bologna in 10 anni. Molte di quelle case sono tutt’ora invendute perché edificate non per garantire il diritto all’abitare ma per tutelare profitti e interessi privati…” Anche perché dal 2008, quando è entrata di scena la crisi economica, molte di quelle imprese edilizie reggiano-cutresi sono fallite. “A Reggio Emilia – sottolinea Daniele Codeluppi – ci sono stabilmente circa 500 persone senza fissa dimora che dormono in giro per la città. Un centinaio di questi bivaccano in un ex capannone industriale in disuso, le Reggiane, un’area adiacente alla stazione, ed è proprio lì che abbiamo intercettato Zaman e gli altri che oggi vivono qui…”
 
“La vita in Libia era serena, – continua Zaman – mi sentivo come se fossi nel mio paese, anche perché avevo tanti amici libici, per quanto vivessi senza documenti. Da minorenne ero registrato nel passaporto di mia madre, dopo rimasi senza alcun tipo di certificazione di identità. Ma lì era un fatto comune, perché nessuno controllava, e tanti stranieri vivevano nella mia stessa situazione, anche se formalmente bisognava avere un visto di residenza.”
 
L’accoglienza dei rifugiati, in Italia, rientra in una sorta di cultura dell’emergenza, e le risorse che circolano tra pubblico e privato sociale non sono quasi mai funzionali ai principi di integrazione sul territorio o di coesione sociale, ma sono destinate ad alimentare le attività delle organizzazioni territoriali che diventano gestori. È insomma la storia delle terre di mezzo che in ogni città hanno specifiche declinazioni. Così la cultura dell’emergenza usa concetti che nella realtà non possono essere tradotti, come ad esempio quello della “transizione”. I programmi di accoglienza italiani, dallo Sprar in poi, si configurano come una fase di transizione, attraverso cui portare il rifugiato da una situazione di precarietà ad una di autonomia. Ma tutto questo diventa un bluff, poiché il sistema sociale italiano non è attrezzato a questo scopo. Non esistono infatti progetti di sviluppo territoriali, con agenzie dedicate, che possano indirizzare i talenti, le competenze, le abilità di cui sono portatori i rifugiati. Si pensi a come l’artigianato italiano in crisi di vocazione potrebbe rinascere con programmi di riqualificazione, investendo proprio su quelle abilità di cui sopra.
 
“Nel 2011, quando cadde Gheddafi, – ricorda Zaman – la situazione si complicò parecchio. Uscire per strada era impossibile, soprattutto per chi era straniero. C’erano tantissimi posti di blocco, i poliziotti erano alla continua ricerca di oppositori al regime. La gente sembrava impazzita… Hanno ucciso quattro amici miei senza motivo. Eravamo costretti a restare chiusi in casa, senza poter uscire. Ma avevamo paura anche restando dentro poiché sentivamo le urla che provenivano dalla strada.Però bisognava uscire per cercare almeno il cibo per mangiare. La mia famiglia era costituita da mio padre, mia madre, tre fratelli, una sorella, uno zio e le sue tre figlie. Ero io che avevo il compito di andare in giro per recuperare il cibo, perchè parlo l’arabo: in questa situazione siamo rimasti diversi mesi… Un giorno la polizia è entrata dentro casa, essendo orafi, avevamo molti materiali come oro e argento che facevamo arrivare dal Pakistan: i poliziotti hanno rubato tutto e ci hanno incendiato pure l’auto”.
 
Una delle storie che ci raccontano come le consorterie legate alle borghesie mafiose delle città deprivano i sistemi urbani, gestendo la circolazione delle risorse, è quella dell’AIER, associazione d’impenditori edili reggiani, tutti cutresi. Perché il saccheggio metropolitano è stato consumato senza spargimenti di sangue, come nelle migliori tradizioni mafiose. La cosca ha adottato il lobbismo come vettore di sviluppo degli affari sporchi. Ma in questa vicenda c’è un elemento in più. La nascita di questa operazione fu direttamente proporzionale alla campagna elettorale per le amministrative del 2009, che vide la rielezione di Graziano Delrio, attuale ministro delle infrastrutture. Lo scenario è quello di una città dove centinaia di appartamenti – edificati dai cutresi o dalle coop – sono invenduti, rappresentazione di un sistema imprenditoriale crollato. L’Aier nasce proprio per questo, per vendere l’invenduto dei cutresi al Comune, per poi essere riconvertito in edilizia popolare. È il maggio del 2010 e siamo alla vigilia delle elezioni. Colui che diventerà il gran maestro dell’operazione si chiama Antonio Rizzo, della Rizzo Group SpA, affiliata ad Unindustria.
 
“La nostra famiglia – prosegue Zaman nel suo racconto – non poteva fare altro che andare via dalla Libia. In fretta e furia trovammo riparo in aeroporto dove dei funzionari recuperarono dei documenti di fortuna, per tornare in Pakistan. Io, mio zio e uno dei miei fratelli decidemmo di restare, gli altri partirono. Per un mese e mezzo lavorai da un amico pakistano come operaio in una impresa di ceramiche. Visto che non si poteva camminare per le strade, perché si rischiava la vita, dormivo sul posto di lavoro. Poi sono riuscito a recuperare dei soldi che degli amici mi dovevano e così mi sono pagato il viaggio in barca per me e i miei.”
 
I numeri di cui Antonio Rizzo si vanta di poter portare, durante l’inaugurazione dell’Aier, sono sconcertanti: 318 imprese già affiliate e altre 200 in arrivo. C’è da ricordare che il fratello Carlo era uno di quelli che nel 2005 era entrato nel pool di imprenditori che avevano acquisito la squadra di calcio Reggiana dopo il fallimento, operazione condotta dal sindaco Delrio appena eletto. Antonio Rizzo diventa l’ombra di Delrio, lo incontra spesso e volentieri, gli organizza il viaggio a Cutro in onore del Santissimo Crocifisso, acquista tre giorni prima delle elezioni una pagina del Sole 24 Ore dove campeggia una sua foto insieme al sindaco, con un messaggio in cui plaude al progetto bipartisan per l’acquisto di centinaia di appartamenti sfitti dei cutresi. Rizzo partecipa persino ad una manifestazione antimafia, per stare vicino al sindaco da eleggere, dichiarando che non tutti i cutresi sono ‘ndranghetisti. Delrio viene rieletto e l’anno dopo fa rispondere al suo assessore all’urbanistica che i soldi per questa operazione non ci sono. Ormai è destinato ad entrare nel giro nazionale della politica… l’affare sfuma. I principali associati verranno inquisiti nel processo Aemilia. Antonio Rizzo non viene sfiorato dalle inchieste: continua a dichiararsi contro la ‘ndrangheta. E gli appartamenti sono rimasti invenduti.
 
“Quando ci siamo imbarcati – continua Zaman – eravamo in 258 persone, il viaggio è durato 30 ore. Una situazione davvero difficile perché non si poteva né mangiare né bere, né fare i bisogni. In più mi veniva continuamente da vomitare. E pensare che in mezzo a noi c’era una donna incinta. Era una sensazione brutta perché ti sentivi malato, soprattutto quando la barca faceva su e giù e l’acqua entrava dentro, mi venivano continui brividi di freddo. Due notti e un giorno in cui era costante la sensazione di morire. Poi grazie ad una barca della Guardia costiera siamo arrivati a Lampedusa, dove siamo rimasti 7 giorni. Poi 15 giorni a Bari.”
 
Se una città come Reggio Emilia, come abbiamo visto, sprofonda in un buio antropologico, dove i diritti inalienabili vengono sacrificati agli interessi occulti, all’interno dei quali sembra ci sia una gara per entrarvi dentro, di quelli che un tempo venivano chiamati colletti bianchi, con i sistemi politici locali che “giocano sullo stesso tavolo” col miglior offerente, la vita di Zaman e di tutti gli altri, stranieri e non, che sono i soggetti fragili delle comunità urbane, quanto possono valere alla fiera dell’est? “Quando è nata l’associazione Città Migrante, intorno al 2007, – osserva Daniele – abbiamo iniziato delle vertenze sindacali spontanee, senza nessuna struttura organizzata alle spalle, cercando di difendere quei migranti sfruttati come schiavi dai caporali delle imprese di costruzione che edificavano a più non posso. Oggi un pezzo della nostra organizzazione è diventato ADL Cobas… In questi mesi abbiamo portato a termine la vertenza della Composad (Vidana, in provincia di Mantova,ndr) con un accordo siglato tra l’azienda, i lavoratori e la cooperativa Vidana Facchini. Abbiamo ottenuto garanzia occupazionale per tutti gli attuali addetti per almeno 24 mesi, anche in caso di cambio di appalto, applicazione piena ed integrale del CCNL, avvio di un confronto di secondo livello su questioni organizzative ed economiche aziendali… ” Adesso comprendiamo un pò meglio il significato di quelle parole del laboratorio Arsave. Perché questa è davvero una idea diversa di città.
 
“A Reggio Emilia sono stato accolto presso il centro Papa Giovanni XXIII, nel programma ENA per un anno e otto mesi. Lì ho imparato l’italiano e dopo aver ricevuto la protezione umanitaria sono rimasto in mezzo ad una strada. Per quasi un mese ho vissuto alle Reggiane. Mio fratello e mio zio se ne sono andati in Germania ed io sono rimasto qui. Loro stanno bene, hanno un lavoro e una casa… Adesso sto prendendo la patente. Grazie ai ragazzi dell’Associazione sto facendo il mediatore con i richiedenti di Mare Nostrum, presso lo stesso centro dove anch’io sono transitato per la protezione internazionale. Mi occupo della ricostruzione delle storie per la Commissione territoriale di Bologna. Mi pagano con i Voucher.”
 
Ma ogni viaggio dentro le città italiane dove si erge la clessidra delle ingiustizie non può che concludersi con una chiave di lettura del nostro tempo: anche qui esiste la rimarcata differenza tra un “noi” e un “loro”. Noi donne e uomini occidentali assaliti da loro, invasori migranti, che ci espropriano della nostra identità di popolo.
 
“Io sono molto speranzoso per il mio futuro, e un giorno mi piacerebbe avere una famiglia. Non m’importa di avere una moglie musulmana, l’importante è che creda in una religione, perchè la religione dice che nel vivere è imporante aiutare gli altri…”
 

La ‘Bologna benpensante’ si scaglia sugli spacciatori e non sul narcotraffico

Il celebre parco bolognese della Montagnola, diventato una piazza di spaccio, presidiata da giovani dell’Africa subsahariana, è diventata la più efficace stigmatizzazione contro il “migrante-criminale”. Ma nessuno si domanda chi sono i clan mafiosi che realmente gestiscono i traffici in questo pezzo di città…

 

Per raccontare questa storia vogliamo partire da Albert, così lo chiameremo… Ma perché iniziare proprio da lui? Perché lui, come tutti gli altri giovani migranti che spacciano erba alla Montagnola, sono la chiave di lettura del nostro tempo. Lo stigma del nostro tempo. Se su di essi infatti ricadono i mali del mondo occidentale, secondo la narrazione dei media mainstream e dei sistemi politici, che in Italia sono tradizionalmente interconnessi, per proprietà transitiva lo smercio di droga alla Montagnola è “cosa loro”.

 

Albert è un ragazzo gambiano, di 25 anni. E’ arrivato in italia 2 anni fa. Qualche anno passato in Libia a fare il muratore. Poi l’organizzazione del viaggio, ma prima il passaggio obbligato da uno dei lager nei pressi di Misurata, dove è stato picchiato e torturato.

Ci facciamo “agganciare” un venerdì pomeriggio, passeggiando tra le bancarelle del mercato multietnico, che il fine settimana si concentra dentro e fuori il parco. Qualche sguardo: indica la direzione dove contrattare. Poco lontano dalle bancarelle ci chiede il quantitativo. Ce lo porta. Ovviamente il nostro intento è altro, cioè quello di attrarre la sua fiducia per capire…

Quale emergenza?

La Prefettura di Bologna, agli inizi di dicembre dello scorso anno ha inaugurato la sua strategia di lotta agli spacciatori bolognesi: i mini-daspo… Nella sua ordinanza sulla Montagnola, segnalata da tutti i giornali locali, veniva sottolineato dalla Prefettura la “straordinarietà” della misura nella logica dell’ordine pubblico. Ma sappiamo che straordinario diventa sinonimo di emergenza.

Pugno duro si disse contro gli spacciatori della Montagnola. Così un quotidiano locale descriveva la cosa: “nei prossimi sei mesi, se qualcuno, già denunciato o arrestato per fatti di droga dentro il perimetro del parco, venisse di nuovo sorpreso a commettere tali reati sarebbe allontanato immediatamente. Se dovesse di nuovo stazionare dentro la Montagnola poi, scatterebbero l’arresto fino a tre mesi e una sanzione pecuniaria”.

In realtà la vera emergenza è un’altra e riguarda la rete criminale guidata dalla ‘Ndrangheta che raccoglie attorno a sé un articolato partenariato tra diverse mafie internazionali, prima delle quali è quella albanese. Però in città ciò che fa più scalpore è quello che si vede alla luce del sole e cioè decine di giovani migranti, anche di minore età, che stazionano tutto il giorno in Montagnola, dove, a cielo aperto, possono “agganciare i clienti”. La maggior parte sono richiedenti asilo e rifugiati… L’offerta riguarda le droghe pesanti quali eroina e cocaina, ma il “core business” è quello della marijuana. E‘ gioco forza che la narrazione mainstream si soffermi sul fatto che questi ragazzi vengono in Italia per delinquere, in perfetto stile lombrosiano, anziché analizzare il malo modo in cui funziona in Italia il sistema d’accoglienza.

Albert ha una faccia simpatica. Non è sicuramente uno di quei personaggi inquietanti, soldati o broker mafiosi, che solo a parlarci mettono i brividi. Sono loro infatti i padroni della città, dal punto di vista dell’economia illecita, però uno come Albert diventa la rappresentazione del male da estirpare, secondo la suddetta narrazione dominante. Parliamo di uno che rischia in prima persona per pochi euro, per poter sopravvivere, quando il tema che dovrebbe far sobbalzare la comunità bolognese riguarda i milioni di euro che le mafie gestiscono sul territorio.

L’organizzazione criminale sul territorio

Le principali piazze di spaccio a Bologna sono localizzate in tre location specifiche: Montagnola e Piazza Verdi, il cuore della zona universitaria, prevalentemente per le droghe leggere, mentre l’ex Manifattura Tabacchi in via Stalingrado per le droghe pesanti.

Che la città delle Due Torri fosse uno snodo strategico dei traffici illeciti, dalle droghe allo schiavismo per fini di prostituzione, è una realtà conosciuta già dal 2007. Dal Dossier “Bologna crocevia dei traffici di droga”, a cura di Libera Bologna e Libera Informazione estrapoliamo alcuni elementi sostanziali su radicamento e gestione del traffico di droga a Bologna.

“A occuparsene sono soprattutto ‘ndrangheta, ma anche camorra, cosa nostra, coadiuvate dalle mafie straniere… Gruppi criminali che, almeno in questi territori, si mettono d’accordo e si spartiscono gli ambiti di interesse, per fare meno scalpore Gli arresti che coinvolgono Bologna non riguardano solo lo spaccio, ma anche traffici internazionali di droga, proveniente da tutte le parti del mondo. E’ in particolare la ‘ndrangheta protagonista delle principali operazioni che hanno svelato il funzionamento del narcotraffico sul territorio”

L’erba che Albert ci consegna non sembra granché: ha un odore intenso ma malato. Cioè pare mischiata ad altro. Ci sediamo in una panchina. Albert ha uno sguardo sorridente. “Questa è buona zio…” Sono le sue parole più usate. Poi domanda: “Sei uno sbirro?” Gli facciamo un sorriso e per sdrammatizzare rispondiamo ironicamente con una battuta: “La mia ti sembra una faccia da sbirro?” Lui sorride: “Ah ok! Ok…!” Tutto sommato parla abbastanza bene l’italiano. Facciamo un po’ di resistenza all’acquisto, per verificare la sua reazione: “Questa è troppo poca, fratello…!” “No! No! Zio è giusta…”

Verso una democrazia criminale

Dalla Relazione della Direzione Nazionale Antimafia del 2016: Lo schema criminale riscontrato risulta muoversi lungo un asse di continuità rispetto alla tradizionale capacità della ‘ndrangheta di proiettare le sue attività oltre i confini nazionali, assumendo il controllo di settori economici nevralgici, anche all’estero… La presenza di fiduciari e broker delle cosche in quei territori rappresenta uno degli aspetti meglio documentati dalle indagini”.

Ma come incide il giro d’affari del narcotraffico sul territorio locale dal punto di vista socio-economico? Gli investimenti nei settori legali della società porteranno gradatamente a cambiare, secondo la DNA, l’assetto della città.

Dal dossier di Libera: “Rimanendo invariato l’attuale trend ci porterà a mercati nei quali, progressivamente, i beni ed i servizi che acquisteremo ed il lavoro che avremo, ci saranno, in larga parte, forniti dalla emanazione di associazioni criminali. Dunque, il rischio è che la nostra democrazia liberale si trasformi in democrazia criminale, nella quale, le persone oneste che vogliono mettersi sul mercato ed iniziare una qualsiasi attività economica parteciperanno ad una gara truccata”.

“Quello che più fa riflettere è di come spesso, nella nostra regione, a fare il gioco di questa ‘democrazia criminale’ siano gli stessi emiliano-romagnoli che, per un proprio vantaggio personale si mettono a disposizione delle associazioni criminali mafiose… Quei dipendenti di società di sicurezza aeroportuale, quei finanzieri, quei commercialisti che hanno aiutato un passaggio, anche se piccolo, del traffico di droga, sono una parte grande del problema del radicamento mafioso”.

A Bologna Albert ha chiesto l’asilo politico. E’ andato in Commissione Territoriale e sono mesi che aspetta la risposta. Allo stato attuale vive come se fosse appeso ad un filo che lo solleva dalla realtà, tenendolo in sospeso: una situazione surreale tutta italiana. Si, perché Albert, come la stragrande maggioranza dei richiedenti asilo che non possono avere uno status giuridico, non possono lavorare, non possono avere una casa. Cioè a dire: se non hai ancora il riconoscimento della protezione internazionale e non hai un domicilio non puoi avere rinnovato il permesso di soggiorno, così non puoi avere neanche un lavoro, quand’anche trovassi un’anima pia che te lo desse.

Il giro d’affari del narcotraffico a Bologna

Da un’analisi condotta dalla Società Italiana Patologie da Dipendenza lo scorso anno sulle piazze di spaccio delle principali città italiane (Palermo, Reggio Calabria, Napoli, Bologna, Venezia, Firenze, Trieste, Torino, Roma, Genova, Milano, Verona), è stato individuato il “prezziario” delle sostanze stupefacenti.

Per il mercato all’ingrosso, il prezzo di un chilogrammo di marijuana (o mille dosi) oscilla tra i 1.372 euro e i 1.859, mentre allo spaccio, un grammo (o una dose) va dai 6,80 ai 9,60 euro. Per un chilogrammo di hashish il “prezziario” oscilla dai 1.850 ai 2.850 euro mentre al “minuto” una dose va dai 10,58 ai 13,45 euro. Prezzi ben diversi per l’eroina e la cocaina. Per la prima, del tipo “bianca” (quella  brown è meno costosa), si va dai 30.857 ai 39.071 euro al chilogrammo, con un grammo in strada che varia dai 52 ai 61 euro. Per la cocaina i prezzi lievitano oscillando tra i 35mila e i 42mila euro a chilogrammo che “piazzati” al minuto possono fruttare dai 66,50 ai 93,58 euro al grammo o dose“.

Ora, i sequestri di stupefacenti a Bologna, effettuati fino ad ottobre del 2017, ci offrono la possibilità di avere un quadro significativo del giro d’affari in città… Sono 1.281,835 kg di droga sequestrati: 30 kg di cocaina, 12 kg di eroina 900 kg di hashish e di marijuana. Se consideriamo, seguendo la tendenza nazionale, che i sequestri operati dalle forze dell’ordine rappresentano circa il 15/20 per cento dei quantitativi in circolazione, si ha una chiara fotografia dell’immenso flusso di denaro che circola sotto le Due Torri.

Un destino comune

Quello di Albert è un destino condiviso dal 70 per cento dei richiedenti asilo in Italia, cioè tutti quelli che non rientrano nel programma di accoglienza nazionale Sprar (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) finanziato dal Ministero dell’Interno e dall’Anci. Se lo Sprar rappresenta un modello virtuoso, tutti quelli che restano fuori, rientrano nella dimensione dell’emergenza, tra leggi inadeguate e speculazioni di vario genere.

Albert vive alla giornataOgni minuto è una lotta per sopravvivere. Per mangiare, per dormire tra un luogo di fortuna in periferia e una casa di qualche buon africano che gli permette di fare una doccia. In Montagnola passa il suo tempo sempre con quel sorriso appeso sul viso, pieno di ottimismo per il futuro. Dallo spaccio riesce a racimolare quella trentina di euro alla settimana che gli consentono un pasto giornaliero.

Le rotte su Bologna

Se la contrattazione è l’arte della vendita, spendiamo con Albert qualche minuto di tira e molla… Allora arriviamo ad una conclusione: io divento suo cliente fisso e lui me ne dà di più… Così mi lascia il suo numero di telefono e diventiamo “amici”… Ci presentiamo, ci stringiamo la mano, “parlicchiamo”. Poi chiama un altro giovane africano che gli porta un altro po’ di erba. Con un tono di rimprovero verso Albert gli dice con uno stentato italiano: “Prossima volta non qui ma nell’ufficio!” L’ufficio sarebbe una piccola scalinata in mattoni che collega due delle ali all’entrata del parco. Albert fa un largo sorriso e con tono rassicurante, mi dà appuntamento alla prossima…

Dal dossier di Libera: “Va, inoltre, registrata la nuova rotta marina che è stata tracciata dalla criminalità organizzata albanese e che, tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre scorsi, ha portato, in due distinte operazioni antidroga effettuate dai carabinieri, al sequestro complessivo di oltre 5 tonnellate di marijuana trasportate su gommoni e scaricate lungo il litorale di Ferrara e di Ravenna. Insomma, la costa adriatica romagnola, dopo quella pugliese e marchigiana, sta diventando di particolare interesse anche per la mafia albanese”.

Le giornate di Albert vengono scandite con la paura di essere preso dalla polizia senza tra l’altro aver piena coscienza di quello che potrebbe capitargli se venisse arrestato: certo abituato alle carceri libiche… Ma la grande incognita per Albert, come per gli sventurati ragazzi che per lo Stato e la società italiana sono semplici fantasmi, rimane il responso della Commissione. Il tema è che a lui come a quella decina di giovani gambiani e senegalesi che stazionano in Montagnola, anche se la Commissione Territoriale di Bologna gli riconoscesse lo status di rifugiato, la loro vita non è che cambierebbe più di tanto rispetto alle dinamiche  del quotidiano.

Continueranno a non avere un lavoro, a non avere una casa, anche perché comunque vada a Bologna non si affitta più a stranieriContinueranno insomma ad essere fantasmi. Certo, la pressione sulla propria anima, in attesa di una risposta così importante da parte dello Stato che ti ospita, se fosse positiva, sarebbe come avere coscienza di essere uomini liberi.

Ma se per loro sarebbe già tanto per la società italiana è troppo poco.