Le città in movimento 

Viaggio dentro il senso del luogo, alla scoperta dei temi sociali, dentro i mondi urbani del nostro tempo 

 

 

Testi e foto di Marco Marano

Raccontare le città in movimento

 

I Social Reportage presenti in questo magazine sono stati prevalentemente realizzati, per ciò che concerne le città non italiane, sulla scia di progetti internazionali sul tema dell’inclusione sociale nelle città, accolti dentro il  progetto editoriale on-line “Radio Cento Mondi.

La costruzione del modello narrativo legato al “Social Reportage”, così come lo abbiamo specificatamente ridefinito, si sviluppa attraverso il tentativo di individuare una chiave di lettura che permetta di entrare dentro il senso della città, scoprendo la sua significazione nella dimensione quotidiana in movimento. Cioè, nel momento in cui la città si muove diventa possibile intercettare, nelle sue varie forme ed espressioni, quelle assonanze che costituiscono il contenuto di senso della stessa. Ecco perché l’angolo visuale è puntato sulla distanza tra il quotidiano della gente e le leggi emesse dall’autorità costituita.

Le dinamiche dei piani di racconto, tra testo e immagini, si completano sinergicamente poiché la ricerca delle immagini viene pensata nella direzione di una forte strutturazione tra significato e significante. L’obiettivo è quello di raccontare una città nel rapporto tra quotidiano e sistema sociale, mostrando immagini in movimento. In tal senso, la logica sottesa all’impaginazione del reportage, è più legata al concetto di story board che altro, poiché non si usano gli approcci classici che tutti i giornalisti adottano: costruire una scaletta o scrivere a getto. Con i Social Reportage si parte dalle foto, a cui si associa un  titolo e da cui si sviluppa il paragrafo.

Ogni fotografia racconta una storia e tutte insieme raccontano il mondo, nel senso che con le immagini di una città qualsiasi dell’oggi possiamo, in qualche modo, comprendere un pezzettino del nostro quotidiano, secondo un’accezione trans-culturale… L’aspetto giornalisticamente interessante è che ogni contenuto di senso di cui qualsiasi città è portatrice deve necessariamente fare i conti con la sua dimensione nazionale, la qualità dei suoi governi, l’efficacia delle sue leggi e soprattutto il rapporto tra popolo e autorità.

Lo strumento del social reportage, attraverso la costruzione dei piani di racconto, tra contenuto e forma, consente di soffermarsi su aspetti determinanti della città e del suo contesto sociale nazionale, senza la pretesa di voler approfondire la complessità del luogo raccontato. Ecco perché occorre una unica fonte in loco, finalizzata ad individuare le caratteristiche fondanti della dimensione metropolitana, il resto lo racconta la città stessa, con le immagini che offre ogni giorno.

PER LE STRADE DI BUDAPEST

6 ottobre 2011

I suoni e i sapori delle strade

Camminando per le strade di Budapest si respira l'Europa. La sua storia, le sue tradizioni, il suo sistema architettonico la rendono elegante, con quel suo modo altezzoso di porgersi a chi non la conosce. Ma nella capitale magiara si respirano anche sapori multietnici. Le strade sono colme di segnali propri a culture diverse, con i linguaggi costruiti su grammatiche anche lontane che diventano parte integrante degli spazi urbani, in quello che sembra un vero e proprio luogo di contaminazione. Percorriamo lo slargo dell’Oktogon, indirizzandoci verso la stazione ferroviaria, camminiamo sull’arteria centrale, la Teréz Körút, incuneandoci, di tanto in tanto, tra le strade adiacenti. Troviamo locali, scritte, messaggi visivi legati a paesi diversi. C’è il kebab arabo o il ristorante messicano. C'è anche una tavola calda buddista, di fronte al ristorante turco. E ancora la teeria tibetana qualche decina di metri più avanti di un locale greco e giapponese, ma c’è anche il Cafe factory, e, proprio dentro la stazione, c’è un McDonald al piano inferiore ed un “cappuccino italiano” al piano superiore, collegati da una specie di ammezzato.

La realtà sociale distante dal sistema politico

Vista così la cosa sembra assolutamente normale nel mondo d’oggi, ma se si vanno a leggere le modalità di gestione territoriale della città, nel contesto degli eventi nazionali, sembra, camminando per le strade di Budapest, che la realtà sociale sia tutt’altro da quella politica. Questa strana forma di schizofrenia si allinea alla perdita dei punti di riferimento di tutta la governance europea, molto impegnata a far quadrare i conti e pochissimo a monitorare le conquiste legate ai diritti di cittadinanza tipici della civiltà liberale, come anche quei criteri di giustizia sociale atti a garantire il popolo.

La legislazione obsoleta

Dalla caduta del regime comunista all’entrata dell’Ungheria nell’Unione Europea, il sistema legislativo, in tutti i suoi comparti, non è mai stato adeguato al nuovo tempo storico. Si pensi alla stessa carta costituzionale, che non è mai stata riscritta, ma solo emendata con degli elementi tipici dello stato di diritto, come la separazione dei poteri. E questa situazione magmatica ha permesso, proprio pochi mesi fa, alla schiacciante maggioranza parlamentare di estrema destra del Fidez, il cui leader è Viktor Orbàn, di riscrivere una costituzione ultranazionalista che si fonda sulla dimensione etnica dell’essere cittadino ungherese a prescindere da quale paese si trovi. Questo significa riprendere il mito dell’impero, riaccendendo motivi di conflitto con alcuni paesi limitrofi e limitando i diritti di chi non è ungherese.

Un paese sfornito dei diritti di cittadinanza

Il vicesindaco di Budapest, nonché assessore agli affari sociali e sanità, Tamas Szentes, del partito Fidez, all’interno di un workshop internazionale, legato ad un progetto europeo dal titolo “Lecim”, ha spiegato come funziona il sistema di welfare territoriale. O per meglio dire ha spiegato che in Ungheria, allo stato attuale, non esistono quei diritti acquisiti, in quanto popolo, tipici della tradizione democratica europea .Prendiamo il sistema sanitario nazionale ad esempio, infatti è emblematico il fatto che i servizi sanitari gratuiti sono assicurati non a tutti indistintamente e neanche a chi è in uno stato di indigenza o ha un basso reddito, ma solo a coloro che hanno un lavoro stabile, quindi un reddito e possono pagarsi una sorta di “assicurazione sanitaria”. Occorre, insomma, essere ungherese ed avere un lavoro stabile per poter avere assicurati i diritti di cittadinanza: un paese come questo ha presieduto l’Unione Europea i primi sei mesi del 2011. Ma livello locale che tipo di ricadute vi sono sul territorio?

Lo scollamento tra istituzioni e società civile

Tra gli operatori sociali della città, è palpabile lo scoramento, a causa della loro condizione professionale, e malgrado questo cercano di mantenere alta la loro personale motivazione. Esiste infatti una situazione di grande scollamento tra il corpo istituzionale e la società civile organizzata, come le associazioni o le ong, sia per l’assenza di quadri normativi evoluti, ma anche per il fatto che essi non hanno interlocutori istituzionali per attivare azioni sul territorio legate alle parole d’ordine europee come coesione sociale, inclusione, integrazione… Considerato che queste organizzazioni sono le uniche a proporsi, dentro i 23 distretti urbani, come portatori di “welfare state”, in quanto soggetti privati però, la fotografia che esce fuori è estremamente controversa…

Anche la Grecia non sembra tanto lontano

Ma camminando per le strade di Budapest anche la Grecia non sembra tanto lontana, nel senso che sono due facce di una stessa medaglia, e il fallimento del sogno europeo ne rappresenta il conio. Il default greco ha come prodromo un governo elitario o oligarchico che non ha mai pensato a fare riforme strutturali, che ha individuato i ceti medi come gli unici designati a pagare, lasciando fuori, ad esempio, la casta degli armatori, potente lobby politico-economica. Così la Grecia rischia di uscire fuori dall’euro, l’Ungheria non può nemmeno pensare di poterci entrare, e a catena vi è il rischio che i paesi deboli come l’Italia, la Spagna e il Portogallo vengano travolti dalla crisi del capitalismo.

La crisi dei sistemi liberali

Ma prima di essere crisi del capitalismo questa sembra essere la crisi dei sistemi liberali che continuano a garantire le oligarchie a danno dei popoli, così come la governance europea ha fallito nel pensare che sollecitare i paesi a far quadrare i conti poteva bastare; e invece no, occorreva stimolare le nazioni a far quadrare i conti sulla base dei precetti della giustizia sociale, elemento sostanziale di ogni sistema democratico.

FORTALEZA E I NUOVI CONQUISTADORES

26 ottobre 2011

Nel 2008, in seguito al progetto emiliano-romagnolo di cooperazione decentrata “Adote Um Ritmo”, sui temi legati all’inclusione sociale dei minori, in tre città del nord est brasiliano, promosso dall'associazione Orchestra do Mundo e dal Comune di Bologna, il vicesindaco di Fortaleza Gloria Diogenes, ha rilasciato questa intervista, ancora oggi di estrema attualità. I temi trattati riguardano un fenomeno che ha reso Fortaleza una delle capitali mondiali, insieme a Bangkok: il turismo sessuale. Un fenomeno odioso poiché coinvolge ragazzine dai dodici anni in su, che cercano una sorta di riscossa dal proprio status familiare o sociale attraverso il proprio corpo. Questo fenomeno, che rientra nella più generale categoria degli abusi sui minori, è fomentato da uomini provenienti da tutto il mondo, e specialmente dall’Italia, che si ergono a “nuovi conquistadores”, poiché esprimono le loro perversioni in luoghi diversi dai propri.

Le reti criminali italiane

Sappiamo di organizzazioni criminali italiane che si insediano in Brasile investendo su alberghi o infrastrutture turistiche, per costruire reti di sfruttamento della prostituzione. Esiste a Fortaleza questa realtà magari collegata al fenomeno del turismo sessuale?

Sin dall'inizio del suo mandato il Sindaco Lins ha fatto della lotta al turismo sessuale il suo marchio di fabbrica. Quello che posso dire è che i suoi sforzi si sono dovuti scontrare spesso con vari tentativi di insabbiamento da parte di poteri forti. Ci siamo accorti che è molto difficile andare contro gli interessi economici di chi investe forti somme di denaro dall’Europa nel settore turistico, perché gode di protezioni. In tal senso la tendenza è quella di minimizzare le problematiche di questo genere. Comunque non parliamo soltanto di italiani ma di europei, negli ultimi tempi, per esempio, si è vista una vera colonizzazione dei portoghesi. Molti alberghi o resorts sono di proprietà di singoli o società portoghesi. Gli italiani non hanno la stessa prospettiva dei portoghesi ma bensì tendono ad agire più nell'ombra. Un po' come si vede nei film di mafia, tendono a fare è le cose senza voler apparire, senza mostrarsi. E’ chiara la percezione che esistono due città parallele, quella formale e l’altra costruita da reti sommerse che costituiscono una vera e propria mappa segreta, con i punti d’incontro dedicati agli abusi sessuali. Una città questa invisibile ai più ma è ben nota ai frequentatori di queste pratiche. Come ad esempio certi ristoranti dove i gestori compiacenti lasciano che le ragazze utilizzino i locali come punto di incontro, per un ritorno economico e di clientela. Esiste dunque tutta una fascia sociale collusa con questo fenomeno. Se le autorità competenti facessero dei controlli sui proprietari degli appartamenti ne uscirebbero delle belle…

La lotta contro gli abusi sessuali sui minori

Dopo la riconferma del sindaco Luizianne Lins a Fortaleza, considerato che il fenomeno del turismo sessuale è la principale attrazione cittadina, quali misure l’amministrazione ha inteso prendere?

Il nostro primario obiettivo non è stato quello di combattere il turismo sessuale di per se, ma piuttosto l’abuso sessuale sui minori. E’ ovvio che i due fenomeni sono legati, non dimentichiamo però che il problema è principalmente legato alla popolazione locale. La domanda da porsi è perché le ragazzine preferiscono il turista piuttosto che l'uomo locale? Il turista viene visto come possibile, veicolo per un cambiamento radicale e un mutamento di vita, una frase che si sente spesso è “io ho un fidanzato italiano e uno argentino”… Questo vuol dire che c’è un turismo stagionale di persone che vengono qui regolarmente. Ma questo particolare fenomeno non va visto come un semplice rapporto di transazioni finanziarie, perché le nostre ragazze sognano il principe che viene con il cavallo alato da un altro posto a salvarle a redimerle dalla fame; non solo fame di cibo ma anche fame di autostima, fame di riconoscimento… Per questa ragione abbiamo capito che per combattere il turismo sessuale dobbiamo lavorare con queste ragazze offrendo un'altra visione di loro stesse, dandogli degli altri punti di vista, offrendogli delle opportunità per riacquistare l’autostima che hanno perso, mutando così la visione di sé stesse, degli altri e del loro spazio. Le bambine abusate vengono spesso dalla periferia e molte volte non sono consapevoli dei loro diritti come membri della società civile.

Quella visione magica del futuro

Potrebbe descrivere le caratteristiche dei minori vittime di turismo sessuale?

Innanzitutto c’è da dire che non tutte le ragazze vittime di turismo sessuale provengono da famiglie povere, alcune hanno una provenienza diciamo così “normale” oppure da famiglie con parecchi figli che possono provvedere alla crescita e all’educazione dei figli, ma senza eccessi. Ecco che magari si trova la ragazzina insoddisfatta che vede una vicina di casa con abiti costosi o che si può permettere i cosmetici, visto che appunto ha un "fidanzato italiano o spagnolo o tedesco"… In queste ragazze vi è una visione del futuro dalla forma magica, come se per incantesimo la loro situazione potesse mutare drasticamente.

I luoghi dell'abuso

Con quali modalità è costruita la rete locale attraverso cui viene favorito il fenomeno del turismo sessuale.

Da una nostra recente indagine abbiamo localizzato una quindicina di luoghi dove vengono perpetrati gli abusi sessuali, in ognuno di questi vi è una sorta di “sottorete” o varie sottoreti. Pertanto si può dire che a Fortaleza il turismo sessuale è perlopiù invisibile perché si è amalgamato al tessuto sociale, e fa praticamente parte del quotidiano di questa città. Molti confondono queste ragazze con i travestiti o le prostitute che adescano i clienti, ma loro non si definirebbero mai in questi termini, anzi i rapporti con i turisti li spiegano come delle storie sentimentali: “siamo usciti, abbiamo bevuto, siamo andati a mangiare, a ballare, poi mi ha portato in un bel hotel e dopo mi ha fatto un regalo”. Dunque il tutto viene visto così, senza una classificazione netta; le ragazze non ammetteranno mai di essere vittime di abusi o di fare parte di una rete organizzata. Ma questa è solo una delle facce della medaglia, perché esiste una rete informale non burocratizzata, per questo è difficile da combattere. Se per esempio un turista maschio prende un taxi è molto facile che il tassista stesso si informi se ha già trovato una compagnia per la sera, e così il proprietaria del chiosco sulla spiaggia…

Vittime delle stesse famiglie

Può descrivere le dinamiche familiari che queste ragazze vivono nella loro quotidianità.

La famiglia non è un luogo di unificazione ma di disgregazione. Le ragazze il più delle volte sono prima vittime delle loro stesse famiglie. Mi è rimasto impresso il caso di una ragazzina che aveva la madre sieropositiva e il padre in galera; il nuovo compagno della madre usava violentarla regolarmente. Una volta passò tre giorni interi subendo le violenze di quest’uomo, convinta che sarebbe stata uccisa. E’ chiaro che il turismo sessuale diventa la punta dell’iceberg, ma la base è altrove…

L'offerta turistica del sesso

Com'è possibile che gli europei senza residenza, senza alcun permesso possono essere proprietari di appartamenti?

Molte volte usano prestanomi. C’è da spiegare però le modalità attraverso cui vengono utilizzate queste case. Alcune ragazze vivono in questi appartamenti, occupandosi delle faccende domestiche, oltre ad offrire ai turisti, che poi occupano gli appartamenti in affitto, le prestazioni sessuali, e tutto questo a prezzi modici rispetto a quanto costerebbero in Europa. Il proprietario tiene praticamente la ragazza come parte del mobilio, collegandosi magari al chiosco sulla spiaggia o allo specifico ristorante, e nessuno fa domande se la ragazza è minorenne.

Abbiamo letto di agenzie turistiche italiane che organizzano voli charter finalizzati al turismo sessuale. Addirittura in un reportage si sottolineava che il sindaco di Fortaleza ha bloccato un volo di soli uomini italiani organizzato con queste modalità.

In verità non fu il nostro sindaco a fare ciò bensì furono le autorità del governo federale. C’è comunque da dire che oggi con il governo federale siamo impegnati insieme a combattere questo fenomeno, infatti abbiamo creato all'unisono un piano operativo di azione locale.

Le azioni di prevenzione

Quali sono le azioni di prevenzione che state mettendo in atto per combattere gli abusi sui minori?

In questi anni abbiamo lavorato per migliorare le strutture formative in modo tale da offrire una alternativa realistica ai minori abusati. Nel passato non c'era nè una cultura pedagogica appropriata nè mezzi per poter sostenere il presente e il futuro dei minori, non c'erano strumenti per stimolarli a non sentirsi degli "outsiders". Questo ha significato la sfiducia nella formazione e nell'apprendimento, ecco perchè l'abbandono scolastico era altissimo. A Fortaleza ad esempio abbiamo creato una scuola professionale per stilisti di moda e per chef basata su reti di solidarietà imprenditoriale. Questo perchè è necessario canalizzare le forze per offrire delle prospettive di lavoro serie, invogliando al tempo stesso le ragazze verso una crescita professionale che è anche crescita umana.

VIENNA CITTA' DEL MONDO

Nella città più imperiale d’Europa, attraverso le strade di Naschmarkt, rintracciamo la cronaca dei nostri tempi.

 

30 marzo 2013

Tra storia e contemporaneità

In una giornata uggiosa di fine marzo, intrisa di malinconia, Vienna ci accoglie come solo lei può fare, avvolgendoci dentro quel museo a cielo aperto qual è la città, permettendoci di respirare la storia dell’Europa, di cui per secoli ne è stata una delle capitali più eccelse, ma al tempo stesso presentandoci quella contemporaneità che fa da sintesi al nostro tempo. Si perché la dimensione multietnica, anzi dovremmo dire multi-nazionale, è tratteggiata col pennello di un artista nella semplicità delle grammatiche e delle semantiche, per cui, ad esempio, quella strana e curiosa miscela gastronomica che in alcune insegne si scorge, può diventare una non convenzionale chiave di lettura: “pizza & kebap”…

Tra Europa e Asia

Se dalle tradizioni culinarie della capitale austriaca, che riuniscono varie nazionalità europee, come quella boema, ungherese, italiana ed ebraica, si evince, in ragione delle secolari dimensioni di quell’impero di cui fu capitale, la vocazione ad incorporare caratteri culturali diversi dai propri, i processi migratori degli ultimi due decenni spiegano come le tradizioni europee sono andate a fondersi con quelle asiatiche, attraverso un processo abbastanza armonico.

Un luogo d’incontro universale

C’è un luogo che, attraversandolo, ci racconta in qualche modo le storie di migrazioni che si sono avvicendate negli anni, dove le grammatiche e le semantiche si sono fuse alla lingua tedesca e all’inglese: Naschmarkt, il mercato all’aperto di Vienna, situato tra  Karlsplatz e Kettenbrückengass. In effetti, come molti mercati europei, è un microcosmo che sintetizza la dimensione mondialista della città, perché oltre alle centinaia di bancarelle di frutta, verdura, alimentari, spezie, provenienti da tutto il mondo, ci sono una miriade di ristorantini e bistrò legati alle varie nazionalità che si sono insediate in città. E’ un vero e proprio luogo d’incontro universale, dove giovani e anziani si ritrovano. E nel fine settimana il vicino mercato delle pulci diventa luogo di svago colorato, mentre i giovani fino a sera possono divertirsi grazie ai Dj che in alcuni locali di Nashmarkt mettono la loro musica.

Dalla Turchia e dal sud est asiatico i maggiori insediamenti

Secondo i dati del 2012 a Vienna sono presenti 590.845 persone con background migratorio, cioè il 34 per cento della popolazione metropolitana. Se consideriamo che nell’intera Austria le statistiche dello stesso anno parlano di 970.000 cittadini stranieri, il dato più interessante riguarda il fatto che nella capitale  sono concentrati più della metà dei cittadini immigrati rispetto all’intera Austria. Il 34 per cento proviene dai paesi UE: Turchia, paesi dell’ex Jugoslavia e paesi dell’est compongono la maggioranza degli insediamenti. Per ciò che concerne le altre aree del mondo il “contingente” maggiore proviene dai paesi del sud est asiatico, circa l’11 per cento, mentre il 6 per cento circa proviene da Africa e Americhe.

Lo sviluppo può passare dalle imprese straniere

La visione di una città integrata europea del ventunesimo secolo non può che partire da una idea di partecipazione collettiva alle dinamiche di crescita del tessuto urbano, proprio perché il senso delle differenze, se azionato con i giusti meccanismi, può produrre quel valore aggiunto attraverso cui la crescita di una città può distinguersi in termini di ricchezza, sia economica che sociale, per l’intera città. E’ così che la municipalità di Vienna ha elaborato un progetto che sicuramente rappresenta una best pratics nell’ambito delle politiche di inclusione sociale a livello europeo. Si chiama “Thara Biznis” ed è una sorta di “Job Office” virtuale, attivato da un sito web e dedicato a tutti quei cittadini rom e sinti provenienti dall’ex Jugoslavia, per fare da matching tra domanda e offerta di lavoro. Ma non solo, perché attraverso questo progetto si costruiscono percorsi laboratoriali per giovani, donne e adulti, ma anche laboratori per i cosiddetti “moltiplicatori”, cioè cittadini rom che si propongono come dei “mediatori territoriali”, per fare da sintesi tra il mercato del lavoro e la dimensione culturale della loro specifica comunità.  Per lanciare questa iniziativa è stato indetto un vero e proprio concorso, finalizzato a premiare progetti d’impresa in due categorie: “diversità “ e  “Giovani Imprenditori”.

Oriente e occidente insieme

Percorrendo il Naschmarkt si ha davvero l’impressione di essere in mezzo al mondo. Sapori, colori, odori, somi parlano variegate lingue. C’è il medioriente con le specialità israeliane e libanesi: Tabulè si chiama l’insalata tipica “from Beirut”. Mentre in un particolare ristorantino a due spazi troviamo la sintesi di tutto. Si chiama “Orient & Occident”, e lì, non si capisce bene se tra commistioni o contaminazioni, ci addentriamo nei sapori della cucina turca. Oriente e occidente insieme sembrano la vera chiave di lettura di Naschmarkt e quindi di Vienna, che dal suo distaccato splendore imperiale sembra adattarsi perfettamente alle dinamiche del nuovo millennio.

Il “Refugee Protest Camp”

Ma c’è una storia da raccontare che sottolinea la peculiarità di questa città, la quale offre, a chi non la conosce, un fortissimo senso del passato, per le sue caratteristiche architettoniche. Quando però si tratta di scontrarsi con le contraddizioni del nostro tempo, Vienna certo non si tira indietro. Tutto ebbe inizio nel novembre del 2012 quando nell’ambito delle proteste di molti richiedenti asilo e rifugiati in Europa, un gruppo cospicuo di questi allestirono un campo spontaneo in Sigmund Freud Park. Le proteste erano state generate dall’opposizione alla regola di Dublino che obbliga i richiedenti asilo a restare nel primo paese dove gli sono state prese le impronte digitali. L’esperienza del Refugee Protest Camp diventa atipica poiché sostenuta dall’autofinanziamento  e dal mutuo aiuto dei richiedenti, ma non dura molto poiché nel periodo natalizio viene smantellato dall’autorità costituita. Attorno ad esso però monta una solidarietà da tutta Europa, mentre in città, operatori sociali, ong, e la chiesa cattolica si mobilitano. Così l’Arcidiocesi e la Caritas insieme al privato sociale individuano un monastero come sede e luogo per la rinascita sociale di chi nel proprio paese non può più tornare…

BURGAS, AVAMPOSTO DELLE CONTRADDIZIONI EUROPEE

12 novembre 2013

Uno sguardo dal Mar Nero

Burgas è la terza città della Bulgaria. Si affaccia sul mar Nero, ed è molto movimentata nel periodo estivo, vista la sua bella spiaggia, sovrastata da un parco che si allunga per tutta la costa. Il minuscolo aereoporto accoglie gli stanchi viaggiatori che arrivano dall’estero, poiché i collegamenti sono poco dinamici: dall’Italia occorre fare due o tre scali a seconda della compagnia. Entrare nella realtà di questa città, porta in qualche modo ad immergersi dentro le contraddizioni di un paese che dal 2007 è entrato nell’UE, con un’organizzazione sociale scarsamente attrezzata ad affrontare le sfide del nuovo millennio, nel contesto di un’Europa che non riesce a far quadrare i costi sociali della crisi economica internazionale.

L'Italia è molto vicina

Hristo ha ventisei anni, ha studiato in Italia e lavora come insegnante in una scuola elementare. Lo incontriamo all’interno del workshop internazionale svoltosi a Burgas sullo scambio di prassi tra città europee, in relazione alle politiche di inclusione sociale, all’interno del progetto europeo Mistra: “Questa è una città dove tutto sembra fermo… Non riesco a vedere come potrebbe essere il futuro, il mio intento è quello di riuscire a tornare in Italia per lavorare… ” Hristo ha una sorella che vive a Vienna, ma l’Italia per lui rappresenta una specie di seconda casa. Le sue parole ci colpiscono, poiché fotografano i dislivelli di percezione e di realtà tra le diverse aree geografiche del continente. L’Italia, in effetti, è molto vicina ad alcuni paesi dell’ex blocco sovietico, prima che dal punto di vista geografico, da quello culturale, almeno in termini di assonanze. Però è molto lontana rispetto alle percezioni sociali, laddove viene vissuta come un eldorado dove poter ricostruire una esistenza. Del resto la generazione di Hristo, ormai da mesi, è in mobilitazione nelle piazze della capitale Sofia, come di altre città, per protestare contro un sistema di potere di tipo oligarchico, ancora più sclerotizzato di quello italiano, il che è tutto dire… Le proteste, innescate nell’estate 2013, hanno visto una grande mobilitazione, mentre i riflettori erano accesi sulle altre due grandi contestazioni popolari: Turchia e Brasile. Dopo quaranta giorni i manifestanti arrivarono a circondare il parlamento bulgaro, chiedendo le dimissioni del governo da poco rocambolescamente insediatosi. “Siete tutti corrotti! - urlava la gente - dovete dimettervi!”.

Una generazione alla ricerca di se stessa

Parlavamo di assonanze tra Italia e Bulgaria che emergono impietose se si va a guardare come nasce l’ultimo governo. Alle elezioni di maggio 2013, i due maggiori partiti, quello socialista e quello conservatore, non riescono, nessuno dei due, a raggiungere una maggioranza, visto che ambedue sono considerate dall'opinione pubblica organizzazioni oligarchiche e corrotte. Con un colpo di teatro, il presidente incaricato, il socialista Plamen Oresarski, riusciva a formare un governo con due partiti minori, tra cui quello della minoranza turca. Poi, nominava capo della sicurezza nazionale un magnate accusato di corruzione. Tutto questo nel contesto di un paese a cui non restano più neanche gli occhi per piangere. Una volta finite le ondate di protesta, sono cominciate le occupazioni nelle università, i cui artefici sono costretti a difendersi dai tentativi di screditamento da parte dei mezzi di informazione vicini al partito socialista, ma anche dai tentativi della destra di cavalcare la contestazione. La principale richiesta degli studenti è una sola: le dimissioni del governo! Il punto è che non si tratta di uno scontro politico, ma di una richiesta di cambiamento del modello di organizzazione sociale, ormai in stato comatoso. “Come si fa a vivere in questo modo?  - s’interroga Hristo - Qui non ci sono speranze, non c’è lavoro, non c’è niente che si possa fare per migliorare la nostra condizione…” Ma queste parole quante volte le abbiamo sentite dai giovani italiani che scelgono di andare via dall’Italia…?

La difficile gestione del territorio

L’ambito del welfare è forse quello dove maggiormente può cogliersi l’inadeguatezza dell’organizzazione sociale bulgara, soprattutto quando è accompagnata da vuoti legislativi che diventa difficile colmare, con la sola buona volontà delle istituzioni territoriali. Sono due i casi tipo più interessanti, per ciò che concerne il tema dell’inclusione sociale. Il primo è di recentissima nascita, poiché risale a pochi mesi fa, e riguarda l’arrivo dei profughi siriani, prevalentemente donne e bambini. Non esistendo nessun tipo di legge e nessun tipo di azione governativa, come potrebbe essere lo “Sprar” in Italia, cioè il sistema di accoglienza dei rifugiati, promosso dal ministero dell’Interno, la gestione di una vera emergenza come questa diventa difficile, poiché oltre al concentramento di questa gente in luoghi, più simili ai nostri CIE che ai campi profughi classici, è impensabile pensare ad interventi di inclusione sociale. Ed è proprio questo il bisogno espresso dagli operatori di Burgas, cioè quello relativo all’assenza di iniziative ministeriali tese a facilitare l’intervento sul territorio. C’è da dire che nel caso specifico ritorna, forse in termini ancora più tragici che in Italia, l’assurdità della regola europea di Dublino, che impedisce ai richiedenti asilo di spostarsi in qualsivoglia paese, poiché costretti a rimanere nel primo stato europeo dove si arriva, e quindi dove vengono prese le impronte digitali.

Il tema acceso delle minoranze

Il secondo caso è un fenomeno antico, anzi è il tema forte di molti paesi dell’est: l’inclusione dei rom. Ora, se nel resto d’Europa molti paesi, soprattutto quelli nel bacino del mediterraneo, devono approcciarsi al fenomeno rom, le cui caratteristiche sono legate alle dinamiche del nomadismo, in Bulgaria essi sono prevalentemente stanziali. Ma la stanzialità non è certo garanzia di integrazione, anzi al contrario… Infatti, quasi metà della popolazione di Burgas è rom, ma questi sembrano cittadini fantasma, che vivono ai margini, ed è difficile comprendere per chi osserva un tal fenomeno dall’esterno, se la marginalità è cercata o prodotta da forme di discriminazione. A quello che dicono gli operatori sembra che ambedue siano le cause, ma è chiaro che a prescindere dalle percezioni dei cittadini di Burgas, il tipo di organizzazione sociale non facilita affatto l’inclusione sul territorio.La dimostrazione della situazione magmatica sta tutta in una delle problematiche che le istituzioni territoriali della città stanno cercando di approcciare, cioè quella relativo al numero identificativo dei minori. E’ una sorta di codice fiscale, che si da insieme all’atto di nascita. Il problema nasce dal fatto che i genitori rom non denunciano le nascite, quindi i bambini non possono accedere, senza numero identificativo, ai servizi scolastici. “I bambini non vengono denunciati alla nascita – osserva un’insegnante – perché nel migliore dei casi devono andare in strada a racimolare un po’ di soldi per la famiglia, mentre nel peggiore vengono venduti a famiglie più agiate. E’ un vero e proprio business!”

Le istituzioni che non si parlano

Se questa è la criticità sociale più caratterizzante del territorio di Burgas, c’è da dire che diventa difficilissimo intervenire soprattutto perché esiste tradizionalmente un grandissimo scollamento tra le istituzioni pubbliche, le scuole e quelle organizzazioni che in Italia connotiamo nei termini di privato sociale. Non solo queste tre dimensioni non riescono a dialogare tra di loro, ma, spesso, le organizzazioni di privato sociale, non vengono riconosciute come interlocutrici. Esiste poi un'altra frattura tra le diverse istituzioni pubbliche cittadine, che oltre a non dialogare, spesso confondono il livello delle responsabilità, con un tristissimo scarica barile. Abbiamo bisogno di intervenire subito su più livelli – sottolinea una direttrice scolastica – occorrono azioni concrete per non fermarsi alle discussioni teoriche… E comunque senza un cambio di passo delle istituzioni governative, con il loro coinvolgimento diretto su queste problematiche, il pericolo è che da soli, a livello cittadino, tutto sarà difficile, molto difficile…”

PER LE STRADE DI ISTANBUL

 7 novembre 2013

Il venerdì di preghiera

Il risveglio dell’Imam, dagli altoparlanti che rimbombano in tutta la città, è alle sei del mattino, ma il venerdì, giorno di preghiera ufficiale, per tutti i paesi islamici, dura un po’ di più. Nelle moschee è il giorno in cui i turisti difficilmente possono entrare, data la sacralità della giornata, ma in quella principale di Sultanahmet, i credenti e i turisti si mischiano. In molti dicono che quella sia la più grande, ancor di più della celeberrima moschea blu. Sultanahmet è il quartiere che rappresenta il cuore di Istanbul, il cui punto nevralgico è la piazza che ospita l’imbarcadero, da cui si può prendere il battello per fare il tour sul mar di Marmara, tra la costa asiatica e quella europea. Come è noto, prima di entrare nella moschea occorre togliersi le scarpe e le donne devono indossare un copricapo. Senih, la nostra guida, si arrabbia con un paio di turiste entrate senza questo accorgimento: “Io non sono musulmano, ma è una questione di rispetto nei confronti di ciò che rappresenta questo tempio per la gente che viene a pregare…” In effetti, la parole di Senih sono una precisa chiave di lettura di questo paese, nato dalle rovine dell’Impero ottomano nel 1923, per opera del padre della patria Mustafa Kemal Ataturk. E' lì che la Turchia iniziò a contraddistinguersi come repubblica costruita sui valori del laicismo.

Tra islamismo e laicismo

Se da un lato circa metà della popolazione è musulmana, dall’altro esiste un rispetto profondo per le ritualità religiose da parte di chi non è credente. Sembra una dimensione di grande solidarietà comunitaria, forse anche legata alla fortissima identità di popolo, che è possibile notare appena si mette piede a Istanbul, grazie alle miriadi di bandiere nazionali appese ai balconi o nelle strade, roba che in Italia appare solo durante i mondiali di calcio. Ma il rapporto tra islamismo e laicismo, forse è anche connotato dal fatto che non ci sono due credi religiosi esplicitamente contrapposti, cosa che in tutti i paesi musulmani, genera un conflitto. A Istanbul sembra semplicemente una forma di rispetto tra chi è credente e chi non lo è. Ed è proprio questo elemento che potrebbe rappresentare la grande speranza del nostro tempo, cioè quella di un paese islamico su cui si innestino i criteri di uno stato democratico di tipo occidentale, laddove si possa fondare una prassi istituzionale da promuovere in medioriente. In questa ottica la Turchia è forse l’unico paese potenzialmente in condizione di innescare questa sintesi.

Camminando per le strade di Istanbul

Camminando per le strade di Istanbul è proprio questa l’aria che si respira. Alla fermata del tram ti può capitare d’incontrare la ragazza truccatissima, col tacco quindici, insieme alla donna che indossa il burka, per non parlare del “turban”, il velo islamico utilizzato da tantissime donne, anche in modo diverso, come ad esempio quelle ragazze che lo abbinano, con raffinatezza, al taglio e al colore degli abiti.

Le leggi del demiurgo

C’è da dire che il dibattito sul turban in Turchia si è riacceso con le controverse leggi sulla democratizzazione promosse dal primo ministro. Il demiurgo sunnita Erdogan, fido alleato dei Fratelli musulmani, da un lato cerca di accreditarsi presso l’Unione Europea, con cui è stato aperto un nuovo capitolo negoziale, dopo tre anni di stasi, dall’altro si erge a baluardo dell’islamismo più o meno moderato, in antitesi agli estremismi sciiti di Iran e Siria, con in mezzo Al-Qaeda, da cui riceve continue minacce di attacchi su Ankara e Istanbul. Il punto è che qualsiasi processo di democratizzazione non può che essere attraversato dalla libertà di espressione, intesa nel senso ampio del termine, invece sembra che il governo Erdogan voglia imporre esclusivamente le regole della sharia o giù di lì. Ha giustamente revocato il divieto dell’uso del sultan per le donne che lavorano negli uffici pubblici, ma al tempo stesso, attraverso le critiche aspre del suo portavoce, ha fatto si che una presentatrice televisiva venisse licenziata per i vestiti scollati. In una democrazia una donna dovrebbe avere la libertà di coprirsi e allo stesso modo potere usare la medesima libertà per scoprirsi.

In una zona di Sultanahmet

Come in ogni città del mondo, anche a Istanbul esistono i luoghi tipici per i turisti e quelli per gli indigeni. In una zona di Sultanahmet, scopriamo un’interessante ritualità commerciale, molto atipica. Ci inoltriamo in un dedalo di caratteristici ristorantini a basso costo, più simili a piccole locande, dove i turisti solitamente non entrano. Sull’uscio di ognuno di questi un “butta dentro” insegue le persone per farle entrare. Senih, ci dice una cosa che all’inizio non riusciamo a comprendere pienamente, e cioè che possiamo ordinare qualsiasi piatto in uno di questi locali, sedendoci però nel locale accanto, dove poter ordinare altri piatti, per pagare il conto in quest’ultimo: “Questa è Istanbul!” Esclama Senih, sorridendo...

Alla ricerca della identità perduta

Le lingue più usate che sentiamo in queste strade strette e caratteristiche sono l’inglese, l’italiano e lo spagnolo. E' il prodotto dell'emigrazione di ritorno. Se durante gli anni sessanta e settanta l’emigrazione turca si era prevalentemente rivolta verso la Germania, dove ormai si parla di insediamenti di terza generazione, negli anni a venire l’Italia e la Spagna sono state spesso mete temporanee. Perché i processi migratori, sia in entrata che in uscita, coinvolgono delle fattispecie legate al contesto socioeconomico e giuridico dell’intero territorio nazionale. Due fenomeni in particolare sono interessanti da annotare. Il primo riguarda sempre una emigrazione di ritorno, che coinvolge però i figli degli emigranti dei decenni passati, diventati adulti, che scelgono di vivere ad Istanbul, luogo sognato per tutta la vita. Germania, Austria, Belgio, Francia sono i paesi di provenienza, le cui lingue madri tedesco e francese restano tali pur vivendo a Istanbul. Sono laureati, parlano più lingue e hanno riconquistato quella identità da sempre agognata: nel loro passato non erano né turchi né francesi, né turchi né tedeschi, e così via. Adesso sanno chi sono… L’altro fenomeno è relativo ai profughi che arrivano da varie rotte, sia dai confini frontalieri che dal mare. Su tutto il tema relativo all’asilo politico la Turchia si sta lentamente adeguando alle dinamiche europee, vista la candidatura per diventarne membro, poiché tradizionalmente la Turchia non concede la protezione internazionale ai cittadini non europei… Ma c’è anche un’emigrazione molto particolare di tipo economico, di persone provenienti da paesi prevalentemente limitrofi, che non sono stanziali, poiché una volta finita l’attività lavorativa o commerciale se ne tornano a casa. Sul territorio sono presenti una ventina di nazionalità diverse, se si raffronta questo dato ad una città italiana di media grandezza come Bologna, dove di nazionalità ce ne sono centosessanta, si possono comprendere le profonde differenze.

Diritti e libertà

La libertà di espressione, è questo, dunque, il banco di prova per ogni democrazia. Il caso della leader delle Pussy Riot è abbastanza emblematico: mentre scontava due anni di campo di lavoro, per una performance anti Putin, veniva prelevata e spostata in una colonia penale in Siberia, a causa della lettera nella quale denunciava le condizioni carcerarie russe. Certo, i fatti di piazza Taksim a Istanbul un segno l'hanno lasciato in tutta Europa. Far passare l'idea che chi protesta sia un terrorista, da reprimere con la forza, non è certo un segnale rassicurante, nell'ipotesi che la Turchia diventi membro dell'Unione Europea, la quale ha già il suo bel da fare a tenere a bada Victor Orban, il primo ministro nazionalista ungherese.

Tra Europa e Medio Oriente

Ma c'è un altro fatto, questa volta che riguarda una cattedrale: Santa Sofia. E' uno dei luoghi più intrisi di storia e di magia al tempo stesso, visto che da cattedrale cristiana venne trasformata in moschea, dopo la caduta di Costantinopoli, per diventare un sito museale con la nascita della repubblica di Attaturk, proprio per dargli un valore universale, nel rispetto della storia. Visitare Santa Sofia è davvero una esperienza emozionante, poiché si entra in uno spazio senza tempo, assolutamente remoto, dove immergersi, anche per chi non è credente, in una dimensione spirituale assoluta. Ecco, il punto è che il primo ministro vuole, dopo la fase di ristrutturazione, riattivarla come moschea, per riprendere in mano il mito dell'impero ottomano e islamizzare anche ciò che di universale c'è in una città culla della storia. Questa sembra essere la realtà... Ma la speranza o l'auspicio che ci possa essere un'altra realtà non la vogliamo perdere. Una realtà dove riuscire a garantire il giusto equilibrio tra l'islamismo e il laicismo, così com'è nelle strade, senza cioè allontanarsi dal paese reale, facendo leva sul senso di comunità del popolo turco e rispettando la libertà di espressione. Se così fosse questo paese, anello tra Europa ed Medio Oriente, dalla storia passata potrebbe tornare ad essere centrale nella storia futura.

ISTANBUL CITTA’ GLOBALE

Da Sultanamhet a piazza Taksim, attraverso i movimenti delladimensione metropolitana

 

3 maggio 2014

I temi del nostro oggi

 

Attraversiamo la città di Istanbul da Sultanamhet a piazza Taksim, scorgendo i movimenti della dimensione metropolitana… Dopo tutto è una delle culle della storia umana, e le sue vicende millenarie sembrano essere la chiave di lettura dei temi del nostro oggi: Islam/occidente, democrazie/autocrazie religiose, Europa dei popoli/economie europee, considerata anche la perfetta armonia tra la metà della popolazione di religione islamica, con l’altra metà laica, la fotografia del nostro tempo è completa. Un‘armonia che potrebbe essere messa in crisi dalla tendenza alla riscoperta dell’impero ottomano da parte del governo Erdogan, visti i segnali provenienti dalle proteste di piazza Taksim.

Un Potere d’ispirazione religiosa

 

Perchè quella turca, come tutti sanno, è una società governata da un potere d’ispirazione religioso, liberamente votato dalla maggioranza del paese (poco più che la metà), l’autorità costituita indossa l’abito sunnita, ma espleta prassi di corruzione sistemica di cui il paese stesso si nutre endemicamente. In una economia in crescita ma appesa sulle ombre del sommerso, tanto che alcuni analisti parlano di “crescita gonfiata”, la problematicità della macchina istituzionale non può non apparire evidente. C’è da dire che un segnale positivo proviene dalla marcata separazione dei poteri, laddove la magistratura è riuscita a correggere alcune delle distorsioni governative eclatanti, come appunto le sorti del Gezy Park a Istanbul.

Quello strano caso di liberismo islamico

 

Certo è che la visione per l’intero Medioriente, di un modello turco di “democrazia islamica” è un passaggio della storia semplicemente utopico, anche perché qui si tratta di uno strano caso di “liberismo islamico”, dove attraverso la nuova frontiera delle opere pubbliche, che siano moschee da costruire o ristrutturare o centri commerciali o grattacieli, l’impetuosa circolazione di denaro viene gestita arricchendo le consorterie familistiche, attraverso le speculazioni edilizie. Che sia islamico o occidentale, il punto è che il liberismo per definizione produce fisiologicamente espulsione dai meccanismi economici della società, con le conseguenti patologie sociali che tutti conosciamo… Se l’economia è poi drogata da corruzione e sommerso, non può che venire in mente la sindrome greca…

La disomogeneità urbana

 

Non è semplicemente una nota di colore interrogarsi sul disegno architettonico del sistema urbano di Istanbul, vista la tendenza degli ultimi dieci anni a ridisegnare la città, nel contesto delle influenze storiche di origine bizantina. Ma naturalmente a prevalere è la tradizione ottomana, che raggiunge una perfetta armonia tra spazi interni ed esterni e fra luci e ombre. Tutta l’architettura ottomana è definita dagli studiosi una sintesi tra Medioriente e Mediterraneo. Ma perché dovrebbe esserci una impronta mediterranea nell’architettura ottomana? Semplicemente perché fu preso come modello architettonico da replicare la chiesa cristiana di Santa Sofia, costruita in età bizantina… Il punto è che dalla sua nascita, dovendo rappresentare la “Nuova Roma”, tutti gli edifici erano il prodotto di accurati piani urbanistici, a differenza di oggi laddove la disomogeneità urbana caotica e anomica, ci porta dentro una città assente di regolazione. L’assenza di regole sembra un fatto sociale conclamato a cominciare dalle regole stradali che non esistono…

Le atmosfere mediorientali

 

Sultanahmet è il quartiere che rappresenta il cuore di Istanbul, poiché lì vi sono concentrate le principali moschee, comprese le due celeberrime Moschea Blu e Santa Sofia appunto. E’ la parte più antica della città, dove dedali di strade s’intersecano creando tante casbe senza soluzione di continuità. Fino agli inizi degli anni ottanta, il quartiere storico della città era degradato e considerato off limits per i turisti, poi, in seguito ad un piano di sviluppo urbano, il quartiere ha ripreso a rivivere. La sua  morfologia urbana si sposa perfettamente con le atmosfere mediorientali che si respirano in queste stradine. Anche nei mercati all’aperto che spuntano improvvisamente c’è tutto il senso di quel pezzo di cittadinanza che di commerci, anche piccoli, vive, in linea con la storia levantina di quel porto che oggi ospita l’imbarcadero, per il tour tra la costa asiatica e quella europea.

Il boom economico

 

Ma quado si cammina per quei dedali di strade, tra bancarelle e personaggi che sbarcano il lunario come possono, diventa difficile non pensare che questa semplicissima realtà quotidiana, fa da contraltare al boom economico che la Turchia sembra aver avuto negli ultimi anni, semplicemente perché il livello di economia sommersa è così diffuso sul territorio che sembra avere più peso di quello reale…

Un luogo d’incontro

 

Piazza Taksim invece rappresenta in qualche modo la modernità e non solo per essere ormai passata alla storia per le proteste di massa dei giovani di Istanbul, finalizzate ad impedire la costruzione di un centro commerciale e di una moschea al posto del Gezy park, luogo d’incontro di tutte le categorie sociali, sia laiche che musulmane, soprattutto il venerdì, giorno di preghiera e di festa per tutti i popoli di religione islamica. Stigmatizzati come terroristi dall’autorità costituita, le proteste erano in realtà un grido di all’allarme, contro un governo che ha alimentato la corruzione sistemica nel paese, aumentando le sacche di povertà, devianza e ingiustizie. Ma anche un governo che lentamente tenta di islamizzare anche le isole tradizionalmente laiche del paese. In piazza Taksim la forbice tra abbienti e meno abbienti la si può guardare direttamente: lo shopping delle grandi arterie adiacenti stridono con i “bambini da strada” ed una quantità incredibile di persone praticamente “svenute” nei prati del parco.

La pianificazione urbana

 

Intanto, negli ultimi dieci anni, la città è stata un cantiere e continua ad esserlo oggi, nella logica del “ridisegno urbano”, sia dal punto di vista edilizio che nei trasporti pubblici. Se uno degli elementi che contraddistingue oggi il concetto di “Città Globale” è la scelta del modello sui cui costruire il sistema di collegamento territoriale, Istanbul sembra essersi direzionata verso il cosiddetto “trasporto dolce”. Infatti il viale che attraversa il quartiere di Beyoglu, anche questo lasciato per anni in condizioni fatiscenti, è stato reso pedonabile, in una complessiva opera di riqualificazione, dove i due nodi di interscambio viario Taksim (dotato di metropolitana e funicolare) e Tünel (dotato di tram veloce e trasporto su gomma), sono stati collegati dall’antico tram che percorre tutto l’asse, rendendo sostenibile la dimensione pedonale.

La deriva autoritaria

 

I quartieri isolati fin dalle prime luci dell’alba non promettevano niente di buono. C’erano quarantamila poliziotti in tenuta anti sommossa che controllavano i punti sensibili della città. Quando i manifestanti hanno cominciato ad affluire in piazza Taksim è scoppiato l’inferno. Lacrimogeni, getti di idrante, sembra con sostanze orticanti, hanno coperto non solo la piazza ma anche i quartieri adiacenti, tanto che alcuni residenti per proteggersi da quel finimondo hanno dovuto rifugiarsi in altri quartieri. Le cronache parlano di marciapiedi divelti, vetrine e auto spaccate. 138 persone arrestate e 51 ferite, è questo il bilancio della manifestazione tenuta in piazza Taksim per il primo maggio, dopo che il governo aveva messo il divieto di raduno per la festa del lavoro nella piazza simbolo del dissenso. La giornata di guerriglia urbana è stata la dimostrazione del modo in cui la continua entrata in vigore di divieti, come l’ultimissima legata all’oscuramento di internet  di Erdogan in un governo autoritario. In agosto ci saranno le elezioni presidenziali, che potrebbero segnare un momento di particolare tensione, poiché il Primo Ministro si scontrerà per la carica con l’attuale Presidente Abdullah Gul, suo oppositore attuale.

BASILEA PORTA D'EUROPA

Tra le strade della città frontaliera per eccellenza, alla scoperta di un particolare modello di vita.

 

 3 novembre 2014

La città cosmopolita

 

In una domenica pomeriggio di metà ottobre, dopo tre intensi giorni di pioggia, sulle rive del Reno la città rinasce. In effetti sembra un giorno estivo che invita la gente a godere di un sole inusuale in questa stagione. Gli stretti boulevard si riempiono di famiglie, anziani e giovani, accovacciati sui bordi del fiume come fosse una spiaggia. Personaggi variopinti e genti di tutte le razze si ritrovano a chiacchierare, mangiare, passeggiare componendo una interessante armonia sociale. "Quando ci si incontra con gli amici è normale che per comunicare utilizzi tre o quattro lingue, oltre al tedesco, lingue che impari o rafforzi dagli studi scolastici nella quotidianità…" Claudio è un italiano di cinquant’anni e vive a Basilea da più di venti, operaio specializzato durante il giorno e chitarrista la sera, prevalentemente al "Musikpalast" (Palazzo della musica), una sorta di Centro sociale, gestito da un gruppo non formalizzato, che paga un affitto alla banca proprietaria. Mentre parliamo, in una panchina lungo il Reno, arrivano alla spicciolata gli altri del Musikpalast. C’è Ursus, allegro sessantenne un pò post hippy, che vive con il sussidio sociale da sempre, e abita poco distante dal fiume, in una accogliente casa con parquet in legno, sempre pagata dai servizi sociali. Karl è un batterista di trentotto anni, lo vediamo con uno zaino stracolmo, lo poggia per terra e da lì inizia ad uscire lattine di birra che tracannerà per tutto il pomeriggio. Tecla è una traduttrice di testi in lingua inglese, francese e italiano, per il suo lavoro governa quattro sistemi grammaticali diversi, e con chiunque si avvicini usa la lingua che il suo interlocutore comprende meglio. Ma il pezzo forte arriva un pò in ritardo, si chiama Gerard o Ritchie o Luca, è un cinquantenne serbo, che vende e compra di tutto per fare business, simpaticissimo personaggio che ogni anno decide di farsi chiamare con un nome diverso, tipico di nazionalità differenti.

Anagrafica di una metropoli in miniatura

 

Nel 1833 il Cantone svizzero di Basilea venne diviso in due semicantoni: Basilea Città e Basilea campagna. La città di Basilea divenne capitale del primo semicantone, il più piccolo di tutta la Svizzera, con i suoi 37 km², ma, paradossalmente, quello con la maggiore densità di popolazione, considerando anche gli altri due comuni cantonali Riehen e Bettingen. La città di Basilea a nord confina con la Germania, circondario di Lörrach nel Baden-Württemberg e con la Francia, dipartimento dell'Alto Reno in Alsazia. Con circa 190.000 abitanti, di cui il 34 per cento stranieri, è ovviamente il centro culturale, economico e politico del Cantone. Il suo posizionamento geografico, che interessa tre stati, la caratterizzano non poco per le dinamiche mondialiste, infatti sono 160 le nazionalità presenti sul territorio urbano. Un crogiolo di culture che si fondono perfettamente nel disegno sociale della città, in nome della contemporaneità. Nonostante le piccole dimensioni Basilea sa di metropoli, poiché offre tutto quello che una grande città può dare, con un valore aggiunto però: un’alta qualità della vita. I rapporti sul sistema di vita a Basilea segnalano tre dimensioni dove la città raggiunge livelli altissimi: competitività, innovazione, apertura nei confronti degli stranieri. Nelle ultime analisi statistiche Basilea viene descritta come un "efficientissimo sistema finanziario, con un mercato dinamico e diversificato".

Frontiere e migrazioni come forme di sviluppo


 

"Sai trent'anni fa - osserva Claudio – come chiamavano gli italiani emigranti in Svizzera? Li chiamavano cingali, perché nelle fabbriche, durante le pause, erano quelli che giocavano a batto cinque. Gli svizzeri storpiando la parola cinque la fecero diventare cingali e da allora questo appellativo è rimasto". In effetti, la storia dell’emigrazione italiana in Svizzera prendeva avvio all’inizio dell’ottocento proprio dalle regioni del nord Italia. Dopo la seconda guerra mondiale, specialmente durante gli anni del boom economico, il nord si arricchiva per cui ad emigrare restavano i meridionali, era il periodo, e bene ricordarlo, della grande truffa della Cassa per il mezzogiorno… Attualmente le maggiori provenienze regionali sono: Lombardia 15 per cento, Campania 13,1 per cento, Puglia 12,4 per cento, Sicilia 12,1 per cento e Veneto 8,4 per cento, concentrati prevalentemente nelle zone di Zurigo 22,7 per cento e Basilea 14,4 per cento. Oggi la comunità italiana è quella più numerosa con il 18,9 per cento, su otto milioni di residenti svizzeri, tra "autoctoni", naturalizzati e migranti di prima generazione. In questo contesto si aggiungono i lavoratori stagionali, che sono una realtà tipica svizzera. Interessante la definizione presa da Wikipedia: "La maggior parte degli emigranti sono lavoratori stagionali, il cui permesso di soggiorno è limitato a nove mesi e può essere rinnovato all’occorrenza. Sono occupati innanzi tutto nei cantieri edili e negli esercizi alberghieri, ma anche in diversi settori non vincolati alla stagionalità. Lo "stagionale" non è autorizzato a farsi raggiungere in Svizzera dalla famiglia. Soltanto dopo anni e a determinate condizioni i lavoratori stranieri ricevono il permesso di far venire la famiglia." Ma c’è un’altra storia assai interessante in merito alle dinamiche migratorie del passato, quella degli alsaziani. In effetti il legame tra l’Alsazia e Basilea ha radici storiche fortissime, che hanno origine tra il 1870 e la fine della prima guerra mondiale, quando l’Alsazia venne annessa al Reich tedesco. E’ in questa la fase che l’area di frontiera intorno a Basilea, Saint-Louis, iniziava a svilupparsi con l’insediamento di grandi aziende svizzere. A riprova del legame tra i due territori confinanti vi fu l’accoglienza che Basilea riservò nel 1944 ai profughi francesi, prima della fine della guerra. L’eredità che questa storia di osmosi territoriale si porta dietro è rappresentata dall’Euroaereoporto di Basilea, che si trova proprio a Saint-Louis, quindi su territorio francese e serve anche Friburgo, città tedesca a 70 chilometri. Ma queste storie antiche hanno dei risvolti sull’oggi estremamente sui generis, tanto da determinare un fenomeno oggetto di scontro politico, a livello nazionale, quello del lavoro trasfrontaliero. Nel 2002 venne stipulato, con l’Unione Europea, l’accordo sulla libera circolazione delle persone, per dare la possibilità ai lavoratori residenti nelle zone di frontiera di poter accedere liberamente in Svizzera per lavorare durante il giorno e ritornare in patria la sera. Infatti nel 2007 venne soppresso l’obbligo di residenza nel raggio di 20 chilometri della fascia di confine. In questo modo le imprese non venivano più sottoposte alle quote sui permessi di lavoro e i lavoratori potevano usufruire del permesso G che li obbligava almeno una volta alla settimana a rientrare nel proprio domicilio. Oggi i lavoratori che attraversano la frontiera giornalmente in auto sono 200.000 in tutta la Svizzera e riguardano i tre paesi confinanti Italia, Francia e Germania.

La strana storia di una legge xenofoba


 

Nel febbraio di quest’anno, si è svolto il referendum lanciato dal partito della destra conservatrice Unione Democratica di Centro, contro l’immigrazione di massa, secondo cui questa mina i valori e la sicurezza sociale dei cittadini svizzeri. Al cartello xenofobo si sono aggiunti la Lega dei Ticinesi ed il Movimento dei cittadini ginevrini, contrapposti a tutti gli altri partiti del Parlamento federale. A sorpresa, una maggioranza risicata, il 50,3 per cento, ha votato si all’abolizione dell’accordo di libera circolazione con l’Ue, contro il 49,7 per cento dei no, con uno scarto di 20 mila voti. Il conteggio dei cantoni ha visto 17 si contro 9 no. Da un lato c’erano i cantoni italiani e tedeschi a favore del si, dall’altro quelli francesi per il no, ad eccezione di Basilea città, e si capisce il perché dalle storie che abbiamo raccontato, ma anche Zurigo e Zugo che hanno votato no. Adesso la Confederazione è costretta a rinegoziare l’accordo con l’Ue, poiché entro tre anni dovranno essere fissati i tetti massimi per i permessi di dimora e i contingenti annuali per tutti gli stranieri, al fine di dare la precedenza sul mercato del lavoro ai cittadini svizzeri. Anche questo paradosso, come tanti in Europa in tema di migrazioni, rappresenta in qualche modo la tendenza del nostro tempo, dove una crisi sistemica internazionale, ha prodotto su tutti i territori europei, anche quelli con una vocazione all’accoglienza, egoismi, cannibalismi, distorsioni, tutti termini che se uniti alla parola sociali, danno il senso di come la civiltà contemporanea sia caduta in una voragine oscura… "L’attuale immigrazione incontrollata rappresenta una minaccia per la nostra libertà e sicurezza, per la piena occupazione, per il nostro paesaggio e, non da ultimo, per il nostro benessere". E’ questa l’argomentazione del comitato promotore, il punto è che è falsa, almeno a sentire gli studi di settore condotti dal 2002 al 2013. In una intervista, Peter Gasser, responsabile del dossier sulla libera circolazione, promosso dalla Segreteria di Stato dell’economia, ha detto: "Non abbiamo osservato differenze significative tra le regioni di frontiera e il resto della Svizzera, per quanto concerne l'evoluzione dei salari e il tasso di disoccupazione". Gli fa eco l’Osservatorio Universitario dell’Impiego di Ginevra, che sfata l’idea secondo cui gli stranieri tolgono lavoro agli svizzeri, soprattutto perché i pochi disoccupati "autoctoni", il più delle volte non corrispondono ai profili ricercati, soprattutto nell’ambito del terziario, nei settori sanitario e finanziario. E che dire della punta di diamante del sistema produttivo, cioè l’orologeria? Il 60 per cento degli impiegati in questo settore non hanno passaporto svizzero, per il motivo di cui sopra.

Accogliere vuol dire includere nel sistema economico


 

Ci si accorge subito, camminando tra le strade di Basilea, come qualsivoglia idea xenofoba sia una contraddizione in termini. Anche perché il concetto stesso su cui è nata la confederazione elvetica si rifà al multiculturalismo, poiché nasce come uno Stato di minoranze, senza una maggioranza veramente autoctona, e non tra virgolette, come l’abbiamo utilizzata noi… Non c’è una lingua svizzera, non una religione svizzera e neanche una gastronomia svizzera. A Basilea ad esempio non esiste un mercato alimentare cittadino, come in tutte le più importanti città europee. La semantica scolpita sulle insegne dei luoghi di ristorazione in città ci dice che la fa da padrone la cucina italiana, asiatica e latina, a cui si aggiungono i ristoranti gestiti da turchi che mettono insieme, pizza e kebab. Ma perché, quindi, parlare di contraddizioni in termini? Proprio perché non esiste una identità diciamo antropologica dell’essere cittadino svizzero. Per tal motivo la definizione di cittadinanza, intesa appunto in termini identitari, viene costruita attraverso l’assoluta osservanza alle regole comuni e alle leggi, che ruotano intorno alla possibilità che lo Stato ti da di essere soggetto economico attivo. "Quando sono arrivato a Basilea dalla Sicilia – sottolinea Claudio – ho fatto tantissimi corsi di formazione professionale, oltre a quelli per imparare la lingua. Mi hanno spiegato da subito che gli uffici del lavoro qui non sono come in Italia, ma funzionano perfettamente. Devi far vedere la buona volontà a cercarlo il lavoro…" Lavorare significa consumare, quindi concorrere allo sviluppo del paese: per integrarsi in svizzera non occorre altro… Ecco perché il sistema bancario è il sistema nervoso del paese, che fa da corpo intermedio tra lo Stato e il cittadino. Un esempio visibile in tutta la città anche ad uno sguardo superficiale è quello dei supermercati coop, che nonostante abbiano il logo identico al gruppo imprenditoriale italiano, non hanno con essi nulla a che vedere: ecco quasi ogni supermercato con logo coop a Basilea ha accanto una banca coop…

La manipolazione politica sulle società parallele


 

La storia sul referendum contro la libera circolazione delle persone è stata semplicemente l’ultima iniziativa della destra svizzera tendente a far leva sulle fobie di massa del nostro tempo. Questo è un paese dove il benessere viene assicurato proprio dalla capacità del singolo di essere produttore e consumatore, garantendo la sua libertà di autodeterminarsi, poiché solo così può essere confermata la possibilità di proporsi in quanto soggetto attivo. In un contesto siffatto metà della popolazione, soprattutto quelli che vivono nei piccoli centri e nelle aree rurali, assecondano il "canto delle sirene" xenofobo, senza rendersi conto che è proprio la xenofobia a minare le fondamenta del benessere elvetico… Questa contraddizione nasce nel 2009, con il primo grande divieto, tramite referendum, che la destra xenofoba riuscì a far passare. Si tratta del divieto di costruire minareti nelle moschee presenti sul territorio svizzero. Ovviamente, come nel caso della libera circolazione, i promotori hanno costruito uno scenario assolutamente immaginario, facendo leva sulle paure oniriche delle persone. L’articolo 15 della Costituzione federale, così recita: "Si garantisce il diritto di scegliere liberamente la propria religione e le proprie convinzioni filosofiche e di professarle individualmente o in comunità", mentre l’articolo 8 sancisce il divieto di discriminazione. La legislazione federale assicura dunque culto e luoghi di culto, compresi i minareti, poi, per tutto ciò che riguarda la religione e le sue dinamiche sociali la competenza è dei cantoni. Ma perché prendere di mira i minareti? Per il valore simbolico, al fine di accendere la paura della nascita di "società parallele" di tipo islamico, presenti in molte parti d’Europa, cioè gruppi sociali estremamente compartimentati e chiusi sia dal punto di vista sociale che economico, all’interno dei quali possono nascere dinamiche antagoniste al luogo di accoglienza. Un valore simbolico che però nel contesto del territorio nazionale non assume nessun valore. Il minareto, come il campanile cristiano, serve a far arrivare lontano il messaggio che scandisce la giornata liturgica e secondo alcuni studiosi ha anche il significato di conquista o marcatura del territorio. Considerato che nell’intera Svizzera ci sono circa 400.000 musulmani, e solo il 20 per cento è praticante, e considerato che ci sono 200 moschee, di cui solo quattro dispongono di un minareto, e considerato ancora che complessivamente, per il tipo di organizzazione sociale, fondata su precisi precetti socio-economici, il sentimento religioso non è in generale molto vissuto, per tutte queste ragioni si può certamente dire che punire qualsiasi credo per un calcolo di potere, da parte di questo o quel partito, potrebbe realmente portare nel tempo a forme pericolose di ghettizzazione, che otterrebbero l’effetto contrario a quello che pubblicamente cercato. Le grandi città come Ginevra, Zurigo e Basilea a questa contraddizione hanno detto di no…

I nuovi migranti


 

Nell’epoca della globalizzazione si sono trasformati i caratteri che formano l’identikit del nuovo migrante. Si prenda il caso italiano ad esempio. Dalla metà degli anni settanta fino al 2007 anche a Basilea si è registrato un forte calo dei processi migratori. Poi, nuovamente gli italiani hanno ripreso ad emigrare. Ma a livello tipologico non sono gli stessi del dopoguerra, quelli di oggi abbracciano tutte le fasce di età. Ci sono giovani che finiscono l’Università e non trovano sbocchi in Italia. Ci sono professionisti che scelgono di lavorare nelle sedi delle multinazionali, trasferendosi con le proprie famiglie … Ci sono i quaranta/cinquantenni colpiti dalla crisi economica che non riescono a "riciclarsi" e provano la fuga … Ma ai migranti economici si aggiungono chi fugge dal proprio paese per mettersi in salvo. Il tema dell’asilo politico ha un valore simbolico molto importante in Svizzera poiché esso nasce con un trattato firmato dagli stati proprio a Ginevra nel 1951. Durante gli anni novanta in città si era costituita una forte comunità rom proveniente dalla Serbia. Quella turca invece rappresenta forse la comunità più strutturata a Basilea, anche perché è stata attraversata da una emigrazione sia economica che relativa alle protezioni internazionali. Ora, l’esempio della comunità turca è piuttosto emblematica rispetto al tema delle società parallele, poiché negli anni l’interesse di questi cittadini non è stato quello di creare luoghi e dinamiche culturali chiuse, ma bensì quello di costruire una rete economico-imprenditoriale efficiente … Dal 2011, cioè dalle primavere arabe, il numero di richiedenti asilo è sempre più numeroso, come in tutte le parti d’Europa. Eritrea, Somalia, RD Congo sono i paesi sub sahariani di maggiore provenienza. Diciamo però una cosa, che, soprattutto nei casi dei nuovi migranti economici, la concessione del permesso di soggiorno è funzionale al livello di integrazione, anzi potremmo dire che il grado di integrazione può condizionare la concessione del permesso di domicilio … Oppure il permesso di breve durata può essere legato all’obbligo di frequentare qualche corso di formazione. Questi obblighi sono stati stabiliti dentro l’accordo d’integrazione a cui anche il cantone di Basilea città ha fatto ricorso. Ad attivare il contratto di integrazione sono i "Centri di competenza per l’integrazione", che sono degli sportelli territoriali che fanno l’accoglienza ai nuovi arrivati. Ed è proprio attraverso questo ente che il migrante deve dimostrare di volersi integrare. "Se vuoi lavorare – continua Claudio - non hai nessun problema a trovare un impiego, devi dimostrare di averlo cercato il lavoro o di esserti specializzato per accedere ai servizi sociosanitari. Allo Stato interessa che un cittadino lavori perché in questo modo fa girare soldi… Io i problemi che ho sempre avuto qui a Basilea sono stati dovuti all’assurdità delle regole burocratiche del Consolato italiano … Pensa che per fare una carta d’identità ci impiegano due mesi, per non parlare del passaporto, cosa impensabile da fare attraverso la rappresentanza italiana".

Le dinamiche del melting pot


 

Fino al 2013 le persone con cittadinanza svizzera erano 6.202200, in aumento dello 0,5 per cento prevalentemente grazie alle naturalizzazioni. E’ anche questo il motivo che spiega il perché non si può parlare di una popolazione originariamente autoctona. Le dinamiche del melting pot svizzero si sono sviluppate più verso una direzione trans-culturale, cioè in linea col concetto di contaminazione, che non verso la tradizionale dimensione dell’integrazione di una cultura ad un’altra. In effetti camminando per le strade di Basilea è estremamente facile incontrare tantissime coppie miste, e questa semplice realtà di per se racconta una storia diversa rispetto a quelle di città europee della medesima estensione, perché Basilea non è Londra e non è Parigi, ma non è neanche Bologna, la cui dimensione urbana è di poco maggiore rispetto a quella di Basilea. Si, perché anche a Bologna sono presenti 160 nazionalità diverse, pur non essendo una città di frontiera, ma un importantissimo snodo viario per tutta l’Europa centrale. Bene, a Bologna, la città più progressista d’Italia, ancora oggi capita di incrociare sguardi diffidenti nei confronti delle poche coppie miste che camminano per strada mano nella mano. Ma c’è un’altra strana vicenda su cui porre lo sguardo, quella che concerne il rapporto tra le diverse generazioni con background migratorio e i cosiddetti "autoctoni" appunto. Prendiamo il tema delle le conoscenze linguistiche. I migranti di seconda o terza generazione parlano solitamente due o tre lingue nazionali, mentre quelli di prima generazione, insieme agli "autoctoni", parlano soltanto una lingua nazionale, cioè quella relativa al cantone di appartenenza. Nel contesto della ripartizione per professioni, invece, i cittadini senza passato migratorio sono portatori di caratteristiche similari ai cittadini di seconda generazione, poiché prevalentemente svolgono attività specializzate: professioni tecniche o intermedie, professioni impiegatizie e commercio, artigianato e operai specializzati. I cittadini di prima generazione al contrario sono più coinvolti nei lavori non qualificati: conduttori di impianti e macchinari, addetti al montaggio. C’è da notare che le persone di prima generazione segnalano spesso la necessità sociale di migliorare le proprie conoscenze linguistiche per accedere a posizioni più qualificate. "Quando si parla di lavori non specializzati in Svizzera, - conclude Claudio - mi viene un po’ da sorridere, se penso allo stesso significato che si da a questa espressione in Italia. Secondo me, in questo senso, non ci sono lavori non specializzati, perché qualsiasi cosa ti fanno fare qui, prima devi certificare di aver frequentato corsi di formazione su quello specifico ambito di lavoro…"

La dimensione urbana in movimento


 

Percorrendo il ponte di Mittlerebrücke, letteralmente ponte di mezzo, a quanto sembra, il più antico mai costruito sul Reno, ad opera di Enrico di Thun, si vede già in lontananza che il letto del fiume s’incunea a forma di gomito verso la Germania. E dire che per secoli quello fu l’unico ponte, dei quattro attuali, a collegare la città grande sulla sinistra da quella piccola sulla destra. Il maggiore sviluppo si ebbe nella parte sinistra, se non altro perché la riva era più alta, con ampi spazi liberi e minori ostacoli dietro. Il particolare sistema morfologico originario di tipo circolare si evolse a forma di poligono, per tornare oggi all’antica sagoma, con dimensioni ovviamente maggiori. Le strade ampie e regolari sono suddivise lungo i sette quartieri della riva sinistra e i quattro su quella destra. E’ chiaro che il modello di sviluppo della città, soprattutto negli ultimi quindici anni, ha avuto un andamento teso ad incidere sulla struttura stessa della popolazione. Il tema è stato, e continua ad essere, quello relativo alle strategie finalizzate ad impedire la formazione di luoghi catalogabili per classi sociali, con zone residenziali per i ricchi e quartieri per i poveri. Una strategia oculata, realizzata attraverso la valorizzazione dei vecchi quartieri popolari, dove si è provveduto a ristrutturare gli edifici fatiscenti, rimettendoli sul mercato a prezzi relativamente calmierati, attraendo in questo modo la classe media come i ceti più deboli. Il progetto che forse meglio rappresenta la visione che sta alla base dell’assetto metropolitano ha riguardato la trasformazione funzionale dello scalo merci ferroviario. Un’area di 250000 mq a cavallo tra la tangenziale e alcuni quartieri ad alto tasso di edifici, con poche aree disimpegnate. Il progetto ha previsto la costruzione di spazi verdi, servizi, l’insediamento sistemi produttivi ma soprattutto nuovi edifici.