Storie di giornalismo da basso

COME DIFENDERSI DALLA VIOLENZA TOTALIZZANTE DEL POTERE

 

 

 

La dura verità è che sono prigioniero di una intuizione che non troverà pace se non provocando una rivoluzione nelle coscienze del nostro tempo. E' dunque ovvio che, a torto o a ragione, io mi spinga a pensare che l'influenza del mio lavoro presente e futuro sarà profonda...



  • Un tanfo di paura

    New York, 1955 - Un tanfo di paura è scaturito da ogni poro della vita americana, e noi soffriamo di un esaurimento nervoso collettivo. L'unico coraggio, con rare eccezioni, di cui siamo stati testimoni, è stato il coraggio isolato di persone isolate (...) Sono uomini che conoscono la nostra condizione collettiva, cioè quella di vivere sotta la minaccia atomica che è minaccia di morte, una morte che può essere più o meno veloce, se si tratta di una guerra. Oppure una morte più o meno lenta se si tratta di conformismo, quando viene soffocato ogni istinto di creazione e di rivolta... Comunque sempre una morte ad opera dello Stato. Se il destino dell'uomo del ventesimo secolo è di vivere con la morte dall'adolescenza fino alla vecchiaia prematura, bene allora l'unica risposta vitale è quella di accettare i termini della morte, vivere con la morte come pericolo immediato, divorziare dalla società, esistere senza radici, imbarcarsi in un viaggio sconosciuto negli imperativi ribelli del proprio essere...

    Approfondimenti in "The Village"

  • Con amore collera e speranza

    Catania, 1981 - Io posso serenamente e subito affermare che lo spirito politico di questo giornale è la verità. Onestamente la verità. Sempre la verità. Cioè la capacità di informare la pubblica opinione su tutto quello che accade, i problemi, i misfatti, le speranze, i crimini, le violenze, i progetti, le corruzioni. I fatti e i personaggi. E non soltanto quelli che hanno vita ufficiale e arrivano al giornale con le proprie gambe, i comunicati, i discorsi, gli ordini del giorno, poiché spesso sono truccati e camuffati per ingannare il cittadino, ma tutti gli infiniti fatti e personaggi che animano la vita della società siciliana, e quasi sempre restano nel buio, intanati, nascosti, interrati.
    Io sostengo che la vera notizia non è quella che il giornalista apprende, ma quella che egli pazientemente riesce a scoprire. Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società.

  • "Un giornalismo fatto di verità"

    Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei servizi sociali. tiene continuamente allerta le forze dell'ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.
    Se un giornale non è capace di questo, si fa carico anche di vite umane. Persone uccise in sparatorie che si sarebbero potute evitare se la pubblica verità avesse ricacciato indietro i criminali: ragazzi stroncati da overdose di droga che non sarebbe mai arrivata nelle loro mani se la pubblica verità avesse denunciato l'infame mercato, ammalati che non sarebbero periti se la pubblica verità avesse reso più tempestivo il loro ricovero. Un giornalista incapace – per vigliaccheria o calcolo – della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze. le sopraffazioni. le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento!

    Approfondimenti in "Prima che la notte"

La professione del giornalista

Il giornalismo clandestino è onorevole perché è una prova d’indipendenza, perché comporta un rischio. É buono e sano che tutto quanto riguarda l’attualità politica si sia fatto pericoloso. Se c’è una cosa che non desideriamo rivedere mai più, è l’impunità dietro la quale hanno trovato copertura tanti atti di codardia tante collusioni nefaste. Dopo che sono divenute delle attività onorevoli, alla politica e al giornalismo spetterà il compito di giudicare domani coloro che le hanno disonorate.

 

Sarete giudicati sulla base delle vostre azioni

Combat clandestino, n. 58, Luglio 1944 - L’incontro tra Pétain e Hitler

 

Nel momento in cui si sta per affrontare la fase finale della lotta, Pétain e Laval si sono adoperati per far sentire una volta di più le loro voci discordanti e per accreditate alla loro politica comune un’apparente differenza di tono. Entrambi si sono rivolti al paese e, secondo la loro tradizionale divisione del lavoro, Laval ha parlato della Germania, mentre Pétain ha finto di parlare della Francia.

Ma per la verità parlavano tutti e due di tradimento. Semplicemente ne parlavano tutti e due con un tono di tristezza, come se il tradimento fosse divenuto di colpo un tradimento lucido. La cosa dura da due anni. Dal momento in cui ha gettato a Vichy le basi di un regime che ci ha fatto mancare tutto salvo l’umiliazione e la vergogna, Pétain non ha mai smesso, con un gioco che crede abile, di essere il simbolo più alto che abbiamo del compromesso e della confusione.

Ma quando impera il compromesso, è sufficiente parlar chiaro. Viviamo un’epoca in cui le uniche risorse sono il coraggio e il linguaggio chiaro. E come sempre è la Resistenza francese a dire le parole nelle quali la Francia si riconosce. E poiché è libera degli appelli, anche la Resistenza lancia un appello supremo al popolo francese.

Gli dice che non c’è più tempo per riflettere, soppesare o valutare.

I secondi fini di Pétain, ammesso che ne abbia, le furbizie di Laval, sono ormai secondari: la neutralità non è più possibile. È venuto il momento in cui gli uomini del nostro paese saranno giudicati non sulla base delle loro intenzioni bensì dalle loro azioni, e dalle loro azioni legittimate dalle loro parole. È questa la sola cosa giusta.

E la resistenza francese ci dice chiaramente che da cinque anni le parole e le azioni di Pétain e Laval non hanno fatto altro che dividere la Francia, umiliare la Francia, uccidere una quantità di francesi. Pétain e Laval hanno ormai disonorato la guerra e perciò saranno sottoposti a giudizio.

La Resistenza dice che viviamo un’epoca in cui le parole contano, in cui tutte le parole comportano un impegno, soprattutto quando sono parole che decretano la condanna a morte dei nostri fratelli, che insultano il nostro coraggio e che danno in pasto la carne stessa della Francia al più implacabile dei nemici. Di fronte a chi chiama terroristi e assassini dei compatrioti, di fronte a chi chiama onore ciò che è solo abdicazione, ordine ciò che è tortura, lealismo ciò che è omicidio, non è possibile alcun compromesso.

La Resistenza vi dice che sul suolo francese non avete un governo e che non ne avete bisogno. Siamo di gran lunga abbastanza forti per sopportare a denti stretti quanto ci opprime e ci schiaccia; abbastanza forti per sostenere il pensiero dei nostri compagni imprigionati e torturati, di cui non parliamo mai e su cui nondimeno spargiamo il silenzio della fratellanza; abbastanza forti per tollerare la fame e l’omicidio.

Non abbiamo bisogno di Vichy per regolare i nostri conti con la vergogna. Non abbiamo bisogno di benedizioni ipocrite, abbiamo bisogno di uomini e di coraggio; non abbiamo bisogno di soggiacere al culto della sofferenza, dobbiamo soltanto dominarla. Per niente soli, anzi, con tutto un popolo, uniti contro una nazione depredata e un pugno di traditori senza onore. Non ci occorre una morale da confessori, ci occorre coraggio, e non saranno certo gli apostoli di tutte le rinunce a fornircelo.

Francesi, la Resistenza vi lancia l’unico appello che dovete ascoltare. La guerra è diventata guerra totale, la battaglia da combattere è ormai una sola. Nel momento in cui il meglio della nazione si prepara al sacrificio non ci sentiremo certo tentati dal perdono. Tutto ciò che non è con noi è contro di noi. Ormai in Francia esistono soltanto due partiti: la Francia di tutti e la Francia di coloro che saranno distrutti per aver cercato di distruggerla.

Albert Camus

 

Avvertenze per l'uso

Questo blog raccoglie le storie, anche con uno sguardo sentimentale, di una vita "vocata" al giornalismo.

Uno sguardo che inizia dalla metà degli anni ottanta, del ventesimo secolo, fino praticamente ad oggi.

Si tratta di giornalismo da basso poiché prevalentemente realizzato al di fuori delle redazioni dei giornali di mercato. 

L'alternativa alla dimensione mainstream è stata quella di realizzare, anche per breve durata, progetti territoriali, costruendo modelli sperimentali, dal punto di vista editoriale, sonoro e video.

Insieme alle storie personali ci sono anche le storie dei maestri, filtrate dallo sguardo personale. Maestri che sono stati e continuano ad essere permanenti accompagnatori e guide nello sviluppo del pensiero e dell'etica.